domenica 24 marzo 2019

Segantini: pensieri ed dipinti

Ma nella voce tua s'aprono colli
pietosi e vie per dove ci s'immagina
desti in un'invincibile presenza;
di tutti i modi tristi di durare
ci siamo noi raccolti in questo, certo,
il più tremendo, che non spera quiete.

Mario Luzi
Giovanni Segantini, "Le due madri"

Un pittore alchemico

Agostino Arrivabene, pittore alchemico..
Agostino non è un artista che ama il vociare dei vernissage alla moda, a questi preferisce di gran lunga il silenzio e la riflessione solitaria. In una sorta di rifiuto dal mondo, sceglie di vivere in un edificio a destinazione agricola vicino Pandino, che diventerà sua abitazione e atelier. E’ qui che si rifugia per osservare la vita, con distacco e quiete. La sua casa diventerà la sua wunderkammer, come l’atelier-abitazione di Gustave Moreau, e la riempie di oggetti morbosi come teschi, animali impagliati, feticci perché tutto è simbolo e potrebbe essere fonte di visioni inaspettate, epifanie estatiche. Ogni oggetto può essere osservato in dettaglio come fa con le sue Nature Morte. Esercizi di stile, ma anche personalissimi motivi di vanitas. I classici elementi dell’effimero come teschi, farfalle e fiori sono assemblati in maneria totalmente inusuale da costituire opere compiute a tutti gli effetti. Vanitas per eccelenza è però l’autoritratto, che Agostino ripropone riprendendosi in vari momenti: quello poeticissimo tra le lucciole, quello in estasi col volto evanescente.
E’ in questi anni che Agostino elabora quelli che si potrebbero definire “i miti dello strappo o della perdita”: Persefone e Orfeo, temi che riprenderà sempre nel corso della sua carriera. Due miti in cui il protagonista è destinato suo malgrado a scendere nell’Ade, Persefone per inganno e Orfeo per amore, entrambi divisi per sempre l’una dalla madre l’altro dall’amante. La pittura per Agostino non è che questo, discesa agli Inferi alla ricerca di ciò che si è perso. L’Arte è la soglia da attraversare, limen iniziatico per iniziare la ricerca. “L’arte mi permette di esternare i miei lati più oscuri”, una reimmersione continua nell’oscurità, come Il nuotatore degli abissi....

I Megaliti di Malta


i grandi templi megalitici di Malta risalgono a mille anni prima di Stonehenge..L'arcipelago maltese è composto da due isole principali, Malta e Gozo. Tra di esse si trovano due isole piccole, Comino e Cominotto; e a Sud un piccolo scoglio chiamato Filfla. L'altitudine massima di Malta è 258 metri, quella di Gozo 194; e la Sicilia dista soltanto 95 Km.
Il più antico sito rituale conosciuto a Malta è la grande grotta di Ghar Dalam (Ghar significa appunto grotta e si pronuncia “aar”): " Le grotte, con la loro atmosfera fredda e segreta, le stalattiti e le stalagmiti e i corsi d'acqua sotterranei, emanano un senso di mistero paragonabile forse alla stessa rigenerazione della vita: gli spazi chiusi delle caverne simboleggiano il canale del parto e il grembo della dea." (Maria Gimbutas, Le dee viventi, ed. Medusa) Gli antichi maltesi abitavano già in case e villaggi, e questa grotta aveva la funzione di una grande cattedrale naturale. Ghar Dalam è una grotta molto lunga e con poca pendenza, non molto profonda (non nel tratto aperto ai turisti), sdrucciolevole come tutte le grotte; e le parole della grande archeologa lituana sono davvero perfette per descrivere il senso di sacro che si riceve percorrendola.
I templi veri e propri risalgono al neolitico. Dopo la fase di Ghar Dalam (dal 5000 a.C.), inizia la costruzione dei templi. Gli studiosi la dividono in varie fasi, che hanno i nomi delle località in cui si trovano le costruzioni o quel che ne resta: le fasi di Skorba e di Zebbug , a partire dal 4100 a.C. ; la fase di Mgarr (dal 3800 a.C.), di breve durata; e poi quella di Xemxija nella St.Paul's Bay. I grandi templi megalitici, i più antichi d'Europa, vengono dopo queste fasi; sono ad essi successivi la Piramide di Cheope (2500 a.C.), Stonehenge (2300 a.C.) e i palazzi minoici di Creta (1800 a.C.).
Il primo dei grandi templi è quello di Ggantija, nell'isola di Gozo, che risale al 3600 a.C.; seguono quelli di Ta'Hagrat, Skorba, Mnajdra e Tarxien. Ggantija fu portato alla luce nel 1827. Si tratta di due templi affiancati e separati, uniti da un unico muro di cinta; il Tempio Meridionale è più grande ed ha cinque absidi. I due templi furono utilizzati dal 4100 a.C. al 3000 a.C. Erano dedicati al culto della fertilità, e vi si veneravano le famose figure femminili, nell'ambito del culto della Dea Madre.Al 3300 a.C. risale l'ipogeo di Hal Saflieni, che si sviluppa da 3 a 10 metri di profondità, per una superficie complessiva di 2500 metri quadrati. Fu usato sia come tempio che come luogo di sepoltura; si sviluppa su tre livelli sotterranei con grandi camere e ampi spazi. Le camere ripetono gli stessi elementi architettonici dei templi all'aperto, e sono ricche di decorazioni. Qui fu rinvenuta la famosa statuetta della Dormiente.
Durante questa fase appaiono i primi templi a doppio asse come Skorba, Mgarr e Tarxien; e successivamente quelli di Hagar Qim e Mnajdra, nella parte meridionale dell'isola. E' interessante notare la pianta di queste costruzioni: gli ingressi corrispondono ai punti cardinali, ci sono più altari e varie "navate", e il perimetro della mura ha sempre una forma arrotondata, circolare o ellittica: le forme dell'uovo, simbolo di fecondità, ma anche del seno materno, e dei glutei. Non è un caso, ovviamente: anche le statuette di questo periodo, le famose Veneri preistoriche, hanno forme sovrabbondanti, a sottolineare ricchezza e fecondità; e la nostra bella Dormiente ha queste forme, e riposa su un giaciglio di forma ovale. Hagar Qim è costituito da quattro templi; il maggiore, rivolto a Sud, è al centro del complesso. Mnajdra è costituito da due templi affiancati ma non comunicanti, ognuno con un proprio ingresso; è a circa 500 metri da Hagar Qim, verso il mare. E' su una piccola altura che offre una spettacolare veduta, che dà sullo scoglio di Filfla...

Al di là delle religioni

"Una persona che ha raggiunto la verità ultima vede che non vi è alcuna religione. Vi è solo una certa natura che possiamo chiamare come vogliamo. Possiamo chiamarla "Dhamma", possiamo chiamarla "Verità", possiamo chiamarla "Dio", "Tao" o come vogliamo, ma non dovremmo specificare quel "Dhamma" o "Verità" come buddhismo, cristianesimo, taoismo, giudaismo, sikhismo, zoroastrismo, o islam, poiché non possiamo né catturarlo né confinarlo con etichette o concetti. Tuttavia queste divisioni avvengono perché la gente non ha ancora realizzato in sé questa verità senza nome. [...] Il non attaccamento...è il cuore di ogni religione. È l'essenza del Dhamma. Se vi è un Dio, può essere trovato solo in questo non attaccamento."
Buddhadasa, asceta e filosofo thailandese (1906-1993) - "No religion", 1967

L'eretico che faceva paura!



Il 27 ottobre del 1553 a Ginevra fu messo al rogo dai calvinisti come eretico MICHELE SERVETO (Miguel Servet y Reves, 42 anni) teologo, umanista e medico spagnolo.
Serveto nasce a Villanueva (Spagna), un piccolo villaggio a novanta chilometri da Saragozza, in una famiglia di un notaio, rigorosamente cattolica e  abbastanza agiata. In un primo momento Serveto era stato destinato al sacerdozio, cosa che non avvenne, ed ebbe una solida cultura umanistica, sviluppando un’ottima conoscenza di latino, greco, ebraico, filosofia e matematica.
A 14 anni Serveto si mise al servizio di Juan de Quintana, un francescano minorita, docente all’Università di Parigi e interessato alla figura di Erasmo da Rotterdam. Serveto completò poi i suoi studi all’Università di Tolosa (Francia). Viaggiò al seguito di Quintana e nel 1530 assistette a Bologna all’incoronazione di Carlo V (di cui Quintana era divenuto, da poco, confessore) da parte del papa Clemente VII. Incoronazione che siglò la pace tra Impero e Chiesa, mettendo fine alle guerre d’Italia.
Nel frattempo, cominciando la sua attività di teologo e non essendo riuscito a stabilire una forma di dialogo con alcuni teologi Riformatori, Serveto  decise di pubblicare direttamente le proprie idee in un libro, De trinitatis erroribus (Gli errori sulla Trinità), nel 1531. Il  libro riportava il nocciolo del pensiero di Serveto: la natura di Dio non era  divisibile e le tre persone divine (un vero ostacolo per la conversione di ebrei e mussulmani alla Cristianità) erano soltanto tre suoi aspetti.
Il libro ebbe una certa diffusione e gettò nello scompiglio i pensatori protestanti: da Lutero (che lo definì “un libro abominevolmente malvagio”) a Melantone a Bucero. Quest’ultimo gridò dal proprio pulpito che l’autore avrebbe meritato di essere squartato! Messo sotto pesante pressione da parte dei Riformatori svizzeri, Serveto pubblicò  l’anno seguente una parziale ritrattazione sotto il titolo di Dialoghi sulla  Trinità: tuttavia la ritrattazione era puramente di facciata e gli argomenti esposti rinforzarono il suo precedente pensiero.
Sempre nel 1532 attirò anche l’attenzione dell’Inquisizione cattolica di Saragozza (Spagna), che istituisce un primo processo contro di lui e a Tolosa verrà emesso un decreto per il suo arresto. Ma lui riuscirà a sottrarsi: isolato, senza soldi ed  in pericolo di essere accusato d’eresia, letteralmente scomparve emigrando a  Parigi dove visse sotto uno pseudonimo.
Si mise, in seguito, a fare il correttore di bozze a Lione e, nel correggere libri di  medicina, si appassionò alla materia tanto da ritornare a Parigi e iscriversi alla facoltà di  medicina, dove studiò per quattro anni con Andrea Vesalio (1514-1564) fino alla  laurea e dove scoprì l’importanza della circolazione polmonare del sangue (alla fine del XIX secolo, Robert Willis (1799- 1878) un medico ricercatore scozzese, scrisse che gli studi di Serveto in questo campo erano da considerarsi «eccellenti»).
Serveto fu attirato dallo studio della circolazione sanguigna perchè il sangue nella Spagna del suo tempo era concepito come il veicolo dell’impurità dei marrani ( gli ebrei convertiti a forza) e il sigillo della nobiltà dei cristiani in quanto nutriti del corpo stesso di Cristo. Per Serveto non c’era separazione tra ricerche mediche e discussioni teologiche: parlando del sangue e del processo di respirazione e inspirazione egli parlava, nello stesso tempo, il linguaggio della fisiologia e quello della religione per combattere pregiudizi e superstizioni: Serveto quindi univa, tra i primi, ricerca scientifica e pensiero teologico cercandone un rapporto di arricchimento reciproco. Studiò anche matematica all’università di Parigi per due anni con ottimi risultati che gli permisero di insegnare nell’ateneo. Inoltre tenne lezioni sulla geografia e  astrologia molto apprezzate.
Nel 1540 andò a Vienne (Francia) invitato dall’arcivescovo, che lo conosceva fin dai tempi parigini e che lo volle come medico personale. Serveto avrebbe potuto trascorrere una tranquilla vita di provincia, tuttavia egli si mise pericolosamente in vista scrivendo un’analisi critica di testi dell’antico Testamento (i Salmi e i Profeti), dove  contestò l’interpretazione corrente che considerava alcune frasi dei testi come profezie della venuta del Cristo. Queste sue note furono successivamente iscritte nel famigerato Index librorum prohibitorum cattolico del 1557.
Serveto mostrava capacità esegetiche della Bibbia molto avanti nei tempi e assolutamente non accettate dalle varie istituzioni religiose.
Inoltre si mise in contatto con Giovanni Calvino (1509- 1564) per discutere con lui di argomenti  dottrinali, ma la corrispondenza degenerò ben presto in rissa verbale, dalla  quale il riformatore ginevrino si chiamò fuori non rispondendo più alle provocazioni, richieste e sollecitazioni  espresse sotto forma di trenta  lettere del medico spagnolo. Anzi Calvino fece di più: informò vari suoi discepoli che se mai Serveto si fosse recato a Ginevra, egli avrebbe fatto di  tutto affinchè Serveto non lasciasse vivo la città.
All’inizio del 1553 Serveto fece pubblicare con immense difficoltà a Vienne, in forma anonima, la sua opera principale Christianismi restitutio (La restaurazione del Cristianesimo), basato sui due libri precedenti e sulle trenta lettere scritte a Calvino, che profetizzava la fine del regno dell’Anticristo (il Papa).
Ma a Vienne, nel 1553, è arrestato, processato e condannato. Un errore dello stampatore Frellon di Vienne fu fatale: questi infatti mandò  sbadatamente una copia del libro a Calvino. Il riformatore ginevrino allora, attraverso suoi conoscenti di Lione, avvertì il nuovo arcivescovo locale, il cardinale François de Tournon, della presenza a Vienne ( che si trovava nella diocesi lionese) del  noto eretico Michele Serveto, sotto le mentite spoglie del medico Michel de Villeneuve.
Calvino aiutò perfino l’inquisitore domenicano Mathieu Ory inviando prove documentali  della colpevolezza di Serveto, che venne arrestato ma che riuscì ad evadere corrompendo  delle guardie. Serveto venne quindi condannato per il momento, in contumacia, al rogo della sua effige con tutti i suoi libri.
Egli era ancora libero ma senza un posto dove andare e per quattro mesi non si ebbero più notizie precise di lui: egli sarebbe rimasto qualche tempo in Spagna e di qui avrebbe deciso di raggiungere Napoli per via di terra. Dopo aver pernottato in Savoia, arrivò a Ginevra il 13 agosto 1553, prese una stanza in un albergo per poi,  con un traghetto domenicale, attraversare il lago di Ginevra, giungere nell’Italia settentrionale e, infine, recarsi a Napoli. Sembra che, essendo domenica, abbia giudicato più prudente, per non farsi notare, assistere – come tutti facevano obbligatoriamente – alle cerimonie religiose, entrando così nella chiesa della Maddalena. Purtroppo fu immediatamente riconosciuto ed  arrestato.
Calvino aveva finalmente l’occasione d’oro per sbarazzarsi di un pericoloso  dissidente, che, libero, avrebbe potuto, tra l’altro, essere utile  all’agguerrita opposizione interna alla sua chiesa riformata, rappresentata dal partito dei libertini o  guglielmini, molto critica con la sua gestione teocratica e dittatoriale della città. Il processo si rivelò una battaglia persa in partenza per Serveto, contro il quale Calvino usò ogni mezzo, coinvolgendo nel giudizio finale le chiese riformate di  Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa.











Il cippo dedicato a Serveto a Ginevra










Serveto capì che il suo destino era definitivamente segnato. Chiese di essere ucciso «con la spada», perché aveva paura di cedere alla sofferenza e di ritrattare tutto. Neanche questo gli fu concesso. Il 27 ottobre del 1553 fu condotto, nel rione di Champel di Ginevra, su «una catasta di legno ancora verde», sulla testa gli fu messa una corona di paglia e foglie cosparsa di zolfo e gli fu dato fuoco insieme ai suoi libri. Morì dopo lunghe sofferenze e molti tra i ginevrini presenti aggiunsero legna alla pira.
Serveto morì con dignità sul rogo e fedeltà alle sue idee, avendo  rifiutato anche l’estremo tentativo del pastore di Neuchatel, Guglielmo Farel, di salvargli la vita in extremis, se avesse ammesso per iscritto i suoi errori. I resti di Serveto andarono dispersi.
Serveto fu un martire della libertà di pensiero ( 50 anni prima di GIORDANO BRUNO) bruciato vivo non già da cattolici oscurantisti obbedienti alla Chiesa di Roma, ma dal principe dei riformatori, Giovanni Calvino. Cattolici, luterani e calvinisti si unirono in una strana alleanza per perseguitare e condannare la sua ricerca teologica, biblica, medica e geografica tesa a superare pregiudizi e oscurantismi religiosi e scientifici: la sua libertà di pensiero e di ricerca faceva paura a qualsiasi chiesa…
Nel 1903, la città di Ginevra fece erigere in Place Champel (il luogo  dell’esecuzione), come espiazione e riabilitazione, un cippo alla memoria dell’eroico teologo-medico Miguel Servet.
Sebastien Castellion (1515- 1563) umanista e teologo francese, tra i primi sostenitori della tolleranza religiosa, scrisse “ Contro il libello di Calvino” per confutare le tesi che Calvino aveva enunciato in un suo “libello” per giustificare l’esecuzione di Serveto. Così scrisse Castellion:
“Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa.”

sabato 23 marzo 2019

La Madonna Nera del Pilastro

Statua in legno di pero di Notre-Dame du Pilier (“Nostra Signora del Pilastro”), conosciuta comunemente come la Madonna Nera di Chartres, conservata all’interno della Cattedrale e risalente al 1540.
Molto diffuso in varie località dell’Europa, il culto delle Madonne Nere ha suscitato innumerevoli dibattiti e ipotesi interpretative. Anche in questo caso una componente di continuità con la religiosità pre-cristiana è fuor di dubbio: le immagini di Iside e di Cibele erano spesso raffigurate con il volto scuro, da collegarsi sia con l’aspetto notturno e lunare, sia con l’aspetto ctonio e di richiamo alla terra e alla sua fertilità. Anche la Vergine appare come particolarmente legata a luoghi sotterranei, grotte e anfratti. Sia a Chartres che a Le Puy la Madonna Nera era venerata in cripte profonde. In molti casi l’immagine sacra si riteneva scesa dal cielo o arrivata dal mare. Evidenze di continuità con la tradizione più antica sono presenti ad esempio al Santuario di Santa Maria dell’Impruneta, presso Firenze, dove gli scavi archeologici hanno messo in luce, sul luogo ove sorge oggi l’edificio sacro, tracce di un culto delle acque che risale all’epoca etrusca. Il santuario era collegato a una fonte, ritenuta miracolosa, e la Madonna venerata come protettrice delle acque, regolatrice delle piogge e della piena dei fiumi.
Un legame particolare si può tracciare con la figura di Iside, che sembra aver anche anticipato la classica iconografia della madre con il bambino in braccio. Tale legame tra le due figure femminili viene evidenziato dalla lettura di Cardini: “Maria è madre del Cristo Salvatore, come Iside è madre di Horus salvatore; entrambe tengono in grembo il loro bambino e l’allattano; entrambe lo sottraggono ai rispettivi persecutori, Iside conducendolo nella palude di Chemnis e Maria in Egitto. Lo stesso fatto che Maria scelga per la sua fuga la patria di Iside, e che nell’Egitto cristiano il culto di Maria sia divenuto tanto forte, non costituiscono prove ulteriori di questo rapporto privilegiato?”.
Analogamente, la Madonna Nera venerata a Tindari, in Sicilia, fu trovata, secondo la leggenda, arenata sulla spiaggia, come Afrodite, della quale si narrava la nascita dalle acque marine sulle coste dell’isola di Cipro. A Crotone, la Madonna Nera è venerata dalle ragazze in attesa d’un marito, ed è significativo che in questa località sorgesse un famoso santuario dedicato a Hera Lacinia, patrona del matrimonio .

giovedì 21 marzo 2019

Oggi per chi era al Panteon di Romaa mezzogiono poteva assistere all'evento dove i raggi solari illuminavano il pavimento dell'atrio.

Nell'equinozio, a mezzogiorno, i raggi del sole che entrano dall'occhio in cima alla cupola passando per la griglia al di sopra della porta per illuminare il pavimento dell'atrio.