venerdì 21 novembre 2014

La morte, di Sant'Agostino d'Ippona

Da questa poesia traspare un uomo di grande profondità e coraggio, forse fatto santo suo malgrado. Da queste parole si comprende appieno il suo motto:

-AMA E FAI CIO CHE VUOI!-

                                             

LA MORTE NON È NIENTE


La morte non è niente. 
Sono solamente passato dall'altra parte: 
è come fossi nascosto nella stanza accanto. 
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. 
Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora. 
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; 
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. 
Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste. 
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, 
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano 
quando eravamo insieme. 
Prega, sorridi, pensami! 
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: 
pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza. 
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: 
è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza. 
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? 
Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo. 
Rassicurati, va tutto bene. 
Ritroverai il mio cuore, 
ne ritroverai la tenerezza purificata. 
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: 
il tuo sorriso è la mia pace. 
                                    -Sant'Agostino-
RASSERENA L'UMANITA' INTERA

La demenzialità dello stato attraverso politica e organi tecnici coinvolti nella strage dell'eternit durata quasi un secolo




Perché lo Stato Italiano è intervenuto sulla lavorazione e la vendita di prodotti a base di Amianto solo alla fine del novecento.
La produzione e lavorazione dell'amianto è fuori legge in Italia dal 1992, ma non la vendita. La legge n. 257 del 1992, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all'estrazione e la lavorazione dell'asbesto, è stata la prima ad occuparsi anche dei lavoratori esposti all'amianto. All'art. 13 essa ha introdotto diversi benefici consistenti sostanzialmente in una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici dei periodi lavorativi comportanti un'esposizione al minerale nocivo. In particolare, tale beneficio è stato previsto: per i lavoratori di cave e miniere di amianto, a prescindere dalla durata dell'esposizione (comma 6); per i lavoratori che abbiano contratto una malattia professionale asbesto-correlata in riferimento al periodo di comprovata esposizione (comma 7); per tutti i lavoratori che siano stati esposti per un periodo superiore ai 10 anni (comma 8).
In questi ultimi giorni è tutto un fiorire di articoli e indignazione.
Questo STATO che dovrebbe avere cura della salute dei suoi cittadini è intervenuto con un ritardo di 90 anni. Già dai primi anni del novecento era nota l'azione patologica-cancerogena delle fibre di amianto.
Perché allora si è aspettato tutto questo tempo? quanti e quali interessi c'erano sotto. Non possiamo dare la colpa di questa strage solo all'industriale svizzero, coinvolto c'è anche uno stato con i suoi apparati, con i funzionari, con la medicina preventiva. Se il reato di strage non può andare in prescrizione bisogna processare anche tutti coloro che hanno acconsentito questa strage. 

giovedì 20 novembre 2014

Morire ad occhi aperti

Hillman  ha ritrovato l'anima nella psicologia, e psiche significa proprio anima e non mente!
Colui che cerca nella morte imminente lo spunto per vivere con la massima consapevolezza, nel
il momento più tragico, ma sopratutto magico della vita...



  • La Stampa TuttoLibri 29.10.11
Hillman: “Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere”
“Con la morte vicina, la vita si esalta”
di Silvia Ronchey
L’ultima intervista Al capezzale dello psicoanalista che ha domato il dolore per ragionare sulla 
propria fine

Hillman «Guardando la mia fine ad occhi aperti, e riflettendoci sopra, mi rendo conto di 
realizzare qualcosa di molto prezioso»

«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua 
ultima mail. E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l’ultima volta nella 
sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se 
stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto 
testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo 
aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce sofferenza sopportata con quella 
che gli antichi stoici chiamavano apatheia : un apparente distacco dalla paura e dal dolore che 
traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica cosa che contava 
era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua 
essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo 
insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all’ultima soglia 
dell’essere.

Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull’essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».

Com’è morire?

«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il 
vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di 
“perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede 
a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi 
degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose 
cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E 
si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E’ una condizione perseguita dai mistici.

«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto 
unwillkürlich , involontario. E’ accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.

«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida].

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.

«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi 
rimanda a postea , a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.

«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, 
quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. 
Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che 
vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi 
lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto 
su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero».

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage - come la maggior parte di chi si 
trova nella tua condizione - oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano 
affamati di questa verità.

«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo 
continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio 
uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. 
Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. 
Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non 
l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò 
è il qui e ora».

Capisco «E’ molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si 
realizza durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha fatto, l’odore dell’aria in quel 
momento.

"«Non si chiede più niente a se stessi si comincia a svuotarsi dei vincoli che parevano 
importanti» «Le persone vengono da me per parlare e quando troviamo le parole giuste la 
sofferenza si allevia»"

E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non 
ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così 
importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il 
dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?

«Sì, e mi rende così felice.

Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel 
vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.

«Dev’essere così».

O una condizione di saggezza?

«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di 
cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell’alchimia. 
Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo 
è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae».

Ma non parlavi di vuoto?

«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può 
riassumersi nella parola coagulatio . Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la 
coagulatio e la dissolutio . Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare 
più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe . Ora l’intero processo che sto 
attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo . Ma la coagulatio è sempre seguita 
dalla dissolutio . Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si 
sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente 
questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando 
sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono 
inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima 
volta in mente la coagulatio . E la rubefactio , che permette alla bellezza di mostrarsi. 
Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. 
O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?

«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come 
diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c’è 
la morte, e se c’è la morte non ci sei tu».

«Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un’intensificazione del vivere.

«Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si 
esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?

«Orgoglio, arroganza, hybris : attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris . Credo sia puro coraggio affrontare la morte a 
occhi aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.

«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a 
che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa 
decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe 
stato nel mondo greco».

Capisco a cosa alludi.

«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche 
modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro 
a informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono 
lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da 
bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia - perché la definirei così 
non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato che ne sto 
parlando ora. Ma c’è un’altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum 
nil nocere . Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate]. E allora, qual è 
la decisione migliore? che ne pensi?».

Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: «C’è del fumo in casa? Se non è troppo 
resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta». Evidentemente, la 
tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.

«Riuscirò a sentirlo?».

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c’è fumo nel tuo 
cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il 
suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? Non hai allenato per tutta la vita il 
tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?.

«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».

E’ pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che 
hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi 
è soprattutto un’arte estrema del vivere.

"«Non mi piace definirla un’ars moriendi ma un tenersi più stretti possibili a ciò che è» «Sono 
un pagano e non vorrei essere presuntuoso o arrogante Non bisogna mai peccare contro gli dèi»"

Un nome un programma: Salvatore

Salvatore Giuliano e i quattro dell’ave Maria

L’8 maggio 1947 è un brutto giorno per Partinico. Nel cassaro la fila dei carretti è già lunga. Ma questa volta i contadini non cantano. Sono piccoli proprietari, mezzadri, braccianti e mesalori. Hanno il volto scuro. Una settimana prima, a Portella della Ginestra, famiglie come le loro sono state massacrate. Il  sangue dei lavoratori e degli innocenti ha dipinto di rosso quel pianoro. E così la Repubblica, nata da quasi un anno, ha ricevuto il suo battesimo di fuoco. Un battesimo pagano, fatto di riti che si sarebbero ripetuti nel tempo.
Quello stesso giorno, nel paese, territorio del boss Santo Fleres, è trovato il corpo esanime del sindacalista della Cgil Michelangelo Salvia. Capopopolo senza peli sulla lingua, è crivellato dalla lupara nelle campagne di Partinico. E’ un segnale, una sorta di sacrificio, quando per propiziare gli dei si immolavano esseri umani sull’altare di divinità crudeli.

Ma perché Stern, per incontrare un bandito ricercato dal 1943, sente il bisogno di consultare un funzionario dello Stato di quella levatura? E perché Messana, avendo saputo che due militari di un Paese straniero sono interessati ad avvicinare un pericoloso criminale, non li interroga sulle loro intenzioni?  Non si insospettisce e non li interroga. Al contrario, suggerisce loro a colpo sicuro come entrare in contatto con il capobanda.
Il giorno prima è arrivato, all’aeroporto militare di Boccadifalco, Mike Stern, 36 anni, capitano dell’Esercito americano, giornalista e spia del Cic (Counter intelligence corps), il controspionaggio militare Usa. Ha una gran fretta. Poco dopo è già a Palermo nell’ufficio dell’ispettore generale di Pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore Messana.  L’ispettore gli va incontro premuroso e, dopo i rituali salamelecchi, estrae dai suoi scaffali un voluminoso fascicolo sulla carriera criminale di Salvatore Giuliano, e gli fornisce dettagliate informazioni. L’incontro ha tutti i crismi dell’ufficialità. Stern indossa, per l’occasione, una fiammante divisa da capitano. Non è solo. E’ arrivato da Roma assieme al sergente dell’Oss (Office of strategic services) e fotografo Wilson Morris, come dimostrano le foto che immortalano l’evento e come la stessa Mariannina Giuliano attesta. C’è con loro anche una misteriosa donna “di nazionalità spagnola”. La sera, stanchi dopo una giornata di faticoso lavoro, i tre scendono all’Hotel delle Palme, dove guarda caso, alloggia da qualche giorno, come un nababbo, protetto dai carabinieri, nientemeno che Lucky Luciano, il superboss della mafia siculo-americana.
Il giorno dopo, infatti, Stern, Morris e la donna arrivano a Montelepre a bordo di una jeep. Nella piazza, davanti alla chiesa madre, si fermano. Sembrano attendere qualcuno, che di fatto arriva. E’ un signore anziano in giacca, cravatta e coppola, basso e segaligno. Lo sconosciuto si avvicina sicuro e si mette a parlare con il terzetto in perfetto inglese. E’ Salvatore Giuliano senior, alias “Turi l’Americano”, padre del giovane bandito. E’ vissuto a New York, sulla Settantaquattresima Strada,  dal 1903 al 1922.  Terminati i convenevoli, Turi senior sale sulla jeep e Morris si mette al volante. Poco dopo i quattro raggiungono via Castrenze di Bella, dove si trova la casa della famiglia Giuliano. Sembra una comitiva affiatata, quasi familiare. La conversazione procede un po’ in inglese, un po’ in siciliano, con qualche battuta scherzosa. Poi tutti si mettono a tavola in terrazza. E’ una bella giornata di sole.
Le donne, Maria Lombardo, moglie del padrone di casa, e le due figlie, Mariannina e Giuseppina, si dànno un gran da fare ai fornelli. La tavola è imbandita e non manca l’ottimo vino dello Zucco, contrada della principessa Ganci, dove il bandito, all’epoca appena venticinquenne, è di casa.


Ma c’è da chiedersi: perché tre membri di spicco dell’intelligence Usa in Italia si scomodano da Roma per arrampicarsi in cima a una collina sperduta della provincia di Palermo? Qual è la posta in gioco? Di che cosa devono parlare? Sta di fatto che il giorno dopo, di buon mattino, Giuliano senior e Pasquale ‘Pino’ Sciortino, marito di Mariannina e membro di spicco della banda, accompagnano i tre ospiti sulle montagne attorno a Montelepre per incontrare Turiddu. Gli argomenti da discutere non sono di poco conto se le tre spie trascorrono con il bandito e con i suoi familiari una settimana intera,  durante la quale consumano gli stessi pasti della banda e dormono ogni notte in un rifugio diverso.
Raccontano Sandro Attanasio e Pasquale ‘Pino’ Sciortino: “Turiddu fece mille domande a Stern e si infervorò sempre di più. Le risposte che riceveva lo accesero d’entusiasmo, esaltarono la sua ammirazione per il grande Paese, tanto che se ne fece un mito. Da questo fervore, da questa esaltazione ebbe origine la decisione di attaccare le sezioni comuniste, [...] una dimostrazione di sincera amicizia  e spirito di collaborazione per la causa anticomunista guidata allora, come oggi, dagli Stati Uniti d’America” .

per il presidente Truman da cui è colto  il solo capobanda, ma di una vera è propria messa a punto della strategia eversiva da attuare nelle settimane successive contro il movimento democratico, che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti nelle elezioni regionali del 20 aprile 1947. In cambio, Turiddu  riceve l’assicurazione del via libera, cioè l’impunità e il futuro espatrio oltreoceano.
La realtà, però, non è quella che il  terrorista immagina. Ha a che fare con spie e gente abituata al doppio gioco. Sta di fatto che qualcuno persuade Giuliano a immortalare quell’incontro con una serie di fotografie: Giuliano con Stern e suo padre; Sciortino con Giuliano e gli altri; il gruppo dei commensali sul terrazzo di casa Giuliano, con Stern a capotavola; infine, la celebre e fatale foto di Giuliano a cavallo da solo nella campagna monteleprina.  E’ quest’ultimo scatto che funziona come un bengala nella notte per comprendere un frammento di quell’incontro. Le forze dell’ordine non hanno uno schedario fotografico e quel patrimonio di immagini introvabili costituisce una grande ricchezza per gli investigatori che fingono di indagare su Portella. Al processo di Viterbo, i giudici non possiedono  alcuna immagine di Salvatore Giuliano. L’unica che riescono ad ottenere è proprio questa. La consegna Stern a Messana, che a sua volta la passa al suo confidente Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo e luogotenente di Giuliano. Infine, questi la fa avere al colonnello dei carabinieri Giacinto Paolantonio. Il militare che controlla tutta la catena degli informatori in Sicilia. Il gioco è fatto. D’ora in poi, Salvatore Giuliano è l’unico massacratore dei contadini a Portella.

Giuliano scrive al Comando dell’Esercito statunitense di stanza a Roma e lo informa che è intenzionato a proseguire la lotta contro i “vili rossi”. Il 22 giugno successivo, infatti, varie squadre della sua banda attaccano le sedi sindacali e politiche della sinistra in alcune città della provincia di Palermo. I documenti del Sis (Servizio informazioni e sicurezza), desecretati  da qualche anno, chiariscono meglio i circuiti che collegano  il clandestinismo fascista con l’intelligence Usa. Il terrorista monteleprino, se accetta gli accordi che personalmente stipula con Stern e la sua bella compagnia, con la mediazione del padre, è perchè sa di essere un capo territoriale a “totale disposizione delle formazioni nere” fin dal 1944. E’ cioè  agli ordini dei Far  (Fasci di azione rivoluzionaria) di Romualdi e di quello che l’intelligence definisce come “Nuovo Comando Generale”, composto dalla trimurti nera dei Far, dell’Esercito clandestino anticomunista (Eca) e dalle Squadre armate Mussolini (Sam). A  capo “effettivo”  della banda troviamo “il noto Martina”, un neofascista di Salò che entra in scena nel periodo caldo del maggio-giugno 1947.
Ma sentiamo cosa scrive il Pci in un opuscolo pubblicato nel 1949 e intitolato “La verità sul bandito Giuliano”: “Dopo qualche settimana [ai primi di giugno 1947, ndr], nelle tasche di un bandito caduto in mano della polizia, veniva trovata una lettera autentica di Giuliano diretta al suo amico Stern, a Roma, via della Mercede 53, sede dell’Associazione della stampa estera, nella quale il fuorilegge chiedeva armi pesanti e dava consigli circa la maniera di mantenere i contatti con l’ufficiale americano.”
Il Pci non ha dubbi: “E’ chiaro che l’iniziativa dello Stern non è frutto di una curiosità individuale, ma che la sua visita a Giuliano e i suoi rapporti con il bandito sono frutto di precise istruzioni, diramate dall’Ufficio servizi strategici degli Stati Uniti, allo scopo di agganciare il bandito alla politica americana nel Mediterraneo.” Ma che cos’è questo ufficio? E’ nientemeno che lo Strategic services unit (Ssu) diretto a Roma con pugno di ferro e astuzia diabolica dal maggiore statunitense James Angleton, in via Sicilia 59. Un luogo che gli ex fascisti di Salò, come Pino Romualdi e Nino Buttazzoni, conoscono bene per le loro attività nel clandestinismo fascista. Il sergente Wilson Morris è uomo di Angleton e pertanto rappresenta l’Ssu nel summit siciliano di quei giorni.
Maria Cyliacus e Giuliano, 8 maggio 1947
Quanto all’identità della donna presente a Montelepre, sono le fotografie scattate la mattina di quell’8 maggio 1947 a rivelarci che si tratta della celebre Maria Cyliacus. Una spia svedese, Maria Lamby Karintelka, che utilizza vari nomi di copertura per la sua attività di spionaggio. Lavora infatti  per i gruppi sionisti che operano in Italia in quegli anni, sotto l’ombrello dell’Ssu, in vista della nascita dello Stato d’Israele. Non a caso, ci dicono i rapporti segreti del Sim (Servizio informazioni militare), alcuni combattenti sionisti utilizzano la banda per addestrarsi. La Karintelka, qualche mese dopo, sarà  arrestata dai Servizi britannici, che si oppongono alla nascita dello Stato ebraico. Anche lei, come Stern, intervisterà Giuliano per la rivista “Oggi”, nel gennaio 1949, spacciandosi come giornalista. Tutto avviene alla luce del sole. Possibile che l’unico ad essere tenuto all’oscuro di questo vertice eversivo sia proprio il ministro dell’Interno, il democristiano Mario Scelba? Il ministro siciliano sa e copre ciò che avviene e che gli agenti dei suoi Servizi gli comunicano. Il “Noto Servizio” o “Anello” della Repubblica, attivo dal ’45, funziona ormai a pieno ritmo, come ci racconta la giornalista Stefania Limiti. Non a caso sarà lo stesso capobanda, quando la trattativa si sarà  temporaneamente arenata, ad aggredire Scelba definendolo un “porco pelato”.  E il bandito scriverà di volere impiccare l’arcivescovo di Monreale al primo albero.
Mike Stern ci parla di Salvatore Giuliano nel suo best seller “No innocence abroad” (N.Y., 1953). Il giornalista spia  è un maestro del depistaggio.  Definisce Turiddu “una sintesi tra Robin Hood, Pancho Villa e Dillinger”. Ma a parte queste balle colossali, ci fornisce un dato interessante: “Giuliano nell’arco di sette anni di carriera avrebbe accumulato almeno un miliardo di lire” con i sequestri di persona e le attività di racket. Aggiunge, in assoluta malafede, che gran parte di questi soldi finiscono nelle tasche dei contadini poveri. Insomma, Stern descrive un criminale, che spara sui lavoratori indifesi, come un grande filantropo. Così nasce il mito devastante del bandito  romantico che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Per questa operazione da manuale di propaganda occulta, che sa valorizzare al massimo i circuiti mediatici, Stern inaugura una scuola sperimentale che avrà un seguito anche nei decenni successivi.
La funzione di questo inquietante personaggio è messa in evidenza da “l’Unità”, che lo accusa di essere uno dei mandanti degli attacchi alle Camere del Lavoro del 22 giugno ’47 nella provincia di Palermo. Ma non solo. Il quotidiano del Pci afferma che Pasquale ‘Pino’ Sciortino, organizzatore degli assalti, è spedito negli Usa proprio da Stern per mantenere i contatti tra lo squadrone della morte di Giuliano in Sicilia e lo spionaggio americano. Una sorta di ambasciatore, dunque, dice il giornale. Non sappiamo quanto quest’ultima affermazione sia fondata. Sta di fatto, però, che ‘Pino’ Sciortino si imbarca per gli Stati Uniti nell’agosto del 1947 e che nel Nuovo mondo circola liberamente malgrado i massacri che ha organizzato.  Solo nel settembre 1952 sarà acciuffato dall’Fbi e rispedito in Italia per scontare la pena dell’ergastolo alla quale è stato condannato dai giudici di Viterbo.
Lucky Luciano
Lucky Luciano
A completare questo grazioso quadretto arcadico arriva, dritto dritto da Genova, un personaggio senza il quale l’intera macchina terroristica non può funzionare: Lucky Luciano. Il percorso del boss è molto lungo. Espulso da Cuba nel febbraio  ’47, arriva a Genova il 15 aprile, a bordo del piroscafo “Bakir”. L’intelligence Usa è in fibrillazione. Al molo si presenta uno strano personaggio, il funzionario dell’ambasciata  americana di Roma John Michael Balsamo, e chiede di potere condurre il boss nella capitale. Ma la capitaneria di porto oppone un rifiuto. Sta di fatto, comunque, che il 30 aprile, circa quindici ore prima dell’eccidio di Portella, Luciano mette piede nella stazione ferroviaria di Palermo. Se ne riparte, guarda caso, la sera del 22 giugno 1947,  e arriva a Napoli, dove ha acquistato una villa e dove trascorrerà il resto della sua vita.
Cyliacus, Stern, Morris e Luciano sono i quattro dell’ave Maria, come nel mitico spaghetti western con Bud Spencer e Terence Hill, diretto da Giuseppe Colizzi negli anni ’70. Ma questa volta il film non è frutto di un copione cinematografico. E’ la tragica realtà siciliana. Di un’isola diventata il baricentro  dell’eversione nera, dell’anticomunismo e della sperimentazione in vitro del progetto antidemocratico che si trascinerà in Italia per i successivi sessant’anni.
Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Gli amici degli amici sono nostri amici fino a che non bisogna ucciderli....

IL BANDITO ( E COLONNELLO) SALVATORE GIULIANO, mafioso ucciso dai mafiosi...

Non molti sanno, che nel dopoguerra siciliano, alcuni cosiddetti banditi, ebbero gradi militari.
Esisteva un esercito di liberazione siciliano, composto da volontari, chiamato EVIS.
Salvatore Giuliano, che oggi avrebbe compiuto 92 anni, aveva il gradi di colonnello nell'esercito di liberazione dell'EVIS, come il famoso Che.
La figlia di Francisco Franco: la sofistificata Carmen Franco, Ingrid Bergman, e molte teste coronate spasimavano per lui, promettendogli cariche ministeriali e salvezza. Lui, nel suo esercito, accettava anche le donne, nonostante la sua vita fuorilegge e violenta, era riuscito a conservare tratti cortesi e da gentiluomo. Rubava, è vero, nelle case dei ricchi (a volte per sovvenzionare la causa di liberazione), ma non rubava solo soldi e gioielli, rubava anche dizionari...
Oggi avrebbe compiuto 92 anni.
(foto elaborata da Pier Paolo Raffa)
La Sicilia spinta da ideali separatisti voleva entrare a far parte degli Stati Uniti d'America, questo alla fine della II Guerra Mondiale (spinta anche dai mafiosi siculo-americani che aiutarono e prepararono lo sbarco degli Alleati in Sicilia, altrimenti impossibile). Il tutto da un movimento capeggiato da Finocchiaro Aprile

mercoledì 19 novembre 2014

Zeus è anche Toro,

Il ratto d'Europa
                                

Un toro vicino ad Api o a Ser-apide, riportandoci alla tauromachia mediterranea, al mitraismo, ma anche al presepe dove il toro è soggiogato dal nuovo dio che nasce lo stesso giorno di mitra che uccide il toro. Il toro della potenza, il toro come simbolo vivo e possente del complesso universo pagano.......UN DIO CHE CON LE SUE CORNA CI  AVVICINA E CAPTA LE ENERGIE PROFONDE ED ETERNE DEL COSMO.

Tu che hai indagato e sentito ll'Anima

La bellezza dei luoghi
                                            
"Soggiornai più d'una volta a Baia, nell'antica villa di Cicerone, che avevo comprata agli inizi del mio principato; mi interessavo a quella provincia campana, che mi ricordava la Grecia.." 

M. Yourcenar ( Memorie di Adriano)