domenica 22 luglio 2018

Levitazioni antiche, moderne e dei nostri giorni


ALTRI MISTICI… CONTRO LA GRAVITA'
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Sappiamo dagli Acta Sanctorum che San Tommaso di Villanova (1488 – 1555), arcivescovo di Valenza, davanti a moltissimi testimoni, rimase per ore in uno stato alterato di coscienza che gli consentì di restare sospeso a pochi metri dal suolo durante la celebrazione dell'Ascensione. Il suo contemporaneo San Pietro d'Alcantara non fu da meno, dato che era solito elevarsi, durante la preghiera, fino all'altezza del rivestimento del coro della cappella. E non pochi testimoni assistettero alle sue levitazioni, mentre rimaneva in estasi sospeso sulla strada. 

Santa Teresa d'Avila (1515 – 1582) fu addirittura protagonista di una doppia levitazione, volando insieme a San Giovanni della Croce, come è stato riportato sia negli Acta Sanctorum, sia nel volume di Olivier Leroy La lèvitation (Parigi, 1928). Nel convento dell'Incarnazione si stava svolgendo un colloquio tra la Superiora e il pio visitatore. Santa Teresa lo stava ascoltando mentre le parlava del mistero della Trinità. Allora avvenne che Giovanni fosse rapito dalle sue stesse parole: si sollevò con tutta la sedia, e subito Teresa, che era inginocchiata, lo segui. Nel "Libro de Su Vida", così la santa descrive il suo rapimento: «... La mia anima era rapita e, di solito, il mio capo seguiva quel moto senza che lo potessi trattenere, e talvolta tutto il mio corpo veniva attratto tanto da essere sollevato dal suolo. Ma ciò mi occorse solo raramente. Una volta avvenne mentre mi trovavo in coro con altre religiose e stavo inginocchiata per comunicarmi. Estrema fu la mia pena, prevedendo che un fatto così straordinario avrebbe destato necessariamente qualche ammirazione; per questo, poiché la cosa mi accadde anche recentemente da quando sono Priora, ho comandato alle monache di non parlarne. A volte, quando cominciavo ad accorgermi che il Signore stava per operare questo prodigio, mi stendevo a terra e le mie compagne mi si avvicinavano per trattenermi, ma tuttavia la divina operazione si manifestava...»






Le levitazioni di San Francesco d'Assisi sono attribuite al periodo in cui si ritirò sulla Verna. Frate Leone a volte lo sorprendeva sollevato da terra fuori dalla grotta: san Francesco era capace di sfiorare i grandi faggi che crescevano a fianco della montagna.
Anche Ignazio di Loyola (1491-1556) ebbe le stesse manifestazioni. Alloggiava in una casa privata, dalla signora Agnese Pasqual. Il figlio della padrona di casa, Giovanni, la notte andava di soppiatto a guardarlo: levitava con le ginocchia piegate e le braccia in croce, a quattro o cinque palmi da terra. E la stessa cosa accadeva al beato Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), con grande smarrimento e preoccupazione delle suore della Piccola Casa: « Io vidi il Servo di Dio più volte, mentre stava in orazione nella propria camera, o davanti il Crocifisso, o davanti un'immagine della Beata Vergine, rapito in estasi, fuor dei sensi, sollevato da terra, colla faccia accesa, aria ridente, occhi scintillanti e rivolti al cielo. La prima volta che io il vidi fu nel primo anno che io fui destinata all'ufficio di Portinaia locché fu nell'anno mille ottocento trentasei in prossimità della Festa dell'Ascensione... »(O. Leroy, La lévitation, 1928 - pag. 167). E ricordiamo anche San Francesco di Paola, dei cui voli fu testimone il re di Spagna Ferdinando II e San Vincenzo Maria Strambi, vescovo di Macerata, incluso da Joachim Bouflet nella sua Encyclopédie des phénomènes extraordinaires dans la vie mystique.

E' recente il caso di un sacerdote, don Carlo Mondin, originario di Rivalta sul Mincio (Mantova), protagonista di fatti avvenuti in forma pubblica nel 1976 che hanno suscitato curiosità popolare e interesse da parte della stampa. Riporta il settimanale Gente del 4 ottobre 1976: «Domenica, quando alle diciassette don Carlo Mondin saliva all'altare per celebrare la messa, la chiesa era stracolma. (...) Don Carlo Mondin, sempre curvo su se stesso, parlava con voce rauca ed affaticata. Arrivata l'elevazione, gli occhi dei presenti erano tutti su di lui: mentre alzava l'ostia consacrata, il sacerdote ha cominciato a elevarsi su su, piano piano, e i suoi piedi restavano sospesi per aria. Cosi ancora al momento di alzare il calice: e, quando ha allargato le braccia, è rimasto per alcuni attimi pressoché immobile sospeso fra cielo e terra, e si è udito un lamento e un grido soffocato. (...) Si è quindi abbandonato privo di sensi; lo hanno accolto fra le braccia due uomini che lo assistevano».
Sempre di Silvia!

Il più bello dei mortali è rapito in cielo, questo è il vero destino dell'umano

Secondo la leggenda Ganimede era il più bello dei mortali e per questo Zeus lo rapì, sottoforma di aquila, concedendo al padre come compenso immortali rapidissimi cavalli o un aureo tralcio, opera di Efesto. Il luogo del ratto è in origine la Troade, dove Ganimede al momento in cui venne rapito stava pascolando le greggi del padre. La leggenda che narra di Ganimede come dell'amasio di Zeus, è quella che ha preso più sviluppo nella poesia classica. Vi accennano più o meno largamente ad es. Pindaro nell'Olimpica I, Sofocle nelle Colchidi , Euripide in luoghi dell'Oreste, dell'Ifigenia in Aulide, molti epigrammi (in qualcuno è anche introdotto il motivo della gelosia di Era), Luciano, Nonno, Ovidio.

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Il tumulo mausoleo situato in Algeria

Il mausoleo reale di Cleopatra Selene, principessa greca tolemaica - Algeria
Il mausoleo reale di Mauretania è un sito archeologico di età numidica, situato in Algeria.
Si tratta del monumento più celebre costruito dai sovrani mauretani Giuba II e Cleopatra Selene; eretto su un crinale di colline a ridosso della costa vicino a Tipasa, il monumento domina la pianura di Mitidja ad oltre 250 m di altitudine. L'edificio è un tumulo di pietra di circa 80.000 metri cubi, di forma cilindrica alla base e troncoconica nella copertura, misurante 60,9 m di diametro e 32,4 m di altezza.

Si compone di una parte cilindrica decorata nella sua circonferenza (185,5 m) da 60 colonne sormontate da capitelli ionici che sostengono un cornicione. Questa sezione presenta quattro finte porte ai punti cardinali. Si tratta di pannelli di pietra alti 6,9 m, incorniciati in uno stipite della porta e con al centro una croce, da cui è derivato il nome francese. La parte conica superiore è costituita da 33 strati di pietre, di 58 cm di altezza, e termina con una piattaforma. L'ingresso attuale del monumento, a lungo ignorato, è situato nel seminterrato, sotto la falsa porta d'Oriente. Il monumento è stato scoperto durante gli scavi condotti nel 1865 da Adrian Berbrugger, ispettore degli edifici storici, su richiesta di Napoleone III. Si tratta di una porta bassa (1,1 m di altezza) e stretta, con una lastra scorrevole di arenaria.

giovedì 19 luglio 2018

Eros Tanatos, non a caso i francesi chiamano l'orgasmo "Piccola morte"

La sensazione di un pericolo latente
nell'atto sessuale - presente anche in
quelle nevropatiche che considerano
Il pene un sostituto del coltello - corrisponde al presentimento inconscio
che in realtà esso si avvicini alla morte.
E' attraverso la consumazione del frutto
proibito che Eva ha introdotto la morte
nel Mondo.E' Hathor, la Venere egizia che
si incarica di distruggere il genere umano.
E' sulle tombe che, in Cina, si celebra
la Festa dell'Amore.

Francesca Rienzner è con Francesco Lorini.

mercoledì 18 luglio 2018

L'ARCANO CONFINE

-Un'epoca in cui tutto è permesso ha sempre reso infelici coloro che vivevano in essa. Onestà, continenza, cavalleria, musica, la morale, la poesia, la forma, il divieto, tutto ciò non ha altro scopo più profondo che dare alla vita una forma limitata e precisa. La felicità senza limiti non esiste. Non v'è grande felicità senza grandi divieti. Anche negli affari non si può correr dietro a qualunque profitto, se no non si approda a nulla. Il confine costituisce l'arcano del fenomeno, il segreto della forza, della fortuna, della fede e del problema di sostenersi, uomo microscopico, nell'universo sconfinato.
ROBERT MUSIL, L'uomo senza qualità
http://www.aduevoci.org/2018/07/18/larcano-confine/

Caproni il poeta leggero


Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.
Il fiato del fieno bagnato
è più acre - ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.

martedì 17 luglio 2018


Il culto domestico romano si mantenne nella tradizione

“Fino alla fine del paganesimo, il culto privato—diretto dal pater familias—mantenne la sua autonomia e la sua importanza a fianco del culto pubblico … A differenza del culto pubblico, che subì continue modifiche, il culto domestico, compiuto attorno al focolare, non pare aver subìto sensibili cambiamenti durante i dodici secoli della storia romana. Si tratta, senza dubbio, di un sistema cultuale arcaico, in quanto esso è attestato presso altri popoli indoeuropei. Proprio come nell’India aria, anche a Roma il fuoco domestico costituiva il centro del culto … il culto si rivolgeva ai Penati e ai Lari, personificazioni mitico-rituali degli antenati, e al genius, una specie di ‘doppio’ che proteggeva l’individuo.”
Mircea Eliade


lunedì 16 luglio 2018

La liberta costa!

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La Via Egizia

Dico grazie a ogni bene e dico grazie a ogni male, finchè il ghiaccio della mente non si scioglie al Fuoco del Cuore.
Cagliostro

domenica 15 luglio 2018


Considerazioni sui simboli alchemici della Porta Ermetica di Piazza Vittorio

IL CERCHIO RAPPRESENTA IL TUTTO, PRINCIPIO E FINE DI OGNI COSA.
Nessun testo alternativo automatico disponibile. Il cerchio è 
contemporaneamente tutto, parte, punto, termine, contiene in sé ed indica il principio, il centro e il fine di ogni cosa e nessun termine lo contiene; poiché il principio e il fine si uniscono ovunque. A ragione, dunque, l'infinito si deve credere principio, centro e fine nello stesso tempo, a meno che tu non decida di definirlo semplice centro, senza parti, uno, come lo è il minimo, come lo sono la retta, il cerchio, la corda, l'arco, l'angolo, il punto, il termine, il nulla, il tutto. Dove i contrari, il sorgere ed il tramontare, il destro ed il sinistro, l'andare ed il venire, la quiete ed il movimento per tutti i punti chiaramente convergono nell'unità, qui è ciò che non tollera che niente gli si aggiunga, qui diciamo essere il completo, l'intero, il perfetto. Lo stesso valore del cerchio, che è uno, ha l'angolo retto al centro; a questo tien dietro il triangolo corrispondente a due retti, quindi seguono le altre figure secondo il proprio ordine, aggiungendo alla monade e al numero il numero e la monade.
La monade, il numero la figura – Libro primo cap. 1

Immagine: Emblema di Porta Palombara a Roma, tratto dall' Aureum Seculm Redivivum (1621) di Henricus Madathanus

sabato 14 luglio 2018

QUANDO UOMINI E DEI SI CONFONDONO

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La passione sfrenata degli dei per gli umani....
Quando il divino e l’umano si fondono creando l’amore trascendendo dalla sua essenza divina e diventato peggio egli umani nasce una bellissima storia in cui un dio e che dio, non altro che il padre di tutti gli dei, invaghitosi di una “mortale” si tramuta in un cigno (simbolo della purezza e della candore) e ricorrendo alle sue talentate tattiche, non solo la possiede ma le dona in qualche modo l’immortalità. È il mito di Zeus, il signore degli dèi e di Leda, personaggio della mitologia greca, figlia di Testio e di Euritemi e moglie di Tindaro, dominatore e re di Sparta, che diede alla luce, tramite delle uova, i Dioscuri (Castore e Polluce), Elena e Clitennestra. Zeus immortalò l'immagine del Cigno nel cielo a memoria della sua avventura, mentre Leda fu divinizzata in seguito col nome di dea Nemesi.
Specchio con Leda e il cigno, dei 111 pezzi del “Tesoro di Boscoreale” confluito al museo parigino subito dopo la sua scoperta, nel 1895, nella villa romana della Pisanella.
fine I a.C. – inizio I d.C.
Louvre.

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DIMENSIONE COSMICA E SILENZIO

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"L'entità umana è anche una entità cosmica - estraendo dal mondo sensibile e mantenendo la pienezza della coscienza, attraverso il Silenzio può giungere alla conoscenza dell'essenza cosmica"
Giovanni Colazza (Leo), in Introduzione alla Magia, vol. I, pag.385.

I MOSAICI DI RAVENNA E BISANZIO CI FANNO INTRAVVEDERE DIO ANNUNCIATO DAL COLORE DELL'ORO


"Una lucente cupola di stelle o di luna sdegna
Tutto ciò che è l’uomo,
Le sue mere complessità,
La rabbia e il pantano dell’indole umana."

W.B.Yeats, "Bisanzio"

martedì 10 luglio 2018

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"...Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non siano alleati a Cosa Nostra – per un'evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi."
Giovanni Falcone
"Cose di Cosa Nostra"
pag. 170


La perseguzione dei pagani......

TRE GRANDI CRIMINALI DELLA CRISTIANITA', COSTANTINO, TEODOSIO, CARLO "MAGNO" (!...). FECERO A PEZZI DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE CHE VOLEVANO RIMANERE FEDELI AGLI DEI ETNICI. IMPOSERO IL CULTO DI YHAVE' E FIGLIO,UN CERTO GESU', CON IL SANGUE. PARTICOLARMENTE OSCENO FU IL MASSACRO DEI 4500 PAGANI SASSONI DA PARTE DI CARLO "MAGNO" I QUALI SI RIFIUTARONO DI DIVENTARE CRISTIANI E VOLLERO RIMANERE FEDELI AGLI DEI DEL SUOLO. GRANDE SILENZIO DA PARTE DELLA CRISTIANITA'. E DEI LORO "CHIERICHETTI"...INFINITA TRISTEZZA...

lunedì 9 luglio 2018

MICRO E MACROCOSMO


Tutto ciò che si trova nel macrocosmo si ritrova nel microcosmo. E non è solo un modo di dire. E' scientificamente dimostrato ad esempio nella Teoria dei Frattali. Una Teoria che dimostra come la natura riproduce se stessa in scala sempre più minuta.
Prendete un cavolfiore! Poi togliete un piccolo fiore e osservatelo..avrà la stessa conformazione della grossa pianta. E così per tutti gli elementi della natura.


La poesia di Giuliano Kremmerz

IO CREDO
Io credo nella virtù infinita, nel sole dei soli, che cangia l’arena in diamante, la terra in fiore, la crisalide in farfalla, l’oscura notte in aurora lucente.
Io credo nella matrice delle forme universe, luna delle lune, che genera le cose, le accresce, le distrugge, le rigenera.
Io credo nella forza combattiva che vince pugnando invitta.
Io credo nell’intelligenza arcana che dà all’essere la coscienza del vero.
Io credo nel bene contro ogni strazio del dolore nei mali umani.
Io credo nell’amore che fissa nell’attimo che vola la parola che crea.
Io credo nella morte principio di vita nova.
Così credo nell’Uno che tutto in sé contiene: Moto, Forma, Forza, Intelligenza, Bene, Amore e Morte.
Credo nell’ascenso dell’uomo all’UNO infinito, nella Legge Universa di ciò che fu, che è, che in eterno sarà.

L'idiozia umana fissata anche dagli epitaffi


Avran speso una bella cifra, sti capitalsti radical chic antelitteram
 
 
 
Foto scattata al cimitero monumentale di Milano, il cimitero dove riposano i più abbienti.

Feronia dea protettrice degli schiavi, con un santuario presemte anche a Verona

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Feronia. Dea arcaica protettrice dei boschi e delle messi.
È la Signora delle Fiere, della vita animale selvatica, delle piante e delle erbe medicinali, conserva intatte tutte le caratteristiche dell’antica Potnia mediterranea. La radice fero indica anche "la gestante" ha dunque le consuete funzioni protettive del materno.
Feronia é una Virgo Sacra, una Dea Vergine non soggetta a vincoli matrimoniali, ma accompagnata dal suo paredro Picus, il sacro picchio, portatore del fuoco celeste connesso all’energia fecondante, ma anche conoscitore sapiente dei luoghi dove crescono alcune piante di guarigione; lo ritroveremo anche accanto alla Dea Diana.
L'immagine appartiene a:
- Feronia, antefissa raffigurante la dea di origine italica (Museo Archeologico di Berlino).
Fonte: Sa Sartiglia.
Hugo Hernán Morales

Il segno e la liturgia del gesto

Il Medioevo è un'epoca in cui il rito trionfa, in cui tutto ciò che si compie nella coscienza deve obbligatoriamente tradursi in un gesto; ciò soddisfa un bisogno profondamente umano: quello del segno fisico senza il quale la realtà rimane imperfetta, incompiuta, fatiscente….
Régine Pernoud


domenica 8 luglio 2018

Correre troppo


Siamo andati avanti così rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per 
 consentire alle nostre anime di raggiungerci



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sabato 7 luglio 2018

Verona, vicino al Lazzaretto è ancora presente una chiesa con quel che rimane dell'antico convento


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In zona San Pancrazio sulla stradina verso il Lazzaretto si trova in una zona privata la Chiesa del Santuclo.
La chiesa, che è parte integrante di un complesso a corte, si trova in località Saltuclo (dal latino Saltus) ovvero boschetto, ma anche piccola cascata d’acqua. Era dedicata ai santi Mammaso, Nereo, Achilleo e Pancrazio. La prima attestazione della sua esistenza è del 1133: anno in cui la madre badessa del monastero di San Michele trasferì alcune monache nei locali annessi al Santuclo.

giovedì 5 luglio 2018

Stralci da "Il labirinto della solitudine" di Octavio Paz, l'anima profonda e atavica del Messico

Nel suo magnifico libro "II labirinto della solitudine", il poeta messicano Octavio Paz riflette sulla storia drammatica e sulla società messicane, dalla Conquista fino ai giorni nostri.

Messico in festa ?
In un anno gli aztechi celebravano un grandissimo numero di feste, da duecento a trecento. Oggi le feste sono cambiate, ma restano un aspetto caratteristico e importante della società messicana. Octavio Paz afferma: "È significativo che un paese triste come il nostro abbia tante feste, e così allegre".
Il brano che segue esamina il ruolo della festa, l'esplosione e lo scoppio, la comunicazione e la rottura violenta. 

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tratto da: Octavio Paz - Il Labirinto Della Solitudine
Il nostro calendario è popolato di feste. In certi giorni, nei piccoli villaggi più appartati come nelle grandi città, l'intero paese prega, grida, mangia, si ubriaca e uccide in onore della Vergine di Guadalupe o del Generale Zaragoza.
Ogni anno, i
l 15 settembre, alle undici di sera, in tutte le piazze del Messico celebriamo la festa del Grido; e una moltitudine effettivamente inebriata grida per lo spazio di un'ora, forse per meglio tacere per il resto dell'anno. Durante i giorni che precedono e che seguono al 12 dicembre, il tempo sospende la sua corsa, fa un alt, e invece di spingerci verso un domani sempre irraggiungibile e menzognero, ci offre un presente pieno e perfetto, di danza e di divertimento, di festino e di comunione con ciò che vi è di più antico e di più segreto del Messico. Il tempo cessa di essere successione e torna a essere quello che fu ed è originariamente: un presente, in cui passato e futuro alla fine si riconciliano. Ma non bastano le feste che la Chiesa e la Repubblica offrono a tutto il paese. La vita di ogni città e di ogni villaggio è retta da un santo, che si festeggia con devozione e regolarità. I quartieri, le corporazioni hanno pure le loro feste annuali, le loro cerimonie e le loro fiere. E infine, ognuno di noi, atei, cattolici o indifferenti, possiede il proprio santo, che onora ogni anno.
 Chalma
Sono incalcolabili le feste che celebriamo e il danaro e il tempo che spendiamo per festeggiarle. (…) La nostra povertà si può misurare dal numero e dalla sontuosità delle feste popolari. I paesi ricchi ne hanno poche: non c'è tempo ne humour. Non sono necessarie, la gente ha altre cose da fare e quando si diverte lo fa in piccoli gruppi. [...] Ma un povero messicano, come potrebbe vivere senza quelle due o tre feste annue, che lo compensano delle sue ristrettezze e della sua miseria? Le feste sono il nostro unico lusso; esse sopravvivono, forse con vantaggio, al teatro e alle vacanze, al week-end e ai cocktail-party degli anglosassoni, ai ricevimenti della borghesia e al caffè dei mediterranei. In quelle cerimonie - nazionali, locali, di corporazione o familiari - il messicano si apre all'esterno. Tutte quelle feste gli danno modo di rivelarsi e di dialogare con la verità, con la Patria, gli amici o i parenti. Durante quei giorni il silenzioso messicano fischia, grida, canta, getta petardi, scarica la sua pistola in aria; scarica la propria anima. Il suo grido, come i razzi che tanto gli piacciono, sale fino al cielo, scoppia in una esplosione rossa, verde, azzurra e bianca, e cade vertiginoso, lasciando una coda di scintille dorate. [...]
A volte l'allegria finisce male: vi sono lotte, ingiurie, colpi di pistola, coltellate. Anche questo fa parte della festa. Perché il messicano non si diverte: vuole superarsi, saltare il muro della solitudine che per il resto dell'anno lo isola. Tutti sono posseduti dalla violenza e dalla frenesia. Le anime scoppiano, come i colori, le voci, i sentimenti. Si dimenticano di se stessi, mostrano il loro vero volto? Nessuno lo sa. L'importante è di uscire, di aprirsi la strada, di inebriarsi di rumore, di gente, di colore. Il Messico è in festa. E questa resta attraversata da lampi e da deliri, è come il rovescio brillante del nostro silenzio e della nostra apatia, della nostra riserva e della nostra scontrosità. [...]
Iscritta nell'orbita del sacro, la Festa è, anzitutto, l'avvento dell'insolito. La reggono regole speciali, peculiari, che la isolano e ne fanno un giorno d'eccezione. E con essa si introduce una logica, una morale e persino una economia che frequentemente contraddicono quelle di ogni giorno. Tutto accade allora in un mondo incantato: il tempo è un altro tempo (situato in un passato mitico o in una attualità pura); lo spazio in cui si verifica cambia di aspetto, si stacca dal resto della terra, si adorna e si converte in un "luogo di festa" (in genere si scelgono luoghi speciali o poco frequentati); i personaggi che intervengono abbandonano il loro rango umano o sociale e si trasformano in vive rappresentazioni, anche se effimere. In certe feste sparisce la nozione stessa di ordine, il caos ritorna e regna la licenza. Tutto è permesso: spariscono le gerarchie abituali, le distinzioni sociali, i sessi, le classi, le corporazioni. [...]. Così, dunque, la Festa non è solamente un eccesso, uno spreco rituale dei beni così penosamente accumulati durante tutto l'anno; è anche una rivolta, un improvviso immergersi nell'informe, nella vita pura. [...] La Festa è un'operazione cosmica: l'esperienza del Disordine, la riunione degli elementi e dei principi contrari per provocare la rinascita della vita.


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Nordamericani e messicani: incontro impossibile

tratto da Octavio Paz, Il labirinto della solitudine
(...) Ebbene, il realismo americano è di una specie molto particolare e la loro ingenuità non esclude la dissimulazione e perfino l'ipocrisia. Un'ipocrisia che, se è un vizio del carattere, è anche una tendenza del pensiero, perché consiste nella negazione di tutti quegli aspetti della realtà che ci appaiono sgradevoli, irrazionali o ripugnanti.

La contemplazione dell'orrore e perfino la
familiarità e il compiacimento nel trattarlo costituiscono al contrario uno dei tratti salienti del carattere messicano. I Cristi lordi di sangue delle chiese di paese, l'umore macabro di certi titoli di giornali, le veglie funebri, l'usanza di mangiare il 2 novembre pani e dolci fatti a forma di ossa e teschi sono abitudini, ereditate da indigeni e Spagnoli, inseparabili dal nostro essere.

Il nostro culto della morte è culto della vita, allo stesso modo che l'amore, che è fame di vita, è brama di morte. Il gusto per l'autodistruzione non deriva affatto da tendenze masochiste, ma da una certa religiosità.
 
E le nostre differenze non finiscono qui.
Gli Americani sono creduli,
noi credenti;

amano le fiabe e le storie poliziesche,

noi i miti e le leggende.
I Messicani mentono per fantasia, per disperazione o per vincere lo squallore della loro vita;

loro non mentono, ma sostituiscono la verità vera, che è sempre sgradevole, con una verità sociale.

Noi ci ubriachiamo per confessarci;

loro per dimenticare. Sono ottimisti;

noi nichilisti, solo che il nostro nichilismo non è intellettuale, ma una reazione istintiva; e dunque è irrefutabile.
I Messicani sono diffidenti;

loro invece aperti.

Noi siamo tristi e sarcastici;

loro allegri e spiritosi.
I Nordamericani vogliono comprendere,

noi contemplare.

Sono attivi;

noi tranquilli.
Ci compiaciamo delle nostre piaghe,

come essi delle loro invenzioni.
Credono nell'igiene, nella salute, nel lavoro, nella felicità, ma forse ignorano la vera allegria, che è un'ebbrezza e un vortice.

Nell'urlo della notte di festa la nostra voce scoppia in bagliori, e vita e morte si confondono;

la loro vitalità si pietrifica in un sorriso: nega la vecchiaia e la morte, ma immobilizza la vita.
E qual è la radice di atteggiamenti così contrari?
Credo che per i Nordamericani il mondo sia qualcosa che si può perfezionare;
per noi è qualcosa che si può redimere.

Loro sono moderni.

Noi, come i loro antenati puritani, crediamo che il peccato e la morte costituiscano il fondo ultimo della natura umana.

Solo che il puritano identifica la purezza con la salute. Di qui l'ascetismo che purifica e le sue conseguenze: il culto del lavoro per il lavoro, la vita sobria - a pane e acqua -, l'inesistenza del corpo come possibilità di perdersi o ritrovarsi in un altro corpo. Ogni contatto contamina. Razze, idee, costumi, corpi estranei portano in sé germi di perdizione e impurità. L'igiene sociale completa quella dell'anima e del corpo.

Invece i Messicani, antichi o moderni, credono nella comunione e nella festa; non c'è salute senza contatto. Tlazoltéotl, la dea azteca dell'impurità e della fecondità, degli umori terrestri e umani, era anche la dea dei bagni di vapore, dell'amore sessuale e della confessione.
E non ci sono stati grandi cambiamenti; anche il cattolicesimo è comunione. Entrambi gli atteggiamenti mi sembrano inconciliabili e, allo stato attuale, insufficienti. Mentirei se dicessi che qualche volta ho visto il senso di colpa trasformato in qualcosa di diverso dal rancore, disperazione solitaria o cieca idolatria.
La religiosità del nostro popolo è assai profonda — come la sua immensa miseria e l'abbandono — ma il suo fervore non ha altro effetto che quello di far girare l'argano di un pozzo secco da secoli. Mentirei pure se dicessi che credo nella fertilità di una società fondata sull'imposizione di certi principi moderni. La storia contemporanea invalida la credenza nell'uomo come una creatura che può essere modificata nella sua essenza da questo o quello strumento pedagogico o sociale.
L'uomo non è soltanto frutto della storia e delle forze che la muovono, come ora si pretende; neppure la storia è il risultato della sola volontà umana — presunzione su cui si basa, implicitamente, il sistema di vita nordamericano.
L'uomo, mi sembra, non è nella storia: è storia. Il sistema nordamericano vuole solamente vedere la parte positiva della realtà. Fin da bambini uomini e donne sono sottoposti a un inesorabile processo di adattamento: alcuni princìpi, racchiusi in brevi formule, sono ripetuti senza sosta dalla stampa, la radio, le chiese, le scuole e da quegli esseri affettuosi e sinistri che sono le madri e le mogli nordamericane.
Imprigionati in quegli schemi, come la pianta in un vaso che la soffoca, l'uomo e la donna non crescono o maturano mai. Un tale complotto non può che provocare violente ribellioni individuali. La spontaneità si vendica in mille forme, sottili o terribili. La maschera benigna, cortese e spoglia, che sostituisce la mobilità drammatica del volto umano, e il sorriso che la immobilizza quasi dolorosamente, mostrano fino a che punto l'intimità può essere devastata dall'arida vittoria dei principi sugli istinti.
Il sadismo soggiacente a quasi tutte le forme di relazione della società nordamericana contemporanea, forse non è altro che un modo di sottrarsi alla pietrificazione imposta dalla morale della purezza asettica. E le nuove religioni, le sette, l'ubriacatura liberatoria che apre le porte della « vita ». È sorprendente il significato quasi fisiologico e distruttivo di questa parola: vivere vuol dire passare i limiti, infrangere norme, andare fino in fondo (a che cosa?), « sperimentare sensazioni ». Coabitare è una « esperienza » (per ciò stesso unilaterale e vana).
Ma non è oggetto di queste righe descrivere quelle reazioni. Basti dire che tutte, come le opposte reazioni messicane, mi sembrano rivelatrici della nostra comune incapacità di conciliarci con il flusso della vita. Un'analisi dei grandi miti umani sull'origine della specie e sul senso della nostra presenza terrena rivela che ogni cultura — intesa come creazione e partecipazione comune di valori — parte dalla convinzione che l'ordine dell'Universo è stato infranto o violato dall'uomo, l'intruso.
Dal buco o dall'apertura della ferita che l'uomo ha inflitto nella carne compatta del mondo, può nuovamente irrompere il caos, che è lo stato originario e, per così dire, naturale della vita. Il ritorno « dell'antico Disordine Originale » è una minaccia che assilla tutte le coscienze in tutti i tempi. (...)


 

Il mito di Cuauhtèmoc




Cuauhtèmoc, ultimo imperatore azteco, (sconfitto nell'assedio di Tenochtitlan, si consegna a Cortès, quadro su rame di autore ignoto)
tratto da Octavio Paz, Il labirinto della solitudine
(...) Il messicano venera il Cristo sanguinante e umiliato, colpito dai soldati, condannato dai giudici, perché vede in lui l'immagine trasfigurata del proprio destino. La stessa cosa lo spinge a riconoscersi in Cuauhtémoc, il giovane imperatore azteco detronizzato, torturato e assassinato da Cortès.

Cuauhtémoc vuol dire « aquila che cade ». Il capo messicano sale al potere all'inizio dell'assedio di México-Tenochtitlàn, quando gli Aztechi sono stati abbandonati via via dai loro dei, dai loro vassalli e dai loro alleati. Sale unicamente per cadere, come un eroe mitico.


(...) È un guerriero, ma è anche un fanciullo. Il ciclo eroico però non si chiude: l'eroe caduto è ancora in attesa della sua resurrezione.
Non è sorprendente che per la maggioranza dei Messicani Cuauhtémoc sia il « giovane antenato », l'origine del Messico: la tomba dell'eroe è la culla del popolo. Tale è la dialettica dei miti e Cuauhtémoc, prima che una figura storica, è un mito.

E a questo punto interviene un altro elemento decisivo, un'analogia che fa di questa storia un vero e proprio dramma alla ricerca di uno scioglimento: il luogo della tomba di Cuauhtémoc è sconosciuto. Il mistero del luogo dove sono finiti i suoi resti è una delle nostre ossessioni. Trovarlo significa niente di meno che tornare alla nostra origine, riannodare la nostra ascendenza, rompere la solitudine. Resuscitare.

Se si interroga la terza figura della triade, la Madre, ascolteremo una risposta duplice. Non è un segreto per nessuno che il cattolicesimo messicano si incentra nel culto della Vergine di Guadalupe.

In primo luogo si tratta di una Vergine india; inoltre la località della sua apparizione (davanti all'indio Juan Diego) è una collina che fu in precedenza un santuario dedicato a Tonantzin, « nostra madre », dea della fertilità per gli Aztechi.

Com'è noto, la Conquista coincide con l'apogeo del culto a due divinità maschili: Quetzalcoatl, il dio dell'immolazione (crea il mondo, secondo il mito, gettandosi sul rogo, a Teotihuacàn) e Huitzilopochtli, il giovane dio guerriero sacrificatore.

La disfatta di questi dei — perché questo fu la Conquista per il mondo indio: la fine di un ciclo cosmico e l'instaurazione di un nuovo regno divino
— produsse tra i fedeli una sorta di ritorno alle antiche divinità femminili.

Questo fenomeno di ritorno alle viscere materne, ben cono- sciuto dagli psicologi, è senza dubbio una delle cause che determinarono la rapida popolarità del culto alla Vergine. Orbene, le divinità indie erano dee di fecondità, legate ai ritmi cosmici, ai processi di vegetazione e ai riti agrari. La Vergine cattolica è pure una Madre (Guadalupe-Tonantzin la chiamano ancora alcuni pellegrini indi), ma il suo attributo principale non è quello di vegliare sulla fertilità della terra, ma di essere il rifugio dei derelitti.

La situazione è cambiata: non si tratta più di assicurare le messi, ma di trovare un grembo. La Vergine è la consolazione dei poveri, lo scudo dei deboli, il riparo degli oppressi.
Risultati immagini per octavio paz "Il labirinto della solitudine"Insomma, è la Madre degli orfani.

Noi tutti uomini nasciamo diseredati e il nostro vero stato è quello di orfani, ma questo è vero in modo particolare per gli indi e i poveri del Messico.
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