venerdì 20 ottobre 2017

Il sommo poeta e fondatore dei Dervisci Roteanti

Jalal al-Din Rumi - Il Sommo Poeta del Misticismo Universale



Mawlana Jalal al-Din Rumi, conosciuto in Persia come Jalal ad-Din Muhammad Balkhi e in Occidente semplicemente come Rumi, nacque nel 1207 a Balkh, nell'odierno Afghanistan settentrionale, al confine orientale dell'impero persiano. Discendente da una famiglia di teologi e mistici islamici, cominciò molto presto i suoi studi teologici, sotto la tutela del padre, al-Dîn Walad, uomo di grande cultura ed eminente insegnate di religione. 
Quando era ancora un ragazzo, la sua famiglia si trasferì a Baghdad, per sfuggire all'invasione delle armate di Gengis Khan, e successivamente in Asia Minore, prima di stabilirsi definitivamente a Konya, nelle pianure centrali dell'attuale Turchia, dove Rumi trascorse la maggior parte della sua vita. 

Durante l'adolescenza, studiò Scienze Coraniche, Arabo e Persiano ed in seguito trascorse quattro anni ad Aleppo e Damasco come allievo dei più illustri filosofi e teologi della sua epoca. All'età di venticinque anni, Burhan al-Din al-Tirmidhi, ex allievo di suo padre, lo iniziò al Sufismo e lo guidò lungo il percorso spirituale della ricerca mistica. Alla morte del padre, nel 1231, divenne capo della Madrasa, la scuola di teologia e di diritto islamico. 

Nel 1244, conobbe Shams al-Din Tabrizi, una delle figure più enigmatiche e controverse della mistica Sufi. Il loro incontro è considerato un evento cruciale, che rivoluzionò la vita di Rumi e segnò profondamente quella di milioni di altri. Secondo la versione di Sipah Salar, un intimo amico di Rumi, pare che Shams fosse il figlio dell'Imam Ala al-Din, che aveva fatto voto di povertà ed era divenuto un derviscio errante. Prima di incontrare Rumi, si spostava da un luogo all'altro e si guadagnava da vivere intrecciando canestri. 

Una leggenda persiana narra che il primo incontro con Shams fu per Rumi un'esperienza sconvolgente, che di colpo gli fece comprendere di essersi imbattuto in un uomo dotato di poteri straordinari. Secondo il racconto, mentre Rumi stava leggendo un libro, Shams gli passò accanto e gli domandò cosa stesse facendo. Rumi, ritenendolo un forestiero privo di istruzione, gli rispose: 'Qualcosa che tu non puoi capire'. In quel preciso momento, il libro prese fuoco e quando Rumi chiese spiegazioni, la risposta di Shams fu: 'Qualcosa che tu non puoi capire'. 

Comunque siano andate le cose e chiunque Shams possa essere stato, non c'è alcun dubbio che egli non fu semplicemente un maestro spirituale per Rumi. Rumi nutriva una profonda venerazione nei confronti di quell'uomo straordinario, che considerava la sua 'luce interiore' e il 'Divino sole dello spirito' (Shams in arabo significa sole) e che gli aveva spalancato le porte della realizzazione spirituale e dell'amore, nella forma più pura che un essere umano possa immaginare. Grazie all'alchimia del loro rapporto, Rumi divenne un poeta ispirato, raggiungendo i picchi più sublimi della metafisica e della consapevolezza universale, e poté donare al mondo quei due splendidi capolavori che lo hanno reso il più grande poeta mistico in lingua persiana. Il sodalizio tra Shams e Rumi durò all'incirca quattro anni. 

In quel periodo, Shams venne ripetutamente allontanato dai discepoli gelosi, tra i quali anche Ala al-Din, uno dei figli di Rumi, finché un giorno, improvvisamente, scomparve. Sultan Valad, il devoto primogenito di Rumi, lo rintracciò a Damasco e lo ricondusse a Konya, tuttavia, non molto tempo dopo, Shams sparì di nuovo, definitivamente, forse ucciso dai discepoli, che non approvavano l'influenza che esercitava sul loro maestro. Rumi lasciò la madrasa alla ricerca dell'amato maestro, ma alla fine fu costretto a darsi pace e a tornare a casa, confortato solo dal pensiero che Shams era ormai parte del suo stesso essere. Anche se profondamente afflitto per la perdita della sua guida spirituale e inesauribile fonte d'ispirazione, sapeva che tutto ciò che amiamo appartiene a Dio e che solo lasciando andare ogni tipo di attaccamento è possibile trascendere i propri limiti e raggiungere la completa illuminazione. 

Col tempo, il dolore si affievolì e l'essenza di ciò che Shams aveva rappresentato per Rumi si riversò in oltre 40.000 versi, tra ghazals (poema lirico con un numero fisso di versi ed una rima ripetuta ) e altri componimenti poetici, nei vari stili della tradizione islamica ed orientale. Si tratta principalmente di odi all'Amore Divino in tutte le sue sfumature - l'estasi, la nostalgia, la separazione, la speranza, la paura, il rimorso, la gioia - e di racconti morali. L'opera risultante, originariamente conosciuta come Diwan-i Shams al-Haqa'iq o Diwan-i Kabir (Il Canzoniere di Shams) rappresenta l'espressione poetica del suo 'essere con Dio' ed è considerata uno dei capolavori di Rumi e dell'intera letteratura persiana. Per Rumi il concetto era più importante della forma e nel Diwan si servì di immagini comuni, come il calice e il vino, la perla e il mare, il sole e la luna e così via, per trasmettere una profonda saggezza spirituale, peraltro infrangendo quasi tutte le regole della classica metrica persiana. 

Tuttavia, trattandosi di visioni liriche che sgorgano dallo Spirito, la loro bellezza è tale che il lettore non può fare a meno di ammirarne la magnificenza e persino quei versi che i classici manuali di poesia definirebbero sgradevoli hanno il potere di trasportare l'anima oltre i confini della ristrettezza terrena, per farle assaporare la gioia estatica dell'unione con l'infinito. Nei vent'anni che seguirono, Rumi si dedicò all'insegnamento e all'educazione spirituale dei suoi discepoli. Durante gli ultimi dodici anni della sua vita, compose un'unica opera poetica, in sei volumi, che dettò al suo scrivano, Husam al-Din Chalabi. L'immenso Mathnawi, il cui nome completo è 'Mathnawî-yé Ma`nawî - che letteralmente significa 'rima baciata dal profondo significato spirituale'- è considerato il più grande capolavoro mistico che sia mai stato scritto da un essere umano e i Sufi amano definirlo il 'Corano Persiano'. 

Si tratta di un compendio di storie Sufi, precetti etici ed insegnamenti mistici, profondamente permeati di concetti e riferimenti coranici, in cui Rumi mette in luce i molteplici aspetti dell'esistenza umana, da quelli più mondani a quelli più sublimi. Nel 1273, Rumi si ammalò e morì. Le sue spoglie furono seppellite a Konya, accanto a quelle del padre. 

Migliaia di visitatori di ogni fede religiosa fanno visita al suo mausoleo, ogni anno, per rendere omaggio al sommo poeta del Misticismo Universale. Dopo la sua morte, il figlio Sultan Valad e i suoi seguaci fondarono l'Ordine dei Mevlevi, conosciuti anche come l'Ordine dei Dervisci Rotanti, divenuti famosi per le danze Sufi e le sessioni di Sema (cerimonia di devozione e meditazione attiva). La danza dei Dervisci Rotanti, creata da Rumi in memoria di Shams e tuttora parte della tradizione Sufi, rappresenta la perenne ricerca della Verità. Attraverso la musica, il movimento rotatorio della danza, che simboleggia l'orbita dei pianeti attorno al sole, e il 'ricordo di Dio' (dhikr), i dervisci, detti anche semazen, pervengono ad una sorta di estasi mistica. Rumi era un fervente sostenitore dell'utilizzo della poesia, della musica e della danza come mezzo per avvicinarsi a Dio e chi nutre una passione per qualche forme d'arte sa per esperienza che la creatività rappresenta un percorso diretto verso la gioia. 

Il Sufismo viene spesso definito 'La Via dell'Amore' o 'La Via della Passione', poiché l'amore rappresenta il fulcro della ricerca mistica Sufi, che non si limita alla comprensione intellettuale del Divino ma aspira alla conoscenza interiore, diretta e particolare di Dio. Nella poesia mistica di Rumi, questo desiderio struggente di incontrare l'Amato viene espresso utilizzando un linguaggio romantico e sensuale, che celebra l'unità nella diversità e il Divino che si manifesta in varie forme. Rumi ha saputo descrivere la pienezza e la molteplicità della natura umana, mostrando come ogni possibile esperienza possa diventare un percorso di conoscenza e di trasformazione interiore ed una porta aperta sull'Invisibile. È per questo che le sue parole riescono ancora a conquistarci il cuore, trascendendo le limitazioni del linguaggio e i confini del tempo. 

Forse il messaggio più importante che Rumi ci ha lasciato è che lo scopo dell'esistenza umana può essere realizzato solo trascendendo i desideri del mondo materiale e i conflitti dell'ego, senza reprimerli ma comprendendone la natura e imparando ad agire in modo che l'ego diventi il nostro servitore e non il nostro padrone. Il superamento di questa condizione di asservimento e falsa separazione porta alla consapevolezza che il Sé è un riflesso del Divino. E' più facile mostrarsi determinati una volta compreso che i nostri problemi sono solo un mezzo per insegnarci qualcosa e per ricordarci che questo mondo, pieno di sofferenza e di mediocrità, non è la nostra vera casa. Sul piano della verità ultima, tutto tranne Dio è illusorio. Tuttavia, la nostra normale percezione del Sé ci impedisce di avere una visione più ampia della realtà e del nostro io più profondo. 

Esperienze intense come l'amore, la separazione, il desiderio, la tristezza, il dolore e persino la sofferenza più atroce possono rappresentare un'apertura, un invito a scoprire chi e che cosa siamo veramente e un mezzo per avvicinarci al Divino. Quando viviamo esperienze profonde e smettiamo di identificarci con l'ego e i condizionamenti sociali, diveniamo consapevoli dell'esistenza di un'Unità Divina che accomuna tutti gli esseri viventi, al di là delle apparenti differenze di razza, religione e cultura. Pertanto, è di vitale importanza divenire spiritualmente attivi per scoprire il nostro vero Sé, nascosto dietro strati di finzioni e inganni della mente. 

Tuttavia, l'anima umana, per sua stessa natura, è un luogo di dubbi e perplessità e l'unico modo per liberarsene è attraverso l'amore. Quando siamo veramente innamorati, l'ego non ha più il controllo e qualcun altro diventa molto più importante di noi stessi. L'amore ci costringe ad andare oltre il nostro piccolo ego e a quel punto, ogni dubbio svanisce. Avvicinarsi a Dio non significa 'trovare' qualcosa o andare da qualche parte, ma 'perdersi', arrendersi all'amore, dimenticando noi stessi per amore dell'Amato, poiché solo riconoscendo la vacuità della nostra condizione esistenziale l'amore Divino potrà colmarci. L'amore, dice Rumi, è una profonda necessità dell'anima umana, perché Dio è amore e la fonte stessa dell'amore e Dio è tutto ciò di cui l'anima ha veramente bisogno. 

Il mio primo incontro con Rumi avvenne per caso, mentre stavo cercando sul web informazioni sul 'Sufismo'. La parola ' Rumi ' comparve in molte delle ricerche, così lessi alcuni dei suoi versi e ne rimasi profondamente affascinata. Ero incantata dalla naturalezza con cui esprimeva in poche parole i concetti più sublimi, rivelando un'immensa spiritualità ed una saggezza senza tempo. Iniziai a leggere le sue opere e la grandezza di Rumi mi si rivelò in tutta la sua bellezza, quel genere di bellezza che ti blocca, che ti costringe a fermarti, che ti spinge a cercare una connessione con il tuo Sé più profondo e con l'Infinito di cui tutti facciamo parte. Per Rumi, l'esistenza stessa della bellezza costituisce la prova indiscussa dell'esistenza di Dio. 

Allo stesso modo, la bellezza della poesia di Rumi è di per sé la prova evidente dell'esistenza del mondo dello spirito e un modo meraviglioso per risvegliare in noi la consapevolezza di quel supremo splendore di cui ogni bellezza terrena non è che un pallido riflesso. 

Jalal al-Din Rumi - Il Sommo Poeta del Misticismo Universale

Siena esoterica

ERMETE, IL COLLE, LA RUOTA

Immagini alchemiche in alcune parti del pavimento del Duomo di Siena

a cura di Stefano Cappelletti

La lunga e complessa storia della costruzione del Duomo di Siena si rispecchia nell’esecuzione del suo incredibile pavimento marmoreo; durata per ben sei secoli, dal Trecento all’Ottocento.
Maestro della tecnica della decorazione marmorea fu Duccio da Boninsegna, riconosciuto caposcuola dell’arte senese, tanto che il Vasari ebbe a definirlo "il più bello… grande e magnifico pavimento che mai fusse stato fatto".
Ma nel corso dei secoli svariati artisti si sono succeduti nella creazione di questa immensa "opera nell’opera": Domenico di Niccolò, Stefano di Giovanni detto «il Sassetta», Domenico di Bartolo, Pietro del Minella, Antonio Federighi, Urbano da Cortona, Francesco di Giorgio Martini, Nerocchio di Bartolommeo, Matteo di Giovanni, Giovanni di Stefano, figlio del «Sassetta», Benvenuto di Giovanni, Guidoccio Cozzarelli, Bernardino Pintoricchio.
Ma, nonostante lo scorrere del tempo e il susseguirsi degli esecutori, ne scaturisce "un disegno ideale vasto e complesso, legato a un'iniziale concezione creativa, portato avanti attraverso secoli differenti da diversi autori".

Entrati nel tempio dalla porta centrale si trova la figura di Ermete Trismegisto, che simboleggia l’inizio della conoscenza terrena.
Il sapiente egizio, depositario della saggezza antica, reca in mano un libro che affida a due figure allegoriche, rappresentanti l’oriente e l’occidente. Sulla tabella a destra una frase che è attribuita al Poimandres (pastore di uomini) alludente alla creazione del mondo, da cui prende avvio l’indagine conoscitiva dell’uomo; con un chiaro riferimento all’Egitto e all’antica sapienza (a cui alludono anche le due sfingi) che viene data alle genti orientali e occidentali, ma che non può esser disgiunta dall’origine divina.


Ruota della Fortuna
Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/

La quarta scena della navata centrale è l’allegoria del colle della sapienza, nel quale sono evidenti simboli e richiami alchemici.
La scena è dominata dalla mole del colle, a cui una varia folla è giunta condottavi dalla Fortuna, la cui figura nuda regge con una mano una vela gonfiata dal vento e con l’altra una cornucopia; posando un piede sopra una sfera e l’altro sopra una una barca con l’albero spezzato, secondo una rappresentazione tradizionale. Sul colle si snoda un sentiero costellato di ostacoli, sassi e serpi che i savi devono percorrere per giungere alla vetta, ovvero alla sapienza che li attende con una palma e un libro nelle mani. Ai suoi lati sono Socrate, cui è destinata la palma, e Cratete che svuota in mare un cesto di oggetti preziosi; evidente il richiamo all’illusorietà delle ricchezze. E’ chiaro il significato dell’allegoria... La virtù è raggiungibile solo a costo di grandi fatiche, ma il suo richiamo e i suoi premi sono configurati nel distico che appare sopra la figura seduta: "il compenso per il saggio che ha raggiunto la virtù sarà dunque la serenità".

Conclude le allegorie centrali la Ruota della Fortuna. Legata alle Tradizione medievale, che la inseriva anche nella facciate delle chiese, è simbolo delle vicende umane.
Agli angoli della figura sono rappresentati quattro filosofi dell’antichità - Epitteto, Aristotele, Euripide e Seneca - che in ciascuno dei rotoli che tengono in mano alludono alla fortuna. La ruota, ma forse è una scala, è retta da 8 pilastri (numero dell’infinito), ha in alto un re seduto in trono e tre figure abbracciate in corrispondenza degli assi.

Dal sito http://www.lamelagrana.net/

mercoledì 18 ottobre 2017

Condurre il pensiero alla salvezza

“Stronchiamo il chiacchierio mentale, eliminiamo il fantasticare, accogliamo cielo, terra e mare, cessiamo di rammentare, non ce ne facciamo niente dei nostri ricordi: perdiamo la testa” (Discesa all’Ade e resurrezione. E. Zolla)
"Quando l’uomo ubbidisce al pensiero cosmico senza essere distolto dal proprio pensare mostra la sua coscienza innata, sopprime volontariamente la sua calotta cranica. Questo è il senso della benda regale egizia, il “Diadema” (da "Il Tempio dell’Uomo" di Schwaller de Lubicz)
“Non è tanto la Materia “oggettiva” ad essere trasmutata, da poter divenire filosofale, quanto il suo Operatore che, come un forte miope, comincerà a “ridefinire” l&#8…
PSICOLOGIAALCHEMICA.WORDPRESS. com

Siamo parte del Tutto UNO!

"È impossibile studiare un sistema dell'universo senza studiare l'uomo. Allo stesso tempo è impossibile studiare l'uomo senza studiare l'universo. L'uomo è un'immagine del mondo. Egli è stato creato dalle medesime leggi che crearono l'insieme del mondo. Se un uomo cono­scesse e comprendesse se stesso, conoscerebbe e comprenderebbe il mondo intero, tutte le leggi che creano e che governano il mondo. E inversamente, con lo studio del mondo e delle leggi che lo gover­nano, apprenderebbe e comprenderebbe le leggi che governano anche lui. A questo riguardo, certe leggi sono comprese e assimilate più facilmente con lo studio del mondo oggettivo, e certe altre non pos­sono essere comprese che attraverso lo studio di sé. Lo studio del mondo e lo studio dell'uomo devono quindi essere condotti parallela­mente, l'uno aiutando l'altro."
(P.D. Ouspensky, Frammenti)

La materia è smaterializzata

Dietro alla ,ateria esiste un grande mistero e la stessa scienza è consapevole della sua ignoranza


Il mistero che avvolge il tutto

Risultati immagini per Il mistero che avvolge il tutto cosmo
"Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Vale per l'insetto come per gli astri. Esseri umani, vegetali o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile."
(Albert Einstein)

martedì 17 ottobre 2017

I mostri di Palagonia

(Leonardo Sciascia)
Almeno una volta l'anno, rivedo la villa Palagonia, la settecentesca villa di Bagheria dove, diceva Giovanni Meli, l'arte impietrisce, eterna e addensa gli aborti di bizzarra fantasia (e l'ottava continua con Giove che riconosce la propria «insufficienza»: mostri ne escogitai quanto seppi; ma dove finì la mia potenza, da quel punto stesso cominciò Palagonia - cioè il principe Ferdinando Gravina di Palagonia; ed è un bel concetto, direi alla Borges, questo del dio che consegna alla fantasia umana la prosecuzione della serie dei mostri). E ogni volta mi appare sempre più disgregata, fatiscente, dentro il cerchio che le si stringe a soffocarla del cemento, delle case nuove.
Goethe, che con tanto spregio ne scrisse, sarebbe forse contento di questa nemesi: una mostruosità che ne divora un'altra. Noi no: poiché abbiamo bevuto in ben altre cantine e ben altri mostri abbiamo visto generati dal sonno della ragione. Questi di Palagonia ce li eravamo addomesticati: piccoli mostri da guinzaglio, da passeggio; roba da «spleen» rurale, domenicale. Sicché mentre si disgregano e scompaiono, la sola cosa che nella villa resta a suscitare inquietudine è il ritratto di colui che così l'ha voluta: un signore magro e allampanato, tutto azzimato e incipriato, in abito da cerimonia; uno cui piaceva pagare da sé le proprie follie e far pagare agli altri le proprie virtù – così lo vide Goethe, questo seppe di lui. E anche noi.
( Nero su nero, Einaudi, 1979)