mercoledì 22 agosto 2018

Quello che Mieli non vuole dire su Bombacci

Una storia strana quella di Nicola bombacci: 
Risultati immagini per segretari del Partito comunista italiano bombacci
Il rosso e il nero
Bombacci, Nicola. - Uomo politico italiano (Civitella di Romagna 1879 - ucciso a Dongo 1945 e poi appeso con Mussolini e la Petacci a piazzale Loreto); insegnante elementare, sindacalista, aderì alla frazione massimalista del PSI. Deputato nel 1919, nel gennaio 1921 fu tra i fondatori del partito comunista, dal quale fu espulso nel 1927 per l'atteggiamento collaborazionista assunto verso il fascismo a cui infine aderì. Durante la RSI collaborò al "manifesto di Verona". Il 28 aprile 1945 fu catturato dai partigiani e fucilato. Fu il primo segretario del Partito Comunista Italiano ( e non Gramsci) La storia che non si vuole indagare..........
Questo articolo ci apre a certe notizie nuove 
http://www.ilgiornale.it/news/tutti-i-segreti-comunista-camicia-nera.html


La verità di Bombacci sulla Russia
Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata “La Verità”, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo tentativo per associare l’Italia all’alleanza russo-francese; ma i rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a qualche anno prima.
Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini “di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3). Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un “preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana “Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.
Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di carbone e petrolio nonostante le proclamate "sanzioni internazionali". Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani, inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre “si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno [1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai ‘fratelli in camicia nera’” (8). Tale appello applicava le direttive di Manuil'skij, secondo il quale in Italia il fronte unico doveva essere realizzato "non coi socialisti ma coi fascisti" (9).
Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava: “Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per uscirne sconfitto” (10); e ipotizzava che in tali manovre di avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde, era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.
Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia. Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS (11). Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista” (12).
Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (13); né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” (14) del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” (15).
Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo.
Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (16), ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli significativamente intitolato Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941, allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò fargli “tirare un sospiro di sollievo” (17).
Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo, I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli è, piuttosto, un antistalinista” (18), secondo il quale il fallimento del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”. Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto 1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili miglioramenti alle condizioni dei lavoratori” (19). A tale proposito, sono molto chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:

Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (20)

Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva: “Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (21). La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente: “Sì, era necessario; indispensabile!” (22).
Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.

Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello steso momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione, anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e dell’intera umanità.
Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone; si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare, lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano, ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul lavoro.
E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo, potesse evitare anche la guerra. (23)

Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco, in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in Europa.

Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva semplicemente mentito ancora una volta.
Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente al suo piano di invasione dell’Europa.
Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento più opportuno, per abbatterlo.
Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né equivoco.
Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è stato compiuto con la connivenza di Churchill. (24)

Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia bolscevica” (25), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS (Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),

dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le loro conquiste sociali. (26)

Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente. Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:

sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco importa se il bastone del comando passerà dalle mani di Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta finanza internazionale è che il regime di sfruttamento demoliberale non muti. (27)

Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”), Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui venivano scritte queste righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di Roosevelt. 
Claudio Mutti




L'adesione di Bombacci alla Repubblica sociale in una lettera a Mussolini - 11 ottobre 1943. «Duce, avendo avuto nel novembre scorso una prima sensazione di ciò che Massoneria, plutocrazia e Monarchia stavano tramando contro di voi, sono oggi più di ieri con voi. Il lurido tradimento del re e di Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i compromessi pluto-monarchici del 1922. Sempre ai vostri ordini con lo stesso affetto di trLa verità di Bombacci sulla Russia

Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata “La Verità”, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo tentativo per associare l’Ita
La verità di Bombacci sulla Russia

Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata “La Verità”, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo tentativo per associare l’Italia all’alleanza russo-francese; ma i rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a qualche anno prima.
Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini “di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3). Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un “preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana “Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.
Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di carbone e petrolio nonostante le proclamate "sanzioni internazionali". Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani, inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre “si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno [1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai ‘fratelli in camicia nera’” (8). Tale appello applicava le direttive di Manuil'skij, secondo il quale in Italia il fronte unico doveva essere realizzato "non coi socialisti ma coi fascisti" (9).
Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava: “Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per uscirne sconfitto” (10); e ipotizzava che in tali manovre di avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde, era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.
Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia. Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS (11). Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista” (12).
Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (13); né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” (14) del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” (15).
Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo.
Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (16), ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli significativamente intitolato Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941, allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò fargli “tirare un sospiro di sollievo” (17).
Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo, I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli è, piuttosto, un antistalinista” (18), secondo il quale il fallimento del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”. Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto 1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili miglioramenti alle condizioni dei lavoratori” (19). A tale proposito, sono molto chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:

Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (20)

Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva: “Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (21). La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente: “Sì, era necessario; indispensabile!” (22).
Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.

Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello steso momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione, anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e dell’intera umanità.
Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone; si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare, lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano, ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul lavoro.
E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo, potesse evitare anche la guerra. (23)

Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco, in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in Europa.

Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva semplicemente mentito ancora una volta.
Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente al suo piano di invasione dell’Europa.
Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento più opportuno, per abbatterlo.
Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né equivoco.
Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è stato compiuto con la connivenza di Churchill. (24)

Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia bolscevica” (25), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS (Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),

dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le loro conquiste sociali. (26)

Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente. Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:

sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco importa se il bastone del comando passerà dalle mani di Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta finanza internazionale è che il regime di sfruttamento demoliberale non muti. (27)

Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”), Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui venivano scritte queste righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di Roosevelt. lia all’alleanza russo-francese; ma i rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a qualche anno prima.
Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini “di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3). Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un “preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana “Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.
Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di carbone e petrolio nonostante le proclamate "sanzioni internazionali". Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani, inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre “si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno [1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai ‘fratelli in camicia nera’” (8). Tale appello applicava le direttive di Manuil'skij, secondo il quale in Italia il fronte unico doveva essere realizzato "non coi socialisti ma coi fascisti" (9).
Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava: “Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per uscirne sconfitto” (10); e ipotizzava che in tali manovre di avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde, era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.
Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia. Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS (11). Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista” (12).
Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (13); né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” (14) del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” (15).
Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo.
Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (16), ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli significativamente intitolato Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941, allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò fargli “tirare un sospiro di sollievo” (17).
Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo, I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli è, piuttosto, un antistalinista” (18), secondo il quale il fallimento del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”. Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto 1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili miglioramenti alle condizioni dei lavoratori” (19). A tale proposito, sono molto chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:

Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (20)

Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva: “Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (21). La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente: “Sì, era necessario; indispensabile!” (22).
Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.

Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello steso momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione, anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e dell’intera umanità.
Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone; si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare, lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano, ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul lavoro.
E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo, potesse evitare anche la guerra. (23)

Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco, in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in Europa.

Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva semplicemente mentito ancora una volta.
Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente al suo piano di invasione dell’Europa.
Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento più opportuno, per abbatterlo.
Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né equivoco.
Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è stato compiuto con la connivenza di Churchill. (24)

Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia bolscevica” (25), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS (Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),

dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le loro conquiste sociali. (26)

Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente. Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:

sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco importa se il bastone del comando passerà dalle mani di Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta finanza internazionale è che il regime di sfruttamento demoliberale non muti. (27)

Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”), Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui venivano scritte queste righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di Roosevelt. ent'anni fa».

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