giovedì 26 marzo 2020

La Grande Divinità che è sempre con noi

Un luogo con la pescheria usata dai templari

Santa Fiora esiste da sempre , o almeno questa è l’impressione che dà a chi la vede. Con quell’atmosfera tranquilla, serena, raccolta intorno al laghetto artificiale della Peschiera da cui partono le sorgenti del fiume Fiora, ricostruita sempre più bella dai diversi terremoti che hanno colpito il territorio … dà idea che qui nulla di brutto potrà mai succedere. Luogo ideale per la vostra vacanza, perché qui monti, acqua e storia si fondono in un unico grande monumento a cielo aperto!
Il medioevo è il principe di tutti i monumenti del paese. Si respira ovunque e vi avvolgerà completamente. Splendide le chiese, grandi e importanti oppure piccole, semplici ma non meno affascinanti, come Sant’Agostino, Madonna delle Nevi, Santa Chiara, il Suffragio o San Rocco.
I resti del convento San Michele sono anche esse un monumento da ammirare, ma lo è ancor di più l’antica Sinagoga di cui restano solo poche testimonianze nell’area detta “del Ghetto”. Per ammirare qualcosa di davvero incantevole andate in Piazza Garibaldi, sulla quale si affacciano palazzi cinquecenteschi come lo Sforza Cesarini, o il Pretorio, o la bellissima Torre dell’Orologio. Da questa piazza parte anche la via che conduceva un tempo al castello, di cui restano oggi rimanenze delle mura difensive.

Orti monastici rinati sull'Appia Antica

In questi luoghi fiorisce ancora l'Agnocasto, il 'pepe dei monaci' per non tradire il voto di castità
La quiete, in alcune ore della giornata, è quasi la stessa. Il paesaggio, no, dopo secoli è inevitabilmente mutato e nell'aria non risuonano più le litanie dei monaci in preghiera. Ma a cercar bene, tra le aiuole, lui si può trovare ancora: il Vitex angus-castus, banalmente detto Agnocasto, sempre in grado con i suoi petali bianchi o blu-violetto, di calmare ogni indesiderato bollente spirito.
Quinto miglio dell'Appia antica, proprio accanto alla Villa dei Quintili, nel pieno della campagna romana: qui ha riaperto i cancelli e giardino Santa Maria Nova, antico casale costruito su un Castellum Acquae dei tempi di Adriano, per anni ricovero delle guarnigioni d'onore di Commodo ma a partire dal XIV secolo dimora dell'ordine monastico dei Benedettini Olivetani.
E proprio a loro è dedicato il recupero botanico con cui la Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Roma ha riportato qui colori e profumi del Medioevo.
''Non c'è una bibliografia specifica su Santa Maria Nova'', racconta all'ANSA l'agronomo Francesco Bardesino che con Francesco Rinaldo e la loro Horti di Veio ha curato il riallestimento del giardino. ''Abbiamo seguito le caratteristiche comuni dell'Hortus Conclusus (dal latino, orto recintato)'', il tipico giardino medievale di monasteri e conventi. Che non era considerato solo luogo di riposo e preghiera, ma, racconta ancora Bardesino, ''doveva anche aiutare nella sussistenza dei monaci''. Oggi come allora, dunque, nelle aiuole di Santa Maria Nova sono tornate a crecere più di 200 piante, tra erbe aromatiche, alberi da frutta e fiori ornamentali, involontari narratori di storie e tradizioni.
Come la mela cotogna, che era alla base dell'alimentazione del tempo, o il Melograno, nel Medioevo simbolo della Resurrezione di Gesù. E poi il fiore del Lilium Candidum, che Augusto impose di coltivare limitare le importazioni e nei secoli divenuto simbolo di purezza e castità associato alla Madonna. O ancora la Rosa Bracteata, importata dalla Cina nel 1793, che Carlo Magno indicò come secondo fiore da coltivare dopo i gigli.
Tra le piante d'alto fusto, è tornato il Sorbo, sin dai tempi dei Romani utilizzato sia per farne una bevanda, la cerevisia, che per conciare le pelli con gli estratti delle sue foglie.
Soprattutto, prosegue Bardesino, ''i monaci facevano largo uso di piante officinali''. Ecco allora che tra un raro Tasso femmina (riconoscibile per le sue bacche rosse) e il Gelso che un fulmine ha trasformato in una freschissima seduta incoronata dalle foglie, cresce l'Issopo, ottimo rimedio contro la tosse. Poco più in là, la Ruta, i cui fiori gialli erano alla base di ritrovati medici e liquori. E soprattutto il Vitex angus-castus, l'Agnocasto, noto anche come il ''pepe dei monaci'', per quel sapore piccante dei frutti, a dispetto invece dell'effetto procurato.
Gli Olivetani, infatti, lo utilizzavano come anafrodisiaco, per spegnere cioè quei bollenti spiriti che potevano indurre in tentazione e non tradire così il voto di castità. Un uso, in verità, suggerito sin dall'antichità. Già il medico greco Dioscoride lo consigliava per diminuire la libido. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia scrive che veniva sparso sui letti delle donne ateniesi per garantirne la fedeltà quando i mariti erano in guerra. E anche Pietro Andrea Mattioli, medico e botanico senese del '500, ne lodava le funzioni: ''costringe gli impeti di Venere, tanto mangiato fritto quanto crudo. Si crede che non solamente mangiandosene o bevendosene faccia gli uomini casti ma ancor giacendovisi''. E non si sbagliavano, perchè la chimica moderna conferma: tra i suoi costituenti si trova la vitexina, flavonoide dalla proprietà rilassanti.
''Abbiamo costruito un giardino il più possibile autosufficiente - conclude Bardesino - L'idea è di proseguire per tappe, fino a riempire tutte le zone dei claustra, come immaginiamo potevano essere al tempo dei monaci''.
(Ansa)

mercoledì 25 marzo 2020

Alchimia a Palazzo Vecchio

A Firenze all’interno di Palazzo Vecchio, si trova un vero e proprio gabinetto alchemico, ricco di informazioni esoteriche, celate da una simbologia analogica.
E’ lo studiolo di Francesco 1°dei Medici, figlio di Cosimo ed Eleonora di Toledo.
Nel piano inferiore alcune tele del Vasari, Bronzino, Marchetti, sono raccolte come teche o “file” di un prezioso schedario.
Le stesse sono porte di uno scaffale, icone, al di là delle quali sono raccolte sostanze allusive al dipinto, che esistono in natura, ma sono trasformate con l’arte spagirica.
Il primo raffigura una maga nuda che con l'’aiuto del fuoco e di un filtro ringiovanisce Esone.
Segue il giardino delle Esperidi che esprime la connessione del mondo vegetale con le sostanze alchemiche.
Nel terzo il centauro Chirone, grande sapiente, inizia Achille, che tramite l’athanor apprende l’arte. Chirone era metà uomo e metà cavallo.
La parola kaivalia è stata trasformata in cavallo. Chirone o Kiron in greco, equivale a Guro. Quindi Chirone era un Maestro allo stadio del kaivalin (solitudine) che è uno dei cinque gradi del Sattva: Yoga, Sidda, Kaivalin, Moksa, Chakravartin. Il mito è quindi una verità coperta da veli.
La volta è la parte nobile. Sono raffigurati i simboli dello zodiaco, chiave della trasmutazione degli elementi.
Al centro Prometeo che ha rubato il segreto del fuoco e attorno a lui le allegorie della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco. Elementi freddi e secchi, caldi e umidi che consentono di passare da uno stadio all’altro dell’essere, attraverso una alchemica trasformazione.
Da una porta pannello si accede alla camera cubica, dove sono deposte le gemme più preziose. Nella cupola sono rappresentate la Matematica, la Musica e la Mistica.
Questo è il luogo della Meditazione, dove la Mente è spinta ad oltrepassare la soglia dell’umano e si accinge ad accostarsi al Divino.Una emblematica raffigurazione della teoria delle tre “M” : Matematica, Musica, Meditazione.
Francesco era in costante comunicazione con un altro emblematico e misterioso personaggio, Rodolfo II d’Asburgo, che a Praga coltivava come lui, la passione per l’esoterismo. Rodolfo avrebbe compiuto “la Grande Opera”.
Alla sua morte furono trovati nel suo laboratorio 84 quintali di oro e 60 d’argento in lingotti a forma di piccoli mattoni, nonché una quantità di polvere grigia, ritenuta la “pietra filosofale” o “polvere di proiezione”.
Per questo si sarebbe circondato di ermetisti come Faust, Agrippa, Paracelso, Kelley, Sendivogius, Giordano Bruno, Arcimboldo, Tycho Brahe, che sistemò nella “viuzza d’oro”, una stradina lillipuziana e onirica alla periferia del sontuoso castello di Praga.
Una lapide, nell’ala vecchia del castello, attesta ancor oggi l’avvenuta trasmutazione alchemica.
Entrambi appartenevano all’Ordine segreto della Rosa + Croce, una società iniziatica e misterica, che aveva in quell’epoca un riferimento in Federico del Palatinato che ad Hidelbergh fondò una università che studiava l’ ermetismo e l’ occultismo

martedì 24 marzo 2020

La Danza della gioia...

Il 15 novembre 1833, a Ruvo di Puglia, venne rinvenuta una tomba dell’Età Minoica con un affresco illustrante il mito di Teseo, legato cioè al mistero della morte e della rinascita. L’affresco venne ritagliato dalla parete della tomba e inviato in dono al re di Napoli. La raffinata pittura mostra una trenodía di fanciulle che eseguono una danza corale, formando una catena, le braccia incrociate, porgendo la destra alla compagna che sta dietro e la sinistra a quella posta davanti, animando una coreografia circolare evocante il mito orfico delle continue rinascite
Plutarco scrive del mito di Teseo e fa riferimento proprio al significato della performance coreutica delle fanciulle: «Nel viaggio di ritorno da Creta, Teseo si fermò a Delo. Dopo aver sacrificato al dio e offerto come dono votivo l’immagine di Afrodite che aveva ricevuto da Arianna, eseguì, insieme a delle ragazze , una danza che dicono sia ancora in uso presso quelli di Delo e che riproduce i giri, i passaggi del Labirinto: una dan­za consistente in contorsioni ritmiche e movimenti circolari. Gli antichi la chiamarono “danza della gru”, giustificando spesso la denominazione con la disposizione dei ballerini in fila li­neare, come fanno gli uccelli migratori».
È, secondo gli studiosi, in allegoria pittorica, la “danza di gioia”, della liberazione delle anime dalla prigione della materia caduca, in volo verso l’Elisio dell’eternità senza dolore né morte. I festoni di melagrane, il panneggio ondulante delle vesti delle danzatrici, riportano la vittoria sull’oltretomba del fluire inarrestabile della vita, esplodente in colori e ritmo irrefrenabile.
L’affresco è attualmente al Museo Archeologico Nazionale di Napoli...

La vecchia Bacucco

Arsita si erge su una collina a 470 m s.l.m. nell’alta Valle del Fino, alle propaggini del Massiccio del Gran Sasso.
Fino al XIX secolo, il nome del paese era Bacucco, che secondo alcuni studiosi deriverebbe da Bacuccum, cioè dal Dio Bacco, mentre secondo altri deriverebbe dalla parola abruzzese bacùcche, che significa capanna di paglia e argilla oppure riparo di frasche ..Il nome di Bacucco fu cambiato in Arsita con il Regio Decreto del Re Vittorio Emanuele III del 21.12.1905, in seguito alla Relazione del 3.9.1905 del Consiglio Provinciale di Teramo, su richiesta degli abitanti che erano dileggiati da quelli degli altri paesi in quanto la parola “bacucco” nell’accezione comune abruzzese significa “vecchio imbecille”.
Il nome Arsita, che deriva da arsus-arsetum (luogo arso o bruciato, probabilmente perchè carente di acqua) compare in alcuni antichi documenti, a partire XI secolo, relativo ad un Castello ubicato in una località vicina a Bacucco. Infatti, mentre il Castello di Bacucco era ubicato nella parte più alta della collinetta, dove sorge il paese, il Castello di Arsita si trovava in località Cima della Rocca (923 metri s.l.m.), sotto la quale si trovava la Chiesa di S. Giovanni, sull’omonimo Colle di S. Giovanni (729 metri s.l.m.), dove vi era un tempio italico dei Vestini.
Successivamente, il Castello di Arsita è scomparso, ma il nome è rimasto al toponimo.
Infatti, nella descrizione della zona fatta nel 1787 per ordine del Re di Napoli e nel Necrologio Atriano, redatto da Vincenzo Bindi e pubblicato su Monumenti Archeologici, si parla di Berardus Raineij Arsete e di Reynerij Arsete.
La zona è abitata sicuramente dal I° Millennio a. C.: NEl periodo italico, Bacucco fa parte della Vestinia , separata dal fiume Fino dal territorio dei Sabini Adriatici (l'Ager Hadrianus). Al tempo dei Romani il Fino segna il confine tra la Regione (Regio) IV Sabina et Samnium e la Regione V Picenum. Successivamente, nel periodo longobardo, il fiume Fino segna il confine tra il Ducato di Spoleto ed il Ducato di Benevento .
Alla fine dell’Ottocento, sono state rinvenute delle tombe in cui c’erano fibule di bronzo, risalenti all’VIII sec. a.C. , ed ornamenti personali risalenti al VI sec. a.C.. Inoltre, è stata rinvenuta un’arula in terracotta, del II sec. a.C., che raffigura un combattimento tra un greco ed una amazzone. Infine, è stata scoperta una necropoli del periodo romano- augusteo, con tombe alla cappuccina, contenenti urne cinerarie del periodo romano e corredi composti da lucerne, unguentari a forma di bottiglietta in ceramica ed in vetro. Sono stati anche trovati resti di edifici di vario tipo, con pavimentazioni, condotte idrauliche di piombo, statuine votive di bronzo e monete romane...Da visitare
Chiesa di S. Maria di Aragona, ad un paio di KM dall’abitato, sulla strada che porta a Farindola ed a Penne, da cui si gode un bellissimo panorama su Arsita. E’ stata costruita nel XV secolo, con mura in pietre e laterizi legati con poca malta. Sulla facciata, preceduta da un portico del XVII secolo, si aprono due piccole finestre, ai lati dell’ingresso. L’interno, a navata unica, ha la copertura a capriate, con mattoni decorati con un rombo rosso. L’arco Trionfale è gotico. Sul pavimento, una lastra di pietra con una croce, indica l’antico cimitero con l’ossario. Sulla parete di destra, ci sono tracce di un affresco, probabilmente del XV secolo, che raffigura una figura femminile velata , leggermente china, che ha una mano sul ventre e l’altra sul seno...

domenica 22 marzo 2020

Quando Camilla Cederna scrisse --Casa Nostra--, un capitolo descriveva l'attività del mobile d'are nella Bassa Veronese l

 Risultato immagini per Camilla Cederna "Casa Nostra" parla di Bovolone
Prendo a prestito, come introduzione, le parlore di Ulisse Scavazzini, e su queste cerco di ragionarci.
Il titolo lo potremo fissare anche: quando a Bovolone e Cerea era diffusa la ricchezza attraverso il mobile d'arte.

Cosi inizia l'articolo di Ulisse Scavazzini edito nel 2015  https://centrostudiricerche.wordpress.com/2015/07/11/ce-ancora-uno-spazio-per-il-mobile-della-bassa/
--Vi ricordate quando nel 1983 è uscito il libro “Casa Nostra” di Camilla Cederna? Bovolone e paesi limitrofi ebbero un vero e proprio scossone, tutti eravamo indignati per come l’autorevole scrittrice in una decina di pagine aveva dipinto i nostri costruttori di mobili “moderni ma antichi”, per usare l’antitesi con la quale l’autrice aveva titolato il paragrafo che ci riguarda..........--  L'articolo continua e chi lo vuole legger integralmente sopra ho riportato il link.

Scavazzini  si dimentica di come ne uscì il sindaco di Bovolone sopratutto la figuraccia , ci fu anche uno strascico giudiziario che finì per dar ragione alla scrittrice. Certo la Cederna viveva raccontando le contraddizioni palesi, ma anche la ricchezza di queste "zone" democristiane sembrava le desse fastidio, raccontava delle sue banche piene di depositi di un certo peso, dell'intrallazzo, mossa anche  dall'accredini riuscì pero a raccontarci quello che noi che abitavamo in questi posti non riuscivamo a vedere o meglio ci faceva comodo non vedere. Ai mercatini delle pulci ne acquistai 4 copie, e quando mi capitava una persona dei dintorni leggevo la parte più fastidiosa: quelle poche righe dove l'autrice ci raccontava che i tarli nelle assi venivano fatti con i pallini del fucile da caccia, questo per anticare il materiale e dare al consumatore un mobile vicino all'antiquariato. Questa era una balla, una sciocchezza, ma però tutti, anche fuori di Verona, di quel capitolo ricordano solo questo passo.
Concludendo mi sembra che anche Scavazzini non abbia assolutamente colto il problema nella conclusione del suo articolo. Possiamo dire in tutta serenità, è finito un ciclo, ormai è arrivato il tempo delle vacche magre,.......

Lo sciamano di Assisi

Francesco, lo stregone che piantava gli alberi
Arbores demonibus consacratae, gli alberi consacrati agli spiriti del male; sono loro i rivali più temibili con cui tutti i campioni delle agiografie medievali si devono misurare nelle campagne. E tra questi agguerriti predicatori, c’è anche chi ci lascia le penne. Come Adalberto, vescovo di Praga, fatto oggetto nel 997 d.C. di un fittissimo lancio di giavellotti durante una messa celebrata sull’altare che lui stesso aveva fatto erigere incautamente poco prima, al posto di un profana arbor.
È il caso del famoso noce di Benevento, abbattuto nel 663 d.C. da San Barbato e miracolosamente ricresciuto qualche miglio più avanti secondo la leggenda tramandata nel trattato De nuce maga beneventana del medico Pietro Piperno. E che dire, invece, del pino abbattuto «con eroica fede nel Signore» da San Martino vescovo della città di Tours...
Ma se questa carrellata di aneddoti non vi basta e desiderate qualche nome più illustre pensate allora al caso emblematico di Benedetto da Norcia, attualmente il santo prediletto dalla Sede Apostolica; mosso da forti intenti evangelizzatori, arrivato in quel di Monte Cassino, la prima cosa che si premurò di fare Benedetto fu distruggere un boschetto sacro ad Apollo che sorgeva sulla sommità del monte. Ma se santi e predicatori impugnavano sovente le asce davanti a faggi e querceti, i cosiddetti ‘laici’ non erano certo da meno. Basti pensare al paladino del Sacro Romano Impero Carlo Magno, che nel 772 d.C., giunto a Geismar, abbatté Irminsul, la quercia sacra ai Sassoni perché ritenuta l’asse del mondo.
Eppure il cristianesimo medievale non ha gioco contro queste credenze, talmente radicate nel mondo contadino da mettere a repentaglio la sopravvivenza di molte abbazie nel contado all’alba del tredicesimo secolo. Rintanata nei palazzi vescovili tra Perugia, Viterbo e Roma, costretta a fare la spola per schivare la tempesta ereticale pauperista che imperversa nelle città, la corte papale sta perdendo progressivamente il controllo delle campagne, dove i focolari pagani non si sono mai spenti del tutto. Urge un esponente del mondo cristiano che riavvicini la Chiesa al suo popolo, specie dopo la svolta teocratica imposta da Innocenzo III nel 1215 e continuata dal suo successore Onorio.
Dai corridoi del Laterano fino alle più minute casupole del contado, si comincia a vociferare di un uomo dotato di profondo carisma, che fa sfoggio di poteri sovrannaturali e riscuote un larghissimo consenso malgrado non sia un chierico, e tanto meno un prelato, ma un laico figlio di mercanti; forse è proprio questo dettaglio a renderlo gradito agli uomini e alle donne cui predica.
Si chiama Francesco, si è recato già più di una volta in udienza dal papa per chiedere che la sua fraternitas venga riconosciuta dalle gerarchie. E malgrado il rifiuto di papa Innocenzo, non si è rassegnato, costruendo col tempo una comunità di seguaci che, specie nelle campagne, tra i vecchi pagani, ha il suo punto di forza. ogni eremo francescano ha il suo albero sacro e una leggenda fotocopia delle altre che ne tramanda la storia: fu lo stesso Francesco a piantare quell’albero durante il suo soggiorno in una caverna posta a pochi passi di distanza. Non solo; questi alberi ancora oggi rappresentano il vero oggetto di devozione per i francescani negli eremi, malgrado le fonti ufficiali approvate dall’Ordine non ne facciano mai menzione. Prendiamo il caso di un eremo molto familiare ai devoti, se non altro perché è posto nelle immediate adiacenze di Assisi. È l’Eremo delle Carceri del monte Subasio, dove i documenti ci narrano che Francesco amava soggiornare durante la sua conversione. Raggiunto il convento, che ha inglobato il primo rifugio del santo, dal crinale del monte spunta un arbusto malconcio, a cui è stata applicata una gabbia metallica per evitare che esso si spezzasse col tempo a causa delle intemperie. Lo chiamano il Leccio sacro, e la devozione legata a quest’albero si deve al fatto che degli uccelli in volo si sarebbero posati sui suoi rami per ascoltare la predica tenuta dal Santo..
Ma ci sono anche degli alberi che non sono sopravvissuti alle ingiurie del tempo; è il caso, ad esempio, della Quercia della Verna, abbattuta nel 1602 dai frati e sulle cui radici fu eretto non il solito altare per dire messa, ma una cappella alla memoria con un nome che è tutto un programma, un nome che più pagano non si potrebbe: la Cappella degli Uccelli. Sulle sue radici, infatti, si sarebbe adagiato per l’ennesima volta uno stormo di uccelli in volo durante la prima visita del santo al monte, avvenuta nel 1214 ..Certo, i fedeli cristiani che oggi pregano e fanno penitenza sotto quegli alberi non immaginerebbero mai di stare contemplando degli idoli pagani, ma guai a stupirsi di questa apparente stranezza.
Per riscuotere successo nelle campagne e predicare a quei contadini che la Chiesa aveva da secoli bistrattato distruggendone gli idoli, infatti, Francesco capì che per lui gli alberi e il loro culto potevano trasformarsi in un prezioso alleato. Se nelle città riscuoteva il plauso del popolo, esaltando i valori di austerità e pauperismo evangelici, quei valori tanto vituperati dal Clero degli ierocrati cresciuto nello sfarzo e nella simonia, nelle campagne la ricetta del consenso era un’altra e passava attraverso il ventaglio di usanze contadine di matrice non solo celtica, ma comuni a tutto il mondo contadino e tribale.
Si trattava di ridare voce al popolo dei pagi, rievocando usanze tanto ancestrali quanto demonizzate dalla Chiesa come appunto il culto degli alberi e delle sorgenti, anche a costo di rovesciare la parola del papa e calarsi nei panni di un vero e proprio stregone naturale. Uno stregone capace di piantare alberi in ogni dove, parlare agli uccelli e far zampillare l’acqua dalle rocce. E guarda caso, proprio il parlare agli uccelli era una pratica divinatoria condannata aspramente dai teologi e dagli inquisitori del Medioevo come grave reato di stregoneria; i manoscritti giudiziari del Duecento pullulano di miniature con aspiranti maghi e indovini intenti a conversare con uccelli appollaiati sui rami degli alberi.


Le streghe

Ieri bruciate vive dalla chiesa, donne legate eternamente  alla sapienza, loro salveranno il mondo
 Nessuna descrizione della foto disponibile.

sabato 21 marzo 2020

Addio Occidente

“Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà.”
Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente

Il primo giorno di primavera

 Risultato immagini per proserpina ritorna aprimavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini

Il primo segno di civiltà


Anni fa, all'antropologa Margaret Mead fu chiesto da una studentessa quale riteneva essere il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di fishhooks, vasi di argilla o pietre di levig
" Ma no Mead ha detto che il primo segno di civiltà in un'antica cultura era un femore (cosce) che era stato rotto e poi guarito. Mead ha spiegato che nel regno animale, se ti rompi la gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume per bere qualcosa o cercare cibo. Siete carne per le bestie che si fanno le bestie. Nessun animale sopravvive ad una gamba rotta abbastanza a lungo da guarire l'osso.
" Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso del tempo per stare con colui che è caduto, ha legato la ferita, ha portato la persona in sicurezza e ha curato la persona attraverso il recupero. Aiutare qualcun altro a superare le difficoltà è dove inizia la civiltà, ha detto Mead

venerdì 20 marzo 2020

Come i tarantolati

LA PLAGA DEL BALLO ( 1518 ) ISTERIA COLLETTIVA o INTOSSICAZIONE ALIMENTARE 
Plaga del ballo. Peter Brueghel il giovane ..
La piaga del ballo avvenne a Strasburgo, Alsazia (allora parte del Sacro Romano Impero) nel luglio 1518, quando . una donna, Troffea, iniziò a danzare forsennatamente nelle strade Circa 400 persone iniziarono a ballare per giorni, e, dopo all'incirca un mese, alcune di loro morirono di attacco cardiaco, ictus o affaticamento All'inizio non c'era nulla di strano, ma dopo una settimana lei stava ancora ballando, e in quella settimana si unirono a lei 100 persone. Le autorità erano convinte che "questa febbre del ballo" si sarebbe esaurita dopo pochi giorni, così allestirono un palco di legno sopra al quale la gente poteva ballare e furono pagati musicisti e ballerini esperti per dare ritmo e coreografia ai danzatori.Dopo qualche giorno i più deboli di cuore iniziarono però a morire per colpa degli sforzi eccessivi; al contempo molta gente continuava a ballare, nonostante si fratturasse le caviglie. . Quando i morti divennero troppi e la gente iniziò a disperdersi, le persone ormai in fin di vita furono portate in un santuario di guarigione. Questa " isteria collettiva finì solo agli inizi di settembre

L'obelisco del Foro Italico

Roma è senza dubbio la città degli obelischi dell'antico Egitto e moderni. L'Obelisco del Foro Italico, ricavato da un unico blocco di marmo di Carrara alto 19 metri per due metri alla base, del peso di 300 tonnellate, è unico nel suo genere. Per trasportarlo a valle si utilizzarono 36 coppie di buoi che per cinque mesi lo trainarono su binari lubrificati fino a raggiungere la costa, dove fu imbarcato alla volta di Fiumicino tramite un pontone realizzato a La Spezia. Raggiunto il porto laziale risalì il Tevere, giungendo a Roma il 6 maggio 1932. Si affidò l'innalzamento all'architetto Costantini, lo stesso che decorò anche il Ponte Vittorio Emanuele II sul Tevere e realizzò il complesso natatorio del Foro Italico.
Il più grande blocco marmoreo che sia mai venuto alla luce dalle viscere della Terra, campeggia sul vasto complesso del Foro Italico, alla base di Monte Mario. La cuspide di oro puro in cima, del valore di mezzo milione, è stata rubata nell'immediato dopoguerra. Nel 2006 iniziarono i lavori di restauro, terminati, due anni dopo, nel settembre 2008


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Cimitile, (Nola).

Un millennio di arte cristiana è a Cimitile, il più complesso e vario museo d'arte paleocristiana, bizantina, barbarica e romanica conservato in Campania. La storia dell'intero complesso paleocristiano nasce all'incirca nel II - III sec a.C. sotto la denominazione romana con la realizzazione di una grande necropoli pagana. L'area in cui sorse la necropoli fu scelta oltre che per le sue caratteristiche geomorfologiche, soprattutto per la sua vicinanza alle mura della città di Nola.
Il "Coemeterium" fu sito sepolcrale della Nola consolare ed imperiale. L'avvento della necropoli pagana col suo insediamento ed impianto cambiò la concezione sepolcrale largamente in uso; si abbandonò la sepoltura privata nel podere di proprietà o lungo le strade ma si posizionarono i sepolcri in un unico luogo. In questa area si seppellì in svariate tipologie tombali, dall'imponente mausoleo commemorativo alle semplici "formae" terragne (sepolture a terra realizzate in mattoni). La necropoli, nel tempo a causa delle tante sepolture assunse l'aspetto esteriore di una città. Tale effetto aumentò con la costruzione di un importante strada consolare,la Via Popilia che rasentò il luogo sepolcrale e sulla quale furono aperti gli ingressi alla necropoli. Tra i mausolei della necropoli pagana d'epoca imperiale vi trovò sepoltura il santo Felice. Il "Coemeterium" dell'antica Nola ben presto divenne santuario e sede di molti pellegrini fra i quali nell'anno 368 anche papa Damaso, a giudicare dalla devozione che egli nutriva per il santo; a lui si deve la costruzione dell'imponente abside della basilica "Vetus" di S.Felice. Il complesso basilicale raggiunse il suo massimo splendore verso la fine del secolo IV grazie all'opera ed alla cultura di un certo Meropio Ponzio Anicio Paolino (S.Paolino). Questo prestigioso esponente della classe senatoria, originario di Bordigala (odierna Bordeaux) in Gallia, si stabilì presso la tomba di S.Felice dedicandosi al restauro degli edifici esistenti ed alla costruzione di una nuova basilica e di alloggi per la comunità monastica da lui costituita per i pellegrini. Grazie a quest'uomo di cultura Cimitile divenne uno dei principali centri religiosi della cristianità ed i pellegrini vi affluivano da ogni parte del mondo. . La nuova basilica feliciana, sontuosa nelle forme e decorazioni, fu terminata nel 403..L'opera di Paolino permise al sito sacro di "Coemeterium" di diventare un Santuario Cristiano di grande fama. epoca successiva alle costruzioni paoliniane sorsero nell'area santa altre costruzioni come quella di S.Stefano , S.Tommaso e S. Giovanni ; quest'ultima venne edificata recuperando la parte absidale della basilica nuova di S.Paolino ( crollata forse a causa di un sisma o di un alluvione che seguì l'eruzione del Vesuvio, cosiddetta di Pollena).

Il Primo Meridiano d'Italia

Roma - Monte Mario
La storia del Primo Meridiano d'Italia si intreccia con quella, avventurosa e straordinaria, del calcolo della longitudine, uno dei segreti più a lungo cercato, che fu risolto dopo secoli soltanto alla fine del XVIII secolo. La questione, infatti, rivestiva un'importanza strategica fondamentale in un'epoca in cui il progresso scientifico stava prendendo piede, le grandi potenze europee investivano enormi risorse per intraprendere campagne di esplorazione e di colonizzazione di nuove terre, oltre allo sviluppo di fiorenti commerci con quelle già scoperte. A quell'epoca era stato già individuato ùun sistema di coordinate geografiche da applicare alla Terra, che consisteva fondamentalmente in due valori: la latitudine e la longitudine.
La latitudine, ossia l'altezza del polo celeste sull'orizzonte, misura l'angolo che la verticale condotta per un certo luogo forma con il piano equatoriale. Essa pertanto presenta dei valori che vanno da 0, in direzione Nord oppure Sud. Il calcolo della latitudine era noto già da molto tempo, e richiedeva soltanto la conoscenza di alcune banali formule trigonometriche. In pratica, era necessario calcolare l'altezza del Sole (o della Stella Polare, durante la notte) sull'orizzonte con strumenti molto semplici come il sestante.
Molto più complicata era invece la misura della longitudine, ossia della distanza angolare in senso longitudinale, appunto, da un meridiano fondamentale scelto come punto di riferimento. Assegnato a questo meridiano il valore di 0° (per questo detto, quindi, anche Meridiano Zero o Primo Meridiano), ogni altra località può essere riferita ad esso e, immaginando la Terra come una sfera ideale, i valori di longitudine andranno da 0° a 180°, in direzione Est oppure Ovest. I gradi 180 Est ed Ovest coincidono, ed è questa la famosa "Linea del Cambio di Data", ossia la linea ad Ovest della quale la data è quella del giorno dopo rispetto a quella delle località poste ad Est, che sono ancora nel giorno precedente.
La prima questione fu, naturalmente, dove far passare questo meridiano, e si stabilì che esso doveva passare per la Basilica di San Pietro, a Roma, centro fondamentale di tutta la spiritualità e della Cristianità nel mondo. Il Primo Meridiano di Roma, quindi, attraversava la Città del Vaticano e cadeva esattamente sul sito della tomba dell'Apostolo Pietro, in corrispondenza della quale oggi si trova l'altare principale all'interno della Basilica, circondato dal superbo baldacchino opera di Gian Lorenzo Bernini tra il 1624 ed il 1633.
Geodeticamente, dunque, il Meridiano di Roma è situato a 12°27'8.4" a Est di Greenwich. Il punto di riferimento per la misura del Grado di Meridiano fu individuato da Padre Secchi presso la sommità di Monte Mario, uno dei punti più elevati di Roma, dove oggi si trovano un osservatorio astronomico, i ripetitori radio-televisivi più importanti ed un'installazione militare dell'Esercito. Questa installazione oggi racchiude al suo interno la torretta di riferimento che venne costruita appositamente sul punto segnalato da Secchi, con una lapide con iscrizione che ne riporta l'importanza.

mercoledì 18 marzo 2020

Boccaccio e le ceneri del Gran Maestro dei Templari Jacques de Molay

"San Miniato dei misteri" -documentario speciale di F.S.M&L.

Per conoscere il tuo genio

La prima cosa che ti devi porre innanzi agli occhi nel tentare l'occulto nella natura spirituale è di conoscere lo spirito, o il de­mone o angelo o il genio che immediatamente rappresenti lo scalino superiore alla tua natura di uomo più o meno perfetto. Da quello che ho citato da Teodoreto, l'angelo cristiano è spirito di purità assoluta e messaggero di Dio—il dèmone invece è va­riabile come tendenza e come purificazione.
Adopererò il nome di Genio per uscire dalle restrizioni e dalle definizioni: quando tu avrai incominciato a conoscere il tuo, de­finirai il primo.... e quando ne avrai conosciuti molti potrai avere un concetto approssimativo, ma sempre imperfetto, della scala di oro che comincia dai meno puri e termina ai perfettissimi.
Come fare per conoscere il proprio genio[7]?
Gli antichi insegnavano che per conoscerlo bisogna renderselo propizio con la pratica della giustizia, per l'innocenza dei nostri costumi (è sempre Apuleio che parla) allora egli vi aiu­terà con la sua previdenza nelle cose che voi ignorate, dei suoi consigli nelle vostre indecisioni, vi soccorrerà nei pericoli, e della sua assistenza non vi priverà nelle avversità: talvolta nei sogni, talvolta nei segni visibili, talvolta comparendovi, vi eviterà i mali, vi procurerà il bene, vi solleverà nelle vostre cadute, vi sosterrà nelle dubbie occasioni, vi illuminerà nel buio delle vostre ricer­che, vi manterrà nella buona fortuna, vi trarrà dalla cattiva.
I Pitagorici, dice Aristotile, si maravigliavano ogni volta che sentivano qualcuno confessare di non aver visto mai il suo Genio. In un senso volgare e filosofico era quello dei Pitagorici un rim­provero a coloro che non coltivano il loro spirito, perché l'ani­mo dell’uomo è il santuario del Genio: ma nel significato oc­culto era un disprezzo per colui che fuori la scuola aveva le orec­chie tappate di stoppia e gli occhi legati con la cera, per non ve­dere la persona o l’immagine e non sentire la voce, l'armonia delle esistenze intradivine, che servono come fiaccola all'esistenza dei perfettibili.
Il domma cristiano è profondo: il buon angelo custodisce il fanciullo, ma voi non avete visto dipinto mai un adulto col suo bravo angelo a lato: il simbolismo vuol dire che per avere il buon angelo con le brave ali aperte, a tutela dei buoni passi, nella breve ed aspra traversata della vita bisogna del fanciullo conservare la purità, l'innocenza e... la fede: se no appaiono, di sotto alle ali, un bel paio di appendici più o meno bafomettiane, e il viaggiatore innocente, il fanciullo puro e mondo, diventa il Dottor Fausto, accompagnato dall'eccellente amico con le corna, il quale è un genio anche lui... ma un genio musicale che ti tocca tutte le corde sensibili, pur di farti ballare come una scimmia scottata (GIULIANO KREMMERZ)