martedì 6 gennaio 2015

Il mitico lago Gerundio

Paolo Zanoni


L’acqua non c’è più da un pezzo, drenata a fatica negli alvei dell’Adda, del Serio e dell’Oglio, ma le strade rettilinee sono delle rotte sicure per navigare tra leggende suggestive e paesi interessanti sorti sulle emergenze in altre epoche inglobate nel mitico lago Gerundo. Ancella inseparabile e misteriosa in questo viaggio virtuale, ma non troppo, nelle profondità del tempo, la nebbia. Terra, acqua e nebbia sono gli elementi che fanno da sfondo alle vicende; il Medioevo è il tempo in cui sono ambientate. Ingredienti indispensabili per imbastire un racconto accattivante.
Nell’Età di Mezzo l’area compresa tra i fiumi menzionati appariva come una grande palude, le cui acque stagnanti si alzavano e abbassavano secondo il regime stagionale delle piogge. In mezzo all’immenso acquitrino, impropriamente chiamato lago o mare, emergevano delle insule, la più vasta delle quali, detta Fulcheria, corrispondeva all’attuale città di Crema col suo territorio. Su questi rialzi, che oggi separano i bacini fluviali, erano ubicati gli stanziamenti umani, poi ingranditi fino a diventare gli odierni paesi.
E’ in questo contesto che è nata la leggenda del drago Tarantasio, con le sue varianti e i suoi particolari, tali da far impallidire il recente mito mediatico di Nessy, l’omologo scozzese che non riesce a scaldare la fantasia. Tra acque infide e vapori nebulosi, forse originati dalle sue stesse narici, viveva Tarantasio, una specie di mostro antidiluviano dal corpo di serpente, la grande testa cornuta di sauro, la lunga coda e le zampe palmate. Cibandosi di carne umana, con predilezione per quella dei bambini, esso incuteva terrore e paura tra gli abitanti dei villaggi rivieraschi del mefitico lago Gerundo. Narra la leggenda che dopo la morte del santo vescovo Ambrogio, un drago avrebbe insidiato Milano, divorando gli incauti cittadini che osavano sortirne dalle mura. Fu il nobile Uberto Visconti, armato di coraggio, il solo uomo ad affrontare il mostro e ad ucciderlo presso Calvenzano con un colpo netto di spada. Da allora il biscione con un giovinetto in bocca compare nello stemma della città e della potente famiglia che la tenne a lungo in signoria. Secondo questa versione non c’è dubbio che il biscione fosse proprio Tarantasio.
Una seconda leggenda diffusa a Lodi, fa risalire l’ultima apparizione del drago al giorno di San Silvestro del 1299 e la sua scomparsa nel nulla al giorno seguente, capodanno 1300, insieme all’evaporazione del grande stagno in cui viveva, per l’intervento miracoloso di San Cristoforo, patrono delle acque. Il vescovo di Lodi, Bernardo de Talente, che aveva indetto una novena pubblica per invocare la liberazione dal mostro e da una micidiale epidemia in corso, decretò dopo la fine dell’incubo, l’erezione di una chiesa dedicata alla Trinità e al santo. Passati alcuni giorni, nel letto prosciugato della palude venne rinvenuta una costola colossale che i lodigiani attribuirono con sicurezza al drago malefico. I reggenti della città stabilirono il 23 aprile 1307, festa di San Giorgio, di offrire annualmente cento soldi imperiali alla chiesa di San Cristoforo in segno di gratitudine per la liberazione dal mostro. In essa venne collocata la grande costola fossilizzata, forse di un cetaceo, andata perduta nel XVIII secolo insieme alle due lapidi marmoree che ricordavano gli eventi. Un’altra costola misteriosa si può ancora vedere nella chiesa di San Giorgio ad Almenno San Salvatore, nella bergamasca Valle Imagna. In quanto al prosciugamento del lago Gerundo, esso è da attribuire all’opera dei cistercensi e dei benedettini presenti nei monasteri sorti ai suoi margini.
Spariti i draghi, trafitti dalle lance dei santi e dei cavalieri, evaporata d’incanto l’acqua melmosa delle paludi, è rimasta la nebbia, la silente signora della pianura. Forse da queste parti transitò nel suo lungo trasferimento dalle brume danubiane a quelle della Loira, il santo cavaliere Martino, che non esitò a dividere il proprio mantello con l’inerme e infreddolito mendicante incontrato per strada. Il periodo intorno alla sua festa regala spesso giorni di pallido sole, la breve estate dei morti che prelude alle tenebre e al freddo invernali.
Il passo dalle leggende alla storia non è poi così lungo. Se c’è un luogo in cui, esclusi i mostri acquatici, si fondono alla perfezione il Medioevo, San Martino, la bonifica del lago Gerundo e la nebbia, questo è Palazzo Pignano, paese a pochi chilometri da Crema verso l’Adda. Lì, nel raggio di un centinaio di metri che comprende i resti di una villa tardo-antica e la romanica parrocchiale, dedicata per l’appunto al santo vescovo di Tours, vi è una densità di storia e un concentrato d’arte di eccezionale valore. Paltium Pinianum era un insediamento romano sorto ai margini dell’Insula Fulcheria. L’importanza del sito è testimoniata dalla vasta area archeologica, 25/30 mila mq., scoperta nel 1963 ed acquisita al demanio, nella quale, oltre all’abbondanza di reperti del IV-VI secolo sistemati nel vicino Antiquarium, sono emersi i resti della grande villa appartenuta ai nobili Piniano e Melania, ferventi cristiani vissuti nel V secolo. Morto Piniano nel 432, Melania si ritirò a vita eremitica a Gerusalemme consumando il proprio patrimonio a favore dei poveri e fondando comunità monacali femminili e maschili, meritandosi infine la santità.
La villa era costituita da diversi ambienti dotati di pavimenti musivi, prospettanti su un giardino interno e dotata di un portico ottagonale lastricato con marmo rosso di Verona. Nell’area della villa, verso sera, altri scavi hanno riportato alla luce i resti della Cappella del Palatium, una grande chiesa a pianta circolare con fonte battesimale. Scavi che hanno interessato anche la navata destra dell’attuale chiesa parrocchiale sotto il titolo di San Martino, eretta nel secolo XI. Tra le due chiese, in epoca carolingia, era sorta la pieve, e questo giustifica la dedicazione al santo vescovo di Tours, caro ai Franchi.
La successiva sovrapposizione di chiese è dovuta anche alle due distruzioni subite da Palazzo Pignano nel torno di un secolo. La prima nel 951 ad opera degli Ungari e la seconda nel 1059. Tra il IX e il X secolo il paese era una curtis soggetta al monastero benedettino di San Savino di Piacenza, diocesi alla quale appartenne in alternanza con Cremona, prima di finire nel 1580 in quella cremasca di nuova costituzione. Nel suo stile basilicale di transizione, la parrocchiale di Palazzo Pignano esercita un potente richiamo evocativo dell’epoca in cui fu costruita. La vasta navata centrale, con copertura a capriate lignee, è chiusa dall’abside semicircolare in cui i restauri del 1967 hanno evidenziato lacerti di affreschi rinascimentali. Si tratta di una Madonna del Latte, di un’altra Madonna della Rosa, di una Crocifissione, di un San Martino e di altri santi.
Colpisce per il senso drammatico che emana, all’inizio della navata sinistra, il gruppo di otto grandi statue in terracotta che compongono il Compianto del Cristo morto, quattrocentesca opera di Agostino de Fondulis. Provenienti dalla soppressa chiesa cremasca di San Marino, esse furono donate negli anni Ottanta dell’Ottocento alla parrocchia locale dai conti Vimercati Sanseverino che a Palazzo Pignano avevano vaste proprietà.
E’ davvero straordinario questo borgo spesso avvolto nelle nebbie che esalano dai campi e dalle rogge, per il notevole patrimonio storico ereditato, in grado di riservare in futuro altre piacevoli sorprese, oggi celate dal verde manto dei suoi prati.

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