giovedì 26 settembre 2019

La Roma del Belli. “Vogliono pane, dategli indulgenze!”



La Roma raccontata dal Belli è la Roma dei sei papi che regnarono ne settantadue anni in cui egli visse, anni di enormi agitazioni, di movimenti politici, di va-e-vieni tra occupazioni militari e restaurazioni, in una città sordida e spopolata, abitata da plebi tra le più incolte e ciniche che ci fossero allora in Italia.
Belli ritrae questa città che si lascia vivere con indolenza mentre si diffonde la consapevolezza che lo Stato della Chiesa è diventato ormai un anacronismo. Già in un sonetto del 32 (Li punti doro) Belli scrive: Cusì viengheno a dì li giacubini, / ar gran sommo pontefice Grigorio: / che te fai de li stati papalini, / dove la vita tua pare un mortorio?. Non fu così facile, comunque. Ancora nel 1862 trecento vescovi reclamarono che il potere temporale era una necessità voluta direttamente dalla provvidenza divina. Affermazioni impegnative, un anno dopo la proclamazione dell'Unità dItalia.
Quando Giuseppe Gioachino nacque, sul soglio di Pietro sedeva Pio VI papa Braschi, non malvagio ma certo inadeguato ai cataclismi di quegli anni: prima la Rivoluzione, poi la folgore di Napoleone. Nel 98 il Direttorio fa occupare Roma e deporre il papa. “Fatemi morire a Roma”, implora il pontefice. “Può morire dove vuole”, gli rispondono. Morirà in carcere nella fortezza di Valence. Anche il suo successore Pio VII deve fare i conti con Napoleone, che lo fa deportare, mentre Roma conosce l'occupazione francese (1808). Per i romani, umiliazione a parte, non è gran male. La presenza degli occupanti dà una scossa a una città che l'amministrazione pontificia ha conservato in condizioni quasi medievali: obelischi e basiliche in un tessuto urbano ridotto a melmoso villaggio.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, il papa può tornare a Roma dove rientra il 24 maggio 1814, accolto trionfalmente. La furia restauratrice di alcuni cardinali che vogliono cancellare ogni traccia degli occupanti, arriva al punto da chiedere l'abolizione dell'illuminazione stradale introdotta dai francesi. Salva tutti dal ridicolo il genio di Ercole Consalvi, segretario del papa, politico sommo. Nato in una città meno degradata, sarebbe stato un Metternich. In un paese più consapevole della sua storia sarebbe diventato comunque un mito, come Talleyrand.
Pio VII regna per quasi un quarto di secolo, il suo successore, Leone XII, solo sei anni. Bastano per darci l'immagine dun papa terrorizzato dai tempi, ferocemente restauratore. È lui che durante l'anno Santo del 25, fa impiccare in piazza i due carbonari Targhini e Montanari. Quando papa Della Genga morì, apparve questo cartello: “Ora riposa Della Genga, per la sua pace e per la nostra”. Eppure il Belli ne rievoca anni dopo il mortorio, con uno dei suoi attacchi più teneri: Iersera er papa morto c'è passato, / propi avanti al cantone de Pasquino.... Venti mesi soltanto (tra il 29 e il 30) resta sul trono il suo successore che per distinguersi da lui s'affretta a chiamarsi Pio VIII. In un sonetto del 1° aprile 29, all'indomani dell'elezione, Belli ne dileggia la malferma salute: Ha un erpeto pe tutto, nun tiè denti, / è guercio, je trascineno le gambe.... Gregorio XVI, papa Cappellari, bellunese, regnante dal 31 al 46, è il papa centrale nella vita e nella poesia del Belli, il personaggio principale della sua umana commedia. A papa Grigorio il poeta dedica ben 25 sonetti, tra i quali alcuni dei più riusciti. Reazionario anche lui, ma forse proprio per questo gli piaceva. Gregorio è il papa che nell'enciclica Mirari vos (1832) definisce tra l'altro un vaneggiamento che ognuno debba avere libertà di coscienza, a questo nefasto errore conduce quell'inutile libertà d'opinione che imperversa ovunque...
Di Gregorio, il Belli celebra a modo suo l'elezione. Il sonetto del 2 febbraio 31, appena chiuso il conclave, attacca festoso: Senti, senti Castello come spara. / Senti Montecitorio come sona. / E segno chè finita sta cagnara, / er papa novo già sbenediziona. Stranamente invece, Belli non ne racconta la morte che avviene il 1° giugno 46. In quel periodo il poeta non scrive e i ricordi di Gregorio arrivano più tardi, in autunno, in un sonetto nel quale Belli deride l'ultimo papa della sua vita: Mastai Ferretti, Pio IX, intanto arrivato sul trono di Pietro. Un papa giudicato prima liberale poi traditore, destinato a patire la repubblica del 49 e la breccia di Porta Pia nel 70. E il Pio IX di fama liberale del primo periodo che Belli racconta in un sonetto del gennaio 47, con un attacco grandiosamente reazionario: No, sor Pio, pe smorzà le turbolenze, / questo qui non è er modo e la magnera. / Voi, padre santo, nun n'avete cera, / da fa er papa sarvanno le apparenze. / La sapeva Grigorio l'arte vera / de risponne da Papa a l'insolenze: / Vonno pane? Mannateje indurgenze; / vonno posti? Impiegateli in galera.
Questa era Roma....
Hyppolite Delaroche, Ritratto di Gregorio XVI (1844)

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