giovedì 16 ottobre 2014

La tomba etrusca ripresa nel Medioevo


TARQUINIA, DOPO UN ANNO DI RESTAURI RINASCE LA TOMBA DEI TEMPLARI



Dopo un anno di restauri riapre al pubblico la straordinaria tomba Bartoccini, dopo un complesso intervento curato della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale, modo ideale per celebrare il decennale dell’iscrizione Unesco del complesso della necropoli di Tarquinia.
La Tomba Bartoccini, risalente alla fine del VI secolo a. C, accoglie al suo interno testimonianze non solo etrusche ma anche medievali, e permetterà al pubblico di rivivere l’antica atmosfera suggestiva e misteriosa e potrà anche conoscere attraverso un filmato posto all’ingresso della sepoltura, il lavoro minuzioso dei restauratori che ha consentito di riportare alla luce i colori degli Etruschi e i graffiti dei Templari.
Oltre alla tomba Bartoccini il tumulo della Pulcella, grazie ad un corridoio di accesso alle sepolture particolarmente ampio, potrà essere dotato di accessibilità per i disabili e, grazie alla buona collaborazione tra il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e la regione Lazio, verrà aperta la meravigliosa “Tomba dei demoni azzurri”. In totale saranno venti le sepolture completamente accessibili, permettendo ai visitatori un “contatto diretto” con gli affreschi etruschi che, come diceva  il famoso etruscologo Massimo Pallottino,  rappresentano  “Il primo capitolo della storia della pittura italiana”.
Un luogo e una storia assolutamente da visitate e da rivivere.

mercoledì 15 ottobre 2014

I dinosauri parenti stretti degli uccelli

Sono uccelli i dinosauri?

Sono uccelli i dinosauri?

Un recente ritrovamento nella regione russa di Zabaikalie, ciò che significa letteralmente "al di là del lago di Baikal", ha cambiato la nostra idea sui dinosauri. Gli scienziati vi hanno trovato i resti pietrificati di un rettile che risale al periodo giurassico, appurando che tutti i dinosauri in un modo o nell'altro sono stati coperti da penne.

I resti di un sauro permettono di ipotizzare la presenza sul loro corpo di protopenne 240 milioni di anni fa e non 90 milioni di anni fa come si riteneva prima. Risulta che gli animali preistorici assomigliavano piuttosto agli uccelli anziché ai rettili.
Kulindadromeus zabaikalicus – così gli scienziati hanno nominato il nuovo sauro. Secondo quanto affermato dagli scienziati, si tratta di un sauro bipede erbivoro lungo un metro e mezzo. Si è riusciti a scoprire sei teschi parzialmente conservati e alcune centinaia di frammenti dello scheletro. Kulindadromeus si distingueva per una piccola testa, allungati arti posteriori e una lunga coda. La cosa principale però è che su diverse parti del corpo sono stati rilevati sei tipi sul tessuto cutaneo (tre tipi di squametta e tre tipi diversi di piumaggio). I peli sulle ossa delle spalle assomigliano più a piumaggio di galline della specie silky (serica cinese).
Tuttora tra i paleontologi non c'era l'unità di vedute sull'origine degli uccelli. Si discuteva su quando e quale specie ebbe le ali e le penne, acquisendo la capacità di volare. I più probabili antenati dei pennuti sono stati considerati i teropodi, una delle specie tardive dei sauri. Anche loro, alla pari di pterodattili, avevano delle escrescenze che somigliavano alla setola. Ora gli scienziati, tre dei quali sono russi, affermano che i dinosauri più antichi del periodo giurassico avevano il tessuto peloso che assomigliava al piumaggio degli uccelli. Secondo un'ipotesi un simile "abito" avevano tutti i dinosauri, commenta i dati raccolti dagli specialisti Olga Vanscina, ricercatrice del Museo Darwin.
Loro (i dinosauri) avevano sul tessuto cutaneo qualcosa che aiutava loro per il regolamento termico. Pelo o piumaggio. Erano però le piume primitive. Non così come hanno gli uccelli, ma qualcosa che aiutasse il regolamento termico. Probabilmente più tardi hanno iniziato a utilizzarlo per la pianificazione o per qualcos'altro, ma inizialmente serviva per il regolamento termico.
Gli autori della ricerca sono convinti che il ritrovamento in Zabaikalie cambi totalmente l'idea del mondo accademico sui dinosauri. Finora i dati riguardanti i sauri con piumaggio giungevano soltanto dalla Cina. S'ipotizzava che ciò fosse un attributo dei dinosauri-predatori del sottordine dei teropodi. Ora invece si scopre anche i loro confratelli erbivori avevano le piume. D'altronde gli specialisti comunque non si azzardano ad affermare che tutti i sauri erano "piumati". In ogni caso non tutti conservavano il piumaggio in età adulta. Qualcuno aveva le piume nel periodo iniziale del proprio ciclo vitale per essere poi sostituite dallo squame o dalle piastrine protettive ossee.
C'è ancora un altro particolare – la struttura delle piume dei dinosauri si distingue da quella degli uccelli. Nessun uccello contemporaneo ha le penne con una simile anatomia – "piccole strisce che partono dalla piastrina centrale" - così ha descritto le piume dei dinosauri uno dei ricercatori stranieri. Cosicché il mistero dell'antenato dei pennuti per ora non è stato completamente svelato. "I dinosauri, - fa notare la ricercatrice del Museo Darwin, - non sono né uccelli né prototipi, ma una combinazione interessante – un essere coi denti, m anche con le piume, che poteva utilizzarle saltando o svolazzando".

martedì 14 ottobre 2014

Mameli; un esaltato !

di RODOLFO PIVA
L’Inno di Mameli, conosciuto anche come Fratelli d’Italia ma  con il titolo originale: “Il canto degli Italiani”, venne scritto da Goffredo Mameli, ventenne studente genovese, nell’autunno del 1847 e poco dopo musicato a Torino da un altro genovese: Michele Novaro. Erano questi due giovani seguaci delle idee propugnate da Giuseppo Mazzini: un individuo che fu, al di là della retorica settaria otto-novecentesca che lo descrive come un romantico ed idealista rivoluzionario, un lucido e programmato maestro del terrore al servizio delle logge massoniche britanniche che, con i mezzi allora disponibili, segnò con il sangue la strada verso l’unificazione dell’Italia colpendo indistintamente re, politici, cattolici  ecc. Un massone violento ma nel contempo di scarso coraggio preferendo mandare a morire e ad uccidere i suoi adepti standosene tranquillo ed al sicuro “in esilio”. Un tipo di rivoluzionario “da salotto” come se ne sono rivisti nello stato italiano nella seconda metà del 1900 e degno compare di quel “rivoluzionario di professione”, al servizio anch’egli della massoneria, di nome  Giuseppe Garibaldi.
Tornando al ventenne Goffredo Mameli ed al ventinovenne Michele Novaro, essi furono così preda di una mistica esaltazione risorgimentale da non essere assolutamente toccati dalla feroce repressione e dal saccheggio effettuate dalle truppe del  generale piemontese Lamarmora, nella primavera del 1849, contro la città di Genova il cui popolo si era ribellato ai Savoia per risollevare l’antico vessillo della gloriosa Repubblica che si voleva ripristinare 35 anni dopo che il Congresso di Vienna aveva cedutola Liguriaai Savoia contro la volontà del suo popolo.
La violenza esercitata dal generale Lamarmora, attraverso le sue truppe e contro la popolazione di Genova, fu tale che, facendo un parallelo con la strage di Marzabotto del 29 settembre 1944 ad opera delle SS della Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, al comando del maggiore Walter Reder, si può affermare che quest’ultimo fu sicuramente un dilettante che fu perseguito dalla giustizia italiana mentre  il “professionista del saccheggio e dell’assassinio”: generale Lamarmora, ricevette encomi e medaglie  e strade intitolate a suo nome.
Riprendendo in considerazione l’Inno di Mameli, questo è l’inno adottato, in via provvisoria nel 1946, dallo Stato Italiano. Oggi è anche definito Inno Nazionale perdurando l’abitudine truffaldina di considerare le parole stato e nazione come sinonimi perché, se è evidente che lo Stato Italiano esiste come conseguenza delle guerre di aggressione promosse dal Regno di Sardegna e Piemonte, guidato dai Savoia ed in combutta conla GranBretagna, Francia e Massoneria Europea, a partire dalla seconda metà del 1800 e fino al 1918 contro gli “Stati sovrani” presenti sul territorio della penisola, è altrettanto evidente che la nazione italiana non è mai esistita né mai esisterà se non nella testa dei mistificatori della storia. L’inno di Mameli continua ad essere “provvisorio”, dal 1946, nonostante nel 2006 e nel 2008 siano stati presentati, al Senato, disegni di legge costituzionali per ufficializzare nella Costituzione (modifica Art. 12) tale inno.
Quanto sopra è un piccolo inquadramento storico della nascita e vita di un inno che ha acceso e continua a stimolare costanti fenomeni di dissenso a cui si contrappongono le affermazioni di scandalizzati rappresentanti del governo ai vari livelli e dei politicanti che si alimentano alla greppia dello stato romano-centrico; tutti soggetti che hanno garantita la loro sopravvivenza solo continuando a sostenere la sacralità dell’unità di questo stato anche attraverso l’intoccabilità dell’inno. Sicuramente esiste in una parte dell’opinione pubblica, non propriamente politicizzata, la superficiale convinzione che l’inno di Mameli rappresenti qualcosa di importante ma della cui supposta importanza, se interrogati in proposito, non sanno dare spiegazione a meno di ricorrere a stereotipi che sono stati inculcati nei loro cervelli sino dalla prima infanzia in maniera assolutamente e volutamente acritica.
Pochissimi conoscono il testo completo dell’Inno di Mameli mentre, per la stragrande maggioranza, la conoscenza si limita alla prima strofa perché è quella che viene cantata in apertura ad avvenimenti sportivi, in particolare calcistici. Leggendo le strofe dell’inno di Mameli, è assolutamente evidente a  chi sottende profondi ed evoluti significati alle parole “libertà” e “democrazia” che, quanto scritto dal ventenne Mameli, sia stato il prodotto di un invasato da crisi mistico-risorgimentale o di un individuo in preda ad una crisi etilica.
Nella prima strofa si cita una Italia che Iddio avrebbe creato come schiava di Roma. Già l’uso del termine “schiava” fa un po’ rabbrividire, oggidì, ma ciò che è disturbante è il richiamo ad un Impero Romano che costruì nei secoli la sua grandezza (riferita all’estensione territoriale) e la sua ricchezza  con la conquista di terre in Europa, nel bacino del Mediterraneo, in oriente ecc., assogettando con la violenza le popolazioni autoctone e riducendole in schiavitù se non gradivano “la cultura romana” perchè  tentavano di difendere la loro terra e la loro identità dall’invasione delle legioni di Roma. Chi visita la città di Roma e le sue “grandiose vestigia” dovrebbe ricordarsi che queste grondano del sangue di milioni di persone, appartenenti ai territori occupati e rapinati dalle legioni di Roma, uccise o ridotte in schiavitù e magari utilizzate, a migliaia, nei “giochi circensi” (Colosseo) per fare divertire la plebe idiota romana. Di fronte a ciò cosa dice la trita e ritrita demagogia patriottarda italica ? Roma ha portato nel mondo la civiltà. Bella roba !!! E’ grosso modo la stessa argomentazione che viene addotta per giustificare le guerre coloniali in Africa condotte dal Governo italiano savoiardo e dal fascismo poi con metodi crudeli ed estremamente violenti (es.: campi di concentramento in Libia, gas tossici in Abissinia ecc. ecc.). Anche in questo caso la solita giustificazione e qualcuno lo avrà sentito dire da persone anziane: “siamo andati in Africa a costruire le strade”. Grande sciocchezza.
La seconda, terza e quarta strofa sono un esagitato richiamo a un popolo diviso che forse era stato unito, secondo il Mameli, solo sotto l’impero romano e che brama di tornare a “fondersi insieme” sotto un’unica bandiera e, con l’amore e l’aiuto di Dio, diventare invincibile.
Farneticazioni prive di riscontro concreto perché è assodato che le popolazioni  entro i confini dell’Impero romano  furono costrette a starci con la coercizione e la violenza analogamente a come accadde alle popolazioni degli Stati Sovrani, presenti nella penisola, che, nella seconda metà del 1800, furono tutt’altro che liete di essere chiamate a partecipare alla costruzione del nuovo stato sulla punta delle baionette dell’esercito savoiardo ed è inoltre difficile pensare che Dio volesse stare a fianco di chi perseguiva la via della violenza, quando non del massacro, come appunto si mostrò capace l’esercito savoiardo anche contro i ministri di Dio, preti, suore ela ChiesaCattolicain generale.
Il parossismo dell’esaltazione mistica del Mameli lo ritroviamo nella quinta strofa dove i toni diventano truculenti e, per surriscaldare gli animi patriottici dei suoi compagni di fede, descrive una Austria che, insieme al cosacco (Russia), beve il sangue italiano e polacco ma ancora per poco perché l’Aquila Austriaca ha ormai perso le penne… Con riferimento alla quinta strofa sanguinaria è curioso osservare che il 1847, anno della stesura dell’inno, è l’anno in cui nacque, in Inghilterra, Abraham Stocker il famosissimo autore del libro: “Dracula il Vampiro”.
La storia dell’Inno di Mameli e della breve vita del suo autore è la riprova di come individui pericolosi , tipo Giuseppe Mazzini e legati a potenti poteri come la massoneria, siano capaci di manipolare le menti e quindi le vite sfruttando per i loro fini nefandi gli entusiasmi, a volte poco riflessivi, della gioventù ed attivando sommovimenti politico-sociali immani con i conseguenti disastri, distruzione e morte. La storia di questo disgraziato paese nel solo arco temporale1861 -1945 ne è la prova concreta.
*Unione Padana
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lunedì 13 ottobre 2014

l'EROINA



 "IMILLA" ALIAS MONIKA ERTL. COLEI CHE VENDICO L'UCCISIONE E LA PROFANAZIONE DEL CORPO DEL CHE
Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta da Roberto Quintanilla, console boliviano.
Vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, il console Quintanilla, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.
Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?
Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl.
Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo: Roberto Quintanilla Pereira.
Aveva attraversato l’Atlantico e tornata alla sua Germania natale, ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera.
Questo schifoso, con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.
ONORE A IMILLA ALIAS MONIKA ERTL.

Orgasmi e l'elmo di Oppeano

L’uomo nuovo avrà più orgasmi (e strani copricapi). La donna non so.


Il carismatico Reich persuase Albert Einstein ad analizzare la macchina, il cui funzionamento sembrava contraddire tutti i principi della fisica. Dopo due settimane di test Einstein refutò le affermazioni di Reich. Tuttavia l’orgone diventò molto di moda nell’America degli anni 40 e 50, e la fama di Reich crebbe come leader di un nuovo movimento sessuale che sembrò attraversare tutto il paese. L’accumulatore era usato da portavoce della contro-cultura come Norman Mailer, JD Salinger, Saul Bellow, Paul Goodman, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Dwight Macdonald e William S Burroughs. Negli anni 70 Burroughs scrisse un articolo per la rivista Oui dal titolo “Tutti gli accumulatori che ho posseduto”. Nell’articolo si vantava: “Il vostro intrepido reporter, all’età di 37 anni, aveva orgasmi spontanei, senza mani, in un accumulatore orgonico costruito in un aranceto in Pharr, Texas.” Al culmine della sua carriera come James Bond, Sean Connery credeva ciecamente nel dispositivo, e Woody Allen ne fece una parodia in Il dormiglione (1973), dandogli il nome immortale di Orgasmatron.

giovedì 2 ottobre 2014

Siamo tutti fratelli, o quasi



Dovendo partecipare ad un funerale di un amico oggi ho potuto sentire una predica confezionata per un pubblico poco edotto.  Durante il rito funebre mi ha colpito un passo particolare della predica : -,,,i nostri fratelli ebrei,,,,-;.  Subito mi ritorna in mente come gli ebrei considerano Cristo, se domandate ad un rabbino chi è Cristo? lui vi dirà, senza esitazione  -un mago che inganna le folle con i miracoli- . Credo che questa disinvolta abitudine  moderna di definire  ed estendere il concetto di FRATELLI a tutti i i credenti ebrei sia una ipocrisia o peggio una colpevole leggerezza teologica imperdonabile. Si è accantonata la questione fondamentale, in cui il fondatore di una religione è considerato un impostore dall'altra e nonostante tutto ci si vuole ostinare a ad una fratellanza impossibile.  Dimenticavo, se chiedete ad un mussulmano, preparato nella sua religione, -chi è Cristo-   vi dirà -un profeta-  . Non sono diversità di poco conto. Andiamoci piano prima di chiamarli fratelli.......

mercoledì 1 ottobre 2014

Mario Tronti: "Sono uno sconfitto, non un vinto. Abbiamo perso la guerra del '900"

SOTTO la suola delle sue scarpe è ancora riconoscibile il fango della storia. "È tutto ciò che resta. Miscuglio di paglia e sterco con cui ci siamo illusi di erigere cattedrali al sogno operaio ". Ecco un uomo, mi dico, intriso di una coerenza che sfonda in una malinconia senza sbavature. È Mario Tronti, il più illustre tra i teorici dell'operaismo. Ha da poco finito di scrivere un libro su ciò che è stato il suo pensiero, come si è trasformato e ciò che è oggi. Non so chi lo pubblicherà (mi auguro un buon editore). Vi leggo una profonda disperazione. Come un diario di sconfitte scandito sulla lunga agonia del passato che non passa mai del tutto, che non muore definitivamente. Ma che non serve più.

"Sono gli altri che ti tengono in vita", dice ironico. Quando la vita, magari, richiede altre prove, altre scelte. Forse è per questo, si lascia sfuggire, che ha cercato un diversivo nella pratica del Tai Chi: "I gesti di quella tecnica orientale rivelano, nella loro lentezza, un'armonia segreta. Tutto si concentra nel respiro. L'ho praticato per un po'. Con curiosità e attenzione. Ma alla fine mi sentivo inadatto. Fuori posto. L'Oriente esige una mente capace di creare il vuoto. La mia vive di tutto il pieno che ho accumulato nel tempo".

Come è nata la curiosità per il Tai Chi?
"Grazie a mia figlia che ama e pratica la cultura orientale. Avrebbe voluto farsi monaca, poi ha scelto con la stessa profonda coerenza quel mondo che io ho solo sfiorato".

E come ha vissuto quella decisione familiare?
"Con il rispetto che occorre in tutte le cose che ci riguardano e ci toccano da vicino".

C'è un elemento di imprevedibilità nei figli?
"C'è sempre: negli individui, come nella storia".

Si aspettava che la storia  -  la sua intendo  -  sarebbe finita così?
"Ci si aspetta sempre il meglio. Poi giungono le verifiche. Sbattere contro i fatti senza l'airbag può far male. Sono stato comunista, marxista, operaista. Qualcosa è caduto. Qualcosa è rimasto. Ho capito e applicato la lezione del realismo politico: non si può prescindere dai fatti".

E i fatti parlano oggi di una grande crisi.
"Grande e lunga. Ci riguarda, a livelli diversi, un po' tutti. Dura da almeno sette anni e non c'è nessuno in grado di dire come se ne uscirà. Viviamo un tempo senza epoca".

Cosa vuol dire?
"C'è il nostro tempo, manca però l'epoca: quella fase che si solleva e rimane per il futuro. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana: il chiacchiericcio, il lamento, le banalità".

L'epoca è il tempo accelerato con il pensiero.
"Non solo. È il tempo che fa passi da gigante. Si verifica quando accadono cose che trasformano visibilmente i nostri mondi vitali".

Nostalgia delle rivoluzioni?
"No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni. Ma non solo. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo più nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto".

Quando termina l'esplosione di creatività?
"Negli anni Sessanta".

I suoi anni d'oro.
"Ironie della storia. C'è stato un grande Novecento e un piccolo Novecento fatto di una coscienza che non è più in grado di riflettere su di sé".

È un addio all'idea di progresso?
"Il progressismo è oggi la cosa più lontana da me. Respingo l'idea che quanto avviene di nuovo è sempre meglio e più avanzato di ciò che c'era prima".

Fu una delle fedi incrollabili del marxismo.
"Fu la falsa sicurezza di pensare che la sconfitta fosse solo un episodio. Perché intanto, si pensava, la storia è dalla nostra parte".

E invece?
"Si è visto come è andata, no?".

Si sente sconfitto o fallito?
"Sono uno sconfitto, non un vinto. Le vittorie non sono mai definitive. Però abbiamo perso non una battaglia ma la guerra del '900".

E chi ha prevalso?
"Il capitalismo. Ma senza più lotta di classe, senza avversario, ha smarrito la vitalità. È diventato qualcosa di mostruoso".

Si riconosce una certa dose di superbia intellettuale?
"La riconosco, ma non è poi una così brutta cosa. La superbia offre lucidità, distacco, forza di intervento sulle cose. Meglio comunque della rinuncia a capire. In tutto questo gran casino vorrei salvare il punto di vista ".

Il punto di vista?
"Sì, non riesco a mettermi sul piano dell'interesse generale. Sono stato e resto un pensatore di parte".

Quando ha scoperto la sua parte?
"Ero giovanissimo. Alcuni l'attribuiscono al mio operaismo degli anni Sessanta. Vedo in giro anche degli studi che descrivono il mio percorso".

In un libro di Franco Milanesi su di lei  -  non a caso intitolato Nel Novecento ( ed. Mimesis)  -  si descrive il suo pensiero. Quando nasce?
"Ancor prima dell'operaismo sono stato comunista. Un padre stalinista, una famiglia allargata, il mondo della buona periferia urbana. Sono le mie radici".

In quale quartiere di Roma è nato?
"Ostiense che era un po' Testaccio. Ricordo i mercati generali. I cassisti che vi lavoravano. Non era classe operaia, ma popolo. Sono dentro quella storia lì. Poi è arrivata la riflessione intellettuale".

Chi sono stati i referenti? Chi le ha aperto, come si dice, gli occhi?
"Dico spesso: noi siamo una generazione senza maestri ".

Lei è stato, a suo modo, un maestro.
"Trova?".

Operai e capitale , il suo libro più noto, ha avuto un'influenza molto grande. Lo pubblicò Einaudi. Cosa ricorda?
"Fu un caso fortunoso. Non avevo rapporti con la casa editrice torinese. Mi venne in mente di inviare il manoscritto senza immaginare nessuna accoglienza positiva. So che ci fu una grossa discussione e molti dissensi tra cui, fortissimo, quello di Bobbio".

Era prevedibile.
"Assolutamente, viste le posizioni. A quel punto scrissi direttamente a Giulio Einaudi spiegando quale fosse il senso del mio libro".

E lui?
"Lo comprese pienamente. Contro il parere di quasi tutta la redazione si impuntò e il libro venne pubblicato. L'edizione andò rapidamente esaurita. Era il 1966. Avevo 35 anni. Quel testo, poi rivisto con l'aggiunta di un poscritto, ancora oggi gira per il mondo".

Ne è soddisfatto?
"È un libro nel quale sono tutt'ora rimasto intrappolato. Per la gente rimango ancora quella roba lì. È difficile far capire che, nel frattempo, sono cambiato. Pensano che sia restato l'operaista di una volta".

Non è così?
"L'operaismo per me ricoprì una stagione brevissima. Poi è iniziata quella, maledetta da tutti, dell'autonomia del politico".

Maledetta perché?
"Mi resi ostile anche alle generazioni post-operaiste ".

Allude al Sessantotto?
"Lì ha inizio il piccolo Novecento. Dove è cominciata la deriva".

Fu un grande equivoco?
"Ammettiamolo: fu un fatto generazionale, antipatriarcale e libertario. Non sono mai stato un libertario".

Dove ha fallito il '68?
"C'è stata una doppia strada, entrambe sbagliate. Da un lato si è radicalizzato in modo inutile e perdente giungendo al terrorismo. Per me che sono appassionato del tragico nella storia lì ho visto l'inutilità e l'insensatezza della tragedia".

E dall'altro?
"Alla fine il '68 fu il grande ricambio della classe dirigente. La corsa a imbucarsi nell'establishment".

Niente male come ironia della storia.
"Sono i suoi paradossi e le sue imprevedibilità".

E il mito della classe operaia? La "rude razza pagana" come disse e scrisse.
"Non era certo quella che noi pensavamo. Gli operai volevano l'aumento salariale, mica la rivoluzione. Fu una delle ragioni che mi spinsero a scoprire le virtù del realismo politico".

Fu un addio alle illusioni?
"Vedevamo rosso. Ma non era il rosso dell'alba, bensì quello del tramonto".

Dove si colloca lo "sconfitto" Mario Tronti?
"Sono un uomo fuori da questo tempo. Ho sempre condiviso la tesi del vecchio Hegel che un uomo somiglia più al proprio tempo che al proprio padre. Il mio tempo è stato il mondo di ieri: il Novecento. Che comunque non sarà mai la casa di riposo per anime belle ".

Con quale riverbero affettivo lo ricorda?
"La mia tonalità è oggi quella di una serena disperazione. Forse per questo motivo non vado quasi mai a incontri pubblici. È troppo patetico andare in giro per parlare di quel mondo. E poi, dico la verità, la sua fine non è all'altezza della sua storia. Non c'è niente di tragico ".

Lei è passato dall'operaismo a Machiavelli e Hobbes e ora alla teologia politica, ai profeti, alla figura di Paolo.
"Se me lo avessero pronosticato trent'anni fa non ci avrei creduto. Però, vede, Paolo è stato il grande politico del cristianesimo. Nelle sue Lettere c'è il Che fare? di Lenin. Guardo molto alla dimensione cattolica, al suo aspetto istituzionale. C'è forza e lunga durata".

L'accusano di flirtare un po' troppo con il pensiero reazionario.
"Dal punto di vista intellettuale trovo molto stimolante l'orizzonte che comprende figure come Taubes, Warburg, Benjamin, Kojève, Rosenzweig. Una costellazione anomala e irriferibile alla tradizione ortodossa. Uomini postumi".

Lo chiamerebbe eclettismo?
"Non lo è. Prendo quello che mi serve. La mia bussola mentale è molto spregiudicata. Mi chiedeva del pensiero reazionario. Ebbene, non rinuncio ai filosofi della restaurazione se mi fanno capire la rivoluzione francese molto più degli illuministi".

Si sente ancora un uomo di sinistra?
"È una bella contraddizione, me ne rendo conto. Ma come potrei essere di sinistra con il pessimismo antropologico che ricavo dal mio realismo? Dichiararsi illuministi, storicisti, positivisti  -  come fa in qualche modo la sinistra  -  è illudersi che i problemi che abbiamo di fronte siano semplici".

Dove si collocherebbe oggi?
"Dalla parte sconfitta. In un senso benjaminiano. Ha presente la figura dell'Angelo? Egli guarda indietro con le ali che si impigliano nella tempesta".

È una bella immagine. Fa pensare al Dio terribile e inclemente della Bibbia. Lei in cosa crede o ha creduto?
"A chi divide il mondo fra credenti e non, rispondo che non sono né l'una cosa né l'altra. Sto, per così dire, su di una specie di confine che ha ben descritto Simone Weil: non attraversare, ma non tornare neppure indietro. Al tempo stesso, penso che il "legno storto" dell'umano per sopravvivere abbia bisogno di qualche forma di fede".

E lei l'ha incontrata?
"In un certo senso sono stato credente anch'io. Ho creduto che si poteva abbattere il capitalismo, fare il socialismo e poi il comunismo. Niente di tutto questo aveva la benché minima parvenza scientifica".

Non è rimasto niente di quella fede?
"Sono più cauto. Avverto molto chiaramente il nesso tra realismo e passione. Il realismo da solo è opportunismo, puro adattamento alla realtà. Per correggere questa visione occorre una forma di passione".

Viviamo il tempo delle passioni tristi e spente.
"Tristi, certamente. Ma non spente del tutto. Il guaio è che oggi la storia non si controlla".

Ossia?
"La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del '900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente".

Le sue preoccupazioni sembrano quelle di un uomo superato.
"In un certo senso è così. Ma non mi preoccupo. Perché dovrei? Ricordo certi vecchi che in prossimità della morte dicevano: purtroppo me ne devo andare. Mio padre credeva in un mondo migliore. Avrebbe voluto vederlo. Beato lui. Io dico ai giovani: meno male che non ho la vostra età. E sono contento che tra un po' non vedrò più questo mondo. Questo dico".

Non si aspetta altro?
"Il futuro è tutto catturato nel presente. Non è possibile immaginare niente che non sia la continuazione del nostro oggi. Questo è l'eterno presente di cui si parla. E allora ben lieto di essere superato. Mi consola sapere che chi corre non pensa. Pensa solo chi cammina"