giovedì 17 ottobre 2019

Antiche tradizioni pagane nel santuario di Oropa

"La Pietra della Vita" , noto masso, oggetto di culto fin dai tempi più remoti. Si trova all'interno dell'area del Santuario di Oropa forse il più importante dei monti sacrisulle pendici dei monti non molto distante da Biella, a nord-est della chiesa principale, parzialmente murato all'interno di una capella costruita nel 1700 per cercare di nasconderlo. E' interessante notare che questo luogo di pellegrinaggio monumentale è uno dei maggiori d'Italia e forse il luogo di culto mariano più antico dell'occidente. Oggetto di culto una statua lignea che rappresenta una MADONNA NERA, reminescenza dei culti precristiani della Dea, simbolo femminile della Fecondità della Terra. Secondo la leggenda portata qui da S.Eusebio nel 369 mentre si nascondeva dalla persecuzione dei pagani che popolavano il piemonte. In realtà, la statua venerata nella basilica antica è di fattura gotica, probabilmente risalente al 1200. Sembra ovvio comunque che questo fosse già un importantissimo luogo di culto naturale precristiano. Sappiamo infatti dagli scritti di Mario Trompetto, che "in Vercelli prevaleva il politeismo romano mentre nelle valli alpine e nel Monferrato si conservava intatto il culto degli antichi celti tra i quali la venerazione di grandi massi erratici. Dove rifulse l'animo apostolico di Eusebio fu l'impegno nell'eliminare il paganesimo specialmente nei centri di antichissimo culto come ad Oropa e a Crea sostituendo il culto delle deità femminili celtiche con il culto della Madre di Dio, Maria."
Sta di fatto che le prime cappelle e poi il santuario sorsero in un luogo già sacro, tra un gruppo di massi erratici considerati magici, un bosco sacro celtico e una fonte di acqua ancora oggi considerata miracolosa dai fedeli. La Basilica antica sorge su una delle pietre, considerata così sacrà che è stata lasciata a vista anche all'interno con tanto di candele e di offerte.
Proprio qui troviamo la santissimo madonna nera e il dipinto di Sant'Eusebio che come un druido benedice le popolazioni e gli animali della valle stando in piedi sulle pietre magiche, esattamente come San Cornelio a Cranac.

 L'immagine può contenere: albero, pianta, spazio all'aperto e natura


Dove oggi c'è la Camera di Commercio di Verona

La torretta distrutta e l'edifico stravolto per fare posto alla sede della Camera di Commercio una ristrutturazione degli anni sessanta convinti, così, di cancellare il ventennio, una opèerazione alla democristiana dove l'ignoranza era di casa!
In origine:
Palazzo Gioventù Italiana del Littorio (G. I. L.) 1939, Corso Vittorio Emanuele, architetto Ettore Fagiuoli
Autore ignoto, anni Quaranta

Un Budda del Gandhar

 



From the Sikri Stupa, now in the Lahore Museum….Lahore, Pakistan

la base nascosta del tempio di Borobudur.


Costruito sull'isola di Giava nell'800 dC circa, è stato trascurato quando il centro politico e culturale si trasferì nella regione orientale di Giava, circa nel 920. Il suo periodo d'oro poteva considerarsi finito, ma c'è motivo di ritenere che non sia stato dimenticato del tutto dai governanti e dalla popolazione.
Il monumento è stato scoperto dagli europei all'inizio del XIX secolo, subito intensamente ammirato, studiato, poi restaurato due volte, tra il 1909-1911 e ancora nel periodo 1971 - 1978. Dopo due secoli di ricerche, discussioni, speculazioni, e congetture, tuttavia, Borobudur non ha ancora rivelato tutti i suoi segreti e significati..
Una delle caratteristiche più interessanti di Borobudur è la sua base coperta (vedi).
La costruzione del monumento dovrebbe essere iniziata intorno al 778 dC, periodo della supremazia dei re Shailendra nel Sud-Est asiatico marittimo, proseguita fino a circa l'820, che dovrebbe aver segnato la fine della loro supremazia su Giava. Sembra ci siano state molte fasi di costruzione oltre al rivestimento della base che, secondo Dumarçay, avrebbe avuto luogo intorno al 792.
La base coperta è stata scoperta da IJzerman, architetto e ingegnere del Servizio Archeologico delle Indie olandesi, nel 1885. In questa sezione nascosta ci sono 160 pannelli scolpiti in bassorilievo.
Tra il 1890 e il 1891, questi pannelli sono stati scoperti, sezione per sezione, fotografati, e poi ricoperti di nuovo. Attualmente solo 2 pannelli completi e due metà, nell'angolo sud-orientale sono esposti alla vista. I rilievi, insieme alle molte iscrizioni, sono stati studiati attraverso le stampe di queste preziose fotografie.
Grazie agli sforzi di molti illustri studiosi, come Krom, Sylvain Lévi, Hikata e Fontein, è stato scoperto che le 160 scene rappresentate sono basate su un testo indiano, il cui originale è stato probabilmente scritto in sanscrito, conosciuto come il Karmavibhanga o Mahakarmavibhanga.
Molte versioni in sanscrito, pali, cinese, tibetano e alcune lingue dell'Asia centrale sono ormai note. Si differenziano per alcuni dettagli l'una dall'altra, anche se le storie sono essenzialmente le stesse. Il tema principale è l'esegesi della legge buddista di causa ed effetto.
Perché i rilievi siano stati coperti rimane un mistero. Ci sono varie teorie, che variano dalle ragioni costruttive (la base coperta ha creato un sostegno più forte) a quelle iconografiche (la vista della rappresentazione non doveva essere possibile).
Le foto di Kasian Cefa, del 1890, costituiscono la base per questa pubblicazione. Il Museo Nazionale delle Antichità le ha donate al Museo di Etnologia nel 1903.Il tema principale dei rilievi si concentra su ricompensa e punizione. Oltre ad immagini del cielo e dell'inferno, ci sono scene di vita quotidiana, dei successi mondani e dei drammi umani, cose buone e cattive interconnesse con i fatti del passato che determinano ricompensa o punizione per il futuro.
Allo stesso tempo, i rilievi presentano un quadro della vita quotidiana a Giava, tra la fine dell'ottavo e l'inizio del nono secolo.

mercoledì 16 ottobre 2019

Claude Debussy, musicalità impressioniste

Il rapporto fra Claude Debussy e l’esoterismo è un fatto certo. Sottovalutato dalla critica ufficiale, quasi come una moda inevitabile per ogni artista fin de siècle, gonfiato ad arte dagli appassionati di codici segreti, che lo vollero capo di fantomatiche società, non è mai stato affrontato con il giusto equilibrio e scientificità. In questo libro, per la prima volta, viene effettuata un’indagine sistematica del rapporto fra Debussy e il mondo della cultura esoterica. In primo luogo dal punto di vista biografico, ricostruendo i rapporti documentabili con i protagonisti della rinascita occultista francese di fine Ottocento, dall’amico di sempre Satie ai pittori simbolisti e al mondo della Rosacroce parigina in generale. Soprattutto viene approfonditamente analizzato il pensiero del compositore: gli scritti di Debussy, ai quali egli affidava la propria estetica, vengono messi a confronto con i fondamenti del pensiero esoterico e alchemico, individuandone una sostanziale affinità di fondo.Da questo stesso punto di vista sono avvicinate le sue più importanti ed enigmatiche composizioni, esiti eccelsi ed inevitabili di una mente autenticamente esoterica. E infine una scoperta inedita: un codice numerico segreto potrebbe davvero esistere, nascosto fra gli equilibri aurei che regolano la struttura del Preludio La cathédrale engloutie, che rimanderebbe al cuore di un fondamentale testo alchemico del Seicento. Un’ultima emozionante prova dei fondamenti esoterici della rivoluzione musicale debussyana.

Il paganesimo ritorna prepotentemente anche nelle chiese

Le pietre erranti..
Portale Cattedrale di San Giusto,trieste
una stele romana segata per lungo compone i piedritti del portale di San Giusto..
I ritratti sono stati rimaneggiati secondo il gusto del tempo

"Sete Cidades"Piaui ,Brasil

A sud-est di Piaui, a circa 530 km dalla città di Teresina, si trova il Parco Nazionale Serra da Capivara, considerato Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.
Occupa i comuni di San Raimundo Nontato, Coronel José Díaz, Brejo del Piaua e Joao Costa. Durante più di 30 anni di ricerche sono state scoperti più di 700.000 siti archeologici in questa zona, dei quali 590 possiedono pitture rupestri.
il parco è di grande valore dal punto di vista archeologico, storico e culturale, e merita senz'altro una visita.
Sono vari i punti d'interesse di quello che potrebbe essere considerato come un immenso monumento all'aria aperta; combina bellissime formazioni rocciose in cui si nasconodono siti archeologici e paleontologici spettacolari, testimonianze della presenza di uomini e animali preistorici del corso del tempo.
Attualmente si ha conoscenza di oltre 700 siti in cui sono stati trovati resti come scheletri umani, pitture rupestri e i frammenti di ceramica più antichi del continente americano, risalenti a più di 8.000 anni fa.
Oltre alle attrattive di tipo culturale vi sono quelle naturali, in cui possiamo includere due grandi formazioni geologiche.
La prima è il bacino sedimentario di Maranhao-Piauí e la depressione periferica del fiume San Francisco, le cui superfici sono formate da sierras, valli e terreni pianeggianti. Un luogo, insomma, che riunisce sia alcune creazioni dell'uomo preistorico sia della natura stessa.

martedì 15 ottobre 2019

Il farloccho dio degli inglesi

Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degl’Indiani d’America 1492-1972
Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d’America 1492-1972, , ripercorre la storia di questo popolo, a partire dall’arrivo, attraverso lo Stretto di Bering sul continente Nordamericano e si sofferma, in modo particolare, sui momenti salienti del suo sterminio etnico e spirituale. Si tratta di un’opera attraversata da profonda empatia nei confronti dell’oggetto indagato. Ne sono autori due brillanti giornalisti e fotografi, Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo, che coinvolgo il lettore in forza della persuasività delle argomentazioni addotte, ma anche per la capacità affabulatoria e coinvolgente della loro prosa.
La lettura ha suscitato vivo interesse, nostalgia nei confronti di una visione del mondo e ammirazione nei confronti dei martiri pellerossa. Ma su cosa era centrata la concezione tradizionale della vita degli uomini rossi? Su due idee fondamentali, il Centro e l’Origine. Per essi “essere conformi alla tradizione significa essere fedeli all’origine” , e di conseguenza ogni uomo avrebbe dovuto, quotidianamente, tentare di ricondurre il proprio ex-sistere, lo stare fuori, verso il Centro. Allo scopo, celebravano riti assai significativi. Innanzitutto, la Danza del Sole. Danza sacrificale dedicata alla potenza solare, preghiera comunitaria mirata a “tracciare un raggio tra il Sole e il cuore dell’uomo” ponendo in sintonia il Cielo e la Terra. La Tradizione pellerossa, come compreso da Schuon, discepolo di Guénon, va inquadrata nello sciamanesimo, corrente spirituale afferente ai popoli di origine mongolica, al cui centro è la complementarietà di Cielo e Terra e il culto della natura presieduta da Spiriti Guardiani, subordinati ad un Essere Supremo, Wakan Tanka. Il rito della Danza del Sole si svolge attorno ad un albero, simbolo dell’axis mundi. I danzatori sono uniti all’albero da strisce di cuoio, fissate nei loro petti da ganci “Avvicinandosi e allontanandosi i danzatori attingono la forza necessaria che poi diffondono alla periferia... Sono come aquile in volo verso il Sole” . La Danza si configura come un volo, una riconquista del Principio.
Altrettanto rilevante è il rito del Calumet, della Sacra pipa. Nell’offerta del Calumet al Grande Spirito è il cosmo intero a pregare con il sacrificatore. L’offerta viene indirizzata ai quattro punti cardinali. Altro momento centrale della pratica rituale pellerossa è la frequentazione dalla capanna sudatoria. In essa l’uomo, liberandosi dei pesi “cosali”, meramente concupiscibili della propria natura, della “pietra grezza”, si rigenera divenendo “uomo nuovo”. Tutto ciò non ha, alcuna valenza naturalistico-animistica, ma, al contrario, valore iniziatico. A ciò è collegato nella Tradizione “indiana” l’attribuzione dei nomi “I nomi indiani sono davvero speciali in quanto sono il simbolo di un potere che viene affidato in vari modi. Si possono conquistare e si possono tramandare perché rivelano una relazione particolare con le forze della natura” . Il nome evidenza, così, la presenza del principio trascendente nell’immanenza. Parola, racconto, tradizione orale, hanno ruolo fondativo per i pellerossa. Lo testimonia lo splendido mito di Grande Roccia: pietra magica che avrebbe narrato ad un giovane guerriero il racconto dell’origine del cosmo e della vita, raccomandando all’ascoltatore di trasmetterlo al suo popolo e, soprattutto, di custodirlo nel tempo. Grande Spirito avrebbe, infatti, abbandonato al suo alter ego, Cattivo Spirito, gli uomini rossi, qualora questi avessero disobbedito a tale intimazione, qualora non avessero trasmesso la Tradizione. Ciò spiega, in uno, il processo di decadenza implicito negli eventi storici e la valorizzazione dell’“atteggiamento devoto e rituale” , al fine di riannodare le relazioni turbate degli uomini con il Grande Spirito e la realtà.
Va rilevato, che la dipendenza diretta di Cielo e Terra, la seconda essendo semplicemente una “coagulazione” del primo, è alla base della valorizzazione spirituale della natura propria di questo popolo: “La Terra non appartiene all’uomo. È l’uomo che appartiene alla Terra” . Tale principio comporta che, vivendo in modo diretto il rapporto con la natura “selvaggia”, l’uomo possa divenire effettivamente calice trasparente, nei confronti di sé stesso e dei propri simili. Potevano uomini dalle idee siffatte, arrendersi senza combattere contri i portatori della visione materialistica, utilitarista della vita? Certamente no. Di fronte alla fine ineluttabile, decisero di rivolgere al Cielo la propria preghiera di morte, morendo “come un eroe che sta ritornando a casa” . Lungo questa tragica ultima cavalcata, gli uomini rossi ebbero l’opportunità, sia pure davvero momentanea, di verificare come fosse possibile, attraverso l’azione guerriera, avere la meglio sulla decadenza . Lo constatarono a Little Bighorn nel 1876, sopraffacendo, per l’ultima volta, l’esercito statunitense nella sua irrefrenabile conquista della nuova frontiera. Il Generale Custer e i suoi trecento soldati furono sconfitti. Nel 1890, a Wounded Knee, mentre la natura tutt’attorno riposava nel gelo invernale di dicembre, e il Settimo Cavalleggeri, si trasformava, per i pellerossa e la Tradizione, in Settimo Calvario, il loro sangue vermiglio irrorò la Terra Sacra. Da allora la loro civiltà è stata reclusa nelle “riserve” ed il processo di colonizzazione dell’immaginario comunitario è risultato devastante. Un genocidio spirituale oltre che militare. Accompagnato, naturalmente, dallo scempio della Natura, considerata a disposizione dei “visi pallidi”, imago dei, immagine del “Dio degli inglesi”.
In ogni caso, a Wounded Knee, si è celebrato solo il tramonto della Tradizione del popolo rosso “nella struggente malinconia del saluto vespertino ma con l’infuocata promessa del ritorno…” Ogni tramonto è annuncio di una nuova alba, a condizione che si sia disposti a spendersi per essa....

Le grandi truffe storiche organizzate in Vaticano

Donazione di Costantino, il falso decreto imperiale...
Smascherato da Lorenzo Valla nel 1440, il falso documento su cui per secoli la Chiesa fondò il proprio potere temporale ha fatto la storia più di tanti documenti veri
Ludovico Ariosto suggeriva di cercarla sulla Luna. Era lì, secondo la fantasia del poeta, che era andata a finire la Donazione di Costantino, il falso decreto imperiale che legittimava il potere temporale della Chiesa. Quando il paladino Astolfo va alla ricerca del senno di Orlando, si ritrova in una misteriosa valle lunare che custodisce quanto sulla Terra è andato perduto. Ci sono le lacrime e i sospiri degli amanti, la gloria e le corone degli antichi re. In mezzo, svetta una montagnola di fiori marci. A questo, secondo il poeta, si era ridotta la celebre Donazione: una cianfrusaglia lunare. Destino favoloso e irreale, per un testo che è l’apoteosi del falso. Un falso che ha fatto la storia più di tanti documenti veri.
Dal Medioevo in poi, tutte le volte che si discuteva il potere temporale della Chiesa, si finiva sempre per tirare in ballo la Donazione. Sono solo tremila parole, eppure hanno per secoli impegnato Papi e imperatori, filologi e giuristi, poeti e profeti. Il testo si presenta come una lettera dell’imperatore Costantino che prima racconta le circostanze della sua conversione al cristianesimo e poi conferisce alla Chiesa una serie di privilegi: il Papa potrà rivestire la porpora imperiale, Roma avrà il primato su tutte sedi ecclesiastiche. E, soprattutto, avrà un suo regno terreno: Costantino regala al papato il dominio sull’Italia e su tutte le regioni occidentali dell’impero.
L’insigne umanista Lorenzo Valla non dovette faticare troppo per smascherare il falso. La Donazione, per esempio, attribuisce a Roma il primato su Costantinopoli. Ma com’è possibile, argomenta Valla, se Costantinopoli fu fondata solo nel 330, mentre il documento si pretende datato al 313? Valla era noto per il suo caratteraccio. Con la scusa della filologia, spara bordate durissime contro il papato. Il suo pamphlet, scritto nel 1440, è comunque passato alla storia come un modello di metodo filologico. Un frutto virtuoso dell’umanesimo, dove i lumi della ragione disperdono le leggende del Medioevo.
In realtà, l’imperatore Ottone III aveva denunciato la Donazione come un falso già nell’anno 1001. L’aveva attribuita al diacono Giovanni, un dignitario ecclesiastico soprannominato «il monco», perché, in seguito a un’accusa di tradimento, gli erano stati mozzati il naso, la lingua e due dita della mano. Probabilmente la Donazione non è uscita dalle mani monche di Giovanni. Ma il vero autore è ancora ignoto. Forse gli autori furono più d’uno, forse il testo è stato riscritto e modificato in diverse occasioni, a partire da una prima versione databile all’VIII secolo.
Quello che è certo, è che il papato intuì la formidabile forza propagandistica della Donazione. Ancora nel 1493, infischiandosene della filologia del Valla, papa Alessandro VI, lo spregiudicato Roderigo Borgia, ritirò fuori la Donazione. La usò per rivendicare alla Chiesa il diritto di spartire tra Spagna e Portogallo le nuove isole scoperte l’anno prima da Cristoforo Colombo: se Costantino aveva concesso ai Papi il dominio su tutte le terre a Occidente di Roma, è ovvio che nel lascito rientrava anche l’America! Viceversa, i riformatori religiosi e i pauperisti che volevano riportare il cristianesimo alla purezza originaria deprecavano la Donazione. La consideravano un dono avvelenato, che aveva inquinato la Chiesa, contaminandola con i beni mondani. Per questo, si raccontava, quando fu annunciata la donazione, si udì la voce del diavolo che gridava trionfante: «Oggi ho infuso il mio veleno nella Chiesa». Un punto di vista che influisce anche su Dante, il quale, pur ritenendo la Donazione genuina, la giudicava un errore e una sciagura.
La Donazione è come una scatola cinese: un falso che ne contiene molti altri. Il testo, per esempio, inventa un profilo di Costantino che è del tutto immaginario. Il biografo più attendibile dell’imperatore, Eusebio di Cesarea, scrive che Costantino si convertì al cristianesimo solo sul letto di morte. Viceversa, la Donazione narra una vicenda del tutto favolosa: un miracolo avrebbe portato fin dall’inizio l’imperatore sulla via della vera fede. A Costantino, ammalato di lebbra, i sacerdoti pagani avevano consigliato di ammazzare un congruo numero di bambini e poi farsi il bagno nel loro sangue. Ma i santi Pietro e Paolo appaiono in sogno all’imperatore e gli indicano un diverso lavacro purificatore, quello del battesimo. Costantino accetta di farsi cristiano e riemerge guarito dal fonte battesimale.
È falsificata pure la figura di Silvestro, il Papa a cui Costantino si rivolge nella Donazione. I documenti storici lo delineano come una figura scialba. Ma nella leggenda, accreditata dalla Donazione, Silvestro svetta come un gigante della fede. Ed è anche merito della Donazione se si è consolidato il culto di Silvestro come santo: quel santo che ancora oggi celebriamo nei veglioni di fine anno, il 31 dicembre, giorno della sua morte nell’anno 335.
La Donazione, insomma, sarà pur finita tra le cianfrusaglie lunari, come immaginava Ariosto. Ma, anche dopo essere stata smascherata, ha continuato a fare sentire i suoi effetti. Nel febbraio del 1520, a Wittemberg. un monaco tedesco legge avidamente le pagine di Lorenzo Valla, appena stampate in Germania. S’indigna per quella truffa colossale, per la bugia su cui è fondato il potere della Chiesa di Roma. «Non ho più alcun dubbio che il Papa sia l’Anticristo», scrive subito dopo a un amico. Quel monaco si chiamava Martin Lutero. La falsa Donazione continuava a fare la storia….

domenica 13 ottobre 2019

La Pietra di Gàvea


Tra San Corrado e Barra di Tijuca, presso Rio de Janeiro, una leggendaria montagna con il volto di un antico gigante si innalza a 842 metri sopra il livello del mare. Quando il Brasile venne scoperto, gli esploratori portoghesi diedero alla pietra il nome di Gávea e la utilizzarono come punto di osservazione per le caravelle in arrivo. L'enorme roccia, circondata da un'esuberante vegetazione autoctona, ha stimolato l'immaginazione sia del pubblico che degli storici attraverso i secoli.
Su uno dei suoi lati spiccano antiche iscrizioni apparentemente non di origine naturale, rappresentanti un vero rompicapo archeologico: da anni, infatti, nessuno, riesce a capire chi o perché le abbia realizzate. Secondo Pedro Lacaz do Amaral, esperta guida alpinistica dell'associazione Live To Climb, che ha scalato la roccia numerose volte, la pietra dovrebbe essere il luogo di sepoltura di un antico re fenicio. Amaral ritiene si tratti di una leggenda molto conosciuta tra i Brasiliani e, a suo avviso, le incisioni sulla rupe non possono essere state provocate da agenti atmosferici o dalla naturale erosione del tempo.
Le prime testimonianze sull'insolito sito risalgono al XIX secolo. In quel periodo alcuni "segni" rinvenuti su un lato della roccia richiamarono l'attenzione dell'Imperatore Don Pedro I. Tuttavia, suo padre Joáo VI, re del Portogallo, aveva già ricevuto da un religioso una relazione in cui si faceva riferimento a misteriose iscrizioni risalenti a prima del 1500, epoca in cui il Brasile venne scoperto.
Nessuno avrebbe più parlato della roccia ufficialmente, fino al 1931, quando un gruppo di escursionisti formò una spedizione per scoprire la tomba di un re fenicio salito al trono nel 856 a.C. Vennero compiuti alcuni scavi amatoriali, ma senza esito. Due anni più tardi, nel 1933 e in seguito nel 1937, altre due spedizioni stavolta composte da un centinaio di partecipanti si calarono, usando delle funi, all'altezza degli occhi della figura nel tentativo di constatare l'autenticità o meno della leggenda.
Nel 1946, secondo un articolo risalente al 1956, il Centro Escursionistico Brasiliano conquistò l'orecchio destro della testa, situato in una posizione molto difficile da raggiungere, giacché, con un'inclinazione di 80 gradi rispetto al terreno, un solo errore per gli scalatori risulta fatale, provocando una caduta libera di circa 20 metri. Nell'orecchio della testa monumentale si trova l'entrata di una grotta che conduce ad una caverna sotterranea lunga e stretta che attraversa tutta la roccia fino all'altra estremità.
Nel 1972 alcuni rocciatori della Equipe Neblina scalarono la Paredáo do Escaravelho, la parete est della testa, e si imbatterono nelle iscrizioni che si trovano a circa 30 metri più in basso rispetto alla sommità, in un punto estremamente scosceso. Sebbene Rio presenti un tasso annuale di precipitazioni piovose molto alto, le iscrizioni erano ancora quasi intatte. Nel 1963 l'archeologo Bernardo A. Silva Ramos, le tradusse così: LAABHTEJ BAR RIZDAB NAISINEOF RUZT, che, letto al contrario risulta: TZUR FOENISIAN BADZIR RAB JETHBAAL, ovvero: TIRO FENICIA, PRIMOGENITO DI JETHBAAL.
La grande testa con due occhi e orecchie; le enormi rocce sulla sommità della testa, simili a una sorta di corona o di un ornamento; una grande cavità a forma di portale nella parte nord-est della testa, alta 15 metri, larga sette e profonda due; un osservatorio nella parte sud-est, simile ad un dolmen e contenente incisioni; un punto culminante somigliante ad una piccola piramide, formato da un singolo blocco di pietra, al vertice della testa; le controverse iscrizioni sulla parete rocciosa; alcune altre piccole iscrizioni che ricordano serpenti, raggi solari, sparse su tutta la cima del monte; e la posizione di un presunto naso che sarebbe crollato molto tempo fa.Roldáo Pires Brandáo, presidente dell'Associazione Brasiliana di Speleologia e Ricerca Archeologica di Rio, ha dichiarato: "Si tratta di una sfinge scolpita nel granito dai Fenici, con volto umano ed il corpo di un animale disteso. La coda deve essere caduta a causa di erosioni nel tempo. La roccia, vista da lontano, possiede la magnificenza dei monumenti faraonici e riproduce, in uno dei suoi lati, il volto severo di un patriarca"
Sappiamo che nell'856 A.C. Badezir prese il posto di suo padre sul trono reale di Tiro. Forse la Pietra di Gávea è la tomba di quel re?
Secondo la mitologia persiana, in corrispondenza dei punti cardinali della Terra esistono quattro stelle guardiane del cielo e la Pietra di Gávea sarebbe sotto la loro protezione, esse sono: Aldebaran a Est, Fomalhaut a Sud, Regulus a Nord ed Antares a Ovest. Alcuni ritengono che la pietra sarebbe protetta da poteri cosmici non appartenenti alle forze divine nè alle forze maligne note all'uomo.
Chi saranno stati gli autori di un monumento così grandioso? Potrebbe essere stato il medesimo popolo che scolpì le linee di Nazca o edificò le mura sommerse di Bimini nelle Bahamas? I costruttori sono stati forse i Fenici? E se lo erano, come riuscirono ad attraversare l'oceano? Il mistero permane, mentre il volto di un gigante nascosto continua a guardare il sorgere del Sole, come in attesa che qualcuno riesca a svelare i suoi segreti.

Una immersione nella spiritualità medioevale

L’abside della chiesa di Sant’Anastasio a Castel Sant’Elia (XI-XII secolo) nei pressi di Nepi (Vt)

Transcendenza micotica legata all'amannita e ai Beneandanti che combattono contro le streghe: Valsanzibio

Il sole non è l’astro più luminoso nel cielo se non è solo’ ... la maggior parte delle Nobili famiglie Veneziane hanno fatto le loro sontuose dimore sulla Riviera del Brenta, sono tante stelle che si offuscano a vicenda. A Valsanzibio ci sono solo i Barbarigo e per questo la loro stella non ha rivali e nel cielo è la più luminosa.
Questo Giardino ha oltre 350 anni di storia. Venne realizzato tra il 1665 ed il 1696 da una delle più ricche ed importanti famiglie Veneziane, la famiglia Barbarigo, come voto so lenne a Dio per sconfiggere la Peste del 1630/31.
E’ un luogo concepito come passeggiata allegorica per trasmettere al visitatore un messaggio positivo, di una vita dove le difficoltà si affrontano e dove una soluzione c’è sempre, una vita dove ogni tanto è bene fermarsi a meditare, una vita dove il tempo è prezioso e va vissuto intensamente, con gioia, in attesa dell’eternità.
Un percorso tra Natura e Arte rimasto intatto nei secoli dove la bellezza di madre natura sifonde in perfetta armonia con la bellezza forgiata dalla mano dell’uomo.
In questo Giardino c’è un labirinto in bossi di circa 400 anni, probabilmente il più antico al mondo del suo genere, e ci sono pareti di bosso alte fino a 5 metri, uniche al mondo. Ci sono alberi dai 300 ai 900 anni d’età, esemplari ultrasecolari provenienti da quattro continenti (Asia, America, Africa e Europa)…..

sabato 12 ottobre 2019

Herdonia: una città romana dimenticata

A pochi passi da Foggia, nel cuore della Capitanata, c’è un sito archeologico di straordinario interesse, che conserva i resti dell’antica città romana di Herdonia. Persino Orazio, il famoso poeta latino, qui vi sostò nel 37 a.C., nel suo viaggio da Roma a Brindisi; di questo oppidulum, come definisce la città nei suoi versi, Orazio apprezzò soprattutto la bontà del pane, “il migliore del mondo”, tanto che ne fece scorta per il resto del viaggi
Ciò che determinò, tra II e III secolo d.C., la fortuna di questo centro apulo, inizialmente assai piccolo, fu la costruzione della vita Traiana, nel 109 d.C., che proprio di qui passava e che qui avrà condotto chissà quanti mercanti, viandanti e pastori. I basoli del lastricato stradale recano i solchi, ancora ben visibili, dei carri che l’hanno attraversata e sono consumati non solo dal tempo, ma anche dal passaggio, continuo nei secoli, dei piedi che ci hanno camminato sopra quotidianamente. La via Traiana costeggiava il foro cittadino, il fulcro della vita sociale, economica e religiosa della città, lo spazio attorno al quale si trovavano i principali edifici pubblici, come la basilica, e le botteghe in cui si potevano comprare merci di ogni tipo, e conduceva poi alle terme, laddove ci si dedicava al relax e al benessere del corpo e della mente....

venerdì 11 ottobre 2019

I pagani colorati


I Kafiri dell'Hindukush
"Infedeli e nemici di Dio - Allah". Per questo una tra le più piccole e combattive popolazioni della terra é chiamata "Kafir". Un insulto e una minaccia che é rivolta ai "pagani" e a chi é colpevole di blasfemia contro l'Islam. Ma i mille Kafiri, che sopravvivono in un eden alpestre tra i labirinti rocciosi dell'Hindukush, mai domati e mai islamizzati, si autoproclamano "Kalash". Uomini liberi. Dell'antico e leggendario regno del Kafiristan non rimangono oggi che tre valli nell'alto Chitral pachistano: Rumboor, Bumburate, Birir. Piene di pini, querce, noci. Gonfie di acque. La loro esistenza é un rebus antropologico, un miracolo di sopravvivenza in un ambiente estremo e unico esempio di vittoriosa etnoresistenza contro i disegni della teocrazia militar religiosa che regge il Pakistan. Il Pakistan, prima potenza nucleare dell'Islam, conta un 97% di musulmani e solo un 3% di "Kafiri". Tra questi ci sono i Parsi, ultimi superstiti della potente comunità zoroastriana, e i cattolici sempre più perseguitati.
I Kafiri kalash si proclamano anche "ultimi greci dell'India": sostengono di discendere dagli eroi dell'invincibile armata di Alessandro il Grande che nel 326 a.C. attraversa il Kafiristan per conquistare l'India. Nei "bashikek" - i loro canti epici - ricordano come sperma greco e magie di fate - le "suchi - hanno originato montanari biondi dagli occhi azzurri. Che coltivano la vite, bevono vino, celebrano riti orgiastici e dionisiaci dove le belle kafire danzano come vere baccanti. Gli antropologi che li hanno studiati ci dicono che la loro storia inizia quattromila anni fa con le migrazioni dei popoli indo-ariani attraverso le valli dell'Oxus e l'Amu Daria. L'antica patria kafira poteva trovarsi forse tra le oasi rigogliose dell'odierno Turkestan o tra i pascoli e le foreste che circondavano il Mar Caspio.
. Oggi anche il Kafiristan é una terra "violata" da strade militari con "dogane" che ti costringono a pagare un biglietto d'ingresso per entrare in valle a vedere i "pagani". Come fossi ad un museo o ad uno zoo. Le belle foreste di pini e ginepri, da sempre terreno kafiro di caccia e di legnatico, sono state confiscate dal governo. E i fondo valle svenduti ai coloni pachistani che hanno invaso le valli.
I nuovi arrivati sono furbamente usati come muro umano per arginare l'ondata di afgani in fuga attraverso le valli kafire. Oggi i profughi afgani accolti in Pakistan sono quasi un milione. terrorismo islamico
Gli antropologi avevano profanato le "basciali", templi e ginecei riservati alle donne che conservano la vulva lignea di Dezalik, la dea del Parto. Entrando, fotografando e misurando tutto, avevano costretto i Kafiri a demolire questi spazi magici e a riconsacrarne dei nuovi con costosi rituali di purificazione. Gli "studiosi" avevano rubato i "gandau" per rinchiuderli nei loro musei. Avevano così distrutto anche una "frontiera" magica: i gandau sono statue lignee che raffigurano gli antenati usate per proteggere i villaggi, i campi e i cimiteri. Di notte giravano bande di fanatici mussulmani che li decapitavano: per loro erano "idoli demoniaci".
Oggi i kafiri vivono sempre più stretti nei loro nidi d'aquila abbarbicati a mezza montagna, collegati da sentierini che costeggiano acquedotti pensili. I villaggi presepe sono rimasti come centinaia d'anni fa. Raccolti intorno ai templi - le Jesta Khan - dove si venera Jesta, l'energia materna che conserva il mondo. Il tempio kafiro é un mandala - un cosmogramma - e una "macchina del tempo". Nelle giornate di sole dal tetto bucato scende un filo di luce diaframmata da travi sovrapposte a spirale. È un complicato orologio solare: nel giorno del solstizio d'inverno il raggio di luce "bacia" la statua di Jestak e fa esplodere la gran festa del "Chaumos". La geomanzia kafira attribuisce ai luoghi più alti un'aura di potere e sacralità. Le valli sono così "disegnate" da curve di livello energetiche e spirituali. Le terre basse, vicino al fiume e "occupate" dai musulmani, sono sempre di più impure e pericolose.
ui da sempre i Kafiri hanno i loro cimiteri con le casse di legno fuori terra "sigillate" da enormi pietroni. E le basciali, le case del parto. A mezza montagna é edificato il villaggio a gradoni e in cima le stalle delle capre che ogni tanto accolgono le "suchi", le fate che incarnano la forza fecondante di madre Natura. Più su enormi macigni irradiano invece la forza maschia e solare di Mahandeo e di Balumain. Le fate kafire risiedono nelle terre purissime delle vette. Proteggono i "markor" gli stambecchi, i "dehar" - gli sciamani - i "re" pastori e tutta la natura nuda e selvaggia dell'alta montagna. Le vette sacre sono un luogo tabù. Niente scalate! Sarebbe una vera profanazione ascendere la scintillante piramide del monte Palar, dove risiedono dei e antenati in palazzi d'oro che si vedono ogni tanto luccicare al sole. Morte e follia castiga chi "offende" madre natura inquinando acque sorgive, tagliando alberi fratello o assassinando animali guida. Il mondo kafiro é così diviso tra sacro e profano, puro e impuro. Tutto quello che é alto e selvaggio - monti, animali selvatici ma anche capre e stalle - é "puro", mentre tutto quello che é in basso, non é libero ed é stato addomesticato - fondo valli ma anche vacche e polli - é invece "impuro". I kafiri appartengono a una "cultura caprina", che predica il nomadismo, la sacralità della wilderness e del caprone totem, in netto contrasto con i popoli contadini e sedentari dell'India che appartengono invece alla "cultura della vacca sacra". La capra é un vero tesoro. Il potere di un uomo kafiro si misura dal numero delle sue capre ed i "re" - i capo villaggio - sono onorati col titolo di "uomini dalle molte corna".

giovedì 10 ottobre 2019

Tempio del Divo Romolo (Rione Campitelli - Roma)


Il tempietto circolare, interamente costruito in mattoni, coperto a cupola e preceduto da una facciata accentuatamente concava nella quale si aprono quattro nicchie destinate ad altrettante statue è il cosiddetto Tempio di Romolo, ma sappiamo con precisione che questi non è dedicato né al famoso fondatore di Roma né tantomeno a quel Romolo figlio di Massenzio: l'ipotesi più accreditata, fino a poco tempo fa, era che si trattasse del Tempio dei Penati, ma recentemente gli esperti sembrano più propendere verso l'identificazione dell'edificio con il Tempio di Giove Statore, fondato, secondo la leggenda, da Romolo e dove i Romani, inseguiti dai Sabini dopo il famoso Ratto delle Sabine, avrebbero opposto la prima, valida resistenza.
Il portale è fiancheggiato da due colonne di porfido, con capitelli di marmo bianco, che sostengono una cornice, anch'essa di marmo bianco, riccamente intagliata; la porta in bronzo è quella originale e conserva ancora la serratura perfettamente funzionante.
Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, e sua figlia Amalasunta donarono a papa Felice IV nel 527 una sala del Tempio della Pace , che fu trasformata nella basilica dedicata ai Santi Cosma e Damiano. In quell'occasione venne unita col tempio di Romolo e fu aperta una porta tra i due complessi. Il tempio divenne allora il vestibolo della chiesa.

La moschea al Aqsa, a Gerusalemme e le colonne di Marmo di Carrara oreoarate dagli anarchici

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Al tempo dei crociati l'area, dove ora sorgono le attuali costruzioni, era ritenuta essere stata occupata anticamente dal palazzo di Salomone. Presso la moschea dimoravano i re di Gerusalemme, i quali cedettero poi tutto ai Templari quando fu pronto il nuovo palazzo reale presso il Santo Sepolcro. Allora la moschea divenne sede dei cavalieri Templari che la chiamarono Palazzo di Salomone. Dopo la vittoria di Saladino, la moschea riprese la sua precedente funzione e venne arricchita di marmi, mosaici e decorazioni che si possono ammirare tuttora. Durante la lunga dominazione turca, specie sotto Solimano il Magnifico, nel sec. XVI, furono compiute grandi opere di restauro per dare all'edificio l'aspetto che aveva ai tempi degli Abbàsidi e dei Fatimidi. La moschea subì molti altri rifacimenti, gli ultimi risalgono al 1938. Furono allora sostituite le vecchie colonne con altre nuove in marmo bianco di Carrara donate da Mussolini.
L'attuale facciata fu costruita nel 1227 imitando il gotico francese.