martedì 20 agosto 2019

Il Tao Te Ching

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 (o Daodejing, in pinyin) è un classico testo taoista cinese risalente almeno al IV secolo ac Secondo la tradizione ha le sue origini anche prima, intorno al sesto secolo ac. Il titolo può essere tradotto come istruzione riguardante la Via della Virtù. Composto da ottantuno brevi sezioni in uno stile poetico, il testo varia ampiamente nei contenuti, dai consigli pratici alla saggezza universale, abbracciando la politica, la società e il personale. L'enfasi è sulla giusta visione e comprensione dell'esistenza, la Via del cosmo, e il testo si propone di trasmettere una consapevolezza consapevole dell'essere che conduce all'armonia personale. L'inclinazione taoista a riferirsi allo sfondo naturale dell'esistenza umana quando si considera l'umano è ampiamente in evidenza. Lo stile letterario è conciso e spesso criptico, quindi sono spesso possibili interpretazioni multiple delle singole sezioni.

domenica 18 agosto 2019

Quando il fuoco non si spegne mai

I parsi: gli eredi indiani di Zarathustra
Nell’antica Persia, Zoroastro insegnava che il bene ( Ohrmazd ) e il male ( Angra Mainyu ) erano forze opposte e che la battaglia tra loro era più o meno uniforme. Una persona dovrebbe sempre essere vigile per allinearsi con le forze della luce. Secondo l’ asha o la giustizia e druj o la malvagità, la persona ha scelto nella sua vita saranno giudicati al ponte Chinvatper concedere il passaggio in Paradiso, Hammistagan (zona limbo) o inferno con una spada. Una forma personificata dell’anima che rappresenta le azioni della persona prende il giudicato alla loro destinazione e rimarranno lì fino all’apocalisse finale. Dopo la battaglia finale tra il bene e il male, la passeggiata di ogni anima attraverso un fiume di fuoco prova a bruciare le loro scorie e insieme ricevono un paradiso dopo la risurrezione. Il libro sacro zoroastriano, chiamato Avesta , era scritto in lingua avestana , che è strettamente correlato al sanscrito vedico .
Il Qissa-i Sanjan è una storia del viaggio dei Parsi in India dall’Iran. Dice che sono fuggiti per ragioni di libertà religiosa e che gli è stato permesso di stabilirsi in India grazie alla buona volontà di un principe indù locale. Tuttavia, la comunità Parsi doveva rispettare tre regole: dovevano parlare la lingua locale, seguire le usanze matrimoniali locali e non portare armi. Dopo aver mostrato le molte somiglianze tra la loro fede e le credenze locali, alla prima comunità fu concesso un appezzamento di terreno su cui costruire un tempio del fuoco .
Secondo la leggenda, il sovrano indiano che voleva rifiutar loro l’asilo si presentò con una ciotola di latte piena fino all’orlo, a indicare che il suo Paese era ormai troppo colmo, sul punto di traboccare.
Un sacerdote fra i profughi aggiunse un pizzico di zucchero nel recipiente: la loro presenza non avrebbe fatto traboccare il vaso, ma avrebbe invece addolcito tutto il Paese.
Oggi la più grande comunità di zoroastriani al mondo vive in India, ma non si è sciolta nel latte della cultura indiana. Costituisce invece una minoranza poco aperta alle contaminazioni e con alcune tradizioni specifiche, tra cui quella di deporre i morti in modo che vengano mangiati dagli avvoltoi.


Il cuore della bonifica pontina

Il giardino di Ninfa è stato dichiarato Monumento Naturale dalla Regione Lazio nel 2000 al fine di tutelare il giardino storico di fama internazionale, l’habitat costituito dal fiume Ninfa, lo specchio lacustre da esso formato e le aree circostanti che costituiscono la naturale cornice protettiva dell’intero complesso, nelle quali è compreso anche il Parco Naturale Pantanello, inaugurato il 15 dicembre 2009.
Il nome Ninfa deriva da un tempietto di epoca romana, dedicato alle Ninfe Naiadi, divinità delle acque sorgive, costruito nei pressi dell’attuale giardino.
A partire dal VIII l’Imperatore Costantino V Copronimo concesse a Papa Zaccaria questo fertile luogo, facente parte di un più vasto territorio chiamato Campagna e Marittima, entrò a far parte dell’amministrazione pontificia. Al tempo contava solo pochi abitanti, ma aveva assunto un ruolo strategico per la presenza della Via Pedemontana: trovandosi ai piedi dei Monti Lepini, era l’unico collegamento alle porte di Roma che conduceva al sud quando la Via Appia era ricoperta dalle paludi. Dopo l'XI secolo Ninfa assunse il ruolo di città e fra le varie famiglie che la governarono ricordiamo i Conti Tuscolo, legati alla Roma pontificia, e i Frangipani, sotto i quali fiorì l’architettura cittadina e crebbe la considerazione economica e politica di Ninfa, ricordiamo infatti che nel 1159 il cardinale Rolando Bandinelli fu incoronato pontefice Alessandro III nella Chiesa di Santa Maria Maggiore. Nel 1294 salì al soglio pontificio Benedetto Caetani, Papa Bonifacio VIII, figura potente e ambiziosa, che nel 1298 aiutò suo nipote Pietro II Caetani ad acquistare Ninfa ed altre città limitrofe, segnando l’inizio della presenza dei Caetani nel territorio pontino e lepino, presenza che sarebbe durante per sette secoli.

In principio era il Kaos o l'Ordine?

"In ogni caos c'è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto." C.G.JUNG

Mantieni il bambino che è in te

La Via Iniziatica
Per entrare nella favole
bisogna essere dei bambini,
oppure Iniziati.
- Hugo Pratt

giovedì 15 agosto 2019

IMBALSAMAZIONE E RIVOLUZIONE

Luca D'Ammando



Lenin morì durante un inverno freddissimo, il 24 gennaio 1924. Siccome il Partito intendeva costruire un mausoleo che ne ospitasse la salma, la terra ghiacciata sulla piazza Rossa fu fatta saltare con la dinamite. Da allora il suo corpo imbalsamato, disteso dentro una teca di cristallo, a due metri di profondità, torna a tormentare ciclicamente la memoria dei russi. Nei giorni delle celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’ottobre a riaccendere le polemiche ci ha pensato Ksenia Sobchak, già presentatrice tv, ora candidata alle elezioni presidenziali del prossimo marzo. «Se fossi eletta – ha detto la figlia del mentore politico di Putin – ordinerei di rimuovere la mummia di Lenin dal Mausoleo e di seppellirla». Le ha replicato Valentina Matvijenko, presidente del Consiglio della Federazione, proponendo un referendum popolare sulla questione. Ma non subito, «c’è ancora un’intera generazione di russi per i quali Lenin ha un grandissimo significato».




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Ecco, l’intramontabile culto della personalità che si intreccia con le contraddizioni della Russia post-sovietica. Più prosaicamente Mikhail Fyodotov, capo del Consiglio russo per i Diritti umani, ha proposto di trasformare il Mausoleo in un museo sulla tecnica dell’imbalsamazione, nella quale i russi sono all’avanguardia nel mondo. Esempio più evidente è il cosiddetto “gruppo del Mausoleo” dell’Istituto di ricerca per le strutture biologiche di Mosca: composto da anatomisti, biochimici e chirurghi, si occupa della manutenzione del corpo di Lenin, ed è arrivato a impiegare fino a 200 persone (oggi sono circa un quarto). Sono loro a conservare anche le salme dei nordcoreani Kim Il Sung e Kim Jong Il e del vietnamita Ho Chi Min. E sono loro che ogni due anni sottopongono la mummia di Lenin a un trattamento speciale: la immergono in una vasca rigenerante riempita di una soluzione formata da glicerolo, formaldeide, acetato di potassio, alcool, perossido di idrogeno, acido acetico e acetato di sodio. Per evitare la disidratazione, il grasso naturale della pelle viene sostituito con un materiale modellabile in paraffina, glicerina e carotene. Infine vengono sostituiti ciclicamente le ciglia e i pezzi di pelle deteriorati.

Ma non c’è solo la Russia. Anche l’Italia può ritenersi storicamente un’eccellenza nell’arte dell’imbalsamazione. Lo testimonia il corpo di Giuseppe Mazzini, spirato il 10 marzo 1872, pietrificato, reso eterno nella carne fatta marmo. La prima vera icona politica del nostro Paese, protagonista di una storia rivoluzionaria anche da morto. Mazzini, che aveva chiesto per sé onoranze funebri discrete («Tutte le commemorazioni, trasporti di cenere, statue, m’intristiscono l’anima»), trovava l’imbalsamazione una profanazione: «Non ho mai capito l’affetto di quei che fanno imbalsamare un cadavere di persona amata». Invece, cercando di trarre dalla morte di Mazzini un’occasione di propaganda, il leader parlamentare dell’Estrema sinistra Agostino Bertani si fece venire l’idea di imbalsamarlo, esponendone la mummia. Per attuare il progetto si rivolse al fratello per affiliazione massonica Paolo Gorini, che da trent’anni andava facendo esperimenti di imbalsamazione nell’ospedale di Lodi. Anziché la tecnica tradizionale, Gorini proponeva la pietrificazione, tecnica che garantiva una maggiore durata (sostituendo i liquidi organici con sali minerali i tessuti s’indurivano), ma richiedeva mesi di lavoro. Così solo il 10 marzo 1873 la salma di Mazzini fu pronta per l’ostensione. Ha scritto Sergio Luzzatto nel saggio 1872. I funerali di Mazzini: «Molta gente villereccia, dinanzi al cadavere, non sapendo come meglio esternare i suoi sentimenti di rispetto e di venerazione, si faceva il segno della croce e mormorava un requie».







Negli stessi anni iniziava a operare la principale dinastia di imbalsamatori italiani, quella dei Signoracci, che si sono occupati di papi, re, aristocratici, artisti e attori. «La nostra famiglia iniziò a lavorare nella morgue dal 1870», ha raccontato Massimo, ultimo erede, tecnico dell’Obitorio comunale del Verano di Roma. «Iniziò tutto con Giovanni Signoracci. Lo chiamavano Er Vetrinone, perché faceva vedere i morti ai parenti solo dietro una vetrina, un po’ quello che succede ancora oggi con i riconoscimenti». La massima notorietà, la famiglia, la conobbe negli anni Sessanta e Settanta con il padre di Massimo, Renato, e con gli altri due zii, Arnaldo e Ernesto, divenuti celebri come imbalsamatori di tre papi: Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I. Tra gli altri, i Signoracci mummificarono Antonio Segni («dovemmo adattarci a lavorare su una porta messa in piano»), Pietro Nenni, Romolo Valli, Paolo Stoppa e Martin Balsam, l’attore che in Psycho impersona l’investigatore privato ucciso da Norman Bates. Cesare, il più esperto, capotecnico dell’obitorio: «L’imbalsamazione è opera di altissimo artigianato, bisogna esserci portati. Ci vuole amore. A tutti noi Signoracci piace tanto imbalsamare i morti. Servono grande precisione, molta applicazione, profonda conoscenza del corpo umano, rispetto per la salma, pazienza biblica». Massimo Signoracci: «Quasi nessun italiano richiede l’imbalsamazione. Da noi non c’è il culto dei morti».

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Mao Zedong


Più che il culto dei morti è stato il culto della personalità a portare alla mummificazione di Abraham Lincoln, il 16esimo presidente americano, nel lontano 1865. Lincoln può essere considerato il primo di una lunghissima schiera. Oggi il corpo di Mao Zedong è esposto nel mausoleo in piazza Tienammen a Pechino. Tra gli ex dittatori comunisti mummificati ci sono anche il bulgaro Georgi Dimitrov e il cecoslovacco Klement Gottwald. Oscura, invece, l’imbalsamazione dell’ex dittatore filippino Ferdinand Marcos: il corpo fu esposto dalla sua famiglia, ma molti sostengono che si tratti solo di una statua di cera. Un capitolo a parte meriterebbe la vicenda del corpo imbalsamato dell’argentina Evita Perón: esposto per due anni, poi scomparso a seguito del colpo di stato militare del 1955, infine ritrovato nel 1971, in una cripta a Milano.
La mancata imbalsamazione del corpo di Hugo Chávez, annunciata alla sua morte ma poi risultata impossibile viste le condizioni del cadavere, è apparsa come una beffa, l’ultimo segno degli ideali rivoluzionari traditi. «Sarebbe stato necessario trasferire il corpo in Russia per 7/8 mesi», spiegò nel marzo 2013 il ministro della Comunicazione venezuelano Ernesto Villegas. Così come la cremazione del corpo di Fidel Castro, di cui il 25 novembre ricorre il primo anniversario della morte, è apparsa come un segnale di cambiamento delle tradizioni, fa pensare che non è più il tempo delle mummie rivoluzionarie.


A meta agosto le Ferie di Augusto che diventa la festa dell'assunzione in cielo di Maria!

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Come al solito i cristiani si imposessano delle feste imperiali e così le ferie di Augusto diventa il giorno dwll'assunzione in cielo di Maria madre e vergine..........di per se il cristianesimo si è impossessato di tradizioni altrui facendole diventare feste slegate dal buon senso!
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martedì 13 agosto 2019

PRENDETEVI A CUORE IL TESCHIO DI UN'ANIMA PEZZENTELLA E COSì SARETE PROTETTI

Napoli, città bellissima e misteriosa, sospesa fra modernità invadente e riti senza tempo
Migliaia di crani allineati sopra interminabili file d’ossa. Come i volumi di una biblioteca surreale che si snoda lungo cunicoli misteriosi. Un labirinto sotterraneo che sembra disegnato dalla mano di un naturalista barocco di casa nella tenebra. Sono le anime abbandonate di Napoli. Le chiamano le pezzentelle, le piccole mendicanti. O, semplicemente, le capuzzelle, cioè le testoline. Protagoniste di un culto che sembra irrompere da lontanissime regioni del tempo, come se le porte dell’Ade si spalancassero improvvisamente sulla contemporaneità.Questi corpi senza nome, usciti dalle fosse comuni degli appestati, affollano il cimitero delle Fontanelle, un ossario che insinua i suoi meandri sotto la collina di Capodimonte. Siamo nel popolarissimo quartiere della Sanità. Ma ci sono capuzzelle anche in altri sotterranei della città. La chiesa seicentesca del Purgatorio ad Arco in via dei Tribunali, le catacombe paleocristiane di San Gaudioso alla Sanità e la basilica di San Pietro ad Aram, una porta degli inferi a due passi dalla stazione centrale. In realtà il sottosuolo di Napoli è una città sotto la città, densa e brulicante come quella di sopra.Da secoli la pietà popolare ha fatto di questi sans papier dell’aldilà i suoi numi tutelari. Perché li identifica con le anime che soffrono in purgatorio. E continuerebbero a soffrire per l’eternità se non fosse per i devoti che accolgono nel loro pantheon familiare questi spiriti in pena. Mettendoli sugli altari domestici insieme ai propri cari. Risultato, migliaia di anni di purgatorio condonati. Così la concezione indulgenziale della vita, tipica della mentalità popolare napoletana, si proietta nell’altro mondo facendone un riflesso ultraterreno del vicolo. E della sua concitata communitas, fatta di un continuo scambio di favori, di beni, di servizi. I riti che si celebrano in questo perturbante underground sono ciò che resta di cerimonie misteriche precristiane che simulavano la discesa agli inferi. E che avevano spesso come location ipogei e luoghi sotterranei. Non a caso la chiesa ha sempre combattuto queste forme di culto, ritenendole delle sopravvivenze pagane. E soprattutto ha condannato con forza la pratica dell’adozione, che di questa religione nella religione, rappresenta il vero mistero doloroso. I seguaci delle capuzzelle dicono di ricevere in sogno l’anima di un defunto che racconta la propria storia e rivela quale sia il suo cranio. Nome e collocazione. Un riconoscimento postumo insomma.Così, come guidati da un navigatore soprannaturale, i devoti vanno a colpo sicuro e individuano tra mille la testa da accudire. È un caso paradossale di adozione a distanza. Perché quel che si fa per il teschio va a beneficio dell’anima.
Oltre alle preghiere e all’accensione di lumini, infatti, il cranio viene meticolosamente pulito e lustrato con alcol e ovatta. E messo in naftalina. Materialmente disinfettato e metaforicamente purificato. Azioni che sostituiscono le astrazioni della teologia. La pulizia progressiva delle ossa corrisponde ai tempi di purificazione dell’anima. È la dottrina del purgatorio a uso e consumo dei poveri
Una generosità sub condicione però. Perché alle anime viene chiesto di ricambiare. Concedendo grazie e favori, proprio come i santi. C’è chi chiede un lavoro, chi è in cerca di marito, chi vuole disperatamente un figlio, chi ha bisogno di trovar casa. E soprattutto malati che domandano di essere guariti. Ma c’è anche chi si aspetta che le anime ricambino il favore dando numeri da giocare al lotto. Proprio come nel mondo antico, dove gli spiriti dei morti senza nome venivano consultati a scopi divinatori.. Quando la grazia arriva il cranio riceve una sorta di beatificazione popolare. Da quel momento diventa una testa potente, una capa gloriosa, esce dalla schiera anonima e viene solennemente sistemato in un tempietto di marmo e vetro con i nomi dei miracolati. Così nel tempo è nato un vero gotha delle capuzzelle.

lunedì 12 agosto 2019

Rimanere sempre all'altezza della situazione

Uesugi Kenshin disse: “non ho mai pensato a vincere, ho solo capito che bisognava essere sempre all’altezza della situazione, e questo è ciò che conta. È imbarazzante che un samurai non lo sia. Se fossimo sempre all’altezza della situazione, non ci sentiremmo mai a disagio”
(II, 35)
Hagakure
Yamamoto Tsunetomo (1659 - 1718)

Roma scomparsa

La demolizione della vera Piazza Venezia è assimilabile, secondo me, a un crimine culturale. Nel 1909 scomparvero il Palazzetto Venezia (al centro) e tutti i palazzi di sinistra, tra cui il celebre palazzo Bolognetti-Torlonia (tutti allineati con via del Corso). Il vicolo che si intravede sulla sinistra era la famosa "Ripresa dei berberi", dove, durante il Carnevale, gli inservienti bloccavano (cioè riprendevano) i cavalli che avevano gareggiato su via del Corso a tutta velocità, senza cavaliere. A sinistra, in fondo, la cinquecentesca Torre di Paolo III Farnese, scomparsa anch'essa nella stessa circostanza.

Templi che hanno mantenuto la loro essenza originale e la loro purezza architettonica

Situata sulla strada provinciale che collega Squinzano a Casalabate, l'Abbazia di Santa Maria di Cerrate, è uno dei più significativi esempi di romanico in Puglia.. L'Abbazia di Santa Maria di Cerrate fu fondata alla fine del XII secolo da Tancredi d'Altavilla, Conte di Lecce. La leggenda vuole che in questo luogo sia apparsa a Tancredi la Madonna, fra le corna di un cervo, da cui il nome . La località fu un importante polo religioso e culturale fino al Cinquecento, successivamente trasformata in masseria. Nel 1711 l’Abbazia venne saccheggiata dai pirati turchi e cadde in uno stato di abbandono, proseguito fino al restauro del 1965 curato dalla Provincia di Lecce. Il complesso rimase di proprietà dell'ente locale fino al 2012, anno in cui è passato al Fondo Ambiente Italiano. L’Abbazia è in stile di romanico e presenta in facciata un portale sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che riproducono scene del Nuovo Testamento e un monaco in preghiera. L’interno dell’edificio era completamente decorato con affreschi databili a partire dal XIII secolo, oggi conservati nel Museo attiguo. La chiesa romanica ha un prospetto monocuspidale animato da una serie di archetti che fa comprendere la spartizione interna della struttura. La facciata presenta un piccolo rosone al centro, una monofora per lato e un duecentesco portale nel cui intradosso son figurati i rilievi dell'Annunciazione della Vergine, della Visita a Santa Elisabetta, dei Magi e della Fuga in Egitto.
Lungo il lato sinistro del tempio, fa bella mostra di sé un portico, risalente al XIII secolo, impreziosito da colonne cilindriche e poligonali che reggono dei capitelli figurati. Di fronte al portico è presente un pozzo ornamentale del XVI secolo. L'interno è a tre navate ed è coperto da un soffitto costituito da travi, canne e tegole. Del 1269 è il baldacchino posto sopra l'altare maggiore. Di notevole interesse sono gli affreschi duecenteschi e trecenteschi: nelle absidi Durante i lavori di restauro furono staccati dalla chiesa alcuni affreschi e trasportati nel vicino museo nel quale sono tuttora esposti: (Dormitio Virginis, Annunciazione della Vergine, Miracolo della cerva, San Giorgio con la principessa, Sant'Anna e San Gioacchino con Maria Vergine, San Demetrio, San Michele e altri Santi).

Simonie istigate

Furioso dibattito sulla Cattedrale di Norwich. La tendenza, da tempo diffusa in Inghilterra, di ospitare all'interno di chiese storiche installazioni d'arte contemporanea, con le quali a volte i visitatori possono interagire, fa ancora un passo avanti. All'interno della Cattedrale di Norwich è stata collocata una torre alta 55 piedi, con l'obiettivo di portare i turisti a un'altezza migliore per ammirare le decorazioni sul soffitto e sulle vetrate. La discesa, tuttavia, avviene attraverso uno scivolo a spirale che corre lungo l'esterno della struttura, che ha l'aspetto luminoso e colorato di un'attrazione da Luna Park. Per salire si pagano due sterline ma il reverendo Andy Bryan, duramente accusato da più parti di trattare la religione come un'attrazione turistica, avrebbe risposto che l'idea gli è venuta mentre visitava la Cappella Sistina a Città del Vaticano. [The Daily Telegraph]

sabato 10 agosto 2019

Amore sciamanico, amore verso la sua donna, che unisce l'essenza di tanti aniamali

Quante rose a nascondere un abisso...

“Trieste è la città, la donna Lina” afferma Umberto Saba nella sua Autobiografia. Trieste e Lina sono i due suoi amori. Sia la città sia la donna, che era diventata sua moglie nel 1909, ispirano alcune delle liriche più belle del Canzoniere..
Un epistolario che abbraccia un periodo molto lungo della vita del poeta.
Vita intrisa di dolore e di nascondimenti, ma sempre illuminata dall’amore per la città:
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva”
da Trieste
e per Lina che è pollastra, giovenca, cagna, coniglia, rondine, formica, ape. Lina è la donna, la sua donna, che unisce in sé tutte le virtù di questi animali. E’ la donna che, più dell’uomo, s’avvicina al mondo della Natura e al Divino:
E così nella pecchia
Ti ritrovo, ed in tutte
Le femmine di tutti
I sereni animali
Che s’avvicinano aDio;
e in nessun’altra donna.

da A mia moglie

venerdì 9 agosto 2019

all'origine della croce

l’ankh era uno dei simboli più importanti per gli antichi egizi, e aveva a che fare con il mistero della vita.
Gli egittologi stanno ancora dibattendo circa le sue origini.
Il geroglifico significa appunto vita, talvolta nel senso di vita eterna. era la chiave che apriva le porte del tempo.
Veniva utilizzato negli amuleti per ottenere energia vitale, rinnovamento e salute.

Un mondo di bugie!

Tutto quello che sai sui re magi è falso

Da  https://www.ilpost.it/2017/01/06/re-magi-maghi-epifania/

Non erano tre, non erano re, non si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e non seguivano una "stella cometa"


Tre uomini vestiti da re magi, il 6 gennaio 2014, in piazza San Pietro, nella Città del Vaticano (Franco Origlia/Getty Images)
Tra i vari personaggi che popolano le tradizioni natalizie, gli ultimi in ordine di arrivo sono i cosiddetti re magi, cioè i tre re orientali che – secondo la versione più popolare – portarono dei doni a Gesù appena nato, dopo essere arrivati in Palestina seguendo la cosiddetta “stella cometa”. Il loro arrivo a Betlemme viene ricordato il 6 gennaio, festa dell’Epifania. I doni che portarono a Gesù erano oro, incenso e mirra (su cosa sia la mirra ci torniamo dopo). Si dice che i loro nomi fossero Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e che fossero di tre etnie diverse: uno bianco, uno nero e uno mediorientale. In realtà, come per altri personaggi presenti nel presepe, nel corso del tempo alla loro storia sono stati aggiunti vari dettagli che non sono presenti nei Vangeli. Per esempio si dice che furono tre perché Gesù ricevette tre regali.
Cosa dicono i Vangeli dei re magi
Non molto, come per tutte le cose che riguardano l’infanzia di Gesù. Solo uno dei quattro Vangeli canonici (quelli accettati dalla Chiesa cattolica) li nomina, quello di Matteo, nel secondo capitolo. Non dice quanti fossero, come si chiamassero o da dove venissero esattamente. Hanno però un ruolo nel seguito della storia, in particolare nella fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e Gesù. Secondo il racconto di Matteo, infatti, sono quelli che dissero al re Erode che era nato il nuovo “re dei Giudei”, quindi fu a causa loro che Erode fece uccidere tutti i bambini sotto i due anni della zona di Betlemme.
«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».
Il capitolo continua dicendo che sulla via del ritorno i magi non ripassarono da Erode, perché un angelo apparve loro in sogno perché cambiassero strada. Un altro angelo invece apparve a Giuseppe per farlo scappare in Egitto con Maria e Gesù.
Le tradizioni successive hanno abbellito di particolari la storia dei magi. Per esempio solo nel Terzo secolo si cominciò a dire che fossero dei re: quest’ipotesi fu suggerita dall’interpretazione di alcuni versetti del Vecchio Testamento secondo cui il salvatore del popolo ebraico sarebbe stato onorato anche dai re. Si pensa che i nomi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, quelli più usati dai cristiani europei, arrivino da un manoscritto greco risalente al quinto o al sesto secolo e scritto ad Alessandria d’Egitto: ci è arrivato in una traduzione latina dell’ottavo secolo, intitolata Excerpta Latina Barbari. Solitamente Baldassarre è rappresentato come re della Arabia, Melchiorre come re della Persia e Gaspare come re dell’India. In altre parti del mondo i cristiani usano nomi diversi: i cristiani siriani hanno sempre usato Larvandad, Gushnasaph e Hormisdas, gli etiopi Hor, Karsudan e Basanater, mentre gli armeni Kagpha, Badadakharida e Badadilma. Ai cristiani cinesi piace pensare che uno dei magi venisse dalla Cina.
Dicevamo della mirra, comunque. La mirra è una resina che si ricava dalla corteccia di diverse piante, tra cui la Commiphora myrrha, un albero nativo della penisola Arabica e di alcune parti dell’Africa orientale. Si usa tuttora per produrre profumi e dentifrici e in passato era usata per realizzare medicinali. Nella storia di Gesù ha un significato simbolico, perché fu una delle sostanze con cui fu unto il suo corpo prima della sepoltura. Gli antichi egizi la usavano per le imbalsamazioni.
Cosa significa “magi”
La versione originale dei Vangeli è scritta in greco antico e al termine “magi” corrisponde “μάγοι”, che arriva dall’antico persiano. Lo storico greco Erodoto (vissuto nel quinto secolo a.C., quindi circa cinquecento anni prima della redazione del Vangelo di Matteo) usò questo termine per indicare i membri una delle sei tribù in cui era suddiviso uno dei popoli che anticamente abitava nella regione che corrisponde all’odierno Iran, i Medi. Quando i persiani conquistarono il regno dei Medi, il termine cominciò a essere usato per indicare semplicemente i sacerdoti. La loro religione esiste ancora, in India, anche se la praticano sempre meno persone: lo zoroastrismo. È un culto monoteista, secondo la tradizione fondata da Zarathustra, conosciuto dai greci come Zoroastro. Anticamente il legame tra religione e astronomia era molto forte e le classi sacerdotali erano anche le più colte, per questa ragione non stupisce che i magi fossero arrivati in Palestina seguendo un fenomeno astronomico.
La parola “μάγος” è passata dal greco al latino “magus” a cui corrisponde sia l’italiano “magio” che “mago”, nel senso di persona dotata di poteri magici: infatti già i greci cominciarono a usare questa parola per indicare i sacerdoti babilonesi, che praticavano l’astrologia e rituali magici. La differenza di significato è stata conservata in italiano usando “magio, magi” invece che “mago, maghi”; in inglese il problema si è risolto traducendo “μάγοι” con “wise men“, cioè “uomini saggi”, oppure conservando il “magi” latino. In altre lingue, come lo spagnolo, i termini “magio” e “maghi” non sono distinti.
E la stella era una cometa?
L’espressione “stella cometa”, che si usa solitamente per indicare il fenomeno luminoso studiato dai magi, è ovviamente sbagliata: una stella e una cometa sono due corpi celesti molto diversi. Le stelle sono grandissime masse – il Sole per esempio è una stella e ha una massa più di 300mila volte quella della Terra – fatte principalmente di idrogeno ed elio in cui avvengono continue fusioni nucleari. Le comete sono pezzi di roccia e ghiaccio che, secondo le teorie più condivise, circa 4,5 miliardi di anni fa si staccarono dai materiali che portarono alla formazione della Terra e degli altri pianeti rocciosi: si sparpagliarono a grandi distanze dal sistema solare a causa della loro interazione con le orbite di Giove, Saturno, Urano e Nettuno, e finirono in un’area chiamata nube di Oort, la cui esistenza è solo ipotizzata perché è talmente buia e remota da non essere osservabile direttamente con i sistemi attuali. Ogni frammento segue una propria orbita e talvolta lascia la nube di Oort finendo nel sistema solare interno, dove diventa osservabile.
La prima persona a pensare che la “stella” citata nel Vangelo di Matteo – in greco “ἀστέρα” – fosse una cometa potrebbe essere stata il pittore Giotto. Fu lui infatti il primo a rappresentare la stella come una cometa in uno degli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova, realizzato tra il 1303 e il 1305, L’Adorazione dei Magi. Gli storici pensano che Giotto rappresentò la stella in questo modo perché tra il 1301 e il 1302 aveva assistito al passaggio della cometa di Halley, una delle più famose nella storia dell’astronomia, che seguendo la sua orbita torna periodicamente ad avvicinarsi alla Terra e al Sole.
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Probabilmente però la “stella” non era una cometa e nemmeno una stella. Secondo uno studio dell’astrofisico e cosmologo americano Grant Mathews, che insegna all’Università cattolica di Notre Dame, il fenomeno celeste citato dal Vangelo di Matteo potrebbe essere stato un eccezionale allineamento planetario accaduto nel 6 a.C.: in quell’anno il Sole, Giove, la Luna e Saturno si trovarono a essere allineati nella costellazione dell’Ariete, mentre Venere era nella vicina costellazione dei Pesci e Mercurio e Marte in quella del Toro. Matthews è giunto a questa conclusioni incrociando il testo evangelico, le informazioni proveniente dalle fonti storiche (comprese le osservazioni degli astronomi cinesi di quel periodo) e dati astronomici. Tra le argomentazioni a favore di questa tesi – che ovviamente non mette in discussione l’idea che i magi si fossero recati a Betlemme – c’è il fatto che per l’astrologia la presenza contemporanea di Giove e della Luna indicherebbe la nascita di un re con un destino speciale. All’inizio la congiunzione era visibile a est e questo spiegherebbe la direzione del viaggio dei magi.