lunedì 29 marzo 2010

L'ultimo grande Imperatore Romano




Un esempio per tutti e per sempre di sapienza e di devozione.
I cristiani pensavano di poter dimenticarne la memoria, ma dopo tutti gli sforzi profusi, l'impegno è stato vano.
Giuliano chiamato dispregiativamente l'apostata, credeva nell'anima e nell'immortalità, anzi ne ha fatto una causa di vità.
Sei sempre con tutti noi, in questo mondo e in tutti gli altri possibili.

La morte dell'imperatore Giuliano
L'imperatore Giuliano, profondamente filosofo e profondamente religioso, morì come Socrate discutendo con i suoi amici della immortalità dell'anima.



AMMIANI MARCELLINI HISTORIAE

EXCERPTA




Mentre venivano fatte queste cose, Giuliano, che giaceva sotto la tenda, disse a coloro che, avviliti e tristi, lo circondavano:
"Advenit, o socii, nunc abeundi tempus e vita impendio tempestivum, quam reposcenti naturae,

"Adesso giunge, o compagni, il tempo più adatto per allontanarsi dalla vita, che è reclamata dalla natura.
ut debitus bonae fidei redditurus, exulto,

Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede.
non (ut quidam opinantur) afflictus et maerens,

Non sono afflitto e addolorato (come alcuni pensano).
philosophorum sententia generali perductus, quantum corpore sit beatior animus,

Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi che l'anima sia più felice del corpo.
et contemplans, quotiens condicio melior a deteriore secernitur, laetandum esse potius quam dolendum;

E osservo che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore, occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi.
illud quoque advertens, quod etiam dii caelestes quibusdam piissimis mortem tamquam summum praemium persolverunt.

Noto anche che gli dei celesti donarono ad alcuni molto religiosi la morte come sommo premio.



Ma so bene che quel compito mi è stato affidato non per soccombere nelle ardue difficoltà, né per avvilirmi, né per umiliarmi.
expertus quod dolores omnes ut insultant ignavis, ita persistentibus cedunt.

Ho imparato a conoscere per esperienza che tutti i dolori colpiscono chi è senza energia, ma cedono di fronte a coloro che persistono.




Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto.
vel cum in umbram et angustias amendarer, vel post principatum susceptum, animum tamquam a cognatione caelitum defluentem, immaculatum (ut existimo) conservavi

Sia nel periodo in cui ero relegato in ombra e in povertà, sia dopo aver assunto il principato, ho conservato immacolata (o almeno così penso) la mia anima, che discende dagli dei celesti per parentela.
et civilia moderatius, regens, et examinatis rationibus, bella inferens et repellens,

Ho gestito con moderazione gli affari civili e, con motivate ragioni, ho fatto e allontanato la guerra.
tametsi prosperitas simul utilitasque consultorum non ubique concordent, quoniam coeptorum eventus superae sibi vindicant potestates.

Tuttavia il successo e l'utilità delle decisioni non sempre concordano, poiché gli dei superni rivendicano a sé i risultati delle azioni.



Reputo che scopo di un giusto impero siano il benessere e la sicurezza dei sudditi.
ad tranquilliora semper ut nostis propensior fui,

Fui sempre propenso, come sapete, alla pace.
licentiam omnem actibus mei exterminans, rerum corruptricem et morum,

Ho allontanato dalle mie azioni ogni arbitrio, corruttore degli atti e dei costumi.
gaudensque abeo, sciens quod ubicumque me velut imperiosa parens consideratis periculis obiecit res publica, steti fundatus, turbines calcare fortuitorum assuefactus.

Me ne vado felice, sapendo che ogniqualvolta la repubblica, come imperioso genitore, mi ha esposto a pericoli prestabiliti, sono rimasto fermo, abituato a dominare i turbini degli eventi fortuiti.

Non sarà vergognoso riconoscere che da lungo tempo ho appreso da una predizione profetica che sarei morto mediante un ferro.

Perciò venero il sempiterno nume, perché non muoio per clandestine insidie, o tra i dolori delle malattie, né subisco la fine dei condannati, ma in mezzo a splendide glorie, ho meritato una illustre dipartita dal mondo.
Aequo enim iudicio iuxta timidus est et ignavus, qui cum non oportet, mori desiderat, et qui refugiat cum sit opportunum.

E' giudicato pusillanime ed ignavo colui che desidera morire quando non è il momento opportuno e colui che tenta di sfuggire alla morte quando è il momento giusto.
XXV,3,20 Hactenus loqui, vigore virium labente sufficiet.

Il parlare è stato sufficiente, ora il vigore delle forze mi sta abbandonando.
Super imperatore vero creando, caute reticeo, ne per imprudentiam dignum prateream, aut nominatum quem habilem reor, anteposito forsitan alio, ad discrimen ultimum trudam.

Per quanto concerne la nomina del nuovo imperatore, ho deciso cautamente di non pronunciarmi. Non voglio omettere per imprudenza qualcuno degno. Né voglio sottoporre a pericolo di vita qualcuno che ritengo adatto ad essere nominato, qualora un altro gli venisse preferito.
Ut alumnus autem rei publicae frugi, opto bonum post me reperiri rectorem".

Ma come un bravo figlio della repubblica, desidero che si trovi dopo di me un buon imperatore."


...Essi tacquero, ed egli discusse approfonditamente con i filosofi Massimo e Prisco sulla sublimità delle anime. La ferita al fianco, dove era stato trafitto, si allargò. Il gonfiore delle vene gli impedì di respirare. Bevve dell'acqua gelida che aveva chiesto. In mezzo al terrore religioso della notte, venne sciolto senza difficoltà dalla vita. Aveva 32 anni.

Le molteplici vie per arrivare all'apice della Montagna Sacra



Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? – domandò Simmaco – Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande.
(Quinto Aurelio Simmaco, Relatio de ara Victoriae III,10)

Poche parole nella grandezza infinita






“…Non potrei desiderare di essere nata in un’ epoca migliore di questa, in cui si è perduto tutto…”

“…sono convinta che, da un lato la sventura, dall’altro la gioia come adesione totale e pura alla bellezza perfetta… siano le uniche chiavi mediante le quali si entra nel paese puro, respirabile, nel mondo della realtà…”

sabato 27 marzo 2010

L'IDEA DELLA BANALITA' DEL MALE DI GÜNTHER ANDERS RUBATA DALLA HANNAH ARENDT




Dall'opera del filosofo GÜNTHER ANDERS si ricavano le idee di fondo di quella che passerà come:"La banalità del male" attribuita ingiustamente a Hannah Arendt che fu sposata con Anders dal 1929 al 1936 e ne assorbì e traspose l'innovativo pensiero fandolo ingiustamente proprio.
La profondità e l'originalità del pensiero di Gunthe Anders è alla base del pensiero che inquadra il male come fatto transitorio che non riesce a radicare nelle menti umane. La guerra moderna rappresenta il momento esaltante di questo rifiorire della cattiveria gratuita e inutile.

In quanto “distruzione” la guerra ha cessato di essere un atto
strategico per trasformarsi in un processo puramente tecnico
che lo annulla in quanto guerra. Chi elimina le mosche con
l’insetticida, senza fare i conti con nessuna forma di
resistenza, non fa la guerra; si limita piuttosto a eseguire
un’operazione tecnica. Analogamente, quando faceva
“entrare” i prigionieri dei lager nelle camere a gas, Hitler
non faceva una “guerra” contro gli ebrei, gli zingari o altri
sottouomini, ma li annientava. E questo principio ha ora
trovato un prolungamento a Hiroshima e Nagasaki.
Neppure laggiù si doveva fare i conti con nessuna
resistenza. Nagasaki e i campi di sterminio sono crimini che
appartengono alla stessa categoria.
I campi di concentramento, gli stermini di massa, le
guerre mondiali e le bombe atomiche non sono una
“ricaduta nella barbarie”, ma il compimento non
represso di ciò che le conquiste moderne offrono
all’uomo nella scienza, nella tecnica e nell’esercizio
del potere.

venerdì 26 marzo 2010

Il pensiero poderoso che segnerà questi tempi



Il suo pensiero si mantiene in equilibrio fra antropologia e sociologia smascherando la truffa religiosa (sopratutto del cristianesimo moderno)e ciò che comporta il pensiero metafisico e spirituale.Simone Weil, la grande intellettuale del Novecento esempio impareggiabile della "nuova" spiritualità passata dagli attroci dolori delle guerre moderne .Comunista ed anticomunista, agnostica e mistica, figlia di un cristianesimo giustamente anarchico. Un'intellettuale passata volutamente dall'esperienza irrinunciabile dalla misera condizione operaia, pacifista e “battagliera” (combattè nel 1936 in Spagna contro i franchisti, ma se ne pentì), Simone Weil è “pietra d’inciampo” per le ideologie, i massimalismi contrapposti, riesce ad elevare la disastrata cultura postmoderna sapendo penetrare con grande forza profetica e profondità d’analisi i mali e le perversioni dei tempi moderni. Un pensiero ricco e fecondo che ancora oggi si rivela attualissimo , grazie ad una ricerca che passa e supera il maxismo e le religioni ordinarie. Segna la grandezza del mondo femminile come pensiero ed azione, un pensiero filosofico sostenuto da una grande amorevolezza. Ti bacio! dato che rappresenti l'immortale bellezza e l'innovativo magistero del fondamento femminile

Le religioni e la mente umana





Ho tratto dagli scritti di Nicoletta Antonello, le definizioni di mito e rito caposaldi del bisogno reigioso e dell'immersione nell'eternità


La studiosa premetteche che:<< Ben lungi dal voler entrare nel merito della dottrina cristiana e della sua evoluzione nel corso della storia del cristianesimo, desidero focalizzare all’interno del cristianesimo stesso alcuni concetti chiave nello studio comparato delle religioni quali mito, rito e simbolo.
Il mito è generalmente una narrazione di gesta compiute agli albori della storia, o meglio, nel “tempo senza tempo” che precede l’inizio della storia, dai cosiddetti “antenati mitici” (siano essi dèi o eroi civilizzatori), con la funzione di spiegare il perché della creazione o di un certo fenomeno all’interno di essa. Nei miti, a mettere in moto la cosmogonia molto spesso è un’uccisione creatrice, ossia il sacrificio di un grande animale (serpente, drago o mostro), di un gigante primordiale o di un dio che si auto-sacrifica scindendosi in più parti, originando la creazione attraverso il passaggio dall’uno al molteplice (dal caos indifferenziato alle forme chiare e distinte della coscienza).
Il rito è la ripetizione gestuale del mito, compiuta singolarmente o collettivamente fin dalle società più arcaiche, generalmente nell’ambito di appositi “spazi sacri” che a livello microcosmico riproducevano la struttura dell’intero universo, ad intervalli periodici regolari (es. l’alba, il capodanno, la primavera, ecc.) o in qualunque momento di crisi o di carestia in cui si avvertisse il bisogno di rigenerare il mondo mediante la messa in moto di una nuova creazione>>
Il rito è fondamentale non solo nelle religioni ma anche per "inquadrare l'individuo" creando un certo tipo di dipendenza, il sistema militare si avvicina moltissimo ai sistemi di inquadramento religioso monastici, l'individuo appartiene ad una comunità che a sua volta diviene un organismo transpersonale.

L'alta espressione della filosofia salvifica del novecento


Simone Weil. le grandi menti sono sempre perseguitate in ogni tempo e in ogni luogo, sopratutto dalle religioni ufficiali e dal potere che deve mantenersi!

Il rito non mi appartiene e mi spaventa.
Tutto ciò che lugubramente si ripercorre ogni giorno, nello stesso lavoro, nella stessa casa. Non vi spaventa?

Anche essere fuori da ogni rito è spaventevole nello stesso identico modo.

Esiste un luogo della mediazione, sempre imprevedibile, diverso e comunque uguale nell'espressione dell'esistenza? mah...