martedì 18 dicembre 2018

Visioni poetiche di Roma

Su, vai a Roma, -- che è insieme il Paradiso, la tomba,
e la città e il deserto; e passa dove le rovine s’ergono
come montagne frantumate, e le gramigne
fiorenti e le piccole selve profumate
vestono l’ossa nude della Desolazione,
finché lo spirito del luogo guiderà i tuoi passi
a un declivio il cui accesso è verdeggiante,
dove come il sorriso di un bambino
fra l’erba sopra i morti si distende
una luce di fiori sorridenti [...]

(Percy Bysshe Shelley)
Veduta di Bartolomeo Pinelli (1781-1835)

Da tomba a fortezza papalina!


La Mole Adriana è il mausoleo fatto costruire da uno dei Principi più conosciuti e apprezzati della storia romana. In realtà, a differenza di quanto si possa credere, Adriano era tutt'altro che apprezzato dai suoi contemporanei. Era un uomo di immensa cultura ma molto schivo, si fece costruire una villa fuori Roma, a Tivoli, che non era in sfarzo e magnificenza minore al colossale palazzo di Nerone. In questo luogo suggestivo e incantevole egli si isolava dalla città e dal resto del mondo, immergendosi in un sogno tutto suo circondato dai luoghi che più amava, perfettamente riprodotti nella sua tenuta. Questo isolamento contribuì solamente ad alimentare il clima di diffidenza e di sospetto da parte dei cittadini, ma Adriano non se ne curava.
Quasi per sfida fece costruire, con lo sguardo rivolto a Roma, un immensa tomba che grazie ai suoi 21 metri di altezza era la più grande del mondo romano (superiore a quella di Augusto), seconda solo al mausoleo di Alicarnasso, la nota meraviglia dell'antichità. Tuttavia il trasferimento delle sue "immortali" spoglie fu tutt'altro che semplice, infatti il Popolo romano aveva bloccato la salma del defunto imperatore fuori dalla città, impedendo al corteo di raggiungere il mausoleo. Solo l'intervento persuasivo dell'amato Marco Annio Vero, futuro Marco Aurelio, riuscì a quietare gli animi permettendo la sepoltura del detestato Adriano.
Oggi la Mole Adriana è conosciuta come Castel Sant'Angelo, convertita in fortezza militare già nel V secolo e perfezionata nel corso del tempo fino a diventare un baluardo inespugnabile che salvò la città in numerose occasioni. Un altra colossale opera innalzata a glorificare la superbia personale venne trasformata in una struttura per il vantaggio di tutta la collettività.

Il dio delle porte del cielo e degli inferi....Patrus Patrato

Il dio dal doppio volto simboleggia il principio di permanenza per il quale il passato e l'avvenire formano una cosa sola. Questo UNO non e' stabile se non nell ' instabilita' dei mutamenti perpetui, cui presiede la mezzaluna formatrice. Tutto si conserva soltanto modificandosi incessantemente. Le cose nascono e rinascono ad ogni istante:la creazione e' continua, eterna, incessante. L'iniziato si distingue perche' si associa alla Grande Opera in piena coscienza, e sa che cio' che fa quando lavora all'esecuzione del piano dell'Architetto immutabile. I popoli nordici non si accontentano di un Giano bifronte, che guarda davanti e dietro di se'. Essi hanno raffigurato la loro trinita' con un triangolo girevole composto da tre volti. In realta', il loro pentacolo e' quello dell'Intelligenza che vede triplicemente, distinguendo l'"agente", " l'atto" al quale si dedica e " L'azione" che compie. L'agente e' tale solo perche' agisce, e non potrebbe agire senza che vi sia azione; ma la distinzione e' soggettiva, poiche' egli ha in realta' la tri-unita'. I termini del ternario possono essere visti separatamente per comodita' di analisi verbale, ma ognuno di essi e' nulla senza gli altri due. Creatore che crea e creazione creata sono tutt'uno con l'attivita' creatrice necessariamente permanente. Questa fu la teologia dei Druidi, che sulla triade si trasmettevano concezioni piu' approfondite di quelle del dogmatismo dei nostri seminari contemporanei. CIT.

domenica 16 dicembre 2018

La mafia autoctona del Nord Est, oltretutto impunita.....

Giancarlo Cunial 13 DICEMBRE, IL GIORNO DI CRISTINA
(attenzione: in questo post ci sono contenuti sensibili)
Ci ho pensato su qualche giorno prima di pubblicare questo post perché il suo contenuto è un po' delicato, "sensibile" avremmo detto qualche anno fa.
Prima mi sono consultato.
Poi mi sono detto che vale la pena comunque di pubblicarlo, perché voglio recuperare la memoria di una ragazza, Cristina Pavesi, trevigiana di Conegliano, vittima prima della mafia del Brenta (non è la "mala" del Brenta, no: quella è la Mafia del Brenta) e poi dell'oblio.
Ed è un oblio tutto veneto, terribilmente veneto, quello che non ha mai voluto riconoscere il radicamento e la diffusione di associazioni mafiose, provenienti dal sud Italia, e ramificate non solo lungo la riviera del Brenta ma anche ad Eraclea, a Caorle, a Venezia, a Mestre...
In breve, questa è la storia di Cristina, una di noi: il giorno di santa Lucia del 1990, Cristina Pavesi, ragazza di Conegliano, ventidue anni, studentessa universitaria.
Tornava, in treno, a casa quel giorno dopo aver concordato la tesi con il suo relatore. Ore 18.30: un rumore assordante, un'esplosione secca.
Poi una lunga eco per la campagna padovana. L’odore del bruciato misto al fumo, acre e intenso: un ordigno aveva coklpito il diretto Bologna-Venezia partito da Venezia e momentaneamente fermo nella campagna padovana, a Barbariga di Vigonza.
In quel punto, i treni iniziano tutti a rallentare, perché si attivano numerosi scambi e coincidenza a una decina di chilometri dalla città del Santo.
E su quel punto di rallentamento agirono i mafiosi (i mafiosi, appunto, non i malavitosi) agli ordini di Felice Maniero, la Faccia d'Angelo, capo della Mafia del Brenta, l’organizzazione criminale nata lungo la Riviera.
Il treno avrebbe dovuto rallentare, infatti, ma quella sera era stato proprio bloccato del tutto: erano quelli di Maniero che l'volevano bloccato per dare l'assalto al vagone portavalori delle poste.
I passamontagna calati sui volti, gli assalitori diedero il via alla sparatoria con gli uomini della polfer mentre due di loro prepararono la carica del tritolo, piazzato sui binari, per spezzare in due il convoglio e impadronirsi dei valori chiusi nel vagone blindato.
Nel momento della deflagrazione, passava l’altro treno, quello di Cristina Pavesi, quello che non sarebbe mai giunto a destinazione.
L’esplosione ferì alcune persone. Invece Cristina morì sul colpo.
Inutili i soccorsi. Si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato. Una morte senza un perché.
I mafiosi riuscirono a impossessarsi del bottino e a sparire nella fredda e ormai buia campagna circostante, mentre i le carcasse dei vagoni sventrati rimanevano fumanti nell'oscurità di santa Lucia.
Secondo me, io che non so né leggere né scrivere, Cristina è una vittima di mafia (l'unica vittima di mafia nel Trevigiano).
Invece quello che seguì fu la negazione del dramma.
Quell'omicidio non venne mai contestato a Maniero e di conseguenza a nessuno della sua banda. Con quella accusa e un’eventuale condanna, infatti, poteva saltare tutto il calcolo delle pene che gli aveva permesso di diventare un collaboratore di giustizia e quindi di tornare libero... (l'analisi è di Ugo Dinello, nel libro “Mafia a Nord Est”).
Spero che non sia così, spero cioè che Ugo Dinello abbia capito male.
Perché se fosse così, come da più parti si mormora, ci sarebbe stato un, come chiamarlo?, accordo... tra Maniero e i magistrati: la morte di Cristina Pavesi da una parte e la rapina di Maniero dall'altra.
Alla faccia della Faccia d'Angelo.
Provo a ricapitolare: Maniero e i suoi uomini organizzano e attuano una rapina al vagone dei valori di un treno. Usano una carica di tritolo, che uccide Cristina e apre il blindato.
I rapinatori fuggono col bottino. Cristina resta morta sul treno.
Maniero non viene incolpato di quella morte altrimenti non avrebbe potuto avere gli sconti di pena come collaboratore di giustizia.
E tutto finisce lì.
No, secondo me non è andata così.
Non è possibile che una ragazza di 22 anni che si sta per laureare venga uccisa da un attentato al tritolo e nessuno paghi per la sua morte.
Ma poi trovo questa dichiarazione che m'ha fatto venire la pelle d'oca. Leggete anche voi: “È uno scandalo che nessuno di noi sia stato imputato per l’assassinio di Cristina Pavesi. Ci hanno contestato la rapina e io non sono mai stato condannato per quell’assassinio. Lo hanno fatto per aiutare Giulio Maniero [cugino di Felice]. Continuo ad avere un grande rimorso per la morte di quella ragazza”.
Chi parla si chiama Paolo Pattarello, uno degli uomini di Maniero che agì quella sera del 13 dicembre.
E io non ci sto: da quella sera di dicembre del 1990, quando la mafia (non la mala) uccise una giovane vita, nessuno ha mai pagato per quella morte.
I Veneti si sono dimenticati della loro mafia che era entrata nel cuore della regione.
Felice Maniero fece il pentito e venne anche lui dimenticato. Da Maniero Felice, classe 1954, protetto dallo Stato per le delazioni che ha prodotto in tribunale.
Il padre di Crsitina non si è dato pace.
E' morto un anno e mezzo dopo l'omicidio della figlia.
E Cristina nessuno l'ha uccisa.
Come se non fosse vittima di mafia.
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ATTENZIONE: informo i lettori di questo post di valutare l'opportunità o meno di una propria reazione o un commento.
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PROPOSTA: vorrei proporre al sindaco di Conegliano una deliberazione di intenti della città per far riconoscere nel 2019 Cristina Pavesi quale "vittima di mafia"
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foto: Cristina Pavesi

giovedì 13 dicembre 2018

Le distruzioni vaticane

 

https://www.romanoimpero.com/…/…/il-terebinto-di-nerone.html
Il Terebinthus, anche noto come obeliscus neronis, era un mausoleo descritto come più alto della Mole Adriana, secondo altri alto "come" la mole di Adriano, di forma circolare con più tamburi sovrapposti di diametro decrescente interamente ricoperto di travertini. Venne distrutto da papa Dono o Domno nel 675 e con i suoi travertini venne realizzato il pavimento del "paradiso" di San Pietro (o quadriportico di S. Pietro).

Una danza all'origine del mondo.

Tra i vari miti della Creazione uno, assai affascinante, risale agli antichi Pelasgi. Esso parla di Eurinome, la Creatrice, che nacque nuda dal Caos e, dal momento che non vi era alcunché di solido per poggiarvi i piedi, divise il mare dal cielo ed utilizzò le onde come base per la sua danza. Il suo cammino danzante la portò a sud e, sentendo il vento alle sue spalle, comprese che vi era qualcosa di nuovo e di distinto. Qualcosa da utilizzare per la Creazione: si voltò all’improvviso ed afferrato il Vento del Nord (Borea) lo sfregò tra le mani, facendo apparire un grande serpente, Ofione. La danza di Eurinome, che ella utilizzava per scaldarsi, acquistò un ritmo sempre più intenso e selvaggio, tanto da eccitare il serpente che, avvolgendo la dea tra le sue spire, si unì a lei. La dea, rimasta incinta, volò sul mare, prese l’aspetto di una colomba e depose un uovo, l’Uovo Universale. Attorno ad esso Ofione, per ordine di Eurinome, si avvolse sette volte e restò avvinto finché esso non si dischiuse, facendo uscire tute le cose esistenti.
Dunque una danza alle origini della Creazione, una danza di Donna e di Dea. Danza che ancora continua, assumendo sempre nuove figure. E gli orrori cui noi spesso assistiamo sono dovuto all’inserimento di distorte armonie, così come, per rifarci ad altri miti, inventati, creati o ritrovati, di più recente e grande successo, nel Grande Tema di Ilúvatar si introdusse la variazione di Melkor.

Il giorno della casta Dea!

13 dicembre: giorno dedicato alla dea LUCINA (casta Lucina in Virgilio), portatrice di Luce e doni nella vetusta tradizione dei Lares familiares che ancor oggi recano doni notturni ai bambini nel Centro-Sud d'Italia. Dicembre splende della tradizioni religiose dei grandi Padri. (s.Lucia è una delle infinite sovrapposizioni cattoliche sulle nostre feste e cerimonie)

La festa di Santa Lucia in Verona

Secondo la tradizione popolare veronese, intorno al XIII secolo, in città, in era scoppiata tra i bimbi una terribile epidemia di “male agli occhi”. Si decise allora di chiedere la grazia a santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c’è il Municipio (accompagnati dal "gastaldo". Il freddo non invogliava i bambini a partecipare al pellegrinaggio, allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la santa avrebbe fatto trovare dei doni al ritorno. I bambini accettarono, si fece il pellegrinaggio e poco tempo dopo l’epidemia si esaurì.

Io sono il padre la madre e anche il figlio, un Giano trifronte. Il passato, il presente e il futuro, il momento magico è il presente che non si rappresenta mai! Li risiete la magia!

«...vidi nella luce starmi di fronte un fanciullo; tuttavia, allorché lo guardavo aveva l'aspetto di un vecchio; ma cambiò di nuovo forma divenendo come una donna. Davanti a me, nella luce, c'era come un'unità dalle molte forme; e le forme si manifestavano in modo alternato. Dato che era uno, come poteva aver tre forme? Egli mi disse: "Giovanni, Giovanni, perché tu dubiti? Perché hai paura? Eppure non sei alieno dall'apparizione. Non essere timoroso! Io sono colui che è con voi in ogni tempo. Io sono il padre, io sono la madre, io sono il figlio. Io sono l'incomprensibile e l'immacolato. Sono venuto per annunziarti ciò che è, ciò che era, ciò che sarà, affinché tu conosca le cose che non sono manifeste e quelle manifeste, e per ammaestrarti sull'uomo perfetto"»
Apocrifo di Giovanni

La magia dell'antico saluto!

I romani salutano levando il braccio destro in alto, a mano aperta, profferendo "Ave" (seconda persona singolare dell'imperativo avére) nell'auspicio del suo contenuto (augurio di buona vita e salute) veicolato dall'efficacia "mantrica" delle vibrazioni vocali. Nel saluto, derivato da remote tradizioni religiose, la mano in alto attira e volge sul salutato le sacre energie universali. Talvolta è seguito da un fraterno bacio e abbraccio. "AVE"

Piccoli enigmi della storia!

Il Cavaliere di Bamberga, Cattedrale di Bamberga. Raffigura Santo Stefano d'Ungheria o forse Federico II

martedì 11 dicembre 2018

La Versailles del mondo antico

La vanità.
La Domus Aurea di Nerone, la Versailles del mondo antico, costruita sopra le macerie del Grande Incendio confiscando i beni e le proprietà dei cittadini Romani. Una tenuta immensa di 80 ettari nel cuore della città, architetturalmente all'avanguardia, le fonti antiche ci dicono di come brillasse per l'oro che la ricopriva (da qui il nome). Fu edificata unicamente per il piacere personale del Princeps, circondato dallo sfarzo e da opere d'arte fatte trafugare da ogni parte dell'Impero.
Di questa immensa dimora non ci restano che pochi ruderi, dopo la caduta di Nerone venne demolita e si decise di riconsegnare quell'area privata al Popolo tutto, così sopra il laghetto artificiale al centro della villa venne costruito un luogo destinato alla socialità e al pubblico svago: l'Anfiteatro Flavio. Fu un atto estremamente simbolico, i cittadini si erano riconquistati quello che un solo uomo gli aveva strappato, innalzando un altra opera immensa e colossale, questa volta però proprietà di tutti.

Il potere rappresenta la degradazione!

"L'autorità è sempre degradante: degrada sia coloro che la esercitano, sia coloro che la subiscono "
"Esistono tre tipi di despota. C'è il despota che tiranneggia il corpo. C'è il despota che tiranneggia l'anima. C'è il despota che tiranneggia sia l'anima che il corpo. Il primo viene chiamato re. Il secondo, Papa. Il terzo, maggioranza."
"L'uomo non è stato fatto per spazzare. Lavori di quel genere si addicono meglio ad una macchina."
"Un atlante che non contempli il paese d'Utopia non è degno d'essere stampato."
"La forma di governo che si addice maggiormente all'artista è l'assenza di ogni governo" O. Wilde

venerdì 7 dicembre 2018

PIERRE LOUYS


L’esempio di questo grande pagano dei tempi moderni fa piazza pulita di tutti i luoghi comuni opposti dalla critica reazionaria alla letteratura sessuale. Dicono che è fatta per scandalizzare e guadagnare soldi senza fatica: ma Pierre Louÿs non ha cercato di pubblicare i suoi manoscritti erotici, li metteva da parte in un cassettone. Dicono anche che gli autori erotici sono gente rozza: Louÿs invece è stato un aristocratico del pensiero, un seguace del Bello.
(Alexandrian: Storia della Letteratura Erotica)

ARIMINUM - RIMINI

https://www.romanoimpero.com/…/ariminum-rimini-emilia-romag…
La storia di Rimini iniziò nel 286 a.c. esattamente alle foci dell’attuale fiume Marecchia, allora chiamato Ariminus, quando i Romani fondarono una Colonia di Diritto Latino, che prese il nome dal fiume Ariminum. La zona era stata già abitata da Etruschi, Umbri, Greci, Piceni, Sanniti e Galli. Il titolo di Colonia Latina conferiva ad Ariminum prestigio ed autonomia data la sua posizione geografica, strategicamente importante come presidio della pianura padana per controllare una eventuale avanzata dei Galli insediati a Nord della città.

Un altro tempio cristiano trasformato in chiesa

Il Tempio di Cerere e Faustina (chiesa di Sant'Urbano alla Caffarella)
Fu fatto costruire da Erode Attico dopo la morte della moglie Annia Regilla .
Si tratta di un tempio prostilo e tetrastilo, innalzato su un piccolo podio (attualmente interrato) con sette gradini che introducevano al pronao. Tanto le pareti della cella quanto la trabeazione al di sopra dell'epistilio - in marmo pentelico come le quattro colonne che lo sostengono - furono costruite in laterizio, sebbene non tutto della medesima qualità. La trabeazione è composta da una prima cornice di mattoni sagomati sopra l'architrave, seguita da un attico (che sembra non sia mai stato decorato) e dal timpano, nel cui mezzo si apre un incasso rotondo di cm. 45 di diametro, circondato da una fascia di bessali entro il quale era forse collocata una scultura.
Il tempio era consacrato a Cerere e Faustina, la defunta moglie di Antonino Pio poi divinizzata . I temi della decorazione sembrano rispondere all'intenzione di far accedere anche Annia Regilla (nella scia di Faustina) tra gli dèi, un privilegio riservato in realtà soltanto alla famiglia imperiale.
Nell'aula si conserva un'ara rotonda (scoperta nel 1616 nel sotterraneo della chiesa) con un serpente attorcigliato attorno al fusto e con un'iscrizione dedicatoria in greco a Dioniso da parte dello ierofante Aproniano, successivamente riutilizzata come acquasantiera. Il tempio era in origine inserito entro una piazza porticata oggi interrata in cui si è voluto riconoscere un recinto sacro (temenos).

L'edificio fu trasformato in chiesa e dedicato a Sant'Urbano intorno al IX secolo, ma il fatto di trovarsi in un luogo poco frequentato fece sì che venisse abbandonato già in epoca medioevale. Fu poi probabilmente un violento terremoto (in epoca imprecisata) a causare la lesione del pronao, che portò, nel 1634, al tamponamento degli intercolumni e alla costruzione dei contrafforti angolari. ..
Nell'ambito di questo restauro venne eretto il campanile, si rifece l'altare (che era stato profanato) e furono pesantemente restaurate le pitture altomedioevali: fortunatamente furono eseguite - per conto del cardinale Francesco Barberini, il cui stemma campeggia al di sopra della porta che introduce all'aula - due serie di copie delle pitture in acquarelli che ancor oggi si conservano nella Biblioteca Apostolica Vaticana..

giovedì 6 dicembre 2018

Santa Lussia di Berto Barbarani


I l'à fati su de note,
co le asse e col martel,
co le tole, mèse rote,
piturade da cortel,

co 'na tenda trata sora
co i lumeti trati là...
L' è così che salta fora
i bancheti de la Brà!

Là, gh'è paste, là, gh'è fiori,
gh’è i zugatoli da un franco,
(i zugatoli da siori)
ma ghi n’è che costa manco;

ghi n'è fin che costa un besso,
e ghi n’è che de val tri...
«Con parmesso, con parmesso,
che vòi vedarli anca mi.»

Le puote bele bianche,
le se buta fora in strada;
un caval da do palanche
l’è drio a trarme una peada...

Sto tranvai co i so vagoni
par che el fassa: fu, fu, fu!...
"Bei maroni, bei maroni,
de comandelo, anca lu?"

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Giovanin, l’è meso mato
par sta bela carossina;
"Mandolato! Mandolato
tuto mandole e farina"

Quanta gente! Che boresso,
drio a ‘na tromba che fa piiiii...
«Con parmesso, con parmesso,
che vòi vedarla anca mi.»

Me morosa picinina
de girar no l'è mai straca;
se la cata una vetrina,
l'è nà pégola che taca;

la roversa fin i oci,
la me sburta e, signor sì,
se badasse a i so zenoci,
cossa mai saria de mi!

Me morosa piassè granda,
la rasona e la me scolta,
mai de mi no la se sbanda,
l'è un piasèr condurla in volta....

La me dise in te una recia:
«No sta spendar, l'è pecà!»
Me morosa piassè vecia,
l'è la prima dela Brà!