lunedì 24 marzo 2014

I riti funerari "purificatori" dei Parsi


Verso la cuna del mondo 

di Guido Gozzano


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La Torre del silenzio


“Da tre giorni mi si vuole condurre alle Torri del Silenzio. Ma non muore mai nessuno. Quest’oggi Lady Harvet entra nella sala di lettura del Majestic Hotel: - E’ morto - E’ morto, ieri sera, un parsi di qualche importanza, l’architetto Donald Antesca Cabisa; i funebri saranno oggi, alle diciotto: siete fortunato; abbiamo il tempo di salire alla collina di Malabar per assistere alla cerimonia.
I secondi padroni di Bombay, dopo gli Inglesi, sono i Parsi. I Parsi da non confondersi con gli Indù (io li confondevo addirittura con i Paria: è desolante l’ignoranza di chi muta d’improvviso venti gradi di latitudine senza qualche studio preventivo), da non confondersi con i Maomettani, gli Afgani, dai quali differiscono come un tedesco da un arabo. I Parsi sono discendenti degli antichi Persiani emigrati dalla Persia in India, dopo la conquista di Maometto. E’ veramente biblico e grandioso il destino di questi seguaci di Zoroastro, che, per non rinnegare il Sole, la loro divinità, abbandonarono, dodici secoli or sono, la patria, giunsero raminghi e perseguitati in India, rifugiandosi prima a Diu; poi a Tabli; trattando con i Marajà per avere un’ospitalità non molestata. Furono, invece, molestatissimi per quasi un millennio, e la loro pace e la loro floridezza non data che dalla conquista degli Inglesi, i quali riconobbero le loro qualità, li incoraggiarono e li protessero. Oggi sono nelle mani dei Parsi i più grandi capitali di Bombay. Dipende dai Parsi gran parte del movimento politico, escono dai Parsi i migliori commercianti e i migliori laureati. Eppure, nessuno è più del Parsi ligio al suo passato, nessuno è meno di lui affetto da anglomania. I Parsi vestono come mille anni fa, quando vennero profughi da Persepoli: gli uomini con una lunga zimarra bianca, sul capo un’alta tiara nera simile ad una mitra: le donne si avvolgono di sete a vivi colori, giallo zolfo, gridellini, rossociliegia, verdesalice, che danno rilievo ai capelli nerissimi e al pallore ambrato del volto. Come alle loro foggie millenarie, così sono ligi alla loro fede e ai loro riti: la dottrina di Zoroastro, ispirata alla religione degli elementi creatori e conservatori: il Sole prima di tutto, e il Fuoco, immagine del Sole sulla Terra. L’inghilterra che tollera tutti i riti, tollera anche la Torre del Silenzio e le usanze funerarie dei Parsi, che sono certo le meno conciliabili con il nostro sentimento occidentale.
… guardo intorno, il giardino ridente è deturpato da un sebatoio colossale. E’ la torre del silenzio, la maggior Torre: quelle altre sono le Dakmas minori, usate in caso di pestilenza.



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Torre del Silenzio, interno


La mia delusione è grande. Tower of Silence: il nome shelleyano mi prometteva non quel cilindro imbiancato a calce, ma quanto di più fantastico ha scolpito nella pietra la poesia della morte.
Un vallo senz’acqua circonda la torre e due ponti vi sono sospesi, che danno ad una porticina ovale, minuscola, unica apertura nella mole bianca. Ed ecco fra il candore dell’edifizio e l’azzurro del cielo una enorme forma nera e sinistra: il primo avvoltoio; poi un secondo, un terzo; poi sette coronano la Torre, danno al suo squallore un tetro motivo ornamentale. Questi grifoni funerari superano veramente l’orrore di ogni aspettativa: si direbbe che la Natura li abbia foggiati secondo il loro tetro destino; hanno ali immense, possenti al volo, fatte per gli abissi del cielo, ma che nel riposo lasciano pendere lungo il corpo, trascinano nella polvere con una sconcia stanchezza artigli formidabili, ma senza la linea nobile dell’aquila , artigli fatti per affondare nella carne putrida, non per lottare con una preda viva. La Dakma si corona di avvoltoi, non più calmi nel loro pensoso atteggiamento consunto, ma frementi, con i colli serpentini protesi verso una cosa nuova. Lungo la strada a mezza costa della collina, biancheggia, tra la polvere fulva e il verde del fogliame, il corteo funerario. E’ tutto candido; usanza opposta alla nostra, che ammanta di veli bianchi il dolore dell’ultimo addio.



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Torre del Silenzio, Iran


- Entreremo anche noi nella Torre? – domando, non senza inquietudine d’una tale proposta.
- Nessuno, nemmeno l’Imperatore potrebbe penetrarvi; soltanto una speciale setta di necrofori e il Dastur accompagnatore possono entrare.
- Il modello è molto semplice. E il dottore mi disegna a matita un anfiteatro, diviso in tre circoli concentrici, suddiviso da raggi che formano tante cellette aperte:
- Ecco: il centro interno, dalle celle minori, e per i bimbi, il mediano per le donne, l’esterno per gli uomini. Questo è il pozzo centrale, dove si raccolgono le ossa ignude, che un acquedotto sotterraneo trasporta al mare. La logica della barbara usanza? E barbara, perché? Per i Parsi il fuoco è manifestazione divina, anzi, la divinità stessa, come per il Cristiano l’Ostia Consacrata. Rifuggono quindi dall’abbandonare il cadavere al rogo, come fanno gli Indù, per non offendere con la putredine la divinità; rifuggono dall’inumazione, perché l’Avesta, il loro testo sacro, proibisce di lasciare alla decomposizione lenta della terra quel corpo, che fu l’agente di un’anima. Gli avvoltoi, gli uccelli sacri per rito millenario, sono forse i più adatti ad annientare la misera sostanza morta e a ritornarla nel ciclo vitale…
Ecco il corteo. Forse venti persone, interamente vestite di bianco, con la testa, il volto celati di veli candidi. Quattro portatori recano il cadavere resupino, coperto da un sudario leggiero, sotto il quale traspaiono le spalle aguzze, il profilo fine, le gambe scarne. I seguaci si tengono uniti a due a due con un fazzoletto attorto: il crati funerario, emblema di alleanza nella sventura. Il quadro è molto semplice e molto grandioso, quasi non triste; ricorda certe teorie cimiteriali scolpite nel marmo.
Al primo ponte tutto il corteo si arresta, come per intesa e solo qualche figura bianca segue il cadavere: parenti più consanguinei, la madre, il padre, un fratello. La barella è deposta dinnanzi alla porticina aperta; i seguaci sostano pochi secondi dinnanzi al cadavere, forse per una preghiera di addio. Di fronte è il dastur, il Sarcedote Parsi con due addetti. Non altri, non altro; nessun gemito, nessuna lacrima, nessun gesto tragico; forse anche nella religione dei Parsi, come in quella dei Bramini e dei Buddisti, è cancellato il senso che noi occidentali abbiamo dell’io, e la loro filosofia millenaria attenua lo strazio del distacco senza ritorno. La barella è scomparsa nella porticina, che si è chiusa silenziosa, le ombre candide ritornano a due a due, unite sempre dal lino funerario, si allontanano senza volgersi indietro, come il rito prescrive, dispaiono tra i tronchi di palmizi.
Ma in alto, nell’aria, è il turbinio fitto, spaventoso delle ombre nere. Dalle profondità dell’azzurro si avvicinano, ingrandiscono, precipitano con la velocità della pietra che cade, i grifoni funerari; sull’azzurro del cielo, sul candore della torre, le ali fosche sembrano attratte e respinte da un turbine avverso, fanno pensare alle grandi ali degli angeli maledetti. Ma nessun grido, nessuna lotta, uno stridio querelo e sommesso, quasi timoroso di svegliare un dormiente. Io ho un tremito leggiero, ho l’orrore dello strazio che non vedo.
…Nessun strazio. Il cadavere è finito in venti minuti, mi spiega il dottor Faraglia, ed è spolpato con una delicatezza veramente religiosa; lo scheletro resta intatto nella sua cella, composto come se preparato per un gabinetto anatomico. Con un sol colpo di becco il cranio è aperto dove l’osso frontale s’incastra alla nuca…




NEW DELHI - Non ci sono più avvoltoi che possano completare il tradizionale rito funebre e così i Parsi hanno deciso di acquistarne di nuovi e di addestrarli a mangiare i cadaveri in cattività. Oggi il consiglio dei Parsi ha deciso di investire 200 mila euro in un anno per acquistare e addestrare nuovi avvoltoi a mangiare i cadaveri deposti sulle "torri del silenzio".

Il progetto sarà realizzato con la collaborazione di ornitologi e scienziati indiani. Da millenni i Parsi, gli ex zoroastriani, lasciano che siano gli avvoltoi a consumare le carni dei loro defunti. Ma da qualche anno, la carenza dei volatili, molti dei quali morti per malattie o allontanati dall'inquinamento, sta rendendo difficile questo processo, tanto che si è pensato alla possibilità di ricorrere alle cremazioni. In India la comunità Parsi più numerosa è a Mumbai, l'ex Bombay.

Pur rappresentando una minoranza percentualmente molto piccola, i Parsi a Mumbai e in tutta l'India sono molto potenti economicamente, vantando nella comunità esponenti del mondo imprenditoriale come i magnati dell'industria Kumar Mangalam Birla e Ratan Tata e del mondo della cultura come il direttore d'orchestra Zuhbin Metha. Arrivati dalla Persia, gli adoratori del fuoco perenne e seguaci di Zoroastro hanno realizzato in passato due strutture molto alte, le "torri del silenzio", una sorta di silos a piani dove lasciano i cadaveri che vengono poi mangiati dagli avvoltoi. A nessuno, neanche agli stessi Parsi, è permesso l'accesso alle torri. Solo poche persone dedite ai riti funebri, i Khandiyas che portano le bare, possono accedervi.

Ma qualcuno sei mesi fa riuscì ad entrare e fotografò migliaia di cadaveri in via di decomposizione, ma non mangiati dagli avvoltoi, lanciando l'allarme. La cosa sconvolse non poco la comunità parsi che si divise sulla possibilità di ricorrere a sistemi diversi. Ora il consiglio ha deciso di non cambiare la tradizione e di rimpinguare il numero dei volativi carnivori su Mumbai. Già nel 1998 si era cercato di trovare una soluzione alla questione poiché era stata notata una diminuzione drastica degli avvoltoi. Ma la stessa comunità Parsi che aveva dato incarico ad un gruppo di ambientalisti e ornitologi di verificare le condizioni degli avvoltoi e di tentare di venire a capo del problema, vietò agli scienziati di entrare nelle torri del silenzio, impedendo di fatto le ricerche.






Avvoltoio del Bengala


Così come l'avvoltoio del Bengala (Gyps bengalensis), anche l'avvoltoio indiano ha sofferto un drastico calo della popolazione (97%) nelle zone del Pakistan e dell'Indostan a causa dell'avvelenamento da diclofenac, un farmaco antinfiammatorio innocuo per il bestiame sul quale viene usato, ma letale per questi uccelli in quanto blocca i reni; sono attesi provvedimenti da parte del governo indiano per sostituire al diclofenac il Meloxicam, che ha effetti simili sul bestiame ma è innocuo per gli avvoltoi.

2 commenti:

Marina Sozzi ha detto...

Grazie per questo interessante post, è sempre molto difficile trovare notizie su questo rito. Io mi chiamo Marina Sozzi, sono presidente di Infine Onlus, un'associazione che si occupa di invecchiamento e di tutti i fenomeni inerenti il morire, i riti e il lutto, con taglio interdisciplinare.

luigi pellini ha detto...

Grazie Marina. Sarei curioso delle Vostre e delle sue ricerche, mi può eventualmente indicare in merito.La ringrazio a presto
luigi.pellini@virgilio.it