giovedì 19 settembre 2019

Il messaggero o angelo degli Dei olimpi

" [Hermes] è par excellence il potere archetipico dell'acausalità e della sincronicità. Impariamo a guadagnare e a perdere, perchè questa è la via di Hermes ed era ciò che sperimentavano gli iniziati di Eleusi. Sono Hermes e la coscienza ermetica che possono aiutare Persefone a ritornare nel mondo dei vivi. Questo tipo di coscienza [una coscienza ermetica] è radicata nella consapevolezza del corpo e della materia : è la coscienza che deriva dall'inconscio somatico, i cui processi, come quello che corrisponde a Demetra, venivano ripercorsi dagli iniziati eleusini ".
Nathan Schwartz-Salant

Pratiche romane affini con la meditazione, ovvero uno dei tanti punti in comune fra Oriente e Occidente

"Otium è lo spazio della nostra vita che noi dobbiamo riservare alla coltivazione dello spirito."
Sandro Consolato

L'acropoli di Verona l'attuale poggio di Castel San Pietro


Il complesso del Colle di San Pietro fu costruito sotto Augusto Imperatore era similare ai sacrari Italici come Palestrina, Ercole Vincitore di Tivoli, Pitrabbondnate ecc, lo stesso altare della Patria fu costruito su quella idea greco romana. Certo il tempo scorre, ma non sappiamo ancora se la Caserma austriaca costruita sopra la chiesa che a sua volta era stata costruita sul tempio, sia un contenitore o un contenuto, non si sono mai fatti scavi adeguati in tutta l'area, il luogo è disseminato di reperti di ogni genere: i francesi hanno solo minato e distrutto le strutture prima di darre il colle agli austriaci in occasione del trattato di Lunelville. Il complesso è stato svenduto o barattato dalla giunta Zanotto e ancora oggi tutto è in altomare nel mezzo è capitato anche un incendio (doloso colposo?). Il colle di San Pietro è il cuore della città e tale deve rimanere e la proprietà doveva rimanere al comune!......Nel contesto il Santuario dell Madonna di Lourdes rimane un obbrobrio che rovina il paesaggio, disturbando anche l'acropoli alterando uno dei luoghi più belli non di Verona, ma al mondo!

Verona: la trascendenza si impone oltre all'immane bellezza


 Risultati immagini per Verona e il sole al solstizio
Essere in Via Pellicciai a Verona o al Piloton sopra Montorio, come in corso Palladio a Vicenza ad aspettare il sole che nasca il giorno del solstizio si rivive la stessa emozione che si può provare a Stonehenge o dentro le gallerie delle grandi piramidi d’Egitto all’alba del giorno più lungo, come a Kainua (Marzabotto), l’antica città fondata dagli etruschi. Si rivive l’antico mistero della magia della notte più lunga, dove secondo le grandi tradizioni mediterranee il cielo apre le sue porte e si mette in comunicazione con la terra, gli eroi scendono e gli uomini possono salire, tutto nella “notte di mezza estate” portata in scena dal grande William Shakespeare.

Verona e Vicenza sono due città ri-fondate entrambe dai romani che hanno mantenuto ancora oggi il sistema ortogonale imposto dall’urbanistica romana, costituto dal cardo e dal decumano, entrambe inoltre, mantengono il medesimo angolo rispetto al nord geografico del reticolo dove il cardo è orientato sul solstizio d’estate.
A Verona la notte più lunga si viveva coralmente, con una grande festa notturna, nel quartiere di San Giovanni in Valle, dove con canti, balli, cibi e libagioni si attendeva la nascita del sole raccoglieva la rugiada o le erbe medicinali nel loro massimo turgore, si facevano abluzioni terapeutiche alla Fontana del Fero, luogo legato alla divinità ctonia Feronia preposta alla salvaguardia degli schiavi ed invocata, da questi, per l’affrancamento affinché potessero diventare uomini liberi.

martedì 17 settembre 2019

La dea Pale

Pale, una divinità arcaica, il cui culto era diffuso in tutta Italia, lungo gli Appennini. Per i Romani era Pales, presso i popoli sanniti e osco-umbri, era conosciuta con il nome di Perna, Penna, Pelina . Presso i Liguri, secondo alcuni storici romani come Catone, si tratterebbe di una misteriosa divinità femminile, la Dea Pennina, associata al Dio Penn. Con la romanizzazione Pelino e Pennino finirono per diventare appellativi di Giove. Il culto della Dea Pelina e di Giove Pelino, viene, nell'era cristiana, trasformato nel culto di San Pelino che è presente nella Marsica Abruzzese, ma conserva anche delle affinità con il culto di Sant’Antonio. .. A Nola in località pozzo Ceravolo si dice ci fosse un Tempio a Pale. Letteralmente "penn" significa "cima", "sommità". Pale, potrebbe essere una variante meridionalizzata di Bale, quindi di Baleno/Beleno, o nella sua versione femminile, Belena, antica divinità celtica, di cui assume parecchie caratteristiche. La Dea Pale, venne più volte identificata con Minerva, Bona Dea e Dea Dia, fu chiamata anche Pale montana, Pale pastoria, Berenice Cibale Dea e Magna Pale, come manifestazione della Dea Opi. Era la Dea dei confini, di tutto ciò che era manifesto, protettrice della pastorizia, dei pastori, dei pascoli ed in genere di tutta la Natura, colei che tutela l’equilibrio tra il selvatico e il coltivato. Dea legata profondamente alla terra e al fuoco. Molti l’associano anche alla morte, come rinnovamento e alla guerra. Veniva invocata per la purificazione, la protezione, il parto e la guarigione di greggi e esseri umani, probabilmente aveva anche una funzione di protezione dal pericolo degli incendi montani e degli animali selvatici.
Pale è identificata con le BALdorie pastorali. Deriva dall'illirico paliti (bruciare). PALia, o meglio paglia, è ciò che brucia. Nelle Feste a Pale si usava infatti bruciare la paglia e stoppie. Palilia sono le feste in onore di Pale. A Pale è legato anche il termine PAllido, che potrebbe associarla alla Luna, come Dea Bianca, al candore delle rocce e alla morte, come rinascita. Ma soprattutto Pale è il BALzo , la roccia che affiora dalla montagna e che da lontano sembra un “palazzo”. La parola PALazzo deriva appunto da Pale e anche il colle Palatino, era così chiamato in onore della Dea Pale. Per gli antichi la roccia affiorante era la manifestazione della divinità. Anche il termine Palo, Paletto deriva da Pele, non a caso era anche una divinità dei confini, delimitati appunto da pali di legno. Palese, deriva da Pale (manifesto). PALilicium è anche il nome antico della stella più brillante della costellazione del Toro (Aldebaran)che sorge il 21 aprile, festa natale di Roma e di Pale.
Pale era celebrata il 21 aprile, durante una festa di purificazione delle greggi, i Palilia, durante le quali si accendevano mucchi di paglia disposti in file e vi si conducevano attraverso i capi di bestiame, seguiti dai pastori stessi, che procedevano saltando. e Feste a Pale erano l’occasione per ripulire le stalle e le pecore . Il pastore spruzzava d'acqua il gregge, scopava l'ovile e lo ornava di fronde. Poi si andava al tempio di Vesta e ci si procurava il suffimen, il composto organico, quindi lo si bruciava su un fuoco acceso appositamente per quel rito; si saltava tre volte questo fuoco e ci si aspergeva d'acqua mediante un ramoscello d'alloro. Il salto sul fuoco e l'aspersione d'acqua costituivano un rito chiamato suffitio che si compiva anche per purificarsi dopo esser stati ad un funerale, come ci informa Festo. Sempre con acqua e fuoco si purificava a sera il gregge e l'ovile. Si lavava e si spazzava nuovamente il pavimento. Si ornavano le pareti con fronde e la porta con festone di fiori. Si bruciava zolfo su un fuoco di legna resinosa, rami di ginepro e foglie d'alloro. Si offrivano a Pales focacce di miglio in un paniere di miglio, latte e cibi esclusivamente vegetali.
Le offerte alla Dea venivano distribuite tra i presenti che le consumavano ritualmente. Si pregava Pale, assimilata o associata a Silvano, con una preghiera che veniva ripetuta quattro volte, guardando verso l'oriente.
"Benedici la mandria e perdona se a volte siamo entrati nei boschetti a te consacrati e, ignorando il tuo nome, abbiamo tolto foglie al ramo per una pecora malata; perdona se le bestie intorbidarono involontariamente l'acqua chiara della tua fonte ".
Nella preghiera si chiedeva perdono a Pale per un'infrazione del pastore o del suo gregge e se ne chiedeva l'intervento per placare le divinità. L'officiante infine beveva da una ciotola latte mescolato a mosto cotto e faceva un salto sul fuoco. Quindi si offrivano latte, miglio e pizze di miglio a Pale

lunedì 16 settembre 2019

Le Tanagrine spesso con il cappello conico

Le“Signore di Tanagra”.
Sulla carta geografica della Grecia, questa cittadina di ventimila abitanti ha portato per anni il nome di Grimada, prima che un fortunoso evento le facesse riassumere l’antico nome di Tanagra. Si sapeva infatti dalla storia ufficiale che qui, nel 457 a.C., per una delle tante lotte tra leghe, Ateniesi e Spartani se le diedero di santa ragione, senza che lo scontro producesse un che di risolutivo per una delle due parti. Il solo risultato fu un altro nodo della tela avvelenata che le città greche andavano tessendo con ottusa, arrogante stupidità, e che doveva portare l’Ellade tutta alla finale sottomissione a Roma.
Dopo il clangore della battaglia, l’oblio dei secoli. Intanto gli umani, inguaribili paguri, sulle rovine riedificarono, nel tempo, il nuovo abitato. E come avviene per le sovrapposizioni di civiltà, le nuove tendono a cancellare le precedenti. A testimoniare l’esistenza dell’antica città della Beozia, i resti del tempio di Artemide in Aulide, le proporzioni dei cui resti ne attestano la maestosità, e il corso del fiume Asopo, che scorre da sempre lambendo l’abitato e che ha molto contribuito al benessere e alla gloria di Tanagra. Gloria che sembrava essere andata perduta col passare dei secoli..
Fu un colpo di badile che, secoli dopo, un contadino piantò nel terreno del suo campo nei pressi del fiume. E cosí, come era avvenuto per Pompei, per la Cappadocia, per la Domus Aurea e per altri famosi siti archeologioci nel mondo, dove l’oblio era stato sconfitto dall’evento casuale, il contadino ignaro portò alla luce una statuina di appena venti centimetri. La ripulí, e si ritrovò tra le rozze mani incallite la bellezza che un ignoto, anonimo coroplasta di millenni prima, aveva saputo ricavare con mani sapienti, con venerazione e stupore, dalla materia primigenia, l’argilla. Era la forma archetipica dell’eterno femminino, la Mater nutrice, feconda e provvida.
Nasceva, quel giorno del 1870, il mito delle “Signore di Tanagra”. Vennero estratte, dal buio di tombe e dimore, figure di fanciulle in fiore, le kore, di bambini e donne, per lo piú giovani, avvolte in pepli, gli himathion, che dal copricapo a foggia di disco scendevano fino ai piedi in eleganti, sinuosi, drappeggi. Una di queste figure, detta “ La Dama in blu”, che oltre al cappellino regge un delizioso ventaglio, ha fornito il modello di donna ‘emancipata’ eppure di estrema, raffinata femminilità, a tutti gli artisti, soprattutto francesi che ne avevano imitato ‘l’allure’, sensuale ma di classe, da cui la nascente Belle Époque doveva ricavare i suoi moti espressivi.
Ma le figurine d’argilla di Tanagra ci danno un altro messaggio, piú confortante: mentre Fidia con il prezioso marmo pario scolpiva l’Athena Parthenos e le squisite ancelle dell’Erechtheion ad Atene, un anonimo “argillaro” della Beozia plasmava con acqua e terra il modello supremo della femminilità, della maternità che nutre e protegge, della bellezza che ispira e consola…..

sabato 14 settembre 2019

Ercole agirino


Diodoro Siculo parla del culto di Ercole ad Agira come di cosa molto antica.
Il mito narra del passaggio dell'Eroe in città dopo aver rubato i buoi di Gerione, quivi per la prima volta riceve onori divini.
Ancora a cavallo tra '800 e '900, lo stemma di Agira raffigurava Ercole che abbatte l'Idra.
Tutti i popoli antichi avevano un Ercole come modello eroico, figlio di Giove e Alcmena, autore delle favolose fatiche.
Chiamato Eracle dai Greci dal momento in cui diviene servitore di Era, dea della luna e quindi indice della componente femminile del microcosmo.
Egli è pertanto servitore dell'anima e svolge le sue imprese per purificarla, e diviene eroe perché lotta per amor divino.

(Foto: Fontana di Ercole con 12 pannelli in bassorilievo raffiguranti le Fatiche, Agira, piazza F. Fedele)