venerdì 20 novembre 2015

Un grano senza pecche

LA VARIETA' DI GRANO "SENATORE CAPPELLI"

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Per decenni è stata la varietà di frumento più diffusa, soprattutto nel Meridione (Basilicata e Puglia), definita anche "Razza Eletta" negli anni 30/40, nonostante la bassa resa ma l'altissima qualità, vincendo sull'importazione di grano da Stati Uniti e Russia.
Ma proprio la bassa resa è la causa della sua scomparsa a partire dagli anni '70, quando venne sostituito con altre sementi più produttive, sottoposte a modificazioni genetiche come il Creso, che ad oggi rappresenta il 90% della coltivazione mondiale.
Fortunatamente negli ultimi anni è stato riscoperto come varietà mai contaminata da mutagenesi, e viene coltivato in poche zone privilegiate d'Italia, in virtù delle eccellenti qualità organolettiche e caratteristiche nutrizionali...

domenica 15 novembre 2015

Gli attentati a Parigi e gli affari con l'Arabia Saudita

Le ragioni dietro gli affari tra Francia e Arabia Saudita

Bernard Guetta
Il commercio estero francese aveva proprio bisogno di questa pioggia di contratti. In una sola giornata di visita del primo ministro in Arabia Saudita, martedì, la Francia ha stipulato accordi per dieci miliardi di euro tra ordini civili e militari, a cui si aggiungono i contratti precedenti.
Questa intesa economica segue la vendita all’Egitto di aerei e navi da combattimento la cui fattura sarà regolata dai sauditi. Non solo l’industria francese si installa come mai prima d’ora in Arabia Saudita, ma la Francia diventa un partner privilegiato dei grandi paesi sunniti in Medio Oriente che, grazie ai giacimenti petroliferi del Golfo, sono evidentemente ottimi clienti.
Scegliendo la Francia, i sauditi e i paesi sunniti esprimono il loro disappunto nei confronti degli Stati Uniti
Prima di tutto questo risultato è dovuto alle capacità dell’industria francese, perché se non fosse in grado di onorare i contratti la Francia non sarebbe stata scelta. Questa è una risposta chiara a tutti i profeti del declino che non smettono di annunciare la fine della Francia.
Ma il successo, come sempre, ha anche ragioni politiche. Scegliendo la Francia, i sauditi e i paesi sunniti in generale vogliono esprimere il loro disappunto nei confronti degli Stati Uniti, a cui rimproverano di aver scatenato il caos in Medio Oriente con la loro avventura irachena, di aver offerto l’Iraq all’Iran sciita consegnando il potere alla maggioranza sciita del paese, di essersi astenuti dall’intervento in Siria contro Bashar al Assad, il grande alleato degli iraniani, e di avere, in poche parole, contribuito all’ascesa della potenza iraniana, rivale regionale dei sunniti e capofila degli sciiti.
I sunniti si sentono traditi dagli Stati Uniti, mentre apprezzano il fatto che la Francia abbia cercato in tutti i modi di impedire l’intervento americano in Iraq, che Parigi non intenda accettare la permanenza al potere di Assad e che i francesi siano stati i più esigenti in occasione dei negoziati sul compromesso sul nucleare iraniano.
Da Jacques Chirac e François Hollande passando per Nicolas Sarkozy esiste una continuità nella diplomazia francese di cui la Francia sta raccogliendo i frutti, politici e commerciali. Non ci sarebbe niente di male se non fosse che in questo modo la Francia diventa il grande alleato dell’Arabia Saudita, monarchia assoluta che pratica un islam profondamente oscurantista. Per la patria dei diritti umani non è esattamente un vanto. Il problema è che la scelta in Medio Oriente non è tra democrazia e dittatura, ma tra diverse dittature.
Spinta da motivazioni politiche, la Francia si ritrova al fianco dei sunniti contro gli sciiti, e questo pone un secondo problema, perché non è detto che l’Arabia Saudita uscirà vincitrice da questa guerra di religione. La risposta, forse, l’avremo solo tra quindici o trent’anni.
(Traduzione di Andrea Sparacino)

sabato 14 novembre 2015

LA CONCEZIONE GIUDAICO-CRISTIANA DEL "DIO" E LA VISIONE OLISTICA


"Madre, cosa posseggo io
Che possa chiamare mio?
Il mio corpo sei tu.
La mia mente sei tu.
La mia anima sei tu.
Perché dunque ti prendi gioco di me
Illudendomi che siamo separati?"
(Saul Arpino)



La frattura fra pensiero occidentale ed orientale, in merito al concetto di Dio, è avvenuta sostanzialmente con l'accettazione da parte dell'occidente della concezione giudaica di un dio creatore, fatta propria dalla religione cristiana. Fino a quel momento, diciamo fino al famoso editto di Costantino, la realtà degli dei era quella di “forze naturali” che fungevano da compensatori. Mentre per la cosiddetta “creazione” si sottintendeva la presenza di una matrice unica che veniva indicata come “natura” (“natura naturans” e “natura naturata”) e corrispondeva alla figura di “Grande Madre” della civiltà neolitica. 

Il giudaismo in verità non soltanto identificava in un dio padre il creatore ma sovvertiva anche totalmente gli antichi valori “naturalistici”, ed il cristianesimo come pure l'islamismo proseguirono caparbiamente in quel filone. A dire il vero la prima spallata alla concezione “naturalistica” della divinità fu data dalle prime popolazioni ariane che invasero buona parte del mondo antico e ciò avvenne circa diecimila anni fa, alla fine del neolitico, in tempi di molto anteriori alla nascita del credo monoteista come oggi noi lo conosciamo. 

Tuttavia ancora cinquemila anni fa nella cultura vedica, come in quella sumerica, iraniana, greca, romana, celtica, ecc., insomma in tutte le culture di origine indo-europea, pur avendo assunto forme miste (maschili e femminili) gli dei erano considerati espressioni della natura e potevano essere ingraziati attraverso sacrifici, al fine di ottenerne favori. Vigeva insomma una sorta di interscambio “do ut des” fra gli dei e l'uomo (inteso come essere umano nella sua totalità). 

Nell'ebraismo invece il rapporto era preferenziale fra un ipotetico dio creatore e signore ed il suo popolo prescelto. Ed in verità non si comprende come le menti raffinate dell'Europa antica e del vicino oriente siano state soggiogate da un pensiero esclusivo e misogino che definirei persino razzista. E' vero che la figura del Cristo si pone come salvatore di tutte le genti ma ciò avviene senza negare il bagaglio  religioso giudaico, quindi i cristiani ed i musulmani in un certo senso si son tutti convertiti all'ebraismo, pur non potendo in realtà esserlo (poiché ebrei si nasce e non si diventa). 

A mano a mano che le popolazioni europee si convertivano al concetto di un dio padre creatore si allontanavano sempre più dal pensiero orientale che continuava nella peggiore delle ipotesi a considerare la divinità come una energia compensativa. Il nome Ishwara, che sta per Signore in sanscrito, rappresenta la “forza del destino” ovvero la capacità di amministrare la legge di causa ed effetto, con relativa retribuzione karmica. Ma anche questa descrizione di dio era (ed è) in realtà una “favola” per accontentare il popolo che sentiva il bisogno di sentirsi riconosciuto nei suoi sforzi di compiere un cosiddetto “bene” sociale. Prova ne sia che in India come in Cina, ed in altri luoghi dell'oriente, perdurarono per millenni ed ancora perdurano pensieri laici come il Taoismo, il Buddismo, l'Advaita, etc. 

Pensatori come Shankaracharya, Lao Tze e Buddha sono tutt'oggi considerati all'apice della spiritualità e dell'intelligenza umana. Ed il loro pensiero, antico di millenni, è ancora fresco e giovane ed oggi è corroborato dalla moderna fisica quantistica. 

L'Assoluto esiste di per se stesso senza inizio né fine, in un unicum inscindibile, che tutto compenetra ed allo stesso tempo trascende. Se un dio appare è solo una immagine in questo “pieno/vuoto” del senza forma.

Il tentativo di far rivivere in occidente questa “conoscenza” ancestrale e preesistente a qualsiasi religione viene assunto nel tempo presente dalla cosiddetta “spiritualità laica”. Una spiritualità che si libera dalla gabbia religiosa per riscoprire la sua vera sostanza: coscienza ed intelligenza all'interno e materia e vita all'esterno. Due aspetti inscindibili della stessa manifestazione. Ma -come è chiaramente detto nelle tradizioni non-duali, taoiste e buddiste- questa conoscenza non può essere appresa attraverso lo studio, attraverso libri sacri. 

Non esistono vangeli. Esiste solo la consapevolezza e questa stessa consapevolezza è il proprio laboratorio di ricerca e di realizzazione.

In un'antica Upanishad è detto: “Dal Tutto sorge il Tutto. Se dal Tutto evinci il Tutto, sempre il Tutto rimane”. E consideriamo attentamente dove noi siamo, in qualsiasi luogo o forma, in qualsiasi tempo, non possiamo fare a meno di essere il “centro” poiché nell'infinito e nell'eterno non esiste “periferia” e separazione. Il sentimento di costante presenza indivisa, la coscienza dell’inscindibilità della vita, riconoscibile in ogni suo aspetto e componente, partendo dal “soggetto” percepente, insomma   la conoscenza "suprema", significa essere consapevoli che tutto quel che “è” lo è in quanto tale. Perché l’esistente è uno, non può esserci “altro”…

Questo sentire non implica un abbandono dell'agire e del retto comportamento nelle condizioni in cui ci si trova nell'esistenza, al contrario implica una assoluta accuratezza e capacità operativa, non macchiata dal senso di ricompensa.... (come avviene nelle cosiddette religioni monoteiste). Insomma per essere veramente liberi dai preconcetti e vivere in unità con l'esistente dobbiamo compiere il primo passo verso noi stessi, aldilà del contesto sociale e della ideologia, concentrando la nostra attenzione sulle cose che possono essere fatte, per noi stessi e da noi stessi, nell'immediato presente.

Per cominciare riponiamo fiducia nelle nostre personali capacità innate di riconoscerci nella grande espressione dell'esistenza. Questo non significa abbandono della comunità, anzi una tale consapevolezza corrisponde alla riscoperta dei valori della comunità, valori basati sulla propria autoresponsabilizzazione nei confronti di noi stessi -in primis- e successivamente verso i nostri consimili (i viventi nel loro insieme). Questo non può essere un atteggiamento sentimentale, bensì operativo, organico, definitivo e totale. Comprendente i vari piani dell'andamento vitale senza esclusione di modi e senza eccessi.

Qui parlo anche di “generosità umana” come la definiscono in Cina i taoisti, una generosità che non è semplice “benevolenza” (o nonviolenza) bensì la confacente espressione della propria natura umana, ivi compresa la capacità (o coraggio) di manifestare opposizione alla prevaricazione ed alla strumentalizzazione religiosa o politica. In quanto la “sostanza” non può essere “descrizione” e la summa teoretica non può superare la pratica.

PAOLO D'ARPINI

Paracelso

Il 14 novembre del 1493 nasceva ad Einsiedeln (vicino a Zurigo) il grande PARACELSO, medico e alchimista. Ma anche riformatore sociale.
"Che cosa è tutto questo rumore che si fa sugli scritti di Lutero e di Zuinglio, come in un vano baccanale; se dovessi cominciare a scrivere, manderei a scuola ed essi, ed il Papa".

La differenza fra castagne e marroni ?

La differenza fra castagne e marroni ?                                                                                                              Quelli in alto sono i marroni e sotto le castagne.....

Lasciate stare la comune credenza che i marroni siano "grossi" e le castagne "piccole".
Non è così.
Sono due varietà ben distinte: come le mele rosse o gialle.
La cosa cha balza all'occhio è la forma: nella foto, sopra vedete due marroni già pelati, con la caratteristica forma lunga.
Sotto le castagne più rotondeggianti.

Gli alberi delle varietà di Marrone sono astaminee, cioè prive dei fiori maschili e necessitano quindi della presenza di impollinatori.
Hanno una polpa più fine delle castagne ed una percentuale di zuccheri mediamente superiore del 15-20%.
I frutti hanno una pellicola (episperma) che non penetra nell’interno della polpa e che si stacca con facilità nelle operazioni di pelatura.
I marroni in Italia si trovano sopratutto in questi areali:
zona di Susa, nella prov. di Torino
Chiusa Pesio, nella prov. di Cuneo
l'Appennino Tosco-Romagnolo, nelle prov di Firenze, Bologna e Ravenna 
zona di Vallerano-Canepina, prov. di Viterbo

Le castagne hanno numerosissime varietà diffuse in tutta la penisola. I frutti sono di pezzatura diversa (da 45 a 210 frutti in 1 Kg) e sono caratterizzati da una pellicola interna che penetra in profondità nell’interno della polpa, in qualche caso fino a dividerla (frutti settati).
Hanno polpa più grossolana e buccia più spessa; sono usualmente di colore marrone scuro, ma esistono alcune varietà che presentano la colorazione "rossa" più tipica del marrone.

Le varietà più diffuse sono:
Piemonte
· Castagna della Madonna di Canale d’Alba (a maturazione precoce) 
· Bracalla (a frutto di grosse dimensioni) 
· Garrone rosso (pregiata per il sapore della polpa e la pezzatura) 
· Garrone Nero (da poco raccolte in un IGP castagna di Cuneo)
Toscana
· Pistoiese 
· Reggiolana 
· Ciecio, 
Campania
· Primitiva di Roccamonfina
· Riccia
· Lucente
· Castagna di Montella (speciale per la produzione di castagne secche, è una IGP)
· Montemarano 
· Serino
· Virdola, 
Calabria
· N’zerta (di ottimo sapore) 
· Riggiola (di ottimo sapore) 
· Gabbiana (idonea alla trasformazione in castagne secche) 

Però non è sbagliato considerare che ogni vallata alpina o appenninica, proprio per il secolare isolamento, abbia la propria varietà di castagne o marroni.
E, ovviamente, per gli abitanti, ognuna è la migliore di tutte !

venerdì 13 novembre 2015

Montecassino l''abate di Ieri uomo pieno di coraggio e in odor di santità, quello di oggi: un degenerato

L'abate di Ieri, Gregorio Diamante  uomo pieno di coraggio e in odor di santità, quello di oggi: Pietro Vittorelli, un degenerato

L'abate vescovo Gregorio Diamare, lascia il comando tedesco alla volta di Roma l'indomani della distruzione dell'abazia, nel febbraio 1944. A tenere aperta la portiera dell'autovettura il generale Frido von Senger und Etterlin, a sua volta terziario benedettino.




Il bombardiere che portava il numero 666 apri i bombardamenti il 15 febbraio 1944 alle ore 9 e 24 del mattino, l’abbazia di Montecassino è scossa da una tremenda esplosione, che interrompe la preghiera del piccolo gruppo di monaci benedettini nel cenobio e recitano «et pro nobis Christum exora». Tra di loro c’è l’abate ottantenne dom Gregorio Diamare e il suo segretario dom Martino Matronola, che in seguito pubblicherà un diario, indispensabile per ricostruire quei drammatici giorni. Si salveranno tutti i 12 frati che si rifugeranno nella cripta. Una valanga di bombe sui frati e sulle centinaia di profughi presenti nel monastero che si erano diretti al convento convinti di essere in un luogo protetto.
Si è appena abbattuto il grappolo di bombe da 250 kg l’una sganciato dal bombardiere strategico numero 666, pilotato dal maggiore Bradford Evans, il quale, con un numero di codice così inquietante, guida la prima delle quattro formazioni di B-17, le fortezze volanti statunitensi, che hanno ricevuto l’ordine di distruggere il millenario monastero arroccato sul colle. Alle fortezze volanti seguono altre quattro ondate di bombardieri medi.
Alle 13 e 33 è tutto finito, i monaci sono tutti salvi, ma diverse centinaia (qualcuno prospetta più di mille persone inermi) di profughi sono morti sotto le bombe, e sarà difficile, anche dopo la guerra, riesumarne i corpi e dare un nome alle lapidi. Diamare uscito da quell’inferno con i suoi frati rifiuterà di essere accompagnato in Vaticano dai soldati americani preferendo l’aiuto dei soldati e dei mezzi tedeschi.

La Damnatio Memoriae


La Damnatio Memoriae. Letteralmente condanna della memoria, la “Damnatio Memoriae” nel diritto latino consisteva nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione totale di qualsiasi traccia potesse tramandarla ai posteri.
Era una pena particolarmente dura, riservata a coloro che venivano considerati ostili o nemici agli interessi di Roma.
La Damnatio Memoriae, cancellava ogni traccia dell’esistenza di queste persone, salvaguardando in tal modo l’onore della città, la pena risultava ancora più aspra se si pensa quanto valore attribuiva la società dell’epoca all’orgoglio di essere cittadino romano. La scarsità di fonti storiche, specialmente in epoca più antica, favoriva in molte occasioni l’efficacia di questa punizione.
A Roma questa pena veniva generalmente decisa e applicata dal Senato, e faceva parte di quelle sanzioni che potevano essere attribuite a personalità di spicco dell’Urbe. In primo luogo la Damnatio Memoriae prevedeva la “abolitio nominis”, ovvero la cancellazione del “praenomen” da tutte le iscrizioni, la distruzione di tutte le sue raffigurazioni, come pitture o statue, e il divieto di tramandare il suo “praenomen” in seno alla propria famiglia di appartenenza.
In alcune circostanze, dopo che il Senato approvava la sanzione, veniva eseguita la “rescissio actorum”, la rescissione degli atti, che consisteva nella completa distruzione di tutte le opere realizzate dal condannato nell’esercizio della propria carica, in quanto ritenuto un pessimo cittadino. Se tale sanzione veniva applicata qual’ora il condannato fosse ancora in vita, essa rappresentava una vera e propria morte civile.
In età imperiale, tale punizione subì una degenerazione lenta ma inesorabile, che andò a colpire anche dopo la loro morte persino la memoria degli imperatori spodestati o uccisi. In questo caso la cancellazione delle effigi indesiderate poteva avvenire anche sulle monete già coniate e già in circolazione.
Vediamo ora alcuni tra i più illustri personaggi che nella storia di Roma subirono la “Damnatio Memoriae”.
Tra gli imperatori, rigorosamente non in ordine cronologico, vale la pena ricordare Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano, vi furono poi altri uomini e donne di spicco che subirono tale pena, come il braccio destro dell’imperatore Tiberio, Seiano, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far si che se ne perdesse ogni traccia.
La pena si protrasse anche in epoca medievale, particolare è il caso di Papa Formoso (816 circa – Roma, 4 aprile 896). Egli di fatto subì un processo post mortem, conosciuto come il Sinodo del Cadavere, con l’accusa di sacrilegio e abuso di potere, il suo cadavere fu riesumato, vestito con abiti pontifici e posizionato sul trono della sala del concilio, dove il suo successore (anche se il vero successore di Papa Formoso fu Papa Bonifacio che guidò la chiesa per soli 15 giorni), Papa Stefano VI l’avrebbe processato. A rispondere alle domande poste venne nominato un diacono. Al termine di questa farsa, il defunto Papa venne riconosciuto colpevole, e dopo il taglio delle tre dita usate per impartire le benedizioni venne trascinato e gettato nelle acque del Tevere. Scritto il luglio 10, 2015 by romaeredidiunimpero.-http://romaeredidiunimpero.altervista.org/