martedì 11 agosto 2015

Colonialismo: tutte le amnesie della CEI


Risultati immagini per i gesuiti in america latina
Roma, 18 giugno –
 Le parole di quello che mi dicono essere il segretario generale della Cei, tal Nunzio Galantino, sul dovere di accogliere gli emigranti come forma di risarcimento per le pene un tempo loro inflitte, insomma, per discolparci dal ‘peccato’ del colonialismo, non sono soltanto l’ennesimo esempio di grossolana retorica filoimmigrazionista e terzomondista o l’ulteriore conferma del fatto che abbracciare integralmente quella che Weber chiamava l’“etica della convinzione” ha come suo possibilissimo esito il fiat justitia et pereat mundus, ossia il trionfo della giustizia ma sulle rovine del mondo.
Non sono nemmeno la testimonianza (come se ce ne fosse ancora bisogno…) della vocazione universalistica della chiesa, dissolvitrice delle concrete differenze etnoculturali di cui il mondo è da sempre intessuto.
Piuttosto sono innanzitutto il segno chiarissimo di una clamorosa amnesia storica, ovvero l’ennesimo esempio di come il passato venga manipolato in modo unilaterale, selettivo e mistificatorio, per poter così essere impudentemente usato nelle battaglie politico-culturali del presente.
http://ip2.casalemedia.com/usermatchredir?s=179527&cb=http%3a%2f%2fdis.criteo.com%2frex%2fmatch.aspx%3fc%3d19%26uid%3d%25%25USER_ID%25%25
È allora il caso di ricordare che alle origini dei primi esempi storici di colonialismo moderno, quelli portoghese e spagnolo per intenderci, ci sono generose concessioni da parte della chiesa cattolica, sotto forma di bolle papali (per tacere del trattato di Tordesillas, col quale, nel 1494, papa Alessandro VI Borgia divideva i domini extraeuropei lusitani da quelli spagnoli).
La bolla Romanus Pontifex emanata nel gennaio del 1454 da papa Niccolò V, riservava ai portoghesi la navigazione nel Golfo di Guinea, a patto di garantire il fine evangelizzatore e missionario di questi viaggi e conquiste. In breve, il papa legittimava de jure il colonialismo portoghese in cambio dell’espansione della fede cristiana.
Anche la bolla Inter caetera del maggio 1493, ad opera del papa Alessandro VI, regolamentava, in anticipo sullo stesso trattato di Tordesillas, i domini coloniali spagnoli e portoghesi, sempre subordinandoli alla condizione che venisse introdotta la religione cristiana nelle terre occupate.
Per finire, mi permetto di consigliare, a mo’ di studio introduttivo sull’argomento, e in primis al signor Galantino, l’istruttiva lettura del libro di Aldo Andrea Cassi, Ultramar. L’invenzione europea del Nuovo Mondo, edito nel 2007 per i tipi della Laterza.
Giovanni Damiano

lunedì 10 agosto 2015

I semplici e pregnati concetti del maestro


IL SILENZIO È IL SUONO DELLA CONSAPEVOLEZZA

"Non sono un pensatore. Non sono un filosofo. Non sono un uomo di parole. Sebbene abbia usato le parole più di chiunque altro, nella storia dell’umanità, insisto: non sono un uomo di parole. Le mie parole sono solo segnali verso il silenzio. Vi parlo in modo tale che voi possiate imparare a non parlare. Vi parlo in modo che possiate essere in silenzio."

Osho - Invito al silenzio

domenica 9 agosto 2015

La ricchezza distrugge la povertà conserva

Pubblico qui un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al ’75 (ora nella bella antologia a cura di S. Perrella, Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013). L’articolo, che apparve il 30 giugno 1974, è un piccolo gioiello di stile e di pensiero di questo autore sovranamente libero e alieno da tutte le chiese e i salotti dell’apartheid politico italiano, e rappresenta oggi forse più che allora una staffilata alla nostra inerzia materiale e morale. 
Goffredo Parise scrive a macchina«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.
Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.
Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».

domenica 2 agosto 2015

I culti egizi scoperti anche a Sibari

Rinvenuto a Sibari un tempio dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide. Segnalate anche tracce della prima città greca
Pubblicato da: Redazione in CalabriaNews ed EventiSud News ed EventiUltimi Articoli 7 ore fa 0 1787 Visite

Calabria – Scorcio degli scavi archeologici di Sibari (Cosenza) – Ph. Alba Huismann | CCBY2.0
di Redazione FdS
Una ricerca condotta in Calabria dal professor Emanuele Greco, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, e dalla sua équipe nel sito di “Casa Bianca”, nell’ambito dell’area archeologica di Sibari (Cosenza), ha permesso il rinvenimento di un santuario costruito intorno al 50 d.C. ededicato alle divinità egizie di Iside e Serapide, il cui culto si era diffuso in diverse località dell’area mediterranea. L’edificio è da ricondursi alla fase romana della lunga storia di Sibari, città notoriamente sorta nell’VIII sec. a.C. come colonia greca fondata da un gruppo di Achei provenienti dal Peloponneso, successivamente distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C., quindi rifondata con il nome di Thurii e trasformata in colonia romana nel 193 a.C. con il nome di Copia. Il santuario – la cui area è nota anche come luogo di ritrovamento del bellissimo bronzo del Toro cozzante oggi esposto nel Museo Archeologico di Sibari – risale per la precisione all’epoca dell’imperatore Claudio, sebbene sotto questo edificio ne sia emerso un secondo di età augustea, preceduto da un terzo di epoca thurina e da tracce “per ora molto labili ma significativedi un santuario arcaico dell’epoca di Sibari”.
La notizia è stata diffusa dallo stesso professor Greco a conclusione della campagna di scavi resa possibile dal finanziamento “Arcus s.p.a” di 2 milioni e mezzo di euro erogati nel corso di undici anni. Le operazioni sono infatti iniziate nel 2004 sulla base di un accordo con la Soprintendenza archeologica di Reggio Calabria, a suo tempo guidata dalla dottoressa Lattanzio, e con la compianta dottoressa Silvana Luppino, già direttrice dell’area archeologica di Sibari.
Nel 2005 è stata quindi la volta di piccoli sondaggi dai quali –  ha raccontato il professor Greco – si è poi passati ad uno scavo sistematico condotto grazie al finanziamento Arcus suddiviso in 5 tranches. Un bilancio che lo studioso definisce “davvero straordinario”, in quanto “ha consentito di consegnare alla comunità scientifica e all’umanità uno dei più grandi, se non il più grande, santuario di Iside e Serapide che noi conosciamo in Italia. Il santuario, esteso per circa 4.500 metri quadrati, risulta formato da “tre complessi comprensivi di tempio, portici, edifici minori, sacelli, aula per i pellegrini, ospizio per i pellegrini, piscina per i riti. Qualcosa di veramente straordinario”.
La parte centrale del complesso è il Santuario vero e proprio con un tempio su podio orientato da nord a sud di cui si conserva il nucleo in cementizio, circondato da un portico colonnato. Ad est c’è l’edificio in opus reticulatum con la piscina e l’albergo per i pellegrini. Ad ovest del portico è stato rinvenuto un cortile aperto all’interno del quale c’è un tempietto che – spiega il professore –“ha restituito un’iscrizione straordinaria nella quale si legge il verbale di collaudo dell’edificio”.
“Ad aver collaudato l’edificio - prosegue l’archeologo - risultano essere stati due prefetti. Uno di loro fu rappresentante di Tito Palfurio Sura, un noto personaggio romano che risulta essere stato delatore di Domiziano; sappiamo anche che quando Nerva è diventato imperatore lo fece assassinare. Quindi, essendo morto nel 98 d.C., ha collaudato il tempietto prima, fornendoci così anche un indizio cronologico”.
Oltre alla grandezza, a rendere eccezionale il sito è il fatto che, scavando a maggiore profondità, è emersa la sequenza stratigrafica monumentale di carattere davvero eccezionale di cui si accennava prima. Particolarmente interessante è il riferito ritrovamento di tracce della Sibari arcaica, le quali consistono in due capitelli dorici della fine del VI secolo a.C. appartenuti alle colonne di un tempio e poi riutilizzati negli edifici successivi. Il professor Greco definisce questi ultimi reperti “un indizio piuttosto sicuro della presenza del santuario di Sibari sopra al quale c’è, sicuramente, un santuario di Thurii su cui è stato eretto il santuario augusteo fino ad arrivare al grande santuario di 4500 metri quadrati che è il più recente e il primo ritrovato scavando dall’alto verso il basso”.
Il santuario romano cronologicamente posteriore sarebbe stato fortemente danneggiato da un terremoto verso il 150-160 d.C.,  evento che avrebbe avviato una lunga e lenta decadenza del luogo, durata per uno o due secoli fino al completo abbandono favorito anche dalle esondazioni del vicino fiume Crati.
Il quadro emerso da questa lunga campagna di scavi potrebbe non essere ancora del tutto completo, considerato che – come ha anticipato il professor Greco – c’è ancora una parte di terreno da scavare. Intanto si impone con urgenza la necessità di consolidare e restaurare quanto emerso,“perché agire altrimenti – ha sottolineato l’archeologo – significherebbe aver sprecato il denaro”. Senza trascurare ovviamente la valorizzazione di questa testimonianza archeologica così rara.
“C’è bisogno – ha concluso lo studioso – di un altro finanziamento che ammonta a circa 2 milioni e mezzo di euro pari ad altri 3 o 4 anni di lavoro che consentirebbero di rendere il sito pienamente fruibile, con tutti i sussidi didattici, didascalici. Uno sforzo che a nostro avviso vale la pena fare perchè consentirebbe di allestire un vero e proprio museo all’aperto”.
Per approfondimenti:

Emanuele Greco, Valentino Gasparini, Il santuario di Sibari – Casa Bianca, in L. Bricault, R. Veymiers (edd.), Bibliotheca Isiaca, III, Bordeaux 2014, pp. 55-72
  

sabato 1 agosto 2015

La Dea casta e cacciatrice vista da Perre Klossowski

Volendosi riposare dalla corsa, vuol vedersi mentre riposa immersa nell'onda, ma resta nondimeno aggressiva. È per uccidere che accetta di essere vista, ma nell'uccidere si concede. Ucciderà se uno sguardo la insozza, ma esalterà colui che, morente, l'avrà scorta.
Pierre Klossowski, "Il bagno di Diana"
Diana, la dea casta e mai concessasi, facendosi donna, accetta, narcisisticamente, di essere ammirata, di essere desiderata non solamente da sé. Contemplando il suo corpo di donna, è quasi perduta nella sua stessa sensualità. Resta, tuttavia, una dea immacolata che nell’animo conserva l’aggressività della cacciatrice. Ed è qui che risiede una contraddizione: bramosa di essere voluta, inferocita per essere stata veduta, Diana celebra la sua antinomia nell'assassinio. Tramuta il cacciatore Atteone, l’uomo, il mortale che l’aveva scrutata, che l’aveva posseduta con gli occhi, in un cervo, lasciandolo sbranare dai suoi stessi cani.
La storia di Diana e Atteone è solo il pretesto per lo scrittore francese di origine polacca di esaltare la bellezza del gioco della sensualità. Viene alla luce così una nuova mitologia la cui pretesa consiste nel svelare le spiegazioni più scabrose, le interpretazioni meno ovvie e accettate. Nell'assenza di pudicizia, sia nel mito sia nei commenti, nondimeno ci si accorge di quanta ipocrisia ci sia stata nel definire alcuni miti. L'istinto, la sensualità, il dionisiaco (ricorda Nietzsche...), la bramosia dei sensi sono stati, quasi da sempre, concepiti come mostruosi e di sicura perdizione per l'uomo. Nelle pagine di Klossowski non è così. C'è sempre un che di pensato, un che di voluto; un desiderio non represso ma giustificato e assennato.
Redatto in brevissimi ma acuti capitoli, ripercorrendo il mito di Diana e Atteone, lo scritto di Klossowski oscilla tra la prontezza delle parole e il fulgore dell’interpretazione. Lo stile è prezioso, definito, ammiccante, e in alcuni capitoletti scritti in prima persona leggiamo il pensiero di Atteone. Il saggio così si fa racconto e il lettore non può che compiacersene.
Rivisitazione moderna e provocante del mito dunque; un mito, come quasi tutto del resto, che si delizia della contraddizione. Diana, dea casta e innocente e al contempo ammiccante e lunatica, è il simbolo stesso dell’incoerenza; dei desideri dell'uomo. Un mito ambiguo insomma.


I Warburg e la produzione del Zyklon-B gas

La famiglia Warburg, proprietaria della Farben l'azienda produttrice del famigerato Zyklon-B gas mortale usato contro l’umanità

Pietro Ratto

LA FAMIGLIA WARBURG






Antichissima famiglia di banchieri ashkenazi, originari di Venezia - inizialmente si chiamavano Del Banco - che successivamente presero il nome dalla città tedesca diWarburg, in cui si erano rifugiati in seguito alle persecuzioni dell’Inquisizione veneziana.
Nel 1895 Paul Warburg, erede dell'intero patrimonio economico - finanziario della famiglia, sposò Nina J. Loeb, figlia di Salomon Loeb, fondatore della grande Banca americana Kuhn, Loeb & Co che finanzierà e, contemporaneamente, porterà al fallimento lo zar Nicola II. Nello stesso anno il fratello Felix Warburg sposò Frieda Schiff, figlia dell'influente agente dei Rothschild Jakob Schiff, discendente dell'omonima famiglia di banchieri ebrei che condivideva la casa del capostipite dei Rothschild, Amschel Meyer, a Francoforte. Jakob Schiff era anche Direttore della stessa Kuhn, Loeb & Co. Nel 1910 Paul Warburg divenne Direttore della Wells Fargo e nel 1914, su pressione del Presidente americano Wilson, entrò nel primo Consiglio della nascente FEDERAL RESERVE americana, nata proprio dietro insistenza dello stesso Warburg. Egli infatti, prendendo spunto dal famoso panico del 1907, aveva molte volte teorizzato la necessità dell’istituzione di una Banca Centrale americana. Il figlio di Paul, James Warburg, fu il consulente finanziario privato del Presidente F. D. Roosevelt. Tre anni dopo Olga Warburg, sorella di Paul e Felix, sposò Paul Kohn Speyer, discedente dell’antichissima famiglia di banchieri ebrei Speyer, che prendevano il nome dall'omonima città a 100 chilometri da Francoforte in cui era stata fondata la loro dinastia. Paul Kohn Speyer era Presidente della Goldschmidt e socio dello stesso Ernest Goldschmidt. D'altra parte già il nonno materno dei tre fratelli Warburg era un Goldschmidt.
Nel 1916 Carola Warburg, figlia di Felix e di Frieda Schiff, sposò Walther Nathan Rothschild, figlio di Simon Frank Rothschild (1861-1836), nonché nipote diFrank Rothschild (1831-1897) e pronipote di Isaac Rothschild, (1793- 1887). 
Una delle maggiori proprietà dei Warburg, a parte la potentissima banca MM Warburg, era la IG FARBEN, colosso nato nel 1925 dalla fusione di AGFA, BAYER(nei cui laboratori, nel 1897 Felix Hoffmann aveva inventato, a pochi giorni di distanza l'una dall'altra, l’aspirina e l’eroina, sulle quali sostanze chimiche Bayer ottenne il brevetto), BASF ed altre industrie chimiche minori. Il primo Direttore di IG Farben fu Carl Bosch, scienziato Premio Nobel per la Chimica per aver messo a punto la sintesi dell’ammoniaca. La sede del gruppo fu stabilita in un palazzo costruito dentro a Westend, gigantesco distretto privato di proprietà dei Rothschild, all'interno della città di Francoforte. La IG Farben fu diretta fino all’inizio degli anni Trenta da Paul e poi dal fratello Max. Nel 1945 il colosso industriale venne trascinato alla sbarra nel Processo di Norimberga.
Fu accertato che la multinazionale, che aveva una importantissima sede anche in America, utilizzava cavie umane per i suoi esperimenti prelevandole direttamente dai campi di concentramento nazisti e che decine di migliaia di schiavi (al top della sua attività, nel 1944, circa 83 mila), lavoravano gratuitamente per l’azienda. La IG Farben, infatti, nel 1941 aveva costruito uno stabilimento ad Auschwitz, che produceva gomma sintetica e nafta utilizzando come bacino di manodopera, a costo zero, il tristemente famoso campo di concentramento. In cambio si sostenne che l'azienda fornisse ai nazisti il famigerato Zyklon-B con cui gli internati sarebbero stati uccisi nelle camere a gas. IG Farben sembra non aver sfruttato soltanto Auschwitz, bensì una quarantina di campi di concentramento. D'altra parte essa non sembra esser stata l’unica azienda tedesca a macchiarsi di tale infamia: lo stesso tipo di schiavismo si ritiene sia stato adottato, ad esempio, dalla Siemens.

Dai laboratori dell'azienda dei Warburg non sarebbe uscito solo lo Zyklon-B. La IG Farben sfornò anche i terribili gas nervini Sarin e Soman, grazie agli studi dello scienziato nazista e Premio Nobel viennese Richard Kuhn (1900-1967).

Le "Mote" nella campagna veneta residui di tumuli preistorici

IL MISTERO DEL TUMULO PREISTORICO DELLA CAMPAGNA VENETA

motta_gardigiano

Di Milo Boz VenetoAnche nella nostra zona lungo alcune strade di campagna a volte si vedono emergere delle motte, piccole montagnole isolate (chiamate in dialetto mùtare de tera): questi piccoli rilievi, alti qualche metro e coperti di fitta vegetazione spontanea, contrastano in maniera singolare con il paesaggio coltivato assolutamente pianeggiante.
Sono li da sempre e i contadini, benchè intralcino un poco il lavoro dei campi, le rispettano perché fanno parte della storia del loro territorio, con i suoi miti e le leggende che alimentano fantasie e curiosità; e nell’aratura dei campi circostanti non mancano i ritrovamenti di reperti e manufatti antichi, con ogni probabilità risalenti all’epoca romana.
Quali sono le origini delle motte? Sono opera dell’uomo o fenomeni naturali?
Qual’era la loro funzione? Nuclei abitativi, siti religiosi, osservatori?
Una prima risposta è nello studio accurato di due ricercatori dell’Università di Padova, Simone Deola e Simone Pedron, che apre uno scenario inaspettato riguardo l’antica e complessa organizzazione del nostro territorio precedente alla centuriazione romana, e risalente all’età del bronzo.
La ricerca è nata grazie a una felice intuizione di un artista-falegname scorzetano, Mario Favaro, che cercando alcuni anni fa di individuare la posizione su cui sorgeva il castello di Scorzé, distrutto da Romano III degli Ezzelini nel XIII secolo, ha notato su tutto il territorio una regolare successione di toponimi, piccoli rilievi, confini irregolari che non poteva essere frutto del caso. Com’è andata poi lo potete leggere nella relazione che trovate cliccando sotto.
Nel Comune di Scorzé è visibile un bell’esempio di motta a Gardigiano in via Rossini (località Tasca) detta motta Buffetto, che grazie all’interessamento di persone sensibili è stata preservata dalla demolizione in occasione della costruzione delle opere accessorie del passante autostradale di Mestre (tra l’altro la si può vedere percorrendolo in direzione Trieste).
Il Rivolo ha promosso la pubblicazione della ricerca nel 2008 nei Fascicoli di storia e cultura “L’esde” nella speranza che raggiunga il pubblico più ampio possibile. Per usare le parole degli stessi ricercatori “[…] E’ nostra convinzione, infatti, che la ricerca storico-archelogica (ma più in generale tutte le ricerche) non deve rimanere qualcosa di elitario, dibattuto in convegni di nicchia, ma deve coinvolgere, attivamente o passivamente, tutta la popolazione […]”