lunedì 14 gennaio 2019

I misteri mitraici


Mithra nasce in una grotta: l’uovo cosmico e altre contaminazioni orfiche
Mithra delle lontane origini indo-iraniche e quello dei misteri mitraici sono la stessa divinità, ma la seconda è il risultato specifico di un processo sincretico lento e articolato tra credenze e motivi di origini egizio-fenicie (la simbologia del serpente o ouroboro) e mesopotamiche (lo zodiaco), che i Magusei persiani hanno sintetizzato in una particolare speculazione sulla funzione del Tempo inserita in una complessa teo-cosmogonia che, anche attraverso la sintesi greca, trova nell’orfismo più di un punto di contatto.
“Esportato” dagli esuli della diaspora persiana che segue la caduta dell’impero achemenide, nel suo approdare in Occidente Mithra si spoglia, in parte, di alcune connotazioni “barbariche”, così che alla formulazione iranica delle litanie recitate dai Magi subentra una liturgia redatta in greco, gli antichi nomi degli dèi vengono sostituiti con le relative divinità greco-romane e così accade con la loro iconografia: Ahura Mazda è Giove/Zeus, mentre il suo contrario negativo, Ahriman, non avendo il pensiero religioso classico un dio che incarni eticamente il concetto del male, è identificato con l’infero Plutone, l’haoma, pianta divinizzata da cui si ricavava una bevanda inebriante utilizzata nei rituali, diventa Dioniso dio dell’ebrezza e così via
In questo scenario sincretico, plurimo e complesso che costituisce il Mithra misterico, esistono degli elementi della dottrina mitraica che non sono riconducibili né agli ambienti medio-vicinorientali né egizio-fenici e che riguardano l’intero contesto teo-comogonico. La nascita di Mithra, così come interpretata mistericamente al di fuori dell’ambiente mazdaico, ci è oscura dal momento che le testimonianze archeologiche non ne hanno rivelato né i modi, né i significati.
Porfirio ci dà informazioni sulla nascita di Mithra e sul luogo particolare in cui è avvenuta: Nel de antro nympharum, 6) il filosofo di Tiro descrive le grotte mitraiche simili a quelle persiane di Zoroastro: il perfezionamento dell’iniziato si ottiene attraverso una discesa mistica dell’anima, che poi riemerge alla luce; il primo a dedicare una grotta a Mithra «creatore e padre di tutto», che per Porfirio rappresentava il cosmo, sarebbe stato lo stesso Zoroastro, che aveva scelto un luogo sulle montagne della Persia dove fioriscono i prati in primavera – l’archeologia conferma motivi riconducibili ai fiori e all’acqua nelle grotte-tempio del dio. Così anche in un’iscrizione del mitreo romano di santa Prisca:
fons concluse petris qui geminos aluisti nectare fratres
(sorgente, nascosta tra le rocce, tu che hai nutrito con il nettare i gemelli), e in altri luoghi più distanti dalla capitale dell’impero romano come a Poetovio e Aquincum lungo il Danubio, dove nelle dediche si fa cenno all’eterna primavera e alle acque che scorrono; in associazione con l’acqua, Tertulliano menziona il lavacrum Mithrae come vasca per abluzioni, al cui scopo i mitrei erano dotati di un sistema di fistulae (tubi) simile a quello utilizzato nelle terme di Ostia o di Caracalla a Roma. In questa simbologia ricorre la qualità del dio di far sgorgare una sorgente dalla roccia e, in conseguenza, di far nascere i fiori come fa il Mithra avestico nell’inno del V sec. aev. Nei mitrei non mancavano mai neanche le praesepiae, mangiatoie per il bestiame usate nelle stalle. Firmico Materno conferma che gli iniziati di Mithra trasmettono i loro riti in grotte o cave. .

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