sabato 19 maggio 2012

Il mistero di Verona XIX


CONFERENZA STAMPA SUL MISTERO DI VERONA E IL SUO "SCOPRITORE" UMBERTO GRANCELLI Nell’odierna ricorrenza del solstizio invernale onoriamo Umberto Grancelli, illustre veronese scomparso nel 1970, il quale, fra i molti meriti che, peraltro, ad oggi non gli sono valsi quel compianto e quella memoria che dalla Città avrebbe meritato, ebbe quale principale quello di intuire le regole alle quali si sono uniformati i Romani nella fondazione della “nuova” Città sull'ansa del fiume legandola inscindibilmente alla “vecchia” in sinistra Adige (l'odierna Veronetta). E', infatti, la vecchia urbe a determinare, aggregandola a sé lungo il tracciato di un immaginario cerchio mandalico, la nuova città costruita dai romani intorno al primo secolo avanti cristo all'interno dell'ansa fluviale atesina (la Verona contornata dall'Adige ovvero Athesis circumflua). Per la costruzione del nuovo abitato, reticolare, viene profuso un enorme lavoro consistente nell'elevazione del livello del terreno sul quale l'insediamento verrà ad insistere per rendere quest'ultimo più stabile e più salubre. L'allineamento principale della città viene impostato sul punto in cui nasce il sole al solstizio d'estate e sul tramonto dello stesso a quello d'inverno (circostanza, quest’ultima. che giustifica l'odierna celebrazione della memoria del compianto Umberto). L'altro allineamento, formante un angolo di novanta gradi con il precedente, si imposta sulla retta che toccando Porta Leona (nel cui paramento murario è stata rinvenuta l'iscrizione che rimanda ai magistrati la costruzione delle mura, delle porte e delle cloache alla quale viene fatta risalire la nascita del municipio) arriva sino alla Chiesa di San Rocchetto sopra Quinzano. Questa linea è costituita da via Cappello che dopo Piazza delle Erbe diviene via Sant’Egidio. Oltre ai due allineamenti indicati che si intersecano ortogonalmente se ne riviene un terzo il cui tracciato muove dall'ipogeo di Santa Maria in Stelle in Valpantena, attraversa, lungo il percorso il centro dell'Arce a Castel San Pietro per concludersi presso una costruzione romana circolare indicata nell'Iconografia Rateriana con la denominazione di Horreum corrispondente ad un magazzino di cereali ubicato all'incirca alla confluenza degli attuali assi stradali di Via e Vicolo Stella. Da questi principi ispiratori del piano di fondazione di Verona Romana così come colti e delineati dal Grancelli ne scaturisce una Città magica dimenticata, spesso banalizzata da un dozzinale turismo di massa, che ignora gli affascinanti misteri intuiti solo da un viaggiatore attento come dall’abituale frequentatore curioso. In questa prospettiva ogni emergenza monumentale racchiude in sé, come in uno scrigno, una preziosa memoria, e sia le pietre così come le chiese cristiane sorte sul tracciato dell'originario cerchio mandalico, ci rivelano una religiosità atavica profondamente insita nell'uomo che non ha scalfito i luoghi i quali hanno preservato intatta, per chi sa discernerla, la loro sacralità. Puntando il compasso sulla Chiavica ove un tempo i romani ebbero a costruire un’importante opera idraulica (nelle immediate vicinanza della chiesa di Santa Maria alla Chiavica), ed aprendolo al centro del Colle di Castel San Pietro si viene a descrivere un cerchio che rappresenta il cammino evolutivo e spirituale dell’uomo con due punti, diametralmente opposti rispetto all’Arce (o Arx costituita dalla sommità del Colle di San Pietro dove era presente un tempio) che non sono toccati dalla circonferenza e attualmente sono occupati ad est dalla chiesa di San Giovanni in Valle e ad ovest da quella di Santo Stefano ai Cavalieri. Il percorso viene a coincidere con quello dell'eroe mitico fondatore della città, assurgendo, in quanto tale, ad un significato simbolico universale, attraverso le sette tappe lungo le quali si snoda e si sviluppano su sei punti fondamentali dato che il primo e l'ultimo coincidono con l'Arce o meglio con sommità e viscere del colle di Castel San Pietro, fulcro e apice punto di partenza e di arrivo legato appunto alla dualità di un Dio bifronte. Dall’alto del colle dove è nato il primo insediamento della città di Verona, incomincia il viaggio e l'eroe inizia la discesa natale verso l’Orfanum, il torrione cilindrico così denominato nell’Iconografia Rateriana sulle cui vicinanze è stata costruita l’attuale abside di San Giovanni in Valle punto in cui l’eroe acquisisce (la luce) la percezione e la consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità,ovvero l’illuminazione iniziale, per proseguire nell’area del Seminario (dove vicino è ubicata la la chiesa di Santa Maria in Organum), tutta la zona era legata alle attività marziali come comprovato dal non lontano toponimo di Campo Marzio, dove si sfruttava anche la forza delle rogge che scendevano dalle colline adiacenti (per muovere gli “Organum” dell’antica zona industriale romana di Verona) ove l'eroe si temprava e si forgiava nella preparazione per il superamento delle prove iniziatiche. L'ulteriore, progressiva tappa del circolare percorso, era costituita dal luogo del nutrimento, il magazzino di cereali di cui all'edificio indicato come Horreum nell'Iconografia Rateriana, l'eroe si nutriva ed si alimentava per essere pronto a sostenere le difficoltà dell’agone. Il percorso toccava quindi la tappa di Santa Maria in Solaro, il sito dell'attuale Duomo, allora la zona termale (balneum) della purificazione. La penultima tappa era rappresentata dalla Chiesa di Santo Stefano ai Cavalieri preludio dell'incontro con la morte essendo ivi ubicato, come enunciato dal Grancelli, un grande cimitero. Il luogo era altresì dedicato a Venere( eros è sempre legato al fratello Tanatos) e nei pressi della chiesa proto-cristiana furono rinvenute delle are e dei reperti dedicati a Iside, retaggi di un iseo-serafeo esistente e legato indissolubilmente al protomartire cristiano Santo Stefano come a Roma l’Iseo Campese, Pozzuoi, Industria (l’attuale Monteu da Po, Torino) e Benevento, . Il ciclo si concludeva e si esauriva con l'approdo dell'eroe alla base dell'Arce , così che dalle profondità della terra l’uomo-eroe era pronto ad ascendere verso le stelle. L'eroe, una volta ritornato all'Arce compiva nelle sotterranee cavità la discesa agli inferi per prepararsi alla rinascita ed alla risalita celeste. E così poteva uscire come Arianna dal labirinto, attraverso il dedalo di gallerie che si dipanano sotto il Sacro Colle. Iniziava così un ulteriore ciclo nel perpetuo alternarsi dei ritmi temporali e spaziali. Castel San Pietro, il Poggio atavico dominante il complesso urbano viene così a configurarsi inequivocabilmente come la “Montagna Sacra” che unisce il mondo inferiore a quello celeste conferendo a quello terreno le potenzialità spirituali. Il ciclo dell'eroe, della discesa e dell'ascesa, della caduta e della risalita, rinviene una singolare corrispondenza ed assonanza con l'analogo ciclo istoriato nel rosone della Chiesa di San Zeno nonché, in senso ovviamente traslato, con l'umana esistenza nel suo ineluttabile svolgimento dalla culla alla tomba. Le suggestive tappe dell'Orphanum, dell'Organum, dell'Horreum, del Balneum, del Revanum, corrispondenti ad edifici sacri (fana e templa del Ritmo Pipiniano ) puntualmente individuati dall Grancelli nel contesto urbano si compongono nella mirabile sintesi di un magico percorso che apre prospettive del tutto inedite e inesplorate da approfondire ed indagare per comprendere la limitatezza dell’essere umano, con le sue potenzialità spirituali che gli offrono l’occasione di avvicinarsi, senza pericoli, confondendosi nel Dio ineffabile del Cosmo .

Il mistero di Verona XVIII

Le sette tappe dell'Eroe nel risveglio mandalico....

                                              Pianta della Verona Romana-.

 I punti sacri della città corrispondono a sette punti (occupati,quasi tutti, ora da templi cristiani) eccò il cammino, o il gioco dell'Oca, che si evolve mandalicamente, con le relative tappe da superare.
L'Eroe, come, prima tappa, parte dal piazzale del Colle di San Pietro dove si trova ora la caserma austriaca da dove, come afferma il Caroto e il Palladio, era il tempio dedicato a Giano (signore delle porte e con le due chiavi in mano, come San Pietro). Si partirà dal giorno dedicato al Signore: la Domenica ovvero giorno del sole, sotto l'influsso dell'astro che da sempre rappresenta la divinità, la forza, l'energia e l'irradiazione che tutto crea, matura e trasforma incessantemente.
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Piazzale di Colle San Pietro: particolare della Caserma austrica
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                                                        Chiesa di San Giovanni in Valle .

La seconda tappa, corrisponde alla chiesa di San Giovanni in Valle, (posta mella direzione dove il sole si leva al solstizio d'estate, rispetto alla città sulla direttiva del Piloton posto dietro il castello di Montorio ) identificata nell'Iconografia Rateriana dall'Orfanum che corrisponde al lunedi, giorno dedicato alla luna, dove l'iniziato intravede la luce (in questo caso lunare dato che la grande luce è propria degli iniziati a conclusione di un difficile e tormentato cammino.


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                                                    Chiesa di Santa Maria in Organo

 La terza tappa, è grossomodo ubicata in prossimità della chiesa di Santa Maria in Organo e corrisponde al Martedi, giorno di Marte (nelle vicinanze del campo Marzio degli scaligeri), dove l'eroe si prepara alla lotta contro le forze del Caos ed è l'Organum.
                                         (Scavi al Seminario Vecchio dove si è rinvenuto un antico santuario
                                           di origine preromana)


In realtà il punto preciso indicato da Grancelli è il Seminario Vecchio adiacente alla chiesa di Santa Maria in Organo. Recenti scavi hanno rinvenuto nel luogo anche un santuario, comunque si sa poco dato che il tutto è rimasto in sordina per paura che  fossero fermati i lavori per ottenere dei garage sotto il piazzale del Seminario Vecchio.
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hOREUM (O GRANAIO) è POSIZIONATO NELLA FASCIA DI EDIFICI AL CENTRE IN BASSO NELL'IMMAGINE

Quarta tappa, Horeum( il granaio del periodo romano, che nell'immagine è posto all'estrema destra dell'arena, dove venivano conservati i cereali da distribuire ai cittadini, distribuiti gratuitamente alle famiglie più indigenti) posto fra via Stella e Vicolo Stella e corrisponde al mercoledì il giorno dedicato a Ermes. In questo luogo l'eroe si nutre affinchè le forze non gli manchino durante la dura lotta. Alla Vostra destra con la cupola rocca di forma cilindrica è l'Horeum tratto dall'Iconografia Rateriana
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                                               Il Duomo chiamato anche Santa Maria Maricolare


 LE ANTICHE TERME ROMANE dove sopra si è costruito il Duomo.
Costituito ancora oggi da un complesso di chiese: il Battistero dedicato a San Giovanni, Santa Elena ovvero la chiesa dove venivano incoronati gli Scaligeri, la chiesa paleocristiana.
Luogo dedicato a Giove  legato alla giovialità, alla gioia, al gioco e alla pulizia del corpo dove l'eroe si purifica prima di intraprendere la discesa o catabasi.
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                                                            Chiesa di Santo Stefano

Chiesa di Santo Stefano legata al venerdì o giorno di Venere (Nella chiesa sono presenti circa 25000 reliquie), fu sede vescovile ed e ancora è presente la cattedra in pietra simbolo della presenza vescovile.
Nelle adiacenze era presente un Iseo-Serafeo e di questo manofatto troviamo  nella cripta,della chiesa,attorno all'altare 4 colonne reimpiegate, in origine presenti nell'Iseo veronese. Luogo dedicato ad Venere e sede cimiteriale, parte posta ad ovest, rispetto al Colle, ne consegue che il luogo è legato all'amore  come alla morte. L'eroe inizia la parte più difficile del viaggio, l'entrata agli inferi.





Settima e ultima tappa che corrisponde alla parte ipogea di Castel San Pietro. Il sottosuolo percorso da cunicoli, il dedalo da superare nell'ultima fatica dell'eroe: un groviglio di percorsi scavati nella pietra, che porterà, il nostro eroe, alla morte iniziatica e alla rinascita ritornando alla luce per involarsi al cielo.Il giorno corrispondente è il sabato dedicato a Saturno dio del ctonio, degli inferi, dei minerali posto al buio dove inizia la metamorfosi: i cristalli si trasformano in pietre preziose, il bruco, nel buio del bozzolo attraverso la crisalide cangia in farfalla. Un utero che in una gestazione umida  porta dal buio alla luce fulgida e potente della conoscenza e della salvezza legata indissolubilmente anche nei principi sempiterni dell'alchiimia.
Le cavità sono ancora presenti nel colle nel giardino di Villa Francescati http://media.athesiseditrice.it/medi...341_medium.jpg Un cammino simile a quello descritto da Dante nella "Divina Commedia" o da Pound nei "Cantos".

Il mistero di Verona XVII


Teodorico il Grande che la storia di questo re d'Italia vuole abbia abitato prevalentemente a Verona dove era la sua regale dimora, aimè andata persa. Il palazzo era proprio sul poggio di San Pietro, sottolineo LUOGO INCANTEVOLE DA DOVE SI PUO' VEDERE TUTTA LA CITTA'Molte leggende avvolgono la vita di questo barbaro romanizzato ma quella più conosciuta è una poesia del Carducci che descrive la marte del re goto e inizia con queste parole: LA LEGGENDA DI TEODORICO Su 'l castello di Verona Batte il sole a mezzogiorno, Da la Chiusa al pian rintrona Solitario un suon di corno, Mormorando per l'aprico Verde il grande Adige va; Ed il re Teodorico Vecchio e triste al bagno sta. .................. La leggenda in sintesi è cosi svolta: Teodorico, re degli Ostrogoti, secondo la leggenda italiana, ebbe una triste fine: un cavallo indemoniato lo scaraventò nell’Inferno, facendolo precipitare nel cratere di un vulcano. E’ mezzogiorno ed il re Teodorico sta prendendo il bagno, quando ode il suono di un corno da caccia. Mentre si abbandona al ricordo degli anni giovanili, gli si annuncia l’apparizione di un cervo straordinario. Chiede in tutta fretta l’occorrente per la caccia e balza in groppa ad un cavallo nero che gli era apparso vicino. Il “corsier”, che è una creatura infernale, schizza rapido lontano e, con una corsa pazzamente fantastica, giunge all’isola di Lipari e fa precipitare nel cratere del vulcano il re, colpevole di persecuzioni e di omicidi contro gli italici di fede cattolica.

La Caccia Infernale. Il bassorilievo si trova sulla facciata di San Zeno e raffigura la leggenda della fine di Teodorico che inseguendo un cervo viene precipitato dal suo cavallo demoniaco nel cratere dello Stromboli. La pietra ha un alto contenuto di zolfo e in passato, sfregando una sasso sulla suggestiva scena, le madri di Verona facevano sentire ai loro figli indisciplinati "l'odere dell'Inferno" da cui i fori di cui è ricoperta la scena. Inoltre per rinforzarne il mito re Teodorico il Grande sposa la franca Audefleda, sorella del re merovingio Clodoveo, così si lega alla dinastia più misteriosa d'Europa, alla prima nobiltà che dicono imparentata con Cristo!
La suggestiva scalinata che passando in fianco al museo porta sul piazzale del Colle di San Pietro, Si noti un bucranio con relativi festoni in marmo che abbelliva in origine il fronte del teatro romano

Il mistero di Verona XVI

Dei tre allineamenti che costituiscono il tessuto della città: Il cardo il decumano e l'ultimo, il terzo, quello che dall'Horeum(granaio) passando per il tempio posto al vertice del Poggio di San Pietro, finisce proprio al centro del Panteon sotterraneo di Santa Maria in Stele. Un antico luogo dedicato al culti pagane legati alle acque, per questo identificato come ninfeo, convertito in chiesa paleocristiana e in parte alterato dal cristianesimo facinoroso.

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Pianta del Panteon sotterraneo di Santa Maria in Stelle con relativo percorso dell'acquedotto che tutt'ora alimente la città di Verona

Santa Maria in Stelle - il Pantheon sotterraneo Sorge a pochi chilometri da Verona, immerso nel cuore della Valpantena. E' il suggestivo ipogeo di Santa Maria in Stelle, comunemente noto come "Pantheon": un antico luogo di culto le cui radici affondano in un passato lontano ormai quasi duemila anni. La sua struttura è semplice e, allo stesso tempo, complessa. Al tempietto, raccolto nel ventre della terra, si accede scendendo quindici ripidi scalini che conducono ad un piccolo atrio. Da qui si dipana un angusto cunicolo, lungo una ventina di metri, che conduce ad una cella quadrata, dal lato di circa tre metri. Ai fianchi di quest'ultima si aprono due ambienti absidati, ampi sei metri e mezzo per cinque, e alti poco più di quattro. Al centro dei loro soffitti, a volta, un'apertura rotonda del diametro di circa settanta centimetri. Prima che la nuova chiesa andasse a sovrastare l’ipogeo, tali aperture fungevano sia da presa d'aria sia da lucernario: nonostante la sua suggestione odierna derivi in gran parte dall'assenza di luce, infatti, in origine il tempietto non era affatto immerso nell'oscurità. Oltre i vani principali, il cunicolo prosegue, abbassandosi progressivamente fino a divenire pressoché impercorribile, e s’inoltra nel cuore della collina per altri ottantacinque metri, fino a raggiungere la piscina limarla, vasca di raccolta delle acque di una sorgente sotterranea. L'ipogeo sorse, infatti, attorno alla metà del III secolo d.C., proprio per incanalare e condurre all'aperto tali acque, che erano quindi utilizzate nella zona. La finalità pratica che lo vide sorgere non impedì comunque al sito di assolvere anche una funzione religiosa: nacque così il tempietto sotterraneo dedicato alle Lympae e alle Nymphae, divinità acquatiche femminili il cui culto è ampiamente documentato nella nostra regione. A promuoverne la costruzione, com’è ricordato sull'architrave che sovrasta l'aprirsi del corridoio d'ingresso, furono Publio Pomponio Corneliano, sua moglie Giulia Magiana e i loro figli Giuliano e Magiano. Doveva essere un personaggio di spicco, Corneliano: il suo nome ricorre, infatti, anche in altre epigrafi dedicatorie, una delle quali (poi confluita nelle collezioni del Museo Lapidario Maffeiano) lo indica come "curator rerum publicarum" e "consularis", cioè ex-console, magistratura che conservò gran prestigio anche in età imperiale. A rinvenire quest’iscrizione fu proprio Scipione Maffei: ed è curioso rilevare il disinteresse mostrato dal grande erudito veronese per questo monumento, che pure nello stesso secolo attirava l'attenzione d’altri studiosi, come dimostrano i rilievi (pianta, alzati e spaccato) eseguiti sul Pantheon da Gaetano Cristofoli, e oggi conservati dalla Biblioteca Civica. Quanto a Corneliano, il visitatore che scende nell'ipogeo lo può incontrare ancora oggi: dovrebbe, infatti, essere proprio lui il personaggio togato ritratto nella statua, purtroppo molto danneggiata, collocata in una nicchia ai piedi della scalinata d'ingresso. Anche le vicissitudini di questo muto simulacro meritano qualche parola. Rimasto senza testa già nei secoli che furono, il supposto ritratto di Corneliano fu rapidamente rimesso in sesto dagli antichi valpantenesi: con molto senso pratico, e poca considerazione per l'autentico (ma allora, forse, non ci avrà fatto caso nessuno), recuperarono una testa "della misura giusta" con cui sostituirono l'originale, che immaginiamo irrimediabilmente perduto. In tempi molto vicini a noi, la statua ha vissuto un'altra, traumatica disavventura, che l'ha vista ulteriormente mutilata. Causa del danno, un irruente turista che, nel tentativo di arrampicarsi sulla nicchia per essere immortalato al fianco dell'antico, ha ottenuto di rovinare al suolo in compagnia del marmoreo simulacro. Nessun danno per l'uomo, addio piedi per la statua che oggi è installata su un pratico (ma decisamente poco bello) supporto di cemento. I piedi, pazientemente, attendono nella stanza accanto il momento in cui il restauro li vedrà ricollocati nella posizione originaria. Lasciato Corneliano, è il momento di inoltrarsi nel cuore dell'ipogeo, incamminandosi per lo stretto cunicolo (oggi illuminato elettricamente, ma un tempo rischiarato solo dal fioco balenare delle lucerne) che conduce agli ambienti principali. Della loro prima vita, quella romana, resta traccia soprattutto nella ricca pavimentazione musiva: il restauro condotto negli anni Settanta ha riportato chiaramente in luce le decorazioni a girari d'edera e a motivi geometrici, mentre ben poco si è potuto fare per restituire leggibilità all'emblema rettangolare, quasi del tutto perduto, che, sulla soglia della cella di sinistra, doveva ospitare una figura distesa. Secondo alcuni studiosi, oltre che acquedotto e tempio dedicato alle divinità delle acque, l’ipogeo assunse anche una funzione funeraria, accogliendo le spoglie terrene di Corneliano e dei suoi familiari. Nessun dato oggettivo tuttavia (un sarcofago, una lapide) supporta quest’ipotesi. E sugli anni di transizione che vedono il Pantheon passare da luogo di culto pagano a chiesa paleocristiana (secondo un uso frequente, che puntava sia ad esorcizzare i sacrari pagani che ad offrire ai neoconvertiti una sorta di tranquillizzante continuità) grava l'oblio. E' alla metà del IV secolo, infatti (dunque, a cent'anni dalla sua edificazione), che si fa risalire con certezza la nuova vita dell'ipogeo. A questi anni è collocabile l'esecuzione degli affreschi (purtroppo gravemente compromessi dall'umidità) campeggianti su pareti e soffitti degli ambienti principali, che andarono probabilmente a coprire precedenti pitture d’età romana: è, infatti, difficile pensare, nonostante l'assenza di tracce tangibili, che ad un suolo così minuziosamente decorato facessero da concerto murature spoglie. La consacrazione al culto cristiano del Pantheon si accompagnò, infatti, alla raffigurazione, sulle pareti, di scene a soggetto vetero e neo- testamentario. Una prima testimonianza è già nel piccolo atrio di raccordo tra le due celle principali: sulla parete sinistra s’intravedono ancora, anche se un po' a fatica, le figure di un uomo e di un leone. Saremmo quindi di fronte alla rappresentazione pittorica dell'episodio biblico che vede protagonista il profeta Daniele: fatto gettare nella fossa dei leoni, l'uomo di Dio fu risparmiato dalle fiere, divenute miracolosamente mansuete. Anche il soffitto a volta è decorato, e l'umidità che tanto ha devastato le pareti del Pantheon l'ha risparmiato abbastanza da lasciare ben visibili affreschi che richiamano la decorazione pavimentale. Inquietante, sullo sfondo, il sordo respiro delle acque: è qui che una porta in ferro chiude l'accesso al cunicolo che, inoltrandosi profondamente nella collina, dopo due curve segnate da altrettante vasche di decantazione (necessarie sia a rallentare la corsa delle acque che a facilitarne la depurazione) arriva allo sgorgare della sorgente. Ed ecco i due ambienti principali. E' il vano di sinistra ad ospitare gli affreschi più preziosi, se non altro perché meglio conservati. I più antichi (fine IV - inizi V secolo d.C.) sarebbero opera, secondo Wladimiro Dorigo di “un pittore locale di fresca narratività popolare ma di buona cultura”. Sulla volta, a partire dal lucernario centrale, un motivo ad anelli concentrici di tubi in terracotta, rivolti verso il basso: è la riproduzione pittorica di una tecnica costruttiva particolare che, servendosi di "scheletri" composti da anfore o tubature, permetteva di realizzare murature leggere. Alle pareti, ancora scene dalla Bibbia. Sempre dal Libro di Daniele, ecco l'episodio di re Nabucodonosor e dei tre fanciulli gettati nella fornace, ma prodigiosamente risparmiati dalle fiamme. Vi fa seguito una visita dei Magi a re Erode, che tuttavia alcuni interpretano come un antefatto dell'episodio precedente (i giovinetti che rifiutano di adorare l'idolo d'oro). Accanto, la strage degli Innocenti, e la scena dell'ingresso del Cristo in Gerusalemme. Chiude la decorazione parietale l'immagine di un bue e di un asino, nei quali alcuni studiosi leggono il simbolo del Vecchio e del Nuovo Testamento, mentre altri vedono una Natività incompiuta. Sono invece probabilmente d’epoca più tarda (fine V - inizi VI secolo), e certamente opera di una mano «più personale e creativa» (ancora Dorigo), gli affreschi della lunetta che sovrasta l'entrata. Qui, in un'area delimitata da motivi geometrici policromi, sono raffigurati Cristo e il Collegio Apostolico. Ancora posteriore dovrebbe essere la raffigurazione pittorica che decora la parte di volta prossima alla lunetta: anche se piuttosto danneggiata, è ancora visibile una Madonna con Bambino e due angeli, sovrastata da un cielo blu tutto trapuntato di stelle. E una suggestiva teoria farebbe derivare proprio da quest’affresco l'attuale nome del luogo, citato per la prima volta nel 967 d.C. in uno scritto di Raterio, vescovo di Verona, come «ecclesia (...) sanctae Dei Genitricis, quae vocatur in Stella». E' invece quasi del tutto scomparsa la decorazione pittorica del vano di destra, completamente compromessa dall'umidità. Restano poche tracce della decorazione del soffitto, identica a quella dell'altra sala. Sulle pareti, non è rimasta che un'unica immagine, molto più tarda delle precedenti: è, infatti, databile al secolo XI. Si tratta della raffigurazione di una mano, ai cui lati campeggiano due scritte: «dextera patris excelsis aertis» e «et vitam ... nunc pariet sanguine Christi». E' dunque la mano destra di Dio, la mano creatrice, simbolo dell’onnipotenza del Padre. La sovrapposizione di tanti affreschi di mani i ed epoche diverse è solo uno dei chiari segni della vitalità che, nei secoli, contraddistinse l’ipogeo. Ancora nel vano di destra, un'antica stele sepolcrale romana, riutilizzata in età medievale come base d'altare, ricorda che il sito venne riconsacrato nel 1187 da papa Urbano III. E tre secoli più tardi, in pieno Quattrocento, durante i lavori d’ampliamento della chiesa sorta nel frattempo sopra l’ipogeo, venne chiuso l'antico ingresso che sbucava all'interno dell'edificio sacro. Per consentire ugualmente l'accesso ai fedeli, si diede vita all'attuale scalinata. L'antico tempio sotterraneo doveva essere davvero rimasto nel cuore degli abitanti della zona se, nonostante la nascita di un nuovo e ben più spazioso luogo di culto, continuavano a frequentarlo numerosi. Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1994