
sabato 5 dicembre 2020
Porto di Cartagine in Tunisia

Cartagine prima di scontrarsi con Roma,durante le Guerre Puniche era considerata come la prima potenza in assoluto.
Praticamente avevano tutto,la città sorgeva sulla costa del Nord Africa.
Dalla foto possiamo ammirare tutta la potenza portuale dei Cartaginesi
La notte dei krampus

Questa notte, fra il 5 ed il 6 di dicembre, è la Krampusnacht, ovvero la notte nella quale i krampus scendono dalle montagne per aggirarsi per le strade suonando corni, campanacci e tamburi e brandendo la frusta contro impauriti passanti. Coperti di pelliccia e celati dietro grottesche maschere questi esseri chiamano la fertilità, scacciano le influenze negative e puniscono in maniere terribili i bambini cattivi, in una sorta di versione oscura e più antica del san Nicola della tradizione cristiana, che quando è presente lascia comunque presto loro campo libero. Il loro nome deriva dall' alto tedesco "rampe", "artiglio", ma a differenza di quanto si crede comunemente non sono un'esclusiva dei territori di lingua tedesca: sono presenti anche nelle tradizioni italiane del nordest, come attesta il proverbio:
"Se no te sarà bûn
te ciaperà el krampus",
e figure simili sono ravvisabili nel Krampf friulano e nello Sgriful lombardo.
Meglio stare alla larga dai vicoli bui, stasera, e rientrare presto a casa
(Foto fonte web, un branco di Krampus prima della scorribanda in paese)
venerdì 4 dicembre 2020
Una cappella in Santa Maria in Ara Coeli

La cappella Bufalini si trova nella navata destra della basilica di Santa Maria in Ara Coeli a Roma. E’ celebre soprattutto perché al suo interno e’ contenuto il ciclo di affreschi con Storie di san Bernardino da Siena di Pinturicchio, databile al 1484-1486 circa.
Niccolò dei Bufalini era un importante cittadino di Città di Castello, che a Roma ricopriva la carica di avvocato concistoriale. Lo stemma araldico della sua famiglia (un toro con un fiore), compare spesso nella cappella
Nella città papale in quegli anni si erano da poco conclusi gli straordinari lavori alla cappella Sistina (terminata nella prima fase nel 1482), che avevano visto convergere a Roma alcuni dei più grandi pittori italiani dell'epoca, da Botticelli a Perugino, da Ghirlandaio a Luca Signorelli, da Cosimo Rosselli a Pinturicchio. Al termine dei lavori questi maestri erano tutti ripartiti in maniera più o meno frettolosa da Roma, con l'esclusione di Pinturicchio che si trattenne in città e mise su una bottega, scegliendo un gruppo eterogeneo tra i migliori collaboratori che avevano lavorato alla cappella papale, tra cui c'erano pittori umbri, toscani, emiliani e laziali. Pinturicchio, che fino ad allora era stato un maestro di secondo piano all'ombra di Perugino, poté dunque approfittare del vuoto lasciato per ricevere la sua prima grande commissione, la cappella Bufalini appunto, in cui dimostrò di essere pienamente capace di organizzare e dirigere un'impresa di grande complessità, con numerosi aiutanti.
La cappella è a base quadrangolare, con volta a crociera e pavimento decorato da mosaici cosmateschi. Gli affreschi si dispiegano sulle tre pareti e sulla volta e sono dedicati alla vita e ai miracoli di san Bernardino da Siena, un santo che in quel periodo era oggetto di una vasta opera di promozione devozionale intrapresa dall'ordine Francescano.
Sulla parete centrale si trova la Gloria di san Bernardino, organizzata su due registri riprendendo lo schema della perduta Assunta della cappella Sistina di Perugino. Nel registro inferiore si trova san Bernardino su una roccia con le braccia aperte e sormontato da due angeli che fanno per incoronarlo, affiancato dai santi Ludovico Di Tolosa e Sant'Antonio di Padova, sullo sfondo di un paesaggio lacustre di ascendenza umbra. Il registro superiore mostra invece Cristo benedicente entro una mandorla tra angeli oranti e musicanti.
Sulla parete destra sono presenti affreschi con scena della vita di san Bernardino da Siena e sulla parete sinistra si trova l’affresco raffigurante i Funerali di san Bernardino con il santo disteso su una bara circondato da persone comune di qualsiasi estrazione sociale, in specie persone che hanno avuto una guarigione, e un personaggio riccamente abbigliato che viene indicato come un membro della famiglia Bufalini, tutti intenti a venerare la salma.
Infine nella volta, divisa in spicchi, sono raffigurati i quattro Evangelisti, racchiusi all’interno di mandorle dorate.
giovedì 3 dicembre 2020
La chiesa di Santa Maria della Libera
La chiesa di Santa Maria della Libera, ad Aquino (FR), venne eretta nel 1125 sulle rovine di un tempio romano dedicato ad Ercole Liberatore. La chiesa fu commissionata da due donne, appartenenti alla nobile famiglia dei conti d'Aquino, da cui proveniva anche San Tommaso: Ottolina, moglie di Adenolfo d'Aquino, e Maria sua parente, come pegno per lo scioglimento un voto.
Sulla soglia in pietra dell'edificio sono incise delle Triplici Cinte, numerose e ben marcate. Una di esse presenta al centro un numero otto rovesciato, simbolo dell'infinito. Al solito, nelle guide e negli opuscoli turistici locali viene suggerita l'ipotesi che si tratti di pietre di riutilizzo provenienti dal tempio precedente, rappresentanti delle tabule lusorie, ovvero schemi di gioco in uso tra i Romani. Il portale della chiesa è molto bello, ed è sormontato da una lunetta nella quale sono affrescate le due dame grazie alle quali è stato possibile edificare la chiesa. Tutt'intorno invece si può osservare un curioso ornamento floreale in cui spiccano delle figure del tutto simili a pannocchie di mais. Il particolare è alquanto curioso, perché al tempo di edificazione della chiesa il granturco non era certo conosciuto, essendo stato introdotto in Europa dopo la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo, nel 1492!

Il portone più alto di Verona
In via Rosa
imponente palazzo barocco già dei Pellegrini , detto popolarmente el porton senza casa , perchè effetivamente il massiccio portone centrale sembra sproporzionato all''altezza dell'edificio , progettato a quanto si crede , dall'architetto Curtoni , nipote del Sammicheli.

Le paure di Nietzsche
“Quando guardi a lungo l’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.
Friedrich Nietzsche ha avuto per tutta la vita un’unica vera paura: perdere il controllo della propria mente. Il padre morì quando aveva soltanto cinque anni, dopo un periodo di apatia cerebrale che segnò per sempre la vita del filosofo. La perdita della lucidità, lo sguardo immobile nel vuoto: stessa sorte toccata al nonno e, qualche anno dopo, al giovanissimo fratello Joseph. Friedrich sentiva il peso della condanna, sapeva che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Quando i primi sintomi si manifestarono – fortissime emicranie, dolori agli occhi, vomito – Nietzsche era poco più che trentenne ma aveva già ottenuto la prestigiosa cattedra di lingua e letteratura greca all’università di Basilea. I dolori si susseguivano e presto dovette rinunciarvi.
La parola solitudine non basta per comprendere l’istinto profondo di Nietzsche. Era troppo orgoglioso per credere che qualcuno «potesse amarlo». Allora, con una specie di furore demoniaco, recideva ogni rapporto con qualsiasi essere umano: non desiderava essere affine a nessuno, né vivo né morto. Così, via via, la solitudine cresceva, fino a coprire l’ultimo orizzonte. «Una filosofia come la mia – diceva – è come una tomba. Non si riesce a vivere insieme a lei».
Nessuno – ripeteva – gli faceva un cenno d’affetto, nessuno aveva bisogno di lui, nessuno si preoccupava di curarlo, nessuno cercava di scoprire quali sentimenti si nascondessero dietro i suoi libri. «Intorno a me – ripeteva a un’amica – s’è fatto davvero il vuoto: non c’è nessuno che abbia un’idea della mia condizione. Non ho sentito per dieci anni nemmeno una parola che penetrasse fino a me...È come essere un animale continuamente ferito». Mentre accumulava solitudine sulle sue spalle, cercava sempre più affetto: il calore dell’amicizia. Aveva però bisogno di rinunciare completamente a sé stesso e di non pensare più al suo io: trovando calma, disciplina, quiete, una precisione quasi militaresca. Per tutto questo, gli era necessaria una solitudine ancora più estrema di quella che aveva conosciuto fino allora. Lentamente, cominciò a prepararla e a costruirla. Ma fu il supremo dei suoi fallimenti: perché, in fondo a questa solitudine volontaria, trovò la lacerazione e la frantumazione della follia.
Il progetto di vivere in luoghi con un clima adatto al suo stato cagionevole combaciava con la sua curiosità per una nazione in particolare: l’Italia, dove sperava di tenere a freno il decadimento del corpo e della mente.
La nostra nazione gli ha regalato anni fertili sotto il profilo filosofico, come dimostra la scrittura delle sue opere più note, e la speranza di poter ricominciare una nuova vita, scappando dagli affanni della sua mente. Per più di un decennio Nietzsche ha vissuto in Italia non da turista, ma da cittadino attivo, da Nord a Sud. Soggiornò a Genova, Venezia, Taormina, Roma, Torino. Fu a Roma che conobbe Lou Salomè, all’epoca studentessa e in seguito psicanalista e scrittrice. Nietzsche se ne innamorò perdutamente, avvicinandosi a un sentimento che, secondo i biografi, non aveva mai conosciuto in tutta la sua esistenza. Si diedero appuntamento nei pressi di San Pietro, e il filosofo accolse la ragazza con la frase: “Da quali stelle siam caduti per incontrarci qui?”. Dopo mesi di corteggiamento, le chiese di sposarlo. Lei rifiutò, e a nulla valsero le reiterate richieste di Nietzsche. Il rifiuto lo fece cadere in una profonda depressione. L’unico modo che conosceva per restare aggrappato alla vita era scrivere, dunque iniziò a lavorare furiosamente su un’idea che ben presto sarebbe diventata Così parlò Zarathustra.

Nel 1889 Nietzsche ebbe il crollo mentale a Torino, città che amava tanto. Si trovava in piazza Carignano e vide un cocchiere fustigare a sangue un cavallo. Egli sconvolto, dapprima tentò di fermare l’uomo, poi si avvicinò al cavallo e scoppiò in lacrime. Lo abbracciò, lo baciò dolcemente e infine crollò a terra. Ebbe dei violenti spasmi e svenne. Al risveglio fu riportato nella sua abitazione, mentre gridava di essere Gesù Crocifisso o intonava i canti popolari dei gondolieri veneziani (appresi a suo tempo negli anni a Venezia).
L’amico Franz Camille Overbeck lo portó in una clinica psichiatrica di Basilea. Come era successo a suo padre Nietzsche iniziò a perdere progressivamente la memoria, poi l’uso della parola e quello degli arti inferiori. Aveva ormai raggiunto lo stadio finale. Trascorse gli ultimi anni della sua vita in uno stato catatonico, morendo nel 1900 per un infarto derivato da una polmonite.
Sulla reale malattia del filosofo, tutt’oggi non esistono certezze. C’è chi parla di neurosifilide, chi di tumore cerebrale, di psicosi maniaco depressiva, demenza frontotemporale o micro-ictus. Di fatto da quel momento la vita di Nietzsche non fu la stessa, come era scritto nel suo destino genetico.
Fu la sorella Elisabeth a prendersene cura gli ultimi anni. C’era chi sospettava che lo facesse per interessi economici.
Nietzsche non ebbe buoni rapporti né con la sorella né con la madre e in più occasioni le considerò "due canaglie". Questa considerazione del filosofo è derivata dal fatto che Elisabeth ebbe pessimi rapporti con Lou Salomé: Elisabeth mise sempre in cattiva luce Lou presso gli amici intimi del fratello. Secondo lei Lou si sarebbe legata a suo fratello, uomo puro, ignaro ed inesperto, incantandolo con la sua saccenteria da quattro soldi. Nel 1882 N. scriverà "Mia sorella considera Lou un rettile velenoso, che bisognerebbe ad ogni costo annientare - e agisce anche in conseguenza".
Dalla morte del fratello Elisabeth ebbe pieno accesso alle gestione delle sue opere e i suoi manoscritti. L'interpretazione nazista del pensiero di Nietzsche è dovuta alla manipolazione dei suoi testi ad opera della sorella. Gli studi nietzschiani del dopoguerra dimostreranno però la totale estraneità del filosofo al pensiero nazista.
Fu così che proprio in Italia che uno dei più grandi pensatori degli ultimi secoli conobbe l’amore, il dolore del rifiuto e la follia, ma soprattutto l’ispirazione prima del buio, lo sviluppo finale del suo pensiero, uno dei più grandi degli ultimi secoli.
(Nella foto F. Nietzsche con la sorella Elisabeth).
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