sabato 13 ottobre 2018

La via esetorica, dell'entrare nelle nostre profondità

“L’uomo ridiventa “naturale” solo quando riconosce se stesso, comincia a vivere solo quando nasce il suo Sè. Compito dell’uomo è salvare il suo vero Sè e portarlo a quelle altezze a cui appartiene.”
(Franz Hartmann, Diario di un Rosacroce)

mercoledì 10 ottobre 2018

La rinascita

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"Man mano che la coscienza cresce, l'importanza personale muore. Distruggere la falsa personalità è la metà dell'intera opera. Il lavoro per lo sviluppo ha due lati: qualcosa di vecchio nell'uomo deve essere ucciso e qualcosa di completamente nuovo deve nascere. La preparazione per l'una e l'altra deve andare di pari passo e richiede un lavoro molto diverso. L'equilibrio è molto difficile. Può accadere (anche se molto raramente) che il vecchio possa essere ucciso in un uomo senza che il nuovo nasca; in questo caso egli è "perso in mare", in balia di ogni influenza esterna, aperto a "sette diavoli peggiori del primo". Può anche accadere che il nuovo possa nascere senza che il vecchio venga ucciso; allora tutte le sue nuove percezioni, intese e poteri, saranno conditi con una prospettiva personale, e serviranno la sua principale debolezza."
(Rodney Collin, L'Armonia Cosciente)

lunedì 8 ottobre 2018

Il linguaggio nascosto nelle statue equestri romane

La posizione delle zampe del cavallo nelle statue equestri ha un preciso significato. Due zampe alzate: il cavaliere morì in battaglia; una sola zampa: morì in seguito a una ferita in combattimento; nessuna: morì per cause naturali….

Il dionisismo nel XVI sec in europa, una danza coinvolgente che contagiava tutti

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L’epidemia di danza del 1518
Cinquecento anni fa a Strasburgo imperversava una strana mania. A centinaia, i cittadini sono stati costretti a ballare per giorni, apparentemente senza motivo e come in trance, fino all’incoscienza, o, in alcuni casi, alla morte
Su un palco costruito frettolosamente vicino all’affollato mercato dei cavalli di Strasburgo, decine di persone ballano al ritmo di trombe, tamburi e corni. Il sole di luglio batte sulle loro teste mentre saltano qua e là, girano in tondo e piroettano follemente. Da lontano potrebbero sembrare i protagonisti di un carnevale, ma un esame più attento rivela una scena decisamente più inquietante: le loro braccia si flagellano e i loro corpi sono in preda a spasmodiche convulsioni. I vestiti sono stracciati e le facce, distrutte, grondano sudore. I loro occhi sono come di vetro, appaiono assenti. C’è del sangue che scorre copioso dai piedi gonfi agli stivali di pelle e sugli zoccoli di legno. Non si tratta di ballerini ma di “coreomaniaci”, persone interamente possedute dalla mania della danza.
Si trattò della cosiddetta coreomania, una vera e propria mania che tormentò la città di Strasburgo per oltre un mese a metà dell’estate del 1518. Conosciuta anche come “peste danzante”, fu la più fatale e meglio documentata delle oltre dieci epidemie simili scoppiate lungo il Reno e la Mosella sin dal 1374. Ci sono numerose testimonianze dei bizzarri eventi che si svolsero durante l’estate, diffuse in documenti dell’epoca e cronache raccolte nei decenni e nei secoli successivi.l medico e alchimista Paracelso visitò Strasburgo otto anni dopo la peste e rimase affascinato dalla malattia. Secondo il suo Opus Paramirum, in concordanza a varie cronache, tutto è iniziato con una donna. Frau Troffea aveva iniziato a ballare il 14 luglio nell’angusta strada acciottolata fuori dalla sua abitazione. Per quel che si sa non aveva alcun accompagnamento musicale, ma semplicemente “cominciò a ballare”. Ignorando le suppliche di suo marito di cessare, la donna continuò per ore, fino a quando il cielo non si offuscò e lei crollò per la stanchezza. La mattina dopo si alzò di nuovo sui piedi gonfi e iniziò a ballare senza lamentare né fame né sete. Il terzo giorno, molte persone – ambulanti, portinai, mendicanti, pellegrini, sacerdoti e suore – godevano dell’empio spettacolo. La mania possedeva Frau Troffea da quattro o sei giorni, finché le autorità, spaventate, la mandarono a Saverne, a trenta miglia di distanza. Lì avrebbe potuto essere curata presso il santuario di Vito, il santo che si credeva l’avesse maledetta. Ma alcuni di coloro che avevano assistito alla strana esibizione avevano già cominciato a imitarla, e nel giro di pochi giorni più di trenta coreomane (afflitte da coreomania) erano già in movimento, alcune così monomane che solo la morte avrebbe avuto il potere di fermarle.
Man mano che cresceva il numero di cittadini afflitti da questa insolita piaga, più disperato diventava lo sforzo delle istituzioni per controllarla. Il clero la riteneva opera del vendicativo San Vito, ma i consiglieri ascoltavano piuttosto la corporazione dei medici, che dichiarava la danza “una malattia naturale, che deriva dal sangue surriscaldato”. Secondo la teoria umorale, gli afflitti dovevano di conseguenza essere salassati. Ciononostante i medici raccomandarono invece il medesimo trattamento che venne applicato in passato per le vittime di questa stessa bizzarra patologia: dovevano ballare finchè non fosse passata. Una cronaca del sedicesimo secolo, scritta dall’architetto Daniel Specklin, documenta l’attività del consiglio. Ai falegnami e ai conciatori fu ordinato di trasformare le sale della loro corporazione in piste da ballo temporanee, e di “allestire piattaforme nel mercato dei cavalli e del grano” accessibili al pubblico. Per mantenere i malati in movimento e accelerare il loro recupero, decine di musicisti vennero pagati per suonare tamburi, violini, tubi e corna, con ballerini sani per apportare un ulteriore incoraggiamento. Le autorità speravano di creare così le condizioni ottimali perché la danza si esaurisse.
Il piano fallì miseramente. Essendo più inclini a una spiegazione soprannaturale che medica, infatti, la maggior parte degli spettatori vide nei movimenti frenetici delle danze una dimostrazione della grandezza della furia di San Vito e non non considerandosi esenti dal peccato, furono moltissimi a ritrovarsi attratti dall’assurda mania. La cronaca della famiglia Imlin, per esempio, riporta che nel giro di un mese la peste aveva colpito ben quattrocento cittadini.l consiglio tornò sui suoi passi e ordinò di abbattere i palchi. Se i coreomaniaci devono proprio continuare i loro movimenti inquietanti, che lo facciano di nascosto. Il consiglio andò molto oltre vietando quasi tutti i balli e bandendo la musica in città fino al settembre successivo. Certo, non si trattava di un provvedimento da poco per una comunità per cui la danza comunitaria era il centro della cultura dell’epoca – dai ballerini che eseguivano i loro passi con eleganza nella cosiddetta bassadanza, ai contadini carichi di birra che usavano saltellare per sfogare l’ebrezza. Sebastian Brant, un cancelliere di Strasburgo autore de La nave dei pazzi (1494), precisò che esisteva un’eccezione al divieto: “Se qualcuno desidera ballare a matrimoni o alle celebrazioni della prima Messa, in casa, può farlo usando esclusivamente strumenti a corda, ma si raccomanda alla sua coscienza di non usare tamburelli e tamburi”. Gli archi, quindi, erano considerati meno pericolosi, meno propensi a stimolare la mania rispetto alle diaboliche percussioni noltre il Consiglio ordinò che le persone più colpite fossero raggruppate in carri e portate fino al santuario di San Vito dove inizialmente era stata curata Frau Troffea, la prima a essere considerata infetta da questa strana “peste”. I sacerdoti collocano i coreomaniaci, che presumibilmente saranno ancora lì, convulsi come dei pesci spiaggiati, sotto a una scultura in legno di San Vito, misero anche delle piccole croci tra le mani e sulle scarpe rosse di sangue dei danzatori indemoniati. Sulle scarpe, e persino sotto le suole, spruzzarono acqua santa e dipinsero croci con ’olio consacrato. Questo rituale, svolto in un’atmosfera densa di incenso e di incantesimi recitati in latino, ottenne l’effetto desiderato: la notizia raggiunse presto Strasburgo e molte altre persone furono inviate a Saverne per essere perdonate da Vito. Nel giro di una settimana il flusso di pellegrini sofferenti si era ridotto a pochi individui. La peste danzante, che durava da oltre un mese, da metà luglio fino a fine agosto o inizio settembre, si era esaurita. All’apice dell’epidemia morivano ben quindici persone al giorno e se un bilancio esatto non è noto rimane il fatto che, se le stime fossero corrette, il tasso di mortalità giornaliero avrebbe potuto toccare svariate centinaia di deceduti.
Ma se non era colpa di un santo vendicativo o del sangue surriscaldato, che cosa causò la peste danzante? Secondo Paracelso, la maratona di Frau Troffea era uno stratagemma per mettere in imbarazzo suo marito, il signor Troffea: “per rendere l’inganno il più perfetto possibile, e dare davvero l’impressione della malattia, saltò e cantò, rendendo il tutto più umiliante per il marito”. Apparentemente, una volta notato che il trucco aveva successo, anche altre donne cominciarono a ballare per infastidire i mariti, stimolate da pensieri “liberi, lascivi e impertinenti”. Questo tipo di mania danzante fu classificato da Paracelso come Chorea lasciva (causata da desideri voluttuosi, “senza paura o rispetto”), simile alla Chorea imaginativa (causata dalla fantasia, “per rabbia e giuramenti”), e alla Chorea naturalis (una forma molto più mite, motivata da cause corporali). Sebbene il celebre iconoclasta Paracelso abbia il merito di aver posto la causa della malattia nella mente dei coreomaniaci piuttosto che in cielo, egli era così misogino che oggi la sua diagnosi appare quantomeno ridicola.
Diversi storici moderni hanno sostenuto che le piaghe danzanti dell’Europa medievale furono causate dalla segale cornuta, una muffa psicoattiva che si trova sui gambi di segale umida. La muffa può causare convulsioni, sobbalzi e allucinazioni – una condizione nota anche come St. Anthony’s fire . Tuttavia, lo storico John Waller ha sfatato l’ipotesi della segale cornuta nel suo brillante saggio sulla peste danzante, A Time to Dance, a Time to Die (Un tempo per ballare, un tempo per morire) pubblicato nel 2009. Sì, la segale cornuta può causare convulsioni e allucinazioni, ma limita anche l’afflusso del sangue alle estremità: chi viene avvelenato dalla segale non è assolutamente in grado di ballare per diversi giorni di fila.
La spiegazione di Waller della peste danzante emerge dalla sua profonda conoscenza dell’ambiente materiale, culturale e spirituale di Strasburgo del sedicesimo secolo. Lo studioso apre il suo libro con una citazione da A History of Madness in Six-century Germany (1999) di H.C. Erik Midelfort:
Le follie del passato non sono entità granitiche che possono essere estratte dalle loro cave senza alcun mutamento, per essere sottoposte ai nostri microscopi moderni. Sono, forse, più simili alle meduse, che muoiono e si disidratano quando vengono rimosse dall’acqua del mare.
Secondo Waller, i poveri di Strasburgo sono stati colti da un’epidemia di danza isterica. Innanzitutto, c’era un precedente: ogni peste danzante europea tra il 1374 e il 1518 si era verificata nei pressi di Strasburgo, lungo il confine occidentale del Sacro Romano Impero. Poi ci sono delle condizioni ambientali: nel 1518 i cattivi raccolti, l’instabilità politica e l’arrivo della sifilide avevano indotto uno stato collettivo di estrema angoscia nella popolazione. Questa sofferenza venne somatizzata e manifestata come una danza isterica. Le persone possono essere straordinariamente suggestionabili e così fu sufficiente una ferma convinzione nella vendetta di San Vito per renderla reale e concreta. “Le menti dei coreomaniaci erano rivolte verso l’interno”, scrive Waller, “gettate nei mari violenti delle loro paure più profonde”.
un altro modo per chiarire la peste danzante è considerare i casi di trance contemporanea: nelle culture di tutto il mondo, compreso il Brasile, il Madagascar e il Kenya, nei periodi di estremo stress le persone entrano in trance deliberatamente, spesso durante delle cerimonie. Una volta in trance, la loro percezione del dolore e della stanchezza è molto limitata. Waller descrive la diffusione della peste danzante come un esempio di contagio psichico, e fa un parallelo con l’epidemia di risate incontrollabili che ha travolto una regione della Tanganica (l’odierna Tanzania) nel 1963. Successe che una coppia di ragazze di una scuola locale furono contagiate dalle risate, gli amici vennero contagiati cominciando a ridere anche loro, fino a quando i due terzi degli alunni ridevano e piangevano in modo incontrollato e l’intera scuola dovette chiudere i battenti. Ma una volta a casa, gli alunni “infettavano” le famiglie e ben presto interi villaggi erano afflitti dalle risate isteriche. I medici registrarono diverse centinaia di casi, che duravano in media una settimana. Proprio così, una settimana intera di risate.
Naturalmente, le piaghe danzanti hanno un altro parallelo contemporaneo – la cultura rave. Anche se di solito non ci sono i piedi sanguinanti e le richieste di aiuto dei coreomaniaci del sedicesimo secolo, e anche se a volte ricopre un ruolo l’effetto di sostanze stupefacenti, non è raro per i frequentatori dei rave ballare per giorni interi, con brevi pause, rinunciando al sonno e al cibo, a volte muovendo i piedi a ritmo, altre volte invece saltellando a caso. Se una di queste persone – magari per via di una “pozione magica del ballo” – venisse trasportata sul palco del mercato equestre della Strasburgo di mezzo millennio fa, potrebbe non sentirsi così fuori luogo. Anzi....
traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Public Domain Review)
di Ned Pennant-Rea
1)Particolare di un’incisione del 1642 di Hendrik Hondius, tratta dal disegno di Pieter Breughel del 1564 che ritrae i malati di un’epidemia di danza che si verificò a Molenbeek in quell’anno.
2)Particolare della pittura basata sul disegno di Pieter Breughel di un’epidemia di danza che avvenne a Molenbeek nel 1564.

La trascendenza dei pavimenti musivi cosmateschi (ottenuti con il reimpiego,distruzione, dei marmi dell'antica ROMA)





Come a Ferentino, come a San Clemente in Roma, come a Civita Castellana, anche in una chiesa sconosciuta come questa, San Paolo in San Giacomo in Anagni (FR), si può godere dello spettacolo dell'arte dei Marmorari Romani, e per la precisione dei cosiddetti Cosmati della Bottega di Lorenzo. Nelle mie ipotesi, uniche e sole, specificamente Cosma di Iacopo, probabilmente da solo, perchè il padre Iacopo era già troppo anziano o morto quando tra il 1224 e il 1231 Cosma era attivo nella Cattedrale di Anagni, sempre nelle mie ipotesi, unico luogo dove ha operato realmente e realizzato il grandioso pavimento nella Basilica Superiore, poi spicconato tra il XVI e il XVII secolo, e disperso in almeno altre tre chiese di Anagni e del quale una discreta parte è finito nella Cripta della Cattedrale. Questa splendida "guilloche" è finita invece in questa antica e sconosciuta chiesa di San Paolo in San Giacomo e la conoscono solo i locali e qualche studioso. A voi la rimetto per opportuna conoscenza. Testo e foto N. Severino

Ritrovare l'essenza spirituale dell'uomo

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"La civiltà moderna ha creato un universo artificiale che ricopre interamente il mondo reale, ed è soprattutto al primo che s'interessa. Si é cosi formato un "mondo parallelo" fatto di relazioni umane automatiche, un mondo in cui tutto è ormai stato previsto per la soddisfazione sempre più completa d'ogni sorta di falsi bisogni. L’uomo moderno scivola verso una cieca sottomissione ai fini elaborati da una collettività cui egli si affida senza il minimo ritegno. Anche quando incontra gli elementi del mondo reale, li distingue appena da quelli che il suo psichismo vi ha costruito sopra. Il mondo reale si è man mano coperto di un velo d'illusioni.
Forse per questo motivo l’umanità, soccombendo di generazione in generazione sotto il peso di miliardi d’uomini addormentati, è caduta a poco a poco sotto l'influenza di forze meccaniche. Succede però che l'uomo s’interroghi sul posto che occupa e sul significato della sua presenza in un mondo dove non sta interamente a suo agio, ma purtroppo la domanda resta in superficie. Si è perso qualcosa d’essenziale che va ritrovato. L'uomo, strada facendo, ha dimenticato se stesso; ecco inquadrato il problema che riguarda la sopravvivenza della civiltà contemporanea. Per risolverlo, l’uomo deve certamente ritrovare il senso della propria esistenza e il sentiero della coscienza."
(Henri Thomasson, L'Essenza dell'Essere)

domenica 7 ottobre 2018

Ormai fuori dal gioco sterile della destra e della sinistra

Alla figura di un combattente contro l'oppressione dei popoli...
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Per non dimenticare....Il Comandante Ernesto Che Guevara.
l'8 ottobre del 1967 nella quebrada del Yuro, a pochi chilometri dal villaggio di La Higuera, in Bolivia, fu catturato il Che. Il pomeriggio successivo, il 9 ottobre 1967, il Che viene fucilato.

Quando saprai che sono morto
non pronunciare il mio nome
perché si fermerebbe
la morte e il riposo.
Quando saprai che sono morto di
sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape,
lagrima, pane, tempesta.
Non lasciare che le tue labbra trovino le mie dieci lettere.
Ho sonno, ho amato, ho
raggiunto il silenzio.
Che Guevara

sabato 6 ottobre 2018

FAUSTINO CANTERI

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LE STRAVAGANZE DI FAUSTINO CANTERI, "EL MICIA DA LA CAFUA IN TEL VAJO DE LA PISSAROTA - SE OGNI BECO EL GHESSE IN TESTA UN LAMPION, MISERICORDIA CHE ILLUMINASION! " -
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L'antica "strada della pissaròta", nel cuore della valle di Squaranto, sino alla seconda metà degli anni '50 era praticamente l'unica agevole via per poter raggiungere l'alta Lessinia per chi partiva da Montorio e la strada era quotidianamente percorsa da molti carri, per gli approvvigionamenti delle merci da e verso la città. E' appunto a seguito di questo consistente passaggio che è sorta, già dalla seconda metà del XIX° secolo, una fiorente attività di locande e osterie dove i carrettieri, durante il loro lungo e faticoso tragitto, ed i viandanti potevano trovare ristoro e conforto tra qualche "goto de vìn , 'na tripeta e el dùgo de le carte". Sorsero infatti svariate osterie che di in anno in anno sono però andate scomparendo lasciando solo un nostalgico ricordo del passato. Le persone più anziane ricordano infatti i loro passaggi lungo la "strada della pissaròta" e ancor più ricordano le tappe "obbligate" dei carrettieri presso queste osterie che rappresentavano un luogo di socializzazione, conviviale, d'incontro e soprattutto dove si potevano concludere degli affari tra un bicchiere e l’altro di vino. In località "Cafùa", nel comune di Roverè Veronese, era presente una di queste antiche locande particolarmente frequentate dai carrettieri del passato.


Il toponimo "Cafùa", secondo quanto teorizzò il Cav. Attilio Benetti, attento studioso e ricercatore della Lessinia, sarebbe fatto derivare dal vocabolo portoghese “Cafua”, termine con cui si designa un antro, una caverna, un anfratto o un nascondiglio ricavato nella roccia. Infatti, in origine l’abitazione venne ricavata su un costone di roccia da Faustino Canteri (N. 20/09/1863 - M. 28/08/1928), comunemente noto con il soprannome "Micia", originario della contrada Cantero di Roverè Veronese. Questo piccolo manufatto in pietra, realizzato agli inizi del '900, e incastonato in una parete di roccia venne adibito ad uso abitativo. L’origine della toponomastica della località troverebbe conferma dalla circostanza che "el Micia" , negli ultimi decenni del XIX° secolo, emigrò in Brasile luogo ove effettivamente si parla il portoghese poi quando fece ritorno nella propria terra d'origine pensò di denominare la sua povera abitazione incastonata nella pietra come la “Cafua”.
Il “Micia” fu veramente un personaggio stravagante e singolare e secondo quanto raccontano le persone più anziane molte delle sue imprese hanno veramente del grottesco.
Nel corso del tempo, il rudimentale manufatto ricavato nella roccia si dimostrò però non più adeguato e "el Micia" pensò di costruirne un altro, sempre in pietra, più capiente al cui piano terra aprì un'osteria, mentre al piano superiore ricavò una stanza ove vivere. Successivamente nell'altro lato della strada costruì un altro fabbricato a tre piani ove riuscì a ricavare un'osteria che, in passato fu particolarmente frequentata dai carrettieri e divenne appunto nota come "l'ostreria del Micia".
Oggi purtroppo lo stabile versa in uno stato fatiscente e rischia il crollo in ogni momento, ponendo a rischio la sicurezza e l'incolumità dei passanti nella sottostante strada; tuttavia, sebbene malandato, il fabbricato fa ancora trapelare il nostalgico ricordo di un fiorente passato.
Intorno alla figura del “Micia”, sono sorte svariate storielle ed aneddoti che ci rendono l’idea della natura di questo personaggio di cui a distanza di quasi un secolo dalla sua morte si sente ancora spesso parlare.
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Tra le varie stravaganze del “micia” si sente spesso raccontare in Lessinia dell’episodio avvenuto negli anni ’20 a Verona in cui lo si vide alla guida di un carretto trainato da due grossi montoni (“ becchi”) e qui di seguito si riporta integralmente in dialetto quanto riferito molti anni fa da un anziano (oggi defunto) di Velo Veronese
“Do par el vajo della pissaròta vivea el Micia, che l’era Canteri de cognome e Faustìno de nome, el ghea n’ostarìa e l’era on tipo particolare e on po’ matochio e el de combinaa una par Bartoldo. El fasea on mucio de matade. Coàn sèra doeno mi, in tei ani vìnti, el Micia el ghea du bechi (=caproni) che el tacaa al so careto e el nasea on giro con coèl. On jorno el ghea da nàr a crompàr de la roba par la so ostarìa parchè no ghera restaa pì gnente e là chegnèsto nàr do a Verona. Là bù tacà i du bechi al careto e el sea n’vià par la strada de la pissaròta on diresiòn de Verona. Dedrìo al careto el ghea sempre on cartel on doe el ghe scrito: ”se ogni beco el ghesse on testa on lampion, misericordia che iluminasiòn!”.
Fato sta che strada fasendo el sea bu n’dormensà onsìma al careto e i du bechi che i gio conossea ben la strada iè riè fìn do on piassa Erbe de Verona. Coàn l’ea rìa on la piassa la jente edendo ‘sto strano personajo e el careto tirà da du bechi i’ea tacà a nàr a edar, ma coàn i’ea tacà a ledar el cartel i sea bù meti a ridar che par tuta piassa Erbe ghera ‘na gran confusion. La jente la molaa tuto coel che la fasea, i nasea fora da le ostarie e da le boteghe par nàr a edar cossa sucedea. In te on poco de tempo sea bu fato on bel s-ciapo de jente n’torno al careto. Edendo tuta ‘sta caciàra i osti i’ea bù ciamà i carabinieri che i gea dito de nàr ià parchè el disturbaa l’ordine publico. El Micia, come gnente fùsse, el ghea bù dito a ‘sti carabinieri: ”Ma sa olìo da mi, no go fato gnente!”. I carabinieri sensa tanti discorsi, par smorsàr la roba, i l’ea bù ciapà de peso, lu e el so careto, e con tri-coàtri stramencioni e urtonè i l’ea bù tirà fin on porta Vesco (Porta Vescovo); dandoghe altri du-tri scurloni i lea reduto on strada. Meto de peso sul so careto i gea bù dito de nàr ià parchè l’era de disturbo par l’odine publico. El Micia edendo ‘sto comportamento descreansà dei carabinieri el gea dito:”Ma parchè ve sì ‘nrabìa con mi, sio forse du bechi vuàltri?”. I carabinieri restè smerdè da ‘sta fulminada i sea girè e i’ea tacà a nàr ià, el Micia parò dopo èr fato ‘na diesina de metri col so careto el sea girà e el ghea osà drìo:”Beh, se ede proprio che si du bechi e ghi poco da ‘nrabiarve se i ve dise la verità!”

venerdì 28 settembre 2018

Uroboro ..


Adesso l'Oceano è un mare o un sistema di mari; per i greci, era un fiume circolare che contornava la terra. Tutte le acque fluivano da esso, ed esso non aveva foce né fonti. Era anche un dio o un titano, forse il più antico, perché il Sonno, nel libro XIV dell’Iliade, lo chiama origine degli dei; nella Teogonia di Esiodo è il padre di tutti i fiumi del mondo, che sono tremila, e la cui lista s’apre con l’Alfeo e col Nilo. Un veglio dalla barba copiosa era la sua personificazione abituale; dopo secoli, l'umanità trovò un simbolo migliore. Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto. Un amuleto greco del secolo III, conservato nel Museo Britannico, ci dà l'immagine che meglio può illustrare questa infinitezza: il serpente che si morde la coda, o, come dirà acconciamente Martinez Estrada, «che comincia alla fine della coda ». Uroboros («che si divora la coda ») è il nome tecnico di questo mostro, di cui poi gli alchimisti fecero spreco. La sua comparsa più famosa si ha nella cosmogonia scandinava. Dall’Edda in prosa, o Edda Minore, risulta che Loki generò un lupo e un serpente. Un oracolo avvertì gli dei che queste creature sarebbero state la perdizione della terra. Il lupo, Fenrir, fu messo a una catena forgiata con sei cose immaginarie: il rumore del passo del gatto, la barba della donna, la radice della roccia, i tendini dell’orso, l’alito del pesce e la saliva dell’uccello. Il serpente, Jörmungandr, «fu gettato nel mare che circonda la terra; e nel mare è talmente cresciuto, che adesso anche lui circonda la terra, e si morde la coda». Nello Jötunheim, o dimora dei giganti, Utgarda-Loki sfida il dio Thor a sollevare un gatto; il dio, impiegando tutta la sua forza, appena riesce a sollevargli di poco una zampa; il gatto è il serpente, Thor è stato ingannato con arti magiche. Quando giungerà il Crepuscolo degli Dei, il serpente divorerà la terra, e il lupo il sole.
(Jorge Luis Borges "Manuale di zoologia fantastica" )

giovedì 27 settembre 2018

L'equilibrio nel realizzare la bellezza

“La bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l'infinito”.
(Platone)


mercoledì 26 settembre 2018

Come la "O" di Giotto, simbolo della filosofia zen del non fare

"Wu wei (non azione) non significa tacere e non fare niente, ma permettere a ogni cosa di essere quel che essa era in origine, di modo che la sua natura si realizzi” 

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Innanzitutto il simbolo a forma di cerchio, molto impiegato nella calligrafia giapponese, si chiama "Enso" o "Cerchio dell’Illuminazione" o "Cerchio Infinito", è un simbolo Zen che indica il vuoto (secondo questa filosofia il vuoto è forma, è un qualcosa da cui si originano tutte le cose, è contenitore del tutto) e simboleggia l’illuminazione, la forza e l’universo.
Questo simbolo deve essere ottenuto con una sola e precisa pennellata come.

LA LEGGENDA DELLA “O” DI GIOTTO – Si dice che papa Bonifacio VIII, nell’atto di bandire il Giubileo del 1300, fosse alla ricerca di un artista a cui commissionare il proprio ritratto, e che gli fosse stato suggerito il nome di Giotto di Bondone, il quale si era già distinto per l’affresco Storie del vecchio e nuovo testamento, realizzato nella basilica di S. Francesco di Assisi, e per il Crocifisso di S. Maria Novella a Firenze. Durante l’incontro con il fiduciario del papa, Giotto, per dar prova delle proprie abilità, disegnò un cerchio su una tela. La semplice, ma perfetta, opera bastò a Bonifacio VIII per comprendere le qualità dell’artista.