domenica 23 luglio 2017

Testa da porton

'Marcolfe', è il nome con cui vengono indicati i visi di pietra caratteristici del Frignano, nell'Appennino modenese.
Solitamente incise sull'architrave, all'uscio delle case, sembra quasi siano messe lì per proteggere l'ingresso da eventuali intrusi, sorvegliandolo con quello sguardo antico e severo.
La loro origine è discussa, c'è chi sostiene provenga da un'antica tradizione ligure di rappresentare gli antenati a protezione dei focolari domestici, o dall'abitudine delle popolazioni celtiche lì insediatesi di conservare le teste dei nemici uccisi, qualcun'altro parla di una funzione apotropaica evolutasi nel corso dei secoli, all'interno di un contesto chiuso dalla barriera naturale delle montagne e delle vallate frignanesi.
Questa usanza, radicata così profondamente nei nostri costumi, è una caratteristica distintiva, una peculiarità propria di una civiltà contadino-pastorale, avvezza alle difficoltà di un territorio non sempre gentile; una usanza arcaica, che già a poche decine di chilometri potrebbe risultare bizzarra, a dimostrazione che noi emiliani, italiani ed europei non abbiamo bisogno di esotismi, in chiave di "arricchimento", per colmare il vuoto lasciato da settant'anni di americanizzazione e dimenticanza della nostra cultura.
Il nostro obbiettivo è riappropriarci di ciò che è nostro, per continuità di stirpe, per tradizione, in barba a quelle oligarchie che si baloccano nel rendersi responsabili di movimenti migratori di milioni di disperati, di guerre fratricide, di genocidi, nel perseguire il loro piano di "Grande Sostituzione" del nostro popolo (e di tutti i Popoli).
Che lo sguardo delle Marcolfe, fissato nella pietra delle nostre montagne, possa proteggere le nostre terre, le nostre vette, le nostre pianure, i fiumi e i laghi, i villaggi e le città, il mare e la terra che a noi appartengono di Diritto!

La ritualità bellica

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Che sia un caso che Napoleone prima e Hitler poi invasero la Russia lo stesso giorno: il 24 giugno 
Éric Rohmer

sabato 22 luglio 2017

Ogni sera su uno dei canali Rai troviamo Hitler o Mussolini: siamo nauseati!

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Ogni sera, sera dopo sera su uno dei canali della RAI si parla di Mussolini o di Hitler, e giù parole, documenti e testimonianze delle attrocità, dei disastri, delle fobie dei due dittatori. Da quando la storia in Rai e curata da quell'icompetente di Mieli il degrado si è accelerato. Ieri abbiamo assistito alla tentata dimostrazione che Hitler era in balia di un medico (oltre che paranoico) che arrivò a drogarlo. Ho sentito un sacco di scemenze. Hitler promosse l'agricoltura biologica e lui stesso da sempre era un vegetariano, questti sono dati di fatto. Vogliono farci passare il dittatore tedesco come un invasato che in ultima diventa pazzo furioso. Hitler credo fosse lucidissimo fino all'ultimo tanto lucido che riusci a dileguarsi arrivando ad rendere introvavabile il suo corpo, o a fuggire.
La Rai condotta da Mieli ci ha nauseato , ogni sera incessantemente su questa storia, legata sopratutto ai due dittatori, si da slancio e sotto sotto si arriva a creare una  esaltazione verso il fascismo e il nazismo. Mieli sei l'ignorante di turno senza scelto erroneamente perché funzionale a questa Europa vicina al collasso. Sono i falsi intellettuali come te che preparano le dittature......

L'introduzione al testo. IL PIANO DI FONDAZIONE DI VERONA ROMANA

introduzione al testo di Umberto Grancelli redatta, da Luigi Pellini, in occasione della  seconda ristampa del IL PIANO DI FONDAZIONE DI VERONA ROMANA
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“IL Piano di Fondazione di Verona Romana” è ormai un testo introvabile, e chi ha la fortuna di possederne ancora una copia la conserva gelosamente. Per molti anni ho cercato di poterne acquistare una originale, interpellando librerie, conoscenti vari, ma la risposta era sempre la stessa<>. Solo pochi mesi fa uno degli amici più cari mi ha fatto dono dell’unica copia che aveva, forse impietosito dalla mia vana ricerca. Aperto il testo sulle prime pagine notai un appunto a matita:<>. Credo che queste poche righe sintetizzino una delle tante riflessioni che possono scaturire dopo aver letto questo meraviglioso libro che ci accompagna nei mondi tenebrosi e incantati alla scoperta dei poteri latenti che sussistono in ognuno di noi.Grancelli nella fondazione di Verona ci svela il mondo dimenticato e sconosciuto di una città magica, espressa dalle proprie sacre misure ,dagli antichi riti , dagli allineamenti astronomici, ma soprattutto, lasciando che le pietre stesse ci parlino, oltre dalle scontate geometrie legate al cardo e al decumano , anche se la forma reticolare colpisce al primo sguardo e le strade principali seguono gli assi cartesiani dove l’organismo cittadino ordinario troverà la sua forma palese . Una geometri occulta ci è lentamente svelata, concepita per restare nei secoli così che nessuno la possa scalfire, tenendosi sottotraccia e mantenendo l’equilibrio del cerchio e del quadrato.La parte razionale è quella sviluppatasi dentro l’ansa protettiva dell’Adige, lineare e allineata, così la città conosciuta e la sconosciuta convivono: una dentro l’ansa disposta a reticolo e l’altra, sacra, che è all’origine trova la sua sede sul colle di S. Pietro, dove è il “palatium” del potere e il luogo della forza spirituale , dove il cielo comunica con la terra. Attraverso punti riconducibili ad un disegno mandalico ripresi da templi cristiani ci appare una città composta non solo di assi reticolati ma anche di cerchi e di allineamenti tuttt’ora rintracciabili fissati sul cammino annuale del sole. Lentamente ci viene svelata una città incantata fra la sapienza dell’oriente e dell’occidente,. Luogo fondato su principi eterni e trascendenti, frutto di conoscenze pressoché a noi sconosciute e immemorabili , l’incessante alternarsi della luce e del buio, del terrestre e del sotterraneo.Il colle di San Pietro con i suoi pozzi e le sue cavità e con il teatro ai suoi piedi, è la montagna sacra a cui tutta la città si volge, forse è qui che si tracciò il pomerio come nella fondazione di (segnato da un fulmine inviato dalla divinità più alta), con l’aratro mosso da due buoi , uno di manto bianco e l’altro nero, un aratro a versoio che in qualche museo dell’Etruria è ancora possibile vedere, con l’ala in bronzo che permetteva alla zolla mossa di essere capovolta, in maniera che il sotto diventasse il sopra e viceversa. Liturgie rituali indispensabili per creare la città, gesti compiuti non solo per delimitare , ma anche per orientare verso il cammino annuale del sole e verso le stelle o le costellazioni che da sempre hanno determinato gli atti umani fondamentali, e non esiste cattedrale che non abbia il suo zodiaco e non fanno eccezione le principali chiese di Verona,la Basilica di San Zeno e il Duomo che conservano pareti istoriate di queste dodici figure. Le stesse cattedrali sono la continuazione medioevale di questo sapere arcano, trasposto in simboli, immagini e allegorie. Vivere morire e rinascere, la morte è effettivamente un passaggio, un cambiamento di stato, ogni città ha una sua individualità è una creatura un organismo che nasce e muta. Il colle di S. Pietro era l’acropoli dove più alto sorgeva il tempio dedicato al dio Giano, che chiudeva e apriva ogni ciclo, due facce opposte di una divinità indivisibile che incarna il mistero dell’uomo come unità viva e creatrice, composta da aspetti contrastanti e complementari che si influenziano vicendevolmente.Non a caso Ops Consiva è la paredra di saturno ,ma anche consorte di Giano, è una divinità femminile preposta alla fertilità, alle acque sorgive e feconde, ai granai e alla conservazione del farro base alimentare dei romani, grano particolare selezionatosi nel Lazio, legato anch’esso ai misteri del grano, alla morte resurrezione, e già gli egizi solevano ricoprire il dio dei morti Osiride di cariossidi e farle germinare, perché il grano deve morire, trasformarsi e infine germinare nelle viscere delle madre terra, solo cosi potrà nutrire gli uomini e il pane era legato intimamente ai misteri Eleusini come il vino era legato ai misteri di Dioniso, e nella messa cattolica ritroviamo questi alimenti che ulteriormente si trasformano in carne e sangue. Il colle di San Pietro è l’inizio e la fine di un viaggio eterno di morte e di rinascita, dove le facce di Giano della soglia osservano in opposte direzioni la partenza e l’arrivo, questa divinità italica, come l’apostolo Pietro è munita di chiavi per aprire o chiudere la porta della salvezza. Umberto Grancelli ci ha aperto e accompagnato verso una diversa conoscenza, ma anche verso la speranza che una seppur piccola parte di noi troverà la liberazione eterna.

venerdì 21 luglio 2017

La distruzione delle templi imperiali da parte del papato


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Il porfido di questa fonte battesimale, in Vaticano, è il coperchio del sarcofago dell'Imperatore Adriano.
La parte inferiore del sepolcro venne utilizzata per la sepoltura di un papa ,papa Bonifacio nel 608 ,poi per Innocenzo II e poi nel 1308 a seguito di un incendio nella basilica Petrina andò distrutto ,so che fino all'anno 800 la Roma imperiale era pressochè intatta ,ma poi i papi e non solo hanno distrutto un patrimonio dell'umanità.Comunque i pagani nascosero moltissime statue che adornavano i templi e chissà quante ancora sono da trovare

giovedì 20 luglio 2017

Andreotti dichiarava dopo l'omicidio di Giorgio Ambrosoli:<<....certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando.>>

«Ambrosoli? Se l'andava cercando»

La frase choc di Andreotti in tv sul legale ucciso nel centro di Milano nel '79

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MILANO - Giulio Andreotti ha il colletto un po' aperto e il nodo della cravatta è allentato. Ma come sempre il senatore a vita non tradisce emozioni particolari. Le labbra sottili sembrano muoversi impercettibilmente e gli occhi non cambiano espressione quando, alla domanda su perché Giorgio Ambrosoli è stato ucciso, risponde così: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando». Una frase che sembra buttata lì senza pensarci troppo, ma quelle parole che colpiscono al cuore rappresentano forse il momento più importante e doloroso della puntata de «La storia siamo noi» che Giovanni Minoli ha dedicato ad Ambrosoli, il liquidatore dell'impero di Michele Sindona, e che andrà in onda stasera alle 23,50 su RaiDue. Più importante perché appare l'ennesima e più chiara manifestazione del fatto che Andreotti nello scontro fra Ambrosoli e il bancarottiere Sindona, da lui salutato come il «salvatore della lira», ha saputo per chi schierarsi fin dal primo momento.
E più dolorosa perché tutti, compreso lui, sanno poi cosa alla fine Ambrosoli abbia trovato nella notte dell'11 luglio 1979. Dopo una cena in trattoria e durante l'ultima ripresa dell'incontro di boxe che Ambrosoli segue in compagnia, arriva una telefonata: dall'altra parte c'è il silenzio. Poco dopo lui scende ad accompagnare gli amici, e mentre sta rincasando il killer Joseph Arico gli dice: «Mi scusi, avvocato Ambrosoli». E spara 4 colpi, portando a termine la missione che gli ha affidato Sindona per 50 mila dollari. Minoli racconta tutto, anche riprendendo dai suoi archivi una intervista a Sindona, in carcere in America per bancarotta. Ne illustra soprattutto l'ascesa dal nulla e ne spiega il «contesto». Gli anni ruggenti nei quali sorprende la provinciale piazza finanziaria milanese con operazioni «all'americana»: Opa, conglomerate, perfino il private equity. «Importa» tutto da Wall Street e sembra che nessuno possa fermare la sua irresistibile ascesa. Nonostante i suoi rapporti quasi esibiti con il clan Gambino e con altre famiglie mafiosi. Ma gli anni ruggenti durano poco. L'Opa sulla finanziaria Bastogi nel '71 segna il suo tramonto. L'opposizione di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, fa fallire l'operazione.
E dopo il crollo in America la crisi dilaga nel suo fragile impero in Italia, finché la sera di martedì 24 settembre 1974 alle 23 un funzionario di Banca d'Italia telefona a casa Ambrosoli. Alle 17 del giorno dopo il Governatore Guido Carli conferisce a Giorgio Ambrosoli l'incarico di «unico commissario liquidatore», come dirà lui stesso alla moglie Annalori, della Banca Privata Italiana di Sindona. Ambrosoli fa il suo dovere fino in fondo, con l'aiuto di Silvio Novembre, ufficiale della Guardia di Finanza. Ma come testimoniano i suoi diari e quelli del Governatore Paolo Baffi «mezza Italia» si muove per salvare Sindona. Ambrosoli, Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli fanno muro. Baffi e Sarcinelli, che respingono improbabili piani di salvataggio presentati loro anche da Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, e svelano con ispezioni e rapporti le trame di Roberto Calvi, pagheranno carissima onestà e determinazione: Sarcinelli viene arrestato e a Baffi è risparmiato il carcere solo per l'età. Saranno poi prosciolti ma Baffi lascerà Via Nazionale. Le minacce e la violenza di Sindona e dell'Italia piduista non fermano Ambrosoli. Perciò il sicario venuto dall'America lo uccide. Nella lettera-testamento alla moglie scrive il 25 febbraio 1975: «In ogni caso pagherò a caro prezzo l'incarico». E pensare che, come ha detto il figlio Umberto: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione. Avrebbe avuta salva la vita». Ma Andreotti non ha dubbi: l'avvocato liquidatore se l'è proprio andata a cercare. 
Sergio Bocconi
09 settembre 2010