martedì 28 aprile 2020

Trattenendo il respiro fra cielo e terra


di Silvia Ronchey
 Silvia Ronchey - Wikipedia
La ricerca di un pensiero globale, comprensivo dell'Oriente, entro la forma occidentale del «logos»
«Beati i poveri di spirito! E' loro infatti « il regno dei cieli» traduce Girolamo l'enigmatica frase di Matteo 5,3.  Ma come interpretare quel pauperes spirito?  Forse si tratta di «coloro che sono privi di spirito proprio»?  Saranno beati gli uomini impersonali? O si dovrà intendere «beati coloro che essendo bisognosi andranno allo spirito»: pauperes  spirito nel senso di «mendicanti allo spirito»?  Povero per la Cabala è il simile alla Shekinah o Gloria di Dio, che è "povera" perché non ha nulla di per sé, ma solo ciò che le viene dalle Sue . emanazioni.  Perciò povero può significare privo di qualità personali, interamente dipendente dalle emanazioni del Nulla, "vuoto": significato probabile anche grammaticalmente.
Molte altre esegesi di Matteo 5,3 sono elencate da Elémire Zolla nei Mistici dell'Occidente:  da Agostino a Maria  Maddalena de' Pazzi. Da Juan de la Cruz a Shakespeare a Coleridge, passando per la Cina taoista, il ciclo bretone, la Persia delle Mille e una notte.  Ma l'ultima delle interpretazioni è quella che colpisce dritto al cuore. «A considerare la teoria mistica della respirazione - scrive Zolla - s'intende pneuma anche in senso letterale: poveri di spirito, di fiato, sono coloro che per una gran risata o un profondo pianto, hanno espirato completamente e non hanno, immagazzinato fiato dentro di sé».  Così Zolla ricollegava il più oscuro dei moniti evangelici alla dottrina antichissima della respirazione diaframmatica, riemersa a Bisanzio nel tredicesimo e quattordicesimo secolo sotto il nome di esicasmo. E' una dottrina che, come un fiume carsico, scorre sotterranea e riemerge in epoche diverse nelle diverse zone del globo: in India e nel Tibet come nell'Alessandria di Filone, nelle steppe, mongole e nel sultanato turco di Iconio come nella Russia dei «pazzi in Dio» e del Pellegrino ottocentesco.  Se l'espirazione di Dio crea, e la sua inspirazione uccide; mentre l'uomo emette il fiato contaminato e trae dentro l'aria benefica, il punto di mediazione tra le opposte respirazioni celeste e umana è trattenere il respiro, come si fa negli esercizi yoga o nella preghiera perpetua degli esicasti.
Fu proprio alla scuola gnostica di Konya, nel Duecento di Rumi e del sincretismo tra mistica cristiana, esperienza sufi e sapienza ebraica, che nacque, secondo la recentissima teoria del bizantinista Antonio Rigo, l'esicasmo.  Sarebbe possibile definire Zolla un esicasta?  Fu tale per la maniera in cui morì, nella condizione che aveva descritto in anticipo nei Mistici, respingendo ogni cura e misurandosi per ore, interamente lucido, con le contrazioni del muscolo del cuore e col respiro che gli mancava.  Fu tale per il modo in cui visse, alla ricerca, sempre, di un'esychia della ragione.  Fu tale per il manifestarsi nel suo pensiero di una tradizione globale, comprensiva dell'Oriente, ma sviluppata nella più occidentale delle forme: la forma del logos, la logica.
«I principi logici erano alla base delle sue costruzioni e della struttura del suo scrivere.  Aveva una razionalità adamantina, su cui costruì il suo sistema, in contrapposizione allo spasmo dualistico ragione-irrazionalità proprio del pensiero occidentale dominante», ha detto Grazia Marchianò.  In questo senso, lo si potrebbe definire un occidentale filo-orientale, eventualmente.  Zolla aveva superato l'equivoco di una frattura Oriente-Occidente vista come contrapposizione tra ragione e irrazionalità. E' la logica che rende possibile a Zolla il suo esercizio più geniale: l'interpretazione. «Le esegesi sono un'idra per chi sia mosso da curiosità, ma unità per chi ne ha bisogno, cioè per il povero di spirito», ha scritto nei Mistici.  Il testo è tutta la varietà di letture possibili.  Non è in se stesso: le glosse lo vanificano.  Questo, finché non si abbia una lettura nuova, cioè «una coincidenza con un destino personale, che neghi la pluralità delle interpretazioni perché ne ammette una sola diretta, quella adeguata al momento in cui si vive».

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