mercoledì 22 gennaio 2020

Nel regno della Dèa

 Dalle feste Hilaria alla Madonna Ilare
Una chiesetta nascosta nella boscaglia alle pendici del monte Subasio: la chiesa della Madonna Ilare.
A sud di Collepino, fra gli uliveti, c'è un'antichissima chiesetta chiamata "Madonna Ilare", in dialetto "Madonna d'Ilera". È una delle tante cappelline che i monaci di San Silvestro avevano fatto costruire per comodità di pastori, coloni, operai.
La prima notizia di questa chiesetta l'abbiamo nell'inventario di tutte le chiese ordinato da Mons. Mario Maffei nel 1773 in cui è segnata con il nome di S. Maria dell'Ilare.
Ufficialmente il nome della chiesina è "Madonna Ilare", in dialetto dell'Illera, Illora o Illula. Queste incertezze nella pronuncia ci fanno supporre che il nome derivi da un'antica festa pagana in onore della dea Hilaria, madre di tutti gli dei, che veniva celebrata nei boschi durante l'equinozio di primavera. Quando la Chiesa cristianizzò le varie feste pagane, la sostituì con la festa della Madonna madre di tutti i cristiani; il nome Hilaria potrebbe essersi trasformato in Ilare.
Nell'antica Roma, secondo Macrobio, le feste Hilaria si celebravano all'Equinozio di Primavera, il 25 marzo, in onore della dèa Cibele che a partire da quella data con l'allungarsi delle ore di luce consentiva la rinascita della Natura.
Da ciò viene il nome della festa, hilaris, cioè gioioso, come i suoi devoti che si preparavano con sette giorni di digiuno e astinenza ai festeggiamenti.

Luoghi del'linfinito

Non è raro nell’Italia centro-meridionale, in luoghi un po’ sperduti, trovare borghi popolati solo da silenzi e sibili di vento. Senza più anima viva dopo frane, smottamenti, terremoti, alluvioni; poi esodi di massa, emigrazione. Sono luoghi dove non capita di arrivare per caso: questi musei a cielo aperto sono lontani dalle maggiori arterie stradali e anche a vederli – sul ciglio di una gola, sulla vetta di una montagna, tra le pieghe di un calanco – è difficile immaginare che ci sia una strada che vi arrivi davvero. Sono lontani da tutto e tutti, e lontani da questo tempo. Dall’Abruzzo al Molise, dalla Basilicata alla Campania fino alla Calabria più profonda, l’Italia ha sparsi lungo la dorsale appenninica alcuni borghi fantasma straordinariamente intatti; entrarci significa, come in una storia fantastica o in una favola, scoprire un mondo fermo, congelato a oltre mezzo secolo fa.
L’itinerario inizia da Rocca Calascio, in pieno massiccio del Gran Sasso, in Abruzzo. Curve a gomito e saliscendi anticipano l’arrivo a Calascio, paese dall’immutato splendore di un tempo dominato dalla più interessante Rocca. Un borgo in pietra dell’anno Mille arroccato a 1450 metri di quota, in superba posizione panoramica sul Gran Sasso e sull’antica Baronia di Carapelle con le valli dell’Aterno, Tirino e Piana di Navelli. Un luogo dal fascino straordinario scelto anche per girare il commovente film Ladyhawke. Ma non c’è solo la rocca a regalare suggestioni: a poche decine di metri c’è la bianca architettura ottagonale dell’oratorio di Santa Maria della Pietà, e poi nel borgo medievale le case recuperate come quella in cui Paolo, Susanna e i loro cinque figli hanno attrezzato il rifugio della Rocca. Si può scegliere di dormire nella camerata oppure preferire una piccola abitazione nel borgo, con il camino e le atmosfere di un tempo; ma anche seguire Paolo in un’escursione tra i sentieri meno noti......

martedì 21 gennaio 2020

La città di Atena

Arroccato lungo un costone calcareo dei Monti Lepini, a pochi chilometri dalla Capitale, nell'area dei Castelli Romani, sorge l'antico centro storico di Artena. Il borgo è famoso per le bellezze architettoniche e per i suoi vicoli stretti, ma soprattutto per essere l'isola pedonale più grande d'Europa. Qui infatti si può salire solo a piedi oppure in sella a un mulo. Questo è l'unico mezzo di trasporto che permette di arrampicarsi al suo interno e grazie al quale il centro è ancora abitato da circa 1.500 persone. Il mulo viene utilizzato per trasportare viveri, mobili e anche turisti e il sindaco gli ha dedicato una statua a grandezza naturale che rappresenta un mulo e un mulattiere posta proprio all'ingresso del paese. Lontano da traffico e smog, una passeggiata fra i vicoli dell'antica Montefortino, è un salto indietro di secoli. Il luogo ha origini antichissime e ha vissuto una storia travagliata. Il primo insediamento fu un'acropoli che risale al V secolo a.C. e solo nel Medioevo sorse la fortezza con il nome di Montefortino. Disputato sanguinosamente tra le famiglie dei Conti e dei Colonna, nel 1557 il centro fortificato fu fatto distruggere da Papa Paolo IV, nemico dei Colonna. Venne ricostruito per volere di Vittoria Colonna, in seguito fu ceduto al Cardinale Scipione Borghese e nel 1702 venne attaccato da una potente banda di briganti, fatto per cui Artena è conosciuta anche come il “paese dei briganti”. È nel Seicento, con il governo del cardinale Scipione Borghese, che il paese ottenne pace e prosperità e quello che oggi rimane di interesse artistico è dovuto per lo più a questo prelato. Come il Palazzo Borghese, due edifici che una monumentale galleria a tre piani ha unito in un'unica struttura e che conta 147 stanze, oltre a corridoi, portici e logge. Il palazzo si affaccia su una piazza che è un vero e proprio balcone sulla vallata del Sacco, di fronte si trova il Palazzetto del Governatore, sede del governatore di Montefortino, come uffici e carcere per i condannati...

lunedì 20 gennaio 2020

Struggente il ritorno

ITACA
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
C.Kavafis

Il mitreo di Vindobala

Rudchester (Northumberland)
Il Vallo Adriano, l'imponente fortificazione muraria costruita dai Romani al confine settentrionale dei loro possedimenti britannici, al fine di tenere lontani eventuali invasori provenienti dal nord, dalle terre dell'attuale Scozia, era costellato lungo tutta la sua lunghezza da forti militari, che crescevano e si sviluppavano come dei piccoli villaggi. I militari portavano lì le proprie famiglie, crescevano ed educavano i loro figli e professavano i propri culti come se si trovassero a casa, nel proprio paese.
Come per i vicini forti romani di Vercovicium e di Brocolita il castrum di Vindobala, che corrispondeva all'attuale città di Rudchester, aveva nelle sue vicinanze un piccolo mitreo che permetteva ai soldati di professare i propri rituali iniziatici.
Il tempio sorgeva a breve distanza dal confine occidentale dell'accampamento, e venne scoperto nel 1844 da un fattore locale, che scavando nel suo terreno si imbatté in una statua e in cinque altari. La statua venne successivamente rotta ed è andata perduta, mentre gli altari si sono preservati. La posizione del mitreo venne registrata su una mappa e ciò permise all'archeologo J.P. Gilliam di rintracciarlo, nel 1953, e di compiere su di esso delle indagini più approfondite.
Gilliam delineò nella storia del mitreo almeno due fasi di esistenza. Il tempio originale data tra la fine del secondo e l'inizio del terzo secolo: si tratta di una sala rettangolare classica, con un'unica navata centrale e dei banconi ai due lati. Una sorta di piccola anticamera precedeva l'ingresso al tempio, addossata alla parete est e posta asimmetricamente rispetto all'ingresso del mitreo, così che da essa non fosse possibile vedere la sala rituale in linea diretta.
In una fase successiva il tempio venne ricostruito, i banconi laterali ampliati, riducendo ulteriormente il già angusto spazio riservato agli adepti, e rimuovendo la piccola anticamera. Un podio in pietra, rialzato rispetto al livello del pavimento, venne posto nella zona absidale, probabilmente per il sacrificio rituale del toro.
Non fu trovata traccia della tauroctonia, ossia la rappresentazione in bassorilievo dell'uccisione del toro da parte di Mitra, presente in ogni tempio mitraico, mentre delle eventuali statue dei Dadofori (Cautes e Cautopates) furono ritrovate solo le teste, segno di una deliberata distruzione del sito. Indizi mostrano che il mitreo si mantenne operativo per circa un altro secolo, e che dalla metà del IV secolo esso si trovava già in abbandono.
La testa di uno dei due portatori di fiaccola, compagni d'impresa del dio Mitra, una ciotola per il lavaggio rituale delle mani, trovata presso il bancone nord, e tre degli altari che furono ritrovati all'interno sono esposti oggi, insieme ad altri reperti provenienti dagli altri mitrei citati più sopra, nel Museo del Grande Nord di Newcastle-upon-Tyne . Scarsissimi resti, invece, rimangono del tempio nel sito archeologico di Vindobala, all'interno del villaggio di Rudchester.
Particolarmente interessanti e di buona fattura sono gli altari scolpiti. Il primo, dedicato da Lucius Sentius Castus, militante nella Sesta Legione, presenta da un lato del capitello una testa di toro circondata da una ghirlanda, dall'altro un berretto frigio del tipo di quelli indossati da Mitra e dai suoi compagni in ogni rappresentazione. Alla base, invece, si trova un bassorilievo che mostra il dio in lotta con il toro, prima dell'uccisione. Questi elementi iconografici fanno supporre che Lucio Casto fosse stato iniziato al grado di Miles quando fece realizzare l'altare.
Il secondo, che riporta la dedicazione di un certo Tiberius Claudius Decimus Cornelius Antonius, venne realizzato in occasione del restauro del tempio, come l'iscrizione attesta. Caratteristica singolare della realizzazione artistica di questo altare è la presenza, sul capitello, di borchie decorative con incisioni di Fiori della Vita.
L'ultimo dei tre altari provenienti da Rudchester ed esposto nel museo è quello, più semplice e spartano, recante la dedica al Dio Invitto da parte di Publius Aelius Titullus.

domenica 19 gennaio 2020

Siria, Maalula

Un nido d’aquila all’ingresso di una gola. «Ingresso» è d’altronde il significato aramaico del nome di Maalula. Le sue case, quasi attaccate l’una all’altra, scendono verso la valle lungo il fianco accidentato di una montagna del Qalamun, la catena dell’Antilibano. Risiedono 5mila persone in maniera permanente in questa cittadina situata a 56 chilometri a nord di Damasco.È proprio la lingua aramaica a rendere famosa Maalula, insieme ad altre due località vicine, Bakhaa e Jabdin. Sono 1.800 le persone che si esprimono ancora in questo idioma, parlato da Gesù, ma pochi sono in grado di scriverlo. Anche per questo Maalula è candidata a diventare Patrimonio dell’umanità per l’Unesco.
La città rappresenta, insieme alla vicina località di Saydnaya, una tappa obbligatoria per tutti i pellegrini cristiani che si recano in Siria. La zona conta, infatti, una quarantina di chiese e monasteri, tra cui spiccano quello dedicato a santa Tecla, abitato da monache ortodosse, e il convento Sergio e Bacco, martiri del 297 sotto Massimiano. Gestito dai sacerdoti greco-cattolici (melchiti), questo convento è stato costruito nel IV secolo sulle rovine di un tempio romano. Le sue numerose grotte, che testimoniano di un’occupazione ininterrotta del territorio da tempi antichissimi, hanno dato luogo a numerose leggende e credenze.
Maalula è infatti al centro di vari racconti relativi alla persecuzione dei cristiani in epoca romana. La stessa santa Tecla si sarebbe rifugiata nella città per sfuggire alla persecuzione della sua famiglia dopo essersi convertita al cristianesimo grazie a San Paolo.Il villaggio è noto in tutto l’Oriente anche per la solennità con cui viene celebrata la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, quando vengono accesi dei falò ovunque. Luogo simbolo, nei suoi negozi si vendono registrazioni del Padre Nostro e di altre preghiere pronunciate nella lingua di Cristo.


Santa Balbina all'Aventino

Questa antichissima chiesa, anche se il “Titulus Sanctae Balbinae” appare solo ai tempi di San Gregorio Magno con il Sinodo del 595, viene identificata con il più antico “Titulus Tigridae” costruita presso la casa che l’Imperatore Settimo Severo donò al suo amico L. Fabio Cilone, due volte Console e Prefetto di Roma. La datazione è garantita dai bolli laterizi trovati negli scavi.
Va qui ricordato che la nobile matrona Balbina, figlia del Martire Quirino, volle trasformare la sua casa nel titolo “del Salvatore”. All’interno del tempio vi è il sepolcro cosmatesco del Cardinale Surdi, la cattedra marmorea dell’Abside e il bassorilievo di Mino da Fiesole, che raffigura il Crocifisso tra Maria e Giovanni.
Nel 1925 questa chiesa fu riportata al suo antico stile dal Prof. A. Munoz.