martedì 2 luglio 2019

Incantesimi e Magia nel Lazio Antico e Roma



di Domizia Lanzetta

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La paura, la diffidenza nei confronti della magia non nasce col Cristianesimo. Già nelle leggi delle XII tavole sono previste pene severissime per gli exantatores, vale a dire per coloro che si servivano di canti magici per trasferire le messi da un campo altrui al proprio. [1] Punizioni che andavano dall’imprigionamento, fino alla pena capitale, erano inflitte a coloro che venivano sorpresi a celebrare riti magici notturni. [2] Ancora più rigorose erano le sanzioni, sotto Costanzo II, contro tutti coloro che si avvicinavano alle arti magiche. Infatti era prevista la condanna a morte per chiunque portasse al collo amuleti contro la quartana o venisse sorpreso a transitare di notte vicino a una tomba.[3] Certamente simili condanne erano in vigore nel periodo tardo, quando il Cristianesimo si avviava ad essere la religione dominante. Tuttavia già nel 81 a .C, con la Lex Cornelia de veneficiis, la stregoneria era assimilata al veneficio. Per l’appunto Plinio, reputa l’arte magica affine a quella degli avvelenatori (veneficae artes) e aggiunge che: ”non c’è nessuno che non abbia paura delle formule magiche”[4]. Il motivo è che, per usare una definizione di Brown, il mago è ”un uomo dall’immagine doppia, vale a dire che occupa simultaneamente due dimensioni. (Forse perchè a Roma, sotto sotto, finanche le persone più colte e smaliziate, credevano in un mondo parallelo che, si troverebbe alle spalle di ogni accadimento umano e di tutte le cose visibili.

Anche i più eruditi, soprattutto se seguaci del medio e tardo platonismo, non potevano che prendere in considerazione la possibilità di presenze incorporee. Si tratta di entità intermedie che occupano lo spazio che intercorre tra la dimensione umana e quella divina, creature che si avvicinano al mondo delle cause e che possiedono, per propria natura, il potere magico. Persino nelle comunità Cristiane più antiche albergavano simili credenze, che si manifestavano nell’ esagerata venerazione per gli Angeli, non scevra da connotazioni di tipo magico; tanto che nel sinodo di Laodicea, tenutosi intorno alla metà del IV secolo, si sentirono obbligati a prendere drastici provvedimenti nei confronti di questo culto.

Ma quali erano le motivazioni per tale diffidenza, se non addirittura paura, nei confronti dell’arte magica?
A quei tempi, la magia si divideva e ridivideva in molteplici rivoli, alcuni dei quali si presentavano con i sepulcrum horrrores, dei quali accennano vari scrittori latini.
Orazio ne offre uno spaccato raccapricciante nella sua V epode.

Il luogo potrebbe essere la casa di Canidia, una donna che praticava la magia più tenebrosa. Nei pressi della sua casa doveva trovarsi un appezzamento di terreno incolto. Le stanno intorno altre streghe che l’aiutano nella spaventosa cerimonia. Loro vittima è un fanciullo impubere, che esse hanno rapito per poter ottenere un filtro d’amore potentissimo. Tra le chiome di Canidia, si aggrovigliano serpi sinuose e le sue compagne, sono intente a spogliare il ragazzino della toga pretexta. Dopo aver fatto ciò, gli strappano dal collo la bulla che ogni fanciullo Romano portava al collo per proteggersi dalle presenze tenebrose. Quindi scavano una fossa, entro la quale interrano fino al collo il bambino, ponendogli poi davanti cibi diversi. Intanto Canidia si affaccenda attorno a un fuoco su cui getta: erbe strappate alle tombe, uova di rana tinte di sangue, foglie e fiori disseccati che provengono dalla Tessaglia, ossa umane strappate alla bocca di una cagna affamata nonché penne di civetta. Mentre la strega è intenta ad effettuare queste operazioni, le altre spruzzano intorno acque sepolcrali. Quanto al fanciullo, non riuscendo a muovere a pietà le donne, scaglia su di esse maledizioni terribili. Le avverte che se lo faranno morire in quella maniera atroce, lui si trasformerà in uno di quegli spiriti inquieti che nessun piaculus riesce a placare. Le avvisa dell’inefficacia della pozione magica che vogliono preparare. Preannuncia che sarebbero finite lapidate e, che i loro corpi insepolti sarebbero stati dilaniati dagli animali che si aggirano tra le tombe dell’Esquilino.

Non si può escludere che Orazio abbia estratto le figure delle quattro streghe, da persone da lui personalmente conosciute o da personaggi dell’immaginario popolare. Tuttavia è anche possibile che la descrizione rivesta un carattere simbolico e che, mediante questa, il poeta tenga a condannare la goeteia ed i suoi oscuri significati. Nel suo racconto pare di percepire l’idea di un quadrato magico, costituito da quattro elementi (le quattro streghe) ed un quinto, personificato dal fanciullo rapito, collocato al centro della scena. Le donne per porre in atto il loro maleficio, rapiscono un bambino impubere, non un neonato, come si credeva che facessero le streghe .
E’ da notare che il ragazzino possiede la capacità di esortare le rapitrici ad essere pietose e, alla fine, è in grado di predir loro il futuro e prospettare la sua trasformazione da tenero fanciullo in entità vendicatrice e malefica.

La normale purificazione che normalmente si esegue con acque lustrali qui è sostituita da acqua di paludi infere. Le serpi che si attorcigliano ai capelli di Canidia richiamano l’immagine di Aletto, una delle Dirae. Quanto al bambino immerso nella terra fino al collo, ricorda la descrizione fatta da Plutarco di Cheronea del viaggio nell’oltretomba di Tespesio di Soli. In tale descrizione, ci sono le anime di coloro che, sia pur immersi nel chasma fangoso, metafora delle passioni corporee, con la testa, simbolo dell’intelletto, restano al di fuori di un χάσμα – [5] (baratro melmoso). Come se, con questa figura, Orazio volesse asserire che,anche se l’anima cade preda di forze oscure, la sua parte più pura resta libera e in grado di profferire verità e scorgere il futuro mentre una volta caduta in balia dell’Ade, essa muta e da luce si converte in ombra, diviene un demone malefico, congiunto alla legione dei terrificanti Lemuri.
Ciò che appare più evidente in tutta la truce vicenda, è quanto la magia ha di più peculiare: la trasmutazione. In questo caso quella del bene in male e della luce nel suo aspetto rovesciato, cioè l’ombra.
Qui Orazio fa sua la credenza che i neonati corrano il rischio di venir rapiti dalle Strigi.
Questi sono degli “uccellaci” di origine infera, con l’aspetto di rapaci. Si diceva che assalissero i neonati nelle culle per sottrarre loro la forza vitale. Non si sapeva bene se provenissero dall’ombra dell’Ade o se fossero streghe tramutatesi in rapaci, durante le loro escursioni notturne. Ma esisteva un antidoto a questa calamità: un incantesimo suggerito dalla dèa Carna alle prische genti Latine.

Si raccontava che le streghe compissero le loro trasformazioni, intonando le nenie magiche dei Marsi. Fu la nutrice di un bambino di nome Proca che, accortasi della presenza delle Strigi, si rivolse alla dèa Carna, implorandone l’aiuto. La dèa le apparve e le insegnò un incantesimo potente per salvare i neonati dai demoni notturni. Usando un ramo di corbezzolo, sfiorò per tre volte la porta, e per tre volte tracciò dei segni magici sulla soglia della casa. Asperse di acqua lustrale, nella quale aveva versato una pozione magica, l’ingresso. Poi, al posto del bambino, sacrificò una maialina di due mesi, ne estrasse le viscere, e su di queste recitò una cantilena incantata: uccelli notturni lasciate le tenere fibre. “Cuore per cuore, prendete fibre per fibre, vi dono questa vita per un’altra migliore.” Fatto questo, sparse in giro le viscere crude, vietando però ai presenti di guardare. L’incantesimo si concluse ponendo un ramo di biancospino alla finestra attraverso la quale, la stanza riceveva la luce del giorno. [6]

Si tratta di una bizzarra mescolanza di magia e religione. Il fatto è che i culti più antichi conservavano in se valenze magiche. Infatti noi vediamo la nutrice del piccolo implorare devotamente l’aiuto divino. A questo fa riscontro l’immediato manifestarsi della dèa che risana il bambino servendosi di un cerimoniale magico.
Si tratta di un tipo di magia in stretta risonanza con la religione. Gli oggetti utilizzati hanno funzione esclusivamente apotropaica: l’acqua, il corbezzolo, il biancospino. Perché se è vero che l’acqua tradizionalmente purifica, non ci viene detto con quali componenti fosse confezionata la pozione discioltavi dentro.
Probabilmente doveva essere qualcosa di intollerabile alla natura delle Strigi. Quanto al corbezzolo e al biancospino, sono quasi certamente piante che hanno a che vedere con i miti legati a Carna. Il biancospino in particolare, oltre ad essere messaggero della primavera e dall’uscita dalle brume invernali, è anche il dono che Giano fece alla sua sposa, che è per l’appunto Carna. Questo fu il motivo per cui il dio di ogni inizio e di tutte le porte, fece del biancospino il protettore degli accessi e delle soglie.

Per quel che riguarda il sacrificio della maialina, ci troviamo di fronte a un esempio di magia sostitutiva. Come se le Strigi, avessero il diritto di succhiare la vita ai bambini e, impedendo che ciò avvenisse, dovesse essere dato loro un surrogato di quel che a loro spetta. Compiuto il rituale, per una legge inderogabile della magia… i conti sarebbero tornati. A convalida di ciò, Plinio accenna al trasferimento con modalità magiche delle malattie dagli uomini agli animali.
Se questo incantesimo viene celebrato con finalità difensive, quello che compie la donna abbandonata dall’amante della VIII egloga di Virgilio, presenta caratteristiche più aggressive.
La cerimonia ha lo scopo di costringere l’uomo che l’ha lasciata a ritornare a lei, servendosi per l’appunto dell’arte magica. La donna ha con se un’aiutante, forse una sua schiava che nel corso della cerimonia funge da assistente.
La donna le ordina di portare dell’acqua e di predisporre l’altare che, viene cinto da una bendala e, sulle fiamme appena accese, vengono posate delle fronde verdi e delle erbe profumate. Su queste vengono ulteriormente sparsi grani di incenso. Dopo di che la maga da inizio ad una sorta di cantilena, per mezzo della quale celebra la potenza dei suoi “Carmina”.
Si tratta di una nenia, intramezzata dalla ripetitività magica di certi versi, con i quali essa, si appella di continuo, alla forza dei suoi canti. “Ducite ab urbe domum mea carmina, ducite Daphnim”.[7]
Quindi prende una figurina fatta di cera e l’avvolge in tre fili di tre colori diversi e, per tre volte, la conduce attorno all’altare. Ordina poi ad Amarilli di annodare con tre nodi ognuno dei tre fili “Necte tribus nodis ternos, Amarilly, colores “[8] Dopo di che pone tra le fiamme dell’altare il pupazzetto di cera assieme a una figurina di argilla. Su tutto sparge del farro, del sale e altri grani d’incenso. Poi ravviva il fuoco con bitume e vi pone sopra foglie di alloro, quindi fissa lo sguardo sulle due figurine e ordina: “Come questa argilla si indurisce e questa cera si scioglie a un unico fuoco così Dafni per il nostro amore……)

Ho riportato solamente alcuni dei momenti salienti dell’incantesimo, che procede per ben 105 versi. Esso si evolve con una serie di cantilene che, accompagnano rare e blande gestualità. Si tratta di un perfetto modello di magia “naturale”. La maga non pronuncia invocazioni ne proferisce evocazioni ma è lei, e solamente lei, a condurre l’incantamento.

Si serve unicamente di oggetti ed elementi naturali: acqua, una bendula probabilmente di lana, erbe aromatiche, grani di incenso, farro e cera d’api. La bendula che circonda l’altare, deve servire ad isolare il punto preciso in cui avverrà la palingenesi. L’erba aromatica e i grani di incenso, provvedono ad indurre i Numina del posto a divenire propizi o, quantomeno, a non ostacolare il buon esito della cerimonia.

La prima cosa che l’incantatrice chiede è dell’acqua. Ma di quale tipo ? Acqua lustrale,attinta da una sorgente purissima, con la quale purificare il luogo e l’altare,oppure acqua del pozzo, immagine di una fluidità infera? Questo non ci viene detto, tuttavia possiamo immaginare che il rito si svolga nelle ore notturne, quando nel cielo splende la luna “Carmina vel coelo possunt deducere lunam ,carminibus Circi socios mutavit Ulixi frigidus in pratis cantando rumpitur anguis”. [9] E’ da notare la straordinaria musicalità dei versi. Possiamo immaginare che l’acqua sia stata versata in un catino e, in questo modo funga da specchio alla luna: “con i canti si può trarre la luna dal cielo”.

Non è pensabile che credessero davvero ad un avvicinamento fisico dell’astro. E’ invece probabile che si riferissero al potere magico della luna, della quale l’acqua è il tramite. In forza di canti speciali, questa forza arcana, scende ad operare nel rito. Perché tra la luna e l’acqua esiste uno strettissimo legame.

L’acqua è il “vincolo”, mediante il quale si esprimono i poteri della luna.

Incantare vuole dire anche “essere nel canto”, cioè compartecipi del “fascinum” dell’universo che si manifesta mediante sonorità ineffabili. In esso è riposta la forza dell’incantamento, perché la legge che regola tutti gli incantesimi e tutte le magie è il ritmo. “ Forse tra l’incantesimo della vita e l’incantesimo della morte, non vi è che una differenza di ritmo”. Scrive A. Castiglioni [10]

Ovidio descrive Circe che intona tre canti magici mentre scaglia il maleficio contro Pico. Per due volte la maga si volge verso il sole che nasce, per due volte si volge verso il sole che tramonta. Poi per tre volte, intona tre canti magici e, per tre volte, tocca con la sua bacchetta il malcapitato Pico. [11]

Quanta importanza abbia il numero tre nella magia è a tutti noto Tre sono i volti visibili della luna, tre sono i corpi con i quali Ecate è raffigurata ed Ades, Signore degli Inferi, è il signore del terzo regno. “Necte tribus nodis ternos, Amarilly, colores”. [12] In questi versi va notata la reitarazione del numero tre, accompagnata dalla allitterazione nel suono delle parole, che si sviluppa con il rirproporsi ritmico della sibilante “S”. Il punto centrale di tutta la scena, pare essere l’altare su cui arde il fuoco. Perché questo è il luogo della trasformazione entro cui le due figure, l’una di cera l’altra di argilla, si distruggono e si rinnovano al compiersi della malia.

Assai conosciute e temute erano le Tabellae de Fixiones, lamine di piombo arrotolate e trafitte da un chiodo. Nella parte interna era incisa una formula esecratoria contro uno o più individui. Queste lamine, venivano sotterrate nei cimiteri, accanto alla tomba di qualcuno morto giovane ed in modo violento. Spesso al nome dell’ affatturato, era aggiunto il matronimico.

A Roma ne sono state trovate parecchie, con la formula maledicente, scritta in greco o in latino. La maggior parte di queste maledizioni, sono rivolte contro gli aurighi “vedette” del circo, e contro i loro cavalli. Ne è un esempio la seguente tabella, ritrovata in una necropoli dell’Africa settentrionale. “ Ti scongiuro o demone, chiunque tu sia, che da quest’ora, da questo giorno, da questo momento, tu torturi e uccida i cavalli del Verde e del Bianco, e uccida e annienti gli aurighi, Cloro e Felice e Primulo, e non lasci loro la vit . Ti scongiuro a nome di colui che a suo tempo ti ha fatto dio del mare e dell’aria “IAO –IASDAO OORIO AEA” [13] Particolarmente impressionante è una defixio rinvenuta in un vaso di argilla, assieme a una statuetta fittile, raffigurante una donna con le mani legate dietro la schiena ed il corpo trafitto da aghi.[14]

Meno truce, ma interessante, è una lamina della tarda età repubblicana, dove la persona maggiormente colpita, è una certa Rhodine. Essa sembra essere il personaggio centrale contro cui è scagliato il maleficio. Lo scopo da raggiungere è quello di separare e creare dissidio tra Rhodine e un tal M.Licinius Faustus :”Così come il morto che qui è sepolto non può parlare e discorrere ,allo stesso modo Rhodine in casa di M. Licinius Faustus sia morta ,ne possa parlare o discorrere. Cosi come i morti non sono ben accetti ne agli dèi ne ali uomini, allo stesso modo Rhodine non sia ben accetta in casa di M.Licinius Faustus ,e a lui importi tanto di lei quanto gli importa di questo che è qui sepolto. Padre Dis, ti raccomando Rhodine, fai in modo che sia sempre odiosa a M. Licinius Faustus .E ti raccomando ancora allo stesso modo: M.Hedius Amphion,C.Popillius Apollonius,Venonia Hermione,Sergia Glycinna.”

Alquanto bizzarra a noi appare la prima, nella quale il maleficio è lanciato anche contro degli animali, probabilmente perché si tratta di cavalli reiteratamente vincenti nelle gare del circo. In questa, ritroviamo la precisione propria ai rituali religiosi più arcaici “da quest’ora, da questo giorno ,da questo momento”, unita all’appello ad un’entità sconosciuta “chiunque tu sia”, che ricorda la ben nota formula del “quo alio nomine fas es nominare”, usata nell’invocazione a un dio ignoto. Assai enigmatica è la parte finale ,dove si accenna a un “Colui” che ha reso l’entità alla quale si rivolge, dio del mare e dell’aria. Di quest’ultima non si dice il nome o forse questo è contenuto nelle tre parole finali che, molti interpretano come un riferimento al dio degli Ebrei. Probabilmente non è così, presumibilmente questo nome segreto, si trova celato proprio nel suono dei fonemi col quale in modo ritmico, ci si rivolgeva alla divinità della quale il nome deve restare nascosto. Infatti nella tradizione magica, conoscere il nome segreto di qualcuno o di qualcosa, equivale a impadronirsene e possederla. C’è da notare inoltre che le tre parole sono costituite soprattutto da vocali. Quindi da lettere che nel folclore greco, erano utilizzate per gli scongiuri e per le operazioni magiche.

La seconda, è interessante non per se stessa, ma per ciò che l’accompagna. E’infatti possibile ravvisare nella statuina di donna inginocchiata e trafitta dagli aghi il genio o la fortuna della persona da affatturare. Quanto all’ultima tabella, questa è caratterizzata dal “come se” ripetuto. Vale a dire dal tipo di formula che, è peculiare alla magia “analogica” e dalla ossessiva ripetizione del nome del povero M.Licinius Faustus. Costui doveva essere un personaggio di grande rilievo per chi aveva compiuto o commissionato il sortilegio che, non è fatto per causare la morte di Rhodine ma per ispirare inimicizia tra lei e Licinius, tra lei e la di lui famiglia. Il nome della donna sembra essere di origine Greca. Forse Rhodine era una liberta, sostenuta da un gruppo di altri liberti che, si adoperava perché fosse ben accetta a Licinius, presumibilmente suo ex padrone. Alla fine Rhodine è abbandonata alla potenza del dio degli inferi, quasi si trattasse di una “Devotio” casalinga .

Per concludere: la pratica della magia e il voler acquisire il potere magico è sempre stato considerato con diffidenza, anche nelle culture più antiche. Ma che cosa è la magia (considerata sotto questo profilo)? Questa è soprattutto un’arte, mediante la quale si può ottenere ciò che si vuole, utilizzando particolari riti, grazie ai quali si viene a contatto con una dimensione “altra”. Ed proprio per questo che, da sempre, è stata considerata cosa interdetta e peccaminosa per i più. Peccaminosa perché viene a costituirsi una commistione proibita, tra due dimensioni antitetiche.

Nella Grecia antica, la casa in cui era morto qualcuno, per un certo tempo era considerata impura, non per il fatto della morte in se stessa, quanto perchè si era aperto un varco tra due mondi diversi. Infatti lo stato di impurità era presente anche al momento di una nascita.

In quest’ottica, impurità vuol dire commistione. E’ però necessario fare un distinguo tra arte magica e potere magico.
L’una può essere connaturale a certe creature, l’altra si acquisisce con studio e sacrificio. La seconda appartiene per struttura a quelle entità intermedie che, sia per i neo-platonici che per le società più arcaiche, popolano la dimensione sottile che è al di la del visibile
Da qui nasce la cautela, nei confronti di chi, tenti di inserirsi in un territorio, al quale l’uomo comune non appartiene. Non tanto perché possa nuocere alla comunità, quanto perché è come rinnegare la propria stirpe originaria.

All’essere umano non è dato trasmutare ciò che è fisico, servendosi di un potere psichico e mentale. Perchè l’essenza della magia è soprattutto trasmutazione, capacità di trasformare se stessi e le cose che stanno intorno. Non è forse questo che, nelle tradizioni folcloriche di tutti i popoli, fanno le streghe, quando in certe notti, si recano ai loro raduni misteriosi.

Apuleio ce lo insegna nel suo bizzarro romanzo che, non per niente, dedica alle “metamorfosi” delle streghe di Tessaglia. La luna è l’astro a cui fa capo il potere magico, ed è nelle notti di luna che esse compiono le loro metamorfosi e, per l’appunto, protagonista del romanzo di Apuleio è proprio la Luna.

Non certo l’astro fisico ma, la metafora della luce che risplende nell’ombra. Quella luce che rende visibile un mondo che è invisibile e che tale deve restare. Solamente mediante la forza di certi canti “ i carmina” tale luce può irrompere con la forza avvolgente dei sogni, nel mondo fisico, abitato dagli uomini. Il mago, il vero mago, è chi conosce la relazione segreta tra le cose e, sa che il tutto, è legato da un canto speciale, il cui bandolo si trova nella parte più profonda di se stesso. Ma, voler apprendere l’arte magica vuol anche dire ribellarsi alle leggi sociali ed umane. Vuole dire sentirsi indipendenti dalle proprie origini e, riallacciarsi a un perduto vincolo primordiale. L’incantesimo infatti, somiglia a un ricordo ancestrale che riemerge da profondità sconosciute. Vuol anche dire, saper pronunziare, con il ”sussurrus magicus”,il nome segreto del proprio demone invisibile.


Note

[1] Festo-190 ,in Baistrocchi – Arcana Urbis
[2] Cod. Theod, IX,XVII-7
[3] Ammiano Marcellino -XIX
[4] Nat Hist XXVIII
[5] Plutarco- De Genio Socratis- 591- D)
[6] Ovidio –Fasti –VI – 140- 160
[7] Conducete dalla città alla casa,conducete Dafni
[8] Lega con tre nodi,o Amarilli,ciascuno di questi colori
[9] I canti possono trascinare giù dal cielo la Luna . Con i canti, Circe trasformò i compagni di Ulisse,cantando si fa scoppiare nei prati il freddo serpente
[10] Incantesimo e Magia – Pg 436 Mondatori – Milano - 1934
[11] Ovidio –Metamorfosi –XIV – 380/ 385
[12] Ovidio –Metamorfosi- XIV -320 -385
[13] Iscrizioni Latine (ILS II I,,3001= CIL XI. 2 ,4639) in Georg Luck [ Arcana Mundi]
[14] Arcana Mundi - oc

Incantesimi e Magia nel Lazio Antico e Roma - http://simmetria.org/
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