domenica 19 agosto 2018

Immagini create nel buio per l'eternità

Queste pitture rupestri furono realizzate sul posto, perché potessero esistere nell'oscurità. Erano per l'oscurità. Furono nascoste nel buio perché ciò che esse incarnano sopravvivesse a tutto ciò che è visibile. E promettessero, forse, sopravvivenza.
John Berger, saggista e disegnatore

Sara la Nera, una divinità molto vicina al culto delle Madonne Nere


Sara la noire (Sara e Kali en langue romani), est une sainte vénérée par la communauté gitane aux Saintes-Maries-de-la-Mer en Camargue. Une légende fait d'elle la servante des Maries honorées en Provence. Une autre légende la tient pour une païenne de haute naissance, convertie à la religion chrétienne.

I numerosi oracoli Posti nei Santuari greci


Risultati immagini per oracoli divini e  sacri
Generalità
L’it. «oracolo» (che trova un suo corrispondente in quasi tutte le lingue occidentali) deriva dal lat. oraculum, un astratto derivato dal verbo orare («pregare») il cui significato è discusso: gli antichi immaginavano la consultazione oracolare del dio come una preghiera rivolta alla stessa divinità; ma alcuni moderni preferiscono intendere oraculum come «luogo in cui si rivolge una preghiera», significato originario da cui poi sarebbero derivate le altre accezioni del termine: esso infatti può designare sia il responso dato dal dio, sia il datore di tale responso, sia appunto il luogo in cui tale responso è richiesto e concesso. Un’ambiguità analoga è nel gr. chrestérion, che indica sia l’oracolo come responso, sia l’oracolo come luogo deputato alla consultazione del 

dio.
 Risultati immagini per oracoli divini e  sacri In ogni caso l’oracolo va considerato un caso particolare entro il più ampio fenomeno della divinazione, una tecnica affidata ad autentici specialisti (spesso costituiti in caste ereditarie, come gli Iàmidi o i Melampòdidi) che potevano seguire gli eserciti (si pensi all’omerico Calcante) o prestare servizio continuato presso una polis (un mantis pubblico fu attivo ad Atene per tutta l’età classica).

Ma accanto all’indovino professionista già Omero conosce l’oracolo: egli menziona la ricca Delfi (Iliade IX 404 s.) e la remota Dodona in Epiro (Iliade XVI 234 s.; Odissea XIV 327 s. = XIX 296 s.). Nel corso dell’età arcaica la fortuna degli oracoli si fa via via più diffusa, e un rilievo particolare assumono gli oracoli panellenici, inseriti in una rete di relazioni che interessa buona parte delle aristocrazie arcaiche, non solo della Grecia ma anche dei regni asiatici più vicini (per esempio la Lidia di Creso). Ciò trasforma la gestione delle sedi oracolari in un fatto eminentemente politico, dato il peso che i pronunciamenti divini – sostenuti da una studiata propaganda – assumono nelle vicende interne alle città greche. È stato calcolato che Erodoto (V a.C.) menziona diciotto oracoli (di cui dieci nella Grecia continentale), a cui vanno aggiunti almeno altri quattro oracoli noti a Pausania (II d.C.) e altri cinque conosciuti soltanto grazie alla documentazione epigrafica.

Sedi, divinità e tecniche
Il dio oracolare per eccellenza è in Grecia Apollo, il cui patrocinio sulla tecnica divinatoria è noto sin dall’Iliade e dagli Inni omerici (cfr. Omero). Ma un ruolo considerevole giocò naturalmente anche Zeus, accanto a divinità minori come Asclepio o a eroi come Trofonio e Anfiarao.


Risultati immagini per Zeus dodona
L’oracolo più celebre, in ogni tempo della grecità, fu senza dubbio quello apollineo di Delfi. Secondo la tradizione raccolta già dall’Inno omerico ad Apollo, il dio avrebbe sostituito un precedente culto dedicato alla Terra (Gea); testi posteriori (per esempio le Eumenidi di Eschilo) fanno di Apollo il quarto dio delfico dopo Gea, Temi e Febe. Tracce di culto a Delfi si registrano già dal X-IX secolo a.C., mentre il tempio sede delle consultazioni oracolari fu costruito dopo il 650 a.C. e quindi riedificato due volte: la prima dopo la distruzione subita nel 548 a.C. a causa di un incendio, la seconda nel corso del IV secolo a.C. La tecnica oracolare delfica consisteva nel pronunciamento di una profezia da parte di un medium ritenuto ispirato dal dio stesso: la sacerdotessa nota con il nome di Pizia (Puthó è l’antico nome di Delfi). Tale tecnica era molto diffusa nei santuari apollinei e in particolare in molti oracoli della costa anatolica. La Pizia si preparava a fornire il responso – che avveniva all’interno del tempio, dopo opportuni sacrifici preliminari e dopo il versamento di una congrua offerta – tramite la dafnofagia (assunzione di foglie d’alloro). I consultanti potevano essere privati cittadini, ma specialmente nel corso dell’età arcaica furono poleis e Stati. I responsi della Pizia venivano probabilmente filtrati da appositi interpreti, che li riferivano al consultante. Proverbiale era l’oscurità di tali vaticini, sempre espressi in linguaggio allegorico e allusivo, e spesso capaci di trarre in inganno il consultante secondo un motivo ben noto alla letteratura e al mito.

Altri esempi di oracoli fondati sulla trance estatica di un interprete divino (quasi sempre una profetessa, secondo una specializzazione sessuale su cui gli studiosi si sono spesso interrogati) erano l’oracolo di Zeus a Dodona e la Sibilla Eritrea in Asia Minore (presso la città di Eritre, prospiciente l’isola di Chio), ma anche gli oracoli di Apollo a Didima (presso Mileto) e a Patara in Licia.

L’oracolo di Dodona in Epiro, secondo Omero, è affidato agli indovini detti «Elli, dai piedi sporchi, che dormono per terra»: un corpo sacerdotale di cui poco o nulla si sa, e che in séguito venne sostituito da una casta di sacerdotesse (indicate per lo più in numero di tre e note con il soprannome di «colombe»); Dodona si vantava d’essere il più antico santuario oracolare della grecità: il luogo di culto era la quercia sacra a Zeus, presso cui le sacerdotesse vaticinavano in estasi. Solo nel IV secolo a.C. sorse sul luogo un piccolo tempio; le tavolette votive ritrovate in esso mostrano che l’oracolo era frequentato soprattutto da privati cittadini.

Quanto alla Sibilla, accanto alla sacerdotessa di Eritre già nel I secolo a.C. si conoscevano almeno la Sibilla Persiana, la Sibilla Frigia, la Sibilla Cimmeria, la Sibilla Ellespontica (con sede a Marpesso, vicino a Troia), la Sibilla Samia, la Sibilla Libica, la Sibilla Caldea, la Sibilla Cumana in Italia (descritta da Virgilio sia nelle Bucoliche sia nell’Eneide). Ciò dà l’idea della diffusione – spesso però solo locale – di una profezia ‘sibillina’ affidata alla trance e spesso capace di dar luogo a una letteratura oracolare di ampia fortuna (le raccolte di vaticini noti come Libri Sibillini e conservate a Roma, nel tempio di Giove sul Campidoglio, sin da età monarchica, e poi nel tempio di Apollo sul Palatino a partire dall’età augustea; i 14 libri di responsi in esametri noti come «Oracoli Sibillini» e risalenti almeno al II secolo a.C., poi ampiamente rimaneggiati, con evidenti influssi giudaico-cristiani).

Senz’altro molto antico, perché già connesso alla storia di Odisseo e alla sua discesa nell’Ade, è l’oracolo dei morti a Efira, che però nelle forme attualmente note alla ricerca archeologica risale a una ristrutturazione del IV secolo a.C.: in esso il vaticinio era affidato alla presunta comparsa dello spirito dei defunti (qui, secondo la tradizione, il tiranno di Corinto Periandro poté vedere il fantasma della moglie Melissa).

Una vera e propria discesa agli inferi del consultante era invece inscenata nel santuario di Trofonio a Lebadea, dove la divinazione consisteva nelle visioni del consultante stesso, probabilmente interpretate da sacerdoti locali. Gli oracoli per incubazione avevano un funzionamento molto simile, fondandosi sui sogni del consultante interpretati dai sacerdoti: i due oracoli più famosi dove si praticasse l’incubazione erano quello dell’eroe Anfiarao a Oropo e quelli, assai più diffusi, del dio-medico Asclepio, ma anche l’oracolo di Mopso in Cilicia (Mopso era considerato figlio di Tiresia e rivale di Calcante) e l’oracolo dei Telmessi in Caria. La tecnica della ‘piromanzia’ (decifrazione dei segni ricavati dalle fiamme dell’altare) era invece praticata dall’oracolo di Zeus a Olimpia. Particolarmente famosi a partire dall’età classica furono anche i santuari oracolari di Zeus-Ammone nell’oasi di Siwa (nel Sahara egiziano) e quello apollineo di Claro, presso Colofone (di cui si attribuiva la fondazione al già citato Mopso). Ma oracoli dovevano essere diffusi in tutto il mondo ellenistico (per esempio a Malla, in Cilicia, o ad Apamea, in Siria) e la loro fortuna, pur fra alti e bassi, non venne meno sino al IV secolo d.C., quando ormai il cristianesimo imperante mise fine a culti considerati come demoniaci.

[Federico Condello]

Morire e salire.......

“Morii come minerale e divenni una pianta;
morii come pianta e divenni animale;
morii come animale e fui uomo.
Perché dovrei temere? Quando diminuii morendo? E tuttavia, ancora una volta morirò come uomo per elevarmi con gli angeli benedetti; ma anche lo stato di angelo supererò.”
È una riflessione di Jalal el Rumi, poeta sufi persiano. 

Il Buddha o Eckhart avrebbero espresso il medesimo concetto con parole non molto differenti.
Ciò dimostra che la Mistica  Esoterica, al di là della "maschera confessionale" esteriore che utilizzi, è praticamente unica e sempre identica a sé stessa, in tutte le autentiche tradizioni religiose.


L’imperatore e il suo cavallo

 
​La Roma imperiale era gremita di statue di bronzo; immagini di imperatori, di generali, di dei. Lo stesso accadeva, sia pur in proporzioni infinitamente minori, nelle capitali dell’ecumene romanizzato, in Britannia come in Africa, in Spagna come in Siria. Di queste opere poche sono sopravvissute. Più della damnatio memoriae di imperatori deposti e uccisi (Nerone, Caligola, Domiziano), più delle invasioni barbariche e della iconoclastia cristiana dei primi secoli, ha decretato la loro fine la fame di metalli che ha attraversato il Medioevo. Il bronzo era un materiale prezioso. Le grandi statue venivano fuse per ricavarne strumenti di lavoro, armi, arredi sacri e profani.
Il Marco Aurelio che oggi sta in copia al centro della romana Piazza del Campidoglio e in originale all’interno dei Musei Capitolini avrebbe subito la sorte dei tanti perduti capolavori se, per un errore provvidenziale, i romani dell’alto Medioevo non avessero riconosciuto in quel cavaliere in bronzo dorato l’immagine di Costantino, l’imperatore cristiano. Fu così che la statua, modellata probabilmente nel 176 d.C. per celebrare la vittoria di Marco Aurelio su Marcomanni e Sarmati e collocata in origine presso i Rostri, nel cuore dei Fori, finì in San Giovanni in Laterano, madre di tutte le chiese e sede del vescovo di Roma. Il caballus Costantini diventò una delle mirabilia Urbis insieme a Colosseo, Pantheon e Piramide Cestia.
I pellegrini che da ogni parte d’Europa venivano a Roma per pregare sulla tomba di Pietro, quando entravano nel recinto sacro del Laterano incontravano il Marco Aurelio ribattezzato Costantino, statua equistris inaurata (così è definita nei documenti) che stava a significare la continuità e la sacralità di Roma eterna, ora trionfante sugli idoli pagani nel segno di Cristo e sotto il potere del papa.
In età umanistica, il bibliotecario apostolico Bartolomeo Platina, lo stesso che figura nel celebre affresco di Melozzo da Forlì nella Pinacoteca Vaticana, certificò la vera identità del cavaliere di bronzo. Non di Costantino si trattava ma di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo. Ciò non diminuì la fama della statua. Il colpo di genio lo ebbe papa Paolo III Farnese quando nel 1538 decise di trasferire la scultura sul colle capitolino affidandone a Michelangelo la sistemazione urbanistica. Il Buonarroti disegnò la mirabile aureola del litostrato pavimentale e diede alla scultura la collocazione che conosciamo. Marco Aurelio volta le spalle al Colosseo insanguinato e guarda verso la cupola di San Pietro. Il suo incedere trionfale muove verso la tomba del Principe degli Apostoli.
Il messaggio che Paolo III affidò all’allestimento di Michelangelo appare ancora oggi di straordinaria efficacia simbolica. Le virtù di Seneca e di Plutarco rappresentate da Marco Aurelio sono diventate virtù cristiane. La storia si è fatta santa. L’imperium di Roma trasfigura nell’imperium sine fine della Chiesa romano-cattolica. Bisogna riconoscere che papa Farnese e Michelangelo insieme hanno realizzato in Piazza del Campidoglio una operazione geniale di altissimo significato religioso e politico....

Il sincretismo distruttivo dei cristiani: San Pietro in Albe

L'immagine può contenere: spazio al chiuso
Chiesa di San Pietro in Albe, comune di Massa d'Albe (AQ):
La chiesa sarebbe sorta, secondo la tradizione, su un preesistente tempio italico del III secolo a.C.

Notate come i materiali, colonne , capitelli, i pregiatissimi marmi, sono tutti provenienti e reimpiegati dal precedente tempio pagano, un chiaro scempio operato dal cristianesimo nel tentativo di cancellare la raffinata e radicata religione pagano Italica Romana.
Una basilica paleocristiana si impiantò sull'antico tempio intorno al IV secolo divenendo successivamente dipendenza di Montecassino.
La chiesa viene citata per la prima volta in una fonte scritta nella bolla di Pasquale II del 1115.
L'immagine può contenere: cielo, nuvola e spazio all'aperto'Abruzzo.


sabato 18 agosto 2018

La morte di Rol



Il dott. Pier Giorgio Manera racconta:
«A settembre del 1994 [Rol] fu colto da febbri alte. Lo ricoverammo alle Molinette, nel reparto del professor Milone, dove lavoro anch’io.
Vi rimase dodici giorni. Poi si decise di spostarlo nel reparto pensionanti, in una camera molto confortevole, dove si sarebbe certo trovato meglio. Il passaggio da un reparto all’altro avvenne intorno alle 10 del 22 settembre. Ma appena giunto nella sua nuova camera, Rol morì all’improvviso. Io non ero presente perché stavo preparando le carte del trasloco da un reparto all’altro. Era presente la caposala. Fu una cosa improvvisa e inattesa. Ma anche in quella circostanza si verificarono eventi straordinari.
Fui subito avvertito che Rol era morto e corsi. Quando mi trovai sulla porta della camera dove era stato portato, mi vennero i brividi. Era la camera numero 8. Una delle migliori, delle più belle. Ma mi ricordai d’un fatto accaduto qualche anno prima quando Rol era stato ricoverato in quell’ospedale per un piccolo intervento. Avevamo preparato per lui proprio quella camera e io lo avevo accompagnato là, ma giunti di fronte a quella porta, Rol aveva detto: “No, in quella stanza non entrerò mai”.
Il suo volto era impallidito, gli occhi quasi smarriti. Non lo avevo mai visto così agitato. “È la migliore stanza che abbiamo”, dissi, “la più spaziosa, ti troverai bene”. “No, non entrerò mai in quella stanza”, ripeté e il tono non ammetteva contraddizioni. Le infermiere dovettero fare i salti mortali per trovargli un’altra stanza. Ora, ecco che era morto proprio in quella stanza.
La caposala, una donna forte e con i nervi d’acciaio, mi ha raccontato che, qualche attimo dopo che Rol aveva smesso di respirare, dal suo torace si è sprigionata una forte luce, una specie di colonna di fuoco che, per alcuni secondi, ha illuminato intensamente la stanza e si è diretta poi verso l’alto, scomparendo nel soffitto. Un’infermiera, che non sapeva chi fosse Rol, entrata poco dopo in quella stanza ha raccontato di essere stata invasa da un benessere e da una gioia intensi, uno stato psicofisico che non aveva mai provato nella sua vita e che è durato parecchie ore. Rol se ne era andato e aveva voluto salutare a modo suo».
(da: Allegri, R., "Una colonna di fuoco si sprigionò dal suo petto", Chi, 09/07/2003, p. 161)