domenica 27 aprile 2008

Il mondo spirituale dei Paleoveneti

E’ doveroso riportare le parole del grande etruscologo M.Pallottino che così scriveva sui problemi legati alla storia dell’Italia preromana, dai contorni non ben definiti.

Sono le stesse parole che Loredana Capuis sceglie per aprire il suo bellissimo studio: I VENETI-Società e cultura di un popolo dell’Italia preromana-.

<la Grecia e per la civiltà greca, cioè per una realtà storica espressa da una sola stirpe [….] L’Italia preromana è un coacervo di esperienze etnico-linguiste, sociopolitiche, culturali diversissime, e ai più diversi livelli di avanzamento[….]Ciò spiega perché ne sia così difficile la compressione, e per così dire sfuggente il significato ; e perché lo studio dei suoi fenomeni si sia disperso per mille rivoli epistemologici e metodologici, identificandosi volta a volta con le ricerche di preistoria, di linguistica, di storia delle religioni, di storia dell’arte classica, di storia greca, di storia romana.

I portatori di campi di urne la grande rivoluzione dopo la guerra di troia. Questi popoli migrano dalle zone della polonia e della germania .La lingua(in origine indoeuropea di origine slava) comincia a fondersi già nel IX sec.

Un modo nuovo di concepire la religione , una marcata spiritualità legata all’individuazione dei luoghi sacri.

Questo popolo era legato a forme di società e di culto matriarcale e Localizzano le loro divinità, in un primo tempo,femminili nelle sorgenti e presso i corsi d’acqua.

E’ una rivoluzione spirituale e culturale quella che portano i Veneti.

La divinità femminile è a fondamento dei Veneti e questa resiste oltre la fusione (federazione) con l’impero romano, ma è inevitabile una contaminazione , anche se i Veneti mantengono le loro radici cultuali e spirituali molto di più che altri popoli.

Civiltà di Hallstatt (800-400)che comprende aree prealpine a nord delle Alpi, Alpi Orientali ,l’Alsazia, la svizzera, settentrionale, la svavia , la baviera e la slovenia.

Dopo il 400 i celti diffusero la civiltà di Téne.

L’ambiente veneto-l’endolaguna, i boschi un eden che queste popolazioni sanno sfuttare con intelligenza traendone cibo in abbondanza attraverso l’agricoltura e l’allevamente del bestiame.

IL CAVALLO

Il cavallo rappresenta per i veneti un animale indispensabile nell’aldiqua e nell’aldilà.

Vedi l’elmo di Oppeano.

Anche i celti raffiguravano uno strano essere :un cavallo fuso con l’uomo , un centauro e nell’elmo di oppeano per di più alato. Il simbolo del cavallo è evocatore del regno sotterraneo .anche presso i celti e il cavallo era ipostasi stessa del dio Lug. E il cavallo e portatore di morte vedi la tradizione dell’apocalisse di Giovanni.

LA STIPE SANTUARIO DI BARATELLA (ESTE)

A Este sono presenti varii santuari disposti tutto attorno alla città a(che un tempo era un’isola dato che l’Adige la avvolgeva con un suo ramo secondario. Gli altri santuari depositi:Caldevigo-Colle del Principe, Casale-Fondo Cortelazzo, Morlungo e infine Fondo Barbatella.

Nel Fondo Barbatella si iniziò a scavare nel 1881 e per cinque anni si continuò. Questo ricco santuario sorgeva presso il corso antico del fiume Adige.

Furono rinvenute Lamine Bronzee, “chiodi” votivi, statuette che offrono liquidi (alle divinità), donne raffigurate in lamine bronzee , guerrieri con grandi scudi, cavalieri singoli o in parata, parti del corpo umano, frammenti di armi ,fibule ,bulle e amuleti , pendagli,aghi, crinali, una sorta di scettro, fusaiole, rocchetti, pesi per telaio, manici di palette rituali, monete, oggetti in pasta vitre,conchiglie, vasi atesini e vasi greci,taluni con iscrizioni a Retia, tavole alfabetiche (scrittura e sacro, parlare e comunicare con le divinità) dea della scrittura- dea del fiume.

Assomiglia alla dea spartane orthìa. FORSE IL NOME ORIGINARIO PORA.

Sainatei è un attributo, va rilevato però che nessuna etimologia dei nomi e degli attributi alla dea si è imposta ottenendo il consenso unanime.

Il santuario del V sec. a.C. resiste fino al III sec.d.C.

Simile a Barbatella il santuario trovato a Vicenza, nell’attuale Piazza San Giacomo, presso Cprso Palladio (ex Standa)-Stipe votiva del V-II sec.. Il tempio di Vicenza Rappresenta il potere sono santuari integrati con il potere. Vicenza e il podere Barbatella sorgevano anticamente ambedue su due isolotti circondati da acque o da acquitrini fluviali.

LA DEA DI BARATELLA.

E’ difficile ricostruire un culto attraverso i ritrovamenti della stipe votiva.

Certamente Retia non è preposta al parto, una divinità matriarcale ma non legata esclusivamente al femminile, dato che c’è la totale assenza di Ex voto di bambini e di uteri, ma porta con se la caratteristica marcata di GUARITRICE -SAINATEI come da iscrizione. Abbiamo la prevalenza di ex voto anatomici costanti stipi votive centro –italiche.

Una divinità legata ai riti di passaggio(come Artemide Orthìa a sparta, una dea sanatrice e guerriera la base del matriarcato mediterraneo)?

Era originariamente una dea della caccia protettrice degli animali come la lamina di Villa di Villa con bovini,. La dea aiuta i ragazzi e le fanciulle nei riti di passaggio legati alla fine della pubertà e all’inizio della vita guerriera o di sposa.

I CHIODI VOTIVI

Sui “chiodi” votivi sono riportate in alcuni casi delle iscrizioni sempre di donne , mentre sulle basi delle statuette equestri sono presenti dediche da parte di maschi.Le donne deponevano la reticola per i capelli , nel santuario, come lo STROPHIUM Appiattire il seno adolescente e questi oggetti venivano offerti ai LARI gli spiriti domestici.Anche la Bulla dei maschi bambini era offerta ai lari.

Anche la bambola con il volto minaccioso detta Mania veniva lasciata per segnare la fine di un periodo e la preparazione alla vita adulta.

Nelle lamine le donne erano coperte il capo con un scialle era una cerimonia legata alla preparazione al matrimonio.

MINERVA SI SOVRAPPONE A RETIA e poi si accostano al panteon veneto divinità maschili importate,ma anche riadattate, dal mondo greco.

Il 17 marzo la festa della iniziazione dei giovani a portare la lancia gli HASTATI come nel mondo romano?erano competizioni marziali che finivano con danze sacre in armi

La gioventù si divideva in Hastati e non Hastati quelli che non hanno partecipato all’iniziazione.

Chiodi Votivi –spilloni-stili scrittorii Chiodi che non sono chiodi ma oggetti votivi non in uso nella vita quotidiana. Usati nella magia simpatica?

TAVOLE ALFABETICHE V-IV.

La scrittura era praticata e insegnata nei santuari dato che una delle funzioni principali era quella, come la matematica, di poter comunicare con una divinatà, di chiedere o di ringraziare, tuatta la questione era in un primo tempo gestita da un sacerdote che era quasi sempre scrivano e conosceva l’uso della lingua scritta. La scrittura è un atto magico pensiamo alle defesiones.

Di interpretazione assai difficile sono le tavolette alfabetiche, a Barbatella ne sono state rinvenute tredici sono conservate mentre di altre rimangono solo frammenti. Un frammento proviene pure dall stipe di Vicenza per certi versi santuario gemello di quello atestino. Datate V IV sec. a.C.

Non si esclude che le tavolette servissero per predire il futuro selezionando a caso gruppi di lettere e interpretando le parole come presagi. L’esistenza di un simile tipo di divinazione è sta recentemente ipotizzata per l’oracolo della dea Fortuna a Preneste, A Barbatella forse l’oracolo di Retia. Come gli oracoli alfabetici greci. Il fedele sorteggiando la sua lettera individuava anche il responso corrispondente. Del resto nel Veneto antico l’uso è attestato presso ABANO dall’oracolo di Gerione, in cui si usavano anche i dadi per indicare la sorte. Questi esempi di speculazione magica sulla scrittura trovano anche confronti nel mondo etrusco , poiché le sedici caselle con le lettere AKEO sono esattamente tante quante le zone tracciate sul fegato bronzeo di Piacenza o dell’aruspicina.C’è una connessione fra Retia Minerva e la Minerva etrusca Noria, dea della fortuna e della sorte. Nell’età tardo repubblicana imperiale l’offerta più comune era un asse , la moneta romana del tempo .nel V sec. a.C. nel Lazio e nell’Etruria la scrittura era rimasta un’arte quasi monopolizzata dagli scribi e finalizzata alla redazione degli atti ufficiali o delle dediche a divinità o persone illustri . Ma l’alfabeto ebbe, già in età arcaica, una notevole importanza nella vita dei santuari oracolari etrusco-italici, i quali dovettero assumere un certo ruolo nella divulgazione della scrittura. Il tempio di Retia nel fondo Barbatella era il più importante nell’antica Este e nell’ambito dei suoi culti avvenivano le più significative cerimonie periodiche degli Atesini: i matrimoni e l’ingresso dei giovano fra gli adulti e tra i guerrieri come presso i romani e i greci queste cerimonie avvenivano una volta all’anno in onore della più importante divinità statale .

Poiché nel mondo centro-italico la più prestigiosa divinità che presiedeva simili cerimonie era Minerva, fatalmente la Retia di Este fu identificata con Minerva del resto Retia era come Minerva una dea sanatrice e oracolare. Le altre divinità maschili sono il frutto di un adeguamento al patriarcato, lento e inesorabile. Una dea veneta si era trasformate parzialmente in dea greco-romana. Qualcosa di analogo avvenne nel Trentino e nel Veronese pure sono attestati culti di Minerva , Un tempio a Santa maria di Malerbe sopra Marano. San Zeno di Minerbe, a Padova presso la stipe del “Pozzo dipinto” contente una statuetta di Minerva e ancora a Giurina Concordia Saggittaria .

DIOSCURI

Castore e Polluce Divini gemelli spartani. Un nome simile a quello dei numi germanici una iscrizione dedicatoria arcaica incisa su di una coppetta di bronzo rinvenuta nei dintorni di Este attesta l’esistenza di una coppia divina(ALCI era il nome dei numi e) ALCOMNO.

Una coppia di dei o di eroi ,come erano presenti in varie culture di moltissimi popoli della terra a rappresentare la fecondità,la forza vitale e l’abbondanza. Le coppie: Romolo Remo. Castore e Polluce, Zeto e Amfione in Grecia, ma anche in popoli non indoeuropei come Caino e Abele , Giacobbe ed Esaù.

I RITI DELLA SEMINA

Un passo di Eliano informa che due autori greci del IV a.C. parlano degli usi e costume delle genti venete. Sono in due scrittori :Teopompo e Licio di Reggio.

-Teopompo dice che i veneti che abitano attorno all’Adriatico, quand’è la stagione dell’aratura e della semina, mandano doni ai corvi; e i doni consisterebbero in alcune focacce e in pani ben preparati in modo grazioso. L’esposizione di questi doni intende addolcire i corvi e stipulare con loro un patto, di modo che essi non dissotterrino e non portino via il frutto di Demetra disseminato per terra.

Anche Licio di Reggio è d’accordo su questo punto , ed aggiunge a ciò che (…lacuna nel testo greco, in cui si parlava di altri doni ai corvi), e cinghie di cuoio color porpora e quindi quelli che avevano esposto queste cose si allontanano. E gli stormi dei corvi rimangono fuori dai cippi di confine; Degli animali ambasciatori richiamano i corvi, E venendo a schiere i Veneti vedono se i doni sono graditi e sanno l’accordo sancito con questi uccelli è valido , ma se viceversa i dono non sono aprrezzati e vengono trascurati , gli indigeni sanno che la carestia gli colpirà per il disdegno dei corvi.Dato che gli uccelli dopo il digiuno verso le offerte, assaltano i campi senza pietà e con ira, scavando e cercando i semi interrati.

I veneti riservavano onori particolari ai corvi come il mondo greco che però riteneva benefica e non potenzialmente nociva come nel caso dei veneti.

Per i veneti i corvi rappresentavano gli spiriti dei morti. la fertilità , presso molti popoli, era connessa con la buona disposizione dei spiriti dei morti. Le anime dei defunti erano rappresentate come uccelli Le Arpie , le Striges italiche (uccelli notturni malegici)Nel mondo Paleoveneto nelle stele funerarie compaiono volatili Padova e stele di Camin.

Il problema delle “feriae sementivae” feste romane e venete che analizzate assieme ci delucidano ulteriormente. Della cerimonia della semina ci informa nei “fasti “ Ovidio il quale così scrive :

< volte ho consultato i Fasti che indicano i tempi, e non trovano il giorno sementivo, ma allora la Musa-accortasi di ciò-mi disse” Il giorno di questa festa viene indetto, perché cerchi nei Fasti una festa e data variabile? Se la data è variabile, l’epoca però è certa :è quando la terra è fecondata dai semi gettati>>(Fasti I.657-662).

I contadini laziali dovevano offrire focaccie, o pani dolci sui focolari . I Veneti invece dovevano dare ai corvi le focaccie : in ogni caso si trattava di “sprecare” cereali Nel medioevo si seminava più di 3 quintali di semente per ottenere 15 quintali di prodotto oggi 1,60 Q.li per ottenere 50 Q.li.

Le ferie sementine laziali avvenivano in onore di Cerere e di Tellus, divinità che presiedevano alla crescita delle sementi e, insieme regnavano sulle divinità dei morti.

(Il ruolo di queste due dee nei funerali , l’aggettivo cerritus,<>l’esistenza del mndus cereris, cioè di una porta degli inferi che prendeva nome dalla dea stessa, sono tutti elementi che indicano come le dee cui erano dedicate le feste romane della semina erano anche dee degli inferi e dei defunti . Anche Ghe , la dea greca della terra, riassumeva in sè i caratteri di dea agraria e di dea dei defunti :Le Bonniec,

D. Sabbatucci –L’eredità romana:magistratura e sacerdozio, in memorie dell’accademia dei Lincei .

Sull’offerta di focaccie e di impasti fluidi di farina agli eroi , ai morti e alle divinità sotterranee P. Stengel

(vedi la festa delle fae a San Giorgio Ingana Poltron)

Arlequin dio degli inferi a capo della masnada infernale.

Nella descrizione del rito paleoveneto per la semina , Teopompo usa il termine greco “meiligmata”, cioè <>, i quali costituivano lo scopo della cerimonia stessa. <> i corvi , cosa strana! Meiligmata , come meilichios, <>, è un termine che si addice al culto dei morti e degli dei inferi. In Eschilo con meiligmata sono indicate le libagioni di pasta fluida di cereali , con le quali si placava gli spiriti dei defunti e degli eroi. A Cerbero la Sibilla cumana dette l’offa dolce, come narra Virgilio ; ai Lari, i defunti erotizzati romani , si offriva la focaccia. Pertanto anche questo aspetto del rito <> dei Veneti riconduce alla sfera funeraria.

E’ assolutamente impossibile stabilire se presso gli antichi veneti la semina fosse accompagnata da cerimonie di tipo lugubre o funebre , come presso molte popolazioni della terra, le quali vedevano nella semina il seppellimento di una divinità.(ne parla “il ramo d’oro di J.G. Frazer). Plutarco , per esempio parlando dei riti egiziani della semina , dice che :<>Plutarco –Iside e Osiride-

Durante le ferie sementine romane avveniva il rito della”iactatio oscillorum , cioè dell’<>, ove con oscilla (forse diminutivo di “os”, <>) si potevano intendere anche <>, <>- masche , larve che richiamano la prima idea di arlecchino come conduttore della masnada infernale e una specie di dio degli inferi- <>. Su questo rito, che avveniva durante la festa della semina, molto si è fantasticato. Gli eruditi romani lo facevano risalire ad un rito ateniese, inaugurato per onorare Icaro e la sua figlia Erigone, nel corso del quale si impiccavano delle statuette, in memoria di Erigone che si era impiccata in seguito all’uccisione del padre.Il mito di Erigone era connesso con le ferie sementine solo nella fantasia degli eruditi antichi , mentre gli studiosi moderni di religione romana hanno dato diverse spiegazioni di tale rito :si trattava di figurine poste sull’altalena , oppure di simulacri fallici, simboli della fertilizzazione dei campi , oppure si trattava di un rito della fecondità e della fertilità. In ogni caso , è però certo il suo carattere funerario.

Gli oscilla erano maschere o masche (larve) e la commedia dell’arte si fa carico di traghettare questo sapere e queste conoscenze e liturgie arcaiche travasandole nella commedia(o tragedia apotropaica), Oscillamento di questi oggetti poteva impaurire gli uccelli e farli desistere nel dissotterrare le sementi. A roma le cornacchie erano portatrici di valori religiosi, come prova una iscrizione sull’Esquilino : “Devas Corniscas sacrum”,<>.

Il culto è legato a Cornix, detta Coronis, madre di Esculapio.Negli orti romani si era soliti conficcare nel terreno delle statue di priamo (come le erme con gli organi sessuali maschili in mostr, doppio simbolo l’erma di per se era un Menhir) perche tenevano lontano gli uccelli , ma anche i sortilegi e le stregonerie.Gli uccelli che arrecavano danni agli orti era gli spiriti dei morti inrequietiLa cerimonia latina dedicata a Cerere e a Tellus, divinità della terra e dei morti era comune a tutti i popoli e i veneti con particolare intensità, i morti erano particolarmente affamati e andavano placati.Gli Oscilla, maschere e o statuette venivano appesi per tenere lontano gli uccelli, avremo un motivo di divergenza dalle concezioni venete, che i corvi non dovevano essere spaventati o allontanati . ma rabboniti con offerte adeguatamente belle e non solo buone.Secondo Teopompo le focacce erano preparate in “modo bello”con gusto ; e questo particolare potrebbe adombrare la realtà di pani o focacce figurate , figurine di uomini , maschere, come quelle che venivano appese nelle campagne romane . Gli etruschi usavano le cortecce degli alberi come maschere per rappresentazioni sacre svolte nelle ore del meriggio,A Roma si preparavano focacce fatte a mo di ruota solare in onore del dio notturno Sommano, oppure maschere mostruose della dea Mania nominate “maniole”. Maschere apotropaiche come le antefisse etrusche di gorgoni con la lingua completamente fuori, pensate alle zucche nell’antica festa agricola di Firenze della Rificolona .E sempre nel mondo romano si confezionavano maschere che venivano agitate nei campi. I dodici falli ritrovati ad Este nella stipe votiva di Morlungo servivano per cerimonie agrarie legate alla fertilità. Gli antichi Veneti traevano auspici dal modo con cui i corvi si comportavano nel momento della semina:se mangiavano le offerte era segno di abbondanza per i raccolti futuri,se erano rifiutati era segno di carestia.. La parola Aruspico proprio l’esservatore degli uccelli, nel mondo etrusco e romano. e i corvi erano uccelli privilegiati in per questo tipo di presagi , il loro gracchiare e il loro movimenti . Ecco i due tipi di uccelli per l’indagine gli “alites” e gli “oscines” i primi davano presagi con il volo gli altri con le grida. I Veneti in epoca tardo repubblicana (primo sec.d.C.) avevano in uso tali divinazioni . Anche presso i veneti era in uso l’interpretazione dei fulmini come segno di volere degli dei , Si trattava di individuare il dio che lo aveva scagliato e dedurre il rito che andava impiegato per placare i poteri malefici che interferivano nel luogo dove era caduto il fulmine e ripulirlo.A Oderzo è stato rinvenuto un sasso ablungo con iscrizione latina dove è scritto :<<>> cioè <>, Sepolto per evitare che contaminasse persone animali e cose. E’ probabile che fosse un antico rito veneto etrusco che secondariamente assunse caratteristiche romane.

ATTI DI DEVOZIONE

Il gesto di adorazione

Tra le stipi, o i depositi votivirinvenuti a Este quello di Caldevigo è fra i più antichi , poiché vi figura un bronzetto, raffigurante la cosiddetta <>, databile al V sec a.C. La vita religiosa attestata dai reperti sembra essere continuata durante il IV sec a.C. fino al IV periodo atestino (dal 400 a. C. al II secolo dove il mondo veneto si fonde con quello romano) fino alla vigilia dell’arrivo dei romani.: La stipe è composta da laminette bronzee con figure femminili , un centinaio di modellini miniaturistici, di lance di bronzo e di scudi e un gruppetto di teche di metalliche con un foro per la sospensione , forse piccoli contenitori per vesti e per capelli .

Quanto alle armi miniaturistiche . Questo tipo di oggetti votivi è stato rinvenuto anche a Telamone riferibile alla battaglia che vide i romani e i loro alleati , tra i quali 20000 veneti ,vincitori sui galli proprio nei pressi di Telamone nel 225 a.C. Le piccole armi sarebbero dunque ex voto di soldati che parteciparono a quella battaglia . Probabilmente viene da Caldevigo un cippo iscritto rinvenuto a Monte Murale ,nel quali si può forse conoscere la prima parte del nome di una divinità EINA.

Tra gli oggetti della stipe di Caldevigo è stata rinvenuta una lamina bronzea rettangolare, molto importante per il nostro studio,che raffigura a incisione una donna con ampio scialle che scende sulla schiena in abito paleoveneto , con una sorta di manto che si allarga in basso a campana, mentre un cinturone le orna la vita. Questo personaggio femminile fissato nell’atto di sollevare la mano destra (per me è la sinistra) di fronte alla bocca. La ricchezza dell’abbigliamento , essa è stata ritenuta se non la dea stessa- ha lo stesso abbigliamento della statuetta detta di donna orante sempre di caldevigo) la donna sta rendendo omaggia alla divinità a Retia. Ogni religione ha un suo modo di venerare e rendere omaggio alla divinità. Le mani giunte , la mano con il palmo sul petto , ma gli etruschi come i romani i persiani e i popoli del vicino oriente origini sumeriche ittiti usavano partare la mano destra alla bocca e imitando il gesto di mandare un bacio.era la “proskynesis dei greci-baciare con fervore-segno di adorazione e di saluto.Questo tipo di devozione era antichissima e presso i veneti si è mantenuta pressoché uguale a quella degli antichi Sumeri Venerazio->l’arte di accattivarsi la divinità . L’etologia ci aiuta nel delucidarci questi comportamente legati al sacro.. Sono i gesti semplici e usuali che l’uomo adopera i momenti importanti della vità: Il gesto della supplica, l’abbraccio, la stretta di mano, il sacrificio di animali o di un capro espiatorio, la danza, sono esempi di comportamenti comuni agli uomini . La donna di Cadevigo riassume in quell’atto e in quel gesto un rito usuale presso le antiche popolazioni ed è rimasto ancora comprensibile come atto devozionale anche per noi uomini del III millennio.

DO UT DES->TI DO perché MI DAI

DO QUI DESISTI-> TI DO PERCHE’ MI HAI DATO.

LA LIBAGIONE

Un gesto che ricorre più spesso è quello della libagione. Nella stipe barbatella molte statuette rappresentano uomini e donne con un vasetto o una patera in mano, come la statuetta veneta dal museo di Padova, come da Carceri d’Este proviene un gancio di cinturone che raffigura una donna in atto di versare del liquido in una tazza , al cospetto di un personaggio che è stato interpretato come uomo-pesce, forse divinità fluviale . L’atto del culto è sempre il medesimo quello di offrire ad una divinità o a un eroe un liquido commestibile . Si versa a terra, o nell’acqua o nel fuoco affinché la divinità ne possa assorbire le energie per renderlo partecipe la divinità alla consumazione di un alimento pregiato. Un rito remotissimo. La fede è un patto, un rispetto bilaterale dei patti e delle regole tra uomini e dei.L’uomo offre con deferenza agli dei la parte di bevanda che spetta agli dei . Nel mondo italico sono frequentissime le scene di offerenti, dalle prime testimonianze dell’arte italica (IX-VIII sec.a.C.) Con molta probabilità questi riti sono stati influenzati nel mondo paleoveneto dagli etruschi (come daltra parte le figure oraffigurazioni ) e sia i bronzetti di Padova che quello della donna che offre sul gancio atestino La libagione era un rito pubblico e privato, taluni stipi votive come quella di Montegrotto o quella di San Daniele a Padova abbondano di coppe votive. Molto probabilmente anche i mestoli di Lagole in Cadore con dediche a Trumusijat, appartengono a questo tipo di rito ,servivano per attingere liquido con cui libare. Pratica diffusa anche nei santuari etruschi.

SUONATORI DI STRUMENTI DELL’OLTRETOMBA

Nelle sicule e nei bronzetti veneti sono frequenti le raffigurazioni di musicanti, forse era una pratica o cerimonia di culto o attività legate alla vita di società . Per le raffigurazioni delle situle il problema è aperto , ma per quanto riguarda i bronzetti , in quanto costituivano offerte ai defunti ,rientrano nel quadro dei culti paleoveneti. Le raffigurazioni . Sulla situla della Certosa Al museo archeologico di Bologna sono raffigurati due personaggi con cappello a tese larghe, uno davanti all’altro intenti nel suonare uno la lira e l’altro la siringa, ma anche in altre situle furono notate scene di musicanti , la musica era elemento importante nella cultura dei Veneti.

Per i bronzetti abbiamo Testimonianze al museo Concordiese di Portogruaro proveniente da Sesto al Reghena- suonatore di lira seduto sopra uno sgabello databile V sec.

Al museo provinciale di Torcello che raffigura un suonatore di siringa vestito con un gonnellini lungo fino al ginocchio.

A Gazzo Veronese è conservato un altro suonatore di siringa proveniente dalla necropoli di Dosso del Pol Questa statuetta si è sicuri che viene da un contesto funerario e si presume anche per gli altri bronzetti.

COCLUSIONI

i culti degli antichi veneti non risultano organizzati in un complesso e preciso sistema politeistico, sul tipo di quello dei greci e dei romani .I dati sono scarsi ma in ogni caso ci sono degli elementi concreti i quali indicano che le comunità venete adoravano una divinità principale polivalente, affiancata da divinità minori e degli spiriti dei defunti. Poi assistiamo all’assorbimento delle divinità grecoromani che lentamente cancellano la prima divinità Veneta.

La divinità principale era preposta a molteplici domini della natura e della vita , domini che ad esempio nel mondo greco erano appannaggio di divinità diverse e specializzate.

RETIA proteggeva gli animali era connessa con le acque del fiume Adige, era preposta all’educazione dei giovani e alle cerimonie dei ritidi passaggio alla maggior età e al matrimonio, era inoltre una dea della slute del corpo, dell’arte della profezia e della magia attraverso la quale l’alfabeto diventa parola e srittura nei santuari.

Trumusijat di Lagole era pure una dea multiforme :presiedeva le cerimonie degli allevatori e dei cacciatori cadorini , probabilmente aveva qualche cosa a che fare con l’arte della guerra , visto che a lei venivano dedicate statuette di guerrieri, ma era soprattutto una dea sanatrice .

Placchette con raffigurazioni di bovini si trovano sia nella stipe Barbatella di Este sia nella stipe di Villa di Villa; lamine con cavalieri e tavolette alfabetiche simili tra loro contraddistinguono la stipe di Vicenza e quella atestina del fondo Bratella ; statuette di devoti assolutamente uguali si sono rinvenute a Lagole e a Villa di Villa; bronzetti di cavalieri simili fra loro provengono da Lagole che dalla stipe di Barbatella , e l’elenco delle parentele fra i santuari del Veneto potrebbe continuare ancora a lungo, erano legati. Questo fenomeno non documenta soltanto l’esistenza di centri di produzione di ex voto comuni ai santuari diversi, o la circolazione di punzoni e matrici fra gli artigiani dei diversi luoghi di culto, ma documenta pure la somiglianza e insieme le molteplici possibili attribuzioni delle divinità principali presso le varie comunità dei veneti

Accanto alle divinità supreme, di carattere multiforme e polivalente , esistevano divinità minori. A Montegrotto ad esempio , c’era Gerione con il suo Oracolo, accanto al dio principale delle fonti termali ; a Este c’erano le due divinità dette “Alcomno” , c’erano gli dèi,sconosciuti,cui spettavano le stipi di Caldevigo e di Morlungo. Tuttavia è difficile stabilire fino a che punto queste divinità minori di Este (ma anche il caso di Padova è analogo)fossero organizzate in un rudimentale sistema politeistico accanto alla divinità Leader, e fino a che punto si trattasse invece di divinità proprie dei diversi villaggi o dei diversi quartieri o gruppi tribali che componevano la città stessa. E’ possibile infatti che un’unitàsociale atestina avesse fatto capo , per la medesima cerimonia, al santuario di Caldevigo, mentre un’altra avesse fatto capo al santuario di Barbatella.

Fin dalle epoche più remote , accanto e al dì sotto degli dèi erano venerati anche gli spiriti dei morti (i lari nel mondo romano) e degli eroi. Le pratiche funerarie , i sacrifici di cavalli, i riti in onore degli uccelli , che erano ritenuti sede delle anime dei morti, sono elementi che attestano quanto fosse radicata presso i Veneti la credenza dell’immortalità dell’anima e nelle capacità di operare da parte degli spiriti . Probabilmente tali spiriti non erano contraddistinti da una fisionomia personale molto marcata , come invece nel caso degli eroi greci o romani , i quali erano protagonisti di una mitologia estremamente complessa. (necessari per consolidare il potere e unificare indirizzando i culti verso l’impero, nel caso dei romani)Forse attraverso l’ellenizzazione e poi ,soprattutto, attraverso la romanizzazione del Veneto, anche gli eroi e gli spiriti della saghe locali poterono assumere una fisionomia meno labile, ma di questo fenomeno non è rimasta traccia.

Con l’introduzione dei culti di origine greca, grazie agli Etruschi e ai Greci stessi, si raggiunse sicuramente un primo abbozzo di sistema politeistico. Ercole, ad esempio, entrò a far parte del complesso di divinità di Montegrotto e del santuario stesso di Retia nel fondo Barbatelle. Questo elemento nuovo fu accompagnato dalla costruzione di un nuovo e più articolato sistema di miti caratteristici dei vari luoghi di culto. Il caso di Montegrotto è esemplare al riguardo. Con il passare del tempo e con la penetrazione capillare della cultura romana e italica nel Veneto, le divinità locali furono <> classificate, specializzate entro domini loro caratteristici e organizzate in un sistema che rispecchiava il sistema politeistico greco-romano.

Purtroppo soltanto in pochi e fortunati casi è possibile seguire questo processo finale. La trasformazione di Retia in Minerva è forse l’esempio che meglio si può percepire d’un simile fenomeno.

Io sono circondato da preti che ripetono incessantemente che il loro regno non è in questo mondo, eppure allungano le mani su tutto quello che possono prendere – Napoleone

Ho trascorso ore angosciose, rese tanto più gravose dai tentativi inumani compiuti intorno a me da altissimi dignitari ecclesiastici per indurmi a sconfessioni e a ritrattazioni... Ho resistito impavido. Ne sono fiero - Ernesto Bonaiuti, sul letto di morte. 1946

..Oggi occorre sapere che un teologo, un prete, un papa, non appena aprono bocca a pronunciare una frase, non solo sbagliano ma mentono... Le nozioni di aldilà, quella stessa di anima, sono arnesi di tortura usando i quali il prete diventò padrone e padrone rimase... - F. Nietzsche

Quando i missionari vennero per la prima volta nella nostra terra, loro avevano le Bibbie e noi avevamo la terra. Cinquant'anni dopo, noi avevamo le Bibbie e loro avevano la terra - Jomo Kenyatta, primo presidente del Kenya dopo l'indipendenza

Se Gesù fosse stato ucciso vent'anni fa, i bambini cattolici porterebbero
al collo piccole sedie elettriche e non croci - Lenny Bruce

"Il cristianesimo diede da bere a Eros il veleno: esso non lo fece morire, ma degenerare in vizio."
(Friedrich Nietzsche)

"Si guardi indietro a tutte le guerre, ai disordini, alle ribellioni e alle rivoluzioni: se ne troveranno ben poche che non abbiano avuto come seme, o come pretesto, una qualche contesa religiosa."
(Arthur Schopenhauer)

"Il monoteismo genera il fanatismo, il fanatismo l'odio e l'odio le guerre di religione."
(Anacleto Verrecchia)

"La parte più fanatica e superstiziosa dell'umanità in materia di religione ha sempre una passione per i misteri, e per questa ragione ama di più ciò che capisce meno."
(Isaac Newton)

Il migrante, "spogliato" dei suoi luoghi di origine, si trova in uno stato di momentanea nudità, in balia di uno spazio cosmico, in uno stato non gravitazionale, dove l'alto e il basso perdono di senso e le certezze si fanno evanescenti. A questa colorita ma interessante metafora potremmo aggiungere quanto dice Zanini, secondo il quale valicare una frontiera vuol dire "uscire da uno spazio familiare, conosciuto, rassicurante, ed entrare in quello dell'incertezza". In sostanza viene a mancare il senso dell'abitare e dell'appartenere ad un luogo. Per il migrante diventa di vitale importanza ridisegnare uno spazio capace di accogliere il suo mondo di credenze, di significati, di simboli o più semplicemente la sua cultura. Fino a quando questo atto di ridefinizione del proprio habitat non si esaurisce, l'esperienza del migrare rimane in una condizione di confine, in una sorta di bolla liminale.


La trascrizione dell'intervento della dottoressa Maria Angela Ruta Serafini sulle donne paleovenete, tenutsi il 21 02 2008 a Isola della Scala è tutto da rivedere. Troppi errori sono stati commessi e con l'occasione chiedo umilmente scusa alla dottoressa Maria Angela Ruta Serafini .Solo dopo la revisione e la correzzione il testo verrà reintegrato


L’ELEMENTO MAGICO IN EZRA POUND di Boris de Rachewiltz,

Recensione al libro L’ELEMENTO MAGICO IN EZRA POUND di Boris de Rachewiltz,

edito da Raffaelli Editore, Rimini 2008.

di Franklin Baumgarten

A 43 anni dalla prima edizione de L’Elemento Magico in Pound, Raffaelli Editore ripropone la stampa di questo interessante testo oramai esaurito. Gli scritti dedicati da Boris de Rachewiltz ad Ezra Pound, di cui sposò la figlia Mary nel 1946, sono piuttosto numerosi, considerando che l’autore è stato in prima linea egittologo ed etno-archeologo. La lista delle pubblicazioni scientifiche di de Rachewiltz in questo campo, comprende circa venticinque libri ed innumerevoli articoli apparsi in riviste e giornali. In ognuno di essi spicca il senso della ricerca di contenuti di carattere magico – religioso delle culture africane, in particolare modo, quella dell’antico Egitto. Fra le opere che trattano argomenti diversi, vi sono per l’appunto, alcuni lavori che Boris de Rachewiltz dedicò al poeta americano. Essi comprendono, in ordine cronologico, un curioso scritto con la firma dell’egittologo, apparso sulla rivista americana ‘Doubt’ nel 1952. In questo scritto de Rachewiltz condivide le idee poundiane circa il sistema monetario britannico, esprimendosi con alcuni versi, che risultano fortemente influenzati dallo stile letterario del suocero. Nel 1960 Ezra Pound tradusse dall’italiano in inglese alcune poesie dell’Antico Egitto, la cui traduzione di de Rachewiltz dall’egiziano era stata pubblicata da Scheiwiller nel volume Liriche Amorose degli Antichi Egiziani. Due anni dopo, nel 1962, la traduzione poundiana dei Love Poems of Ancient Egypt fu rielaborata insieme a Noel Stock.

Nel 1965 fu pubblicato L’Elemento Magico in Ezra Pound, edizione all’insegna del pesce d’oro a cura di Vanni Scheiwiller e Piero Draghi. Il contenuto di questo libro, che include numerosi passaggi inediti della corrispondenza fra de Rachewiltz con Pound negli anni 1954 e 1955, verrà ripubblicato nell’antologia letteraria di Eva Hesse (Berkeley & Los Angeles 1969), intitolata Pagan and Magic Elements in Ezra Pound’s Works. Va detto che questa versione, tradotta anche in lingua tedesca, è sostanzialmente concisa rispetto all’originale di de Rachewiltz, mentre, per alcuni aspetti, ne amplifica certi concetti interpretativi di tipo letterario.

Nel dicembre del 1972, Boris de Rachewiltz rende omaggio a Pound, spentosi a Venezia all’età di 89 anni, con uno scritto intitolato Ultima epistola a E.P., il quale era apparso sul mensile culturale ‘La Destra’.

Inoltre vi sono le numerose fotografie scattate da de Rachewiltz, che furono pubblicate in opere di Pound, fra cui le fotografie all’interno del A Memoir of Gaudier Brzeska, nonché in opere su Pound, contenenti ritratti del poeta, come l’edizione Ezra Pound Patria Mia - Essay a cura di Eva Hesse. L’ultima pubblicazione che unisce Ezra Pound e suo genero, è Cat and Salamander, a tale in six captions illustrated by Boris de Rachewiltz, del 1993.

Pound fa suo l’elemento estetico che ricava dalla cultura dell’antico Egitto, così distaccandosi dalle influenze estetiche ereditate dall’antica Grecia (Angus Fletcher in: Pound’s Egypt and the Origin of the ‘Cantos’, Twentieth Century Literature, 2002). Alcune nozioni circa l’Antico Egitto, che vengono espresse in De Aegypto (A lume Spento) di Pound (1908), derivano secondo de Rachewiltz, dalla lettura di testi di E. A. Wallis Budge. Inoltre, l’accostamento simbolico al mito di Osiride da parte di Pound, trova espressione in una serie di ‘essays’ degli anni 1911/12 intitolati I gather the limbs of Osiris. Essi fanno riferimento al mito egizio pervenutoci da Plutarco, rispecchiando in maniera allegorica la necessità di esprimere i concetti del risorgere, ordinare e ricordare.

Per quanto riguarda le motivazioni che possono aver spinto Boris de Rachewiltz a definire gli ‘elementi magici in Pound’, non c’è da meravigliarsi che uno studioso attento agli aspetti magici della cultura egizia abbia riscontrato nella poetica di Pound paragoni fra l’uso, la forma e la musicalità della parola, inerenti all’efficacia magica prodotta da essi nel mondo egizio. Ecco perché de Rachewiltz percepisce come un passaggio dei Testi delle Piramidi, l’affermazione di Pound in De Aegypto, ove è detto:

“I, even I, am he who knoweth the roads

Through the sky, and the wind thereof is my body”

L’edizione di Raffaelli Editore de L’Elemento Magico in Ezra Pound darà nuovamente al lettore l’opportunità di riflettere non solo sugli aspetti interessanti riscontrabili nella poetica poundiana; permetterà altresì di conoscere meglio l’autore Boris de Rachewiltz, il quale ha avuto l’intelletto e la perspicacia di descrivere l’opera di Ezra Pound in una luce alquanto magica.

Ezra Weston Loomis Pound Boris de Rachewiltz

(nato il 30 ottobre 1885 a Hailey, Idaho, (nato il 12 febbraio 1926 a Roma e morto

e morto a Venezia il 1 novembre 1972) a Tirolo di Merano il 3 febbraio 1997)

Franklin Baumgarten Verona, 20 febbraio 2008

mercoledì 19 dicembre 2007

Scavi a Castel San Pietro

Castel San Pietro - L&#39;acropoli di Verona - VEJA.it
Author: luigi pellinihttp://luigi-pellini.blogspot.com/Via http://luigi-pellini.blogspot.com/ A Verona stanno succedendo fatti strani, strani movimenti si notano sul colle sacro. é di oggi la notizia (Verona 1 11 2007) che si sta scavando sul poggio che domina  la città, tutto di punto in bianco.
Giù le mani dal colle sacro ad Augusto, è da parecchio tempo che l'acropoli  della città di Verona, il santo dei santi, fa gola alla fondazione legata all'Opus Dei. 
Come ultimo atto una compravendita giocata dalla fondazione Cariverona. Inoltre qualche mese fa sono stati operati dei carotaggi sul colle, sempre in sordina, il tutto mi da pensiero, cosa si sta giocando? 
Da anni si parla di come "riconvertire" il colle e la caserma austriaca che ne occupa il cuore. Le divinità pagane che da sempre dimorano sul quel poggio luogo di memoria, conteso da sempre dai vari potentati che si sono succeduti in città , il luogo dovrebbe ritrovare gli antichi fasti, 
Riporto l'articolo apparso sul giornale "L’Arena" (2.12.1998) che descrive il clima di tensione sorto in a Verona quando una certa parte politica voleva che Castel S. Pietro fosse il luogo scelto per la costruzione del Santuario della Madonna di Lourdes. Che in seguito sarà poi costruita sopra Forte San Leonardo distruggendo cosi non solo la "Toresela" ma alterando anche il paesaggio.

 I DEMOCRISTIANI E I "ROSSI" ASSEDIANO CASTEL S. PIETRO 
Per Castel San Pietro, scoppia, nel novembre del 1948, una piccola guerra di religione. 
A combatterla, ci sono da una parte i democristiani e dall’altra un’inedita coalizione che va dai comunisti ai liberali. Succede quando in Consiglio comunale si discute, tanto per cambiare, del futuro di quello che oggi si usa chiamare uno dei "contenitori" cittadini, il cui avvenire è tutt’ora incerto. In verità, la disputa del 1948 non riguarda solo l’edificio che sovrasta il colle ma anche e soprattutto le zone adiacenti. La questione nasce in seguito a una richiesta presentata al Comune dai Padri Stimatini. Essi chiedono il "casermone", proponendo una sorta di permuta: poiché il fabbricato è a quell’epoca la sede dell’Istituto Ettore Calderara per l’infanzia abbandonata, essi si dichiarano disposti a realizzare a Villa Colombari un edificio più funzionale e moderno per l’Istituto. In cambio, intendono trasformare, con opportuni adattamenti, il "casermone" in un santuario. Ma la proposta suscita vivaci proteste. In Consiglio, sia le forze di sinistra che i liberali giustificano la loro opposizione con il timore che i veronesi siano espropriati di un luogo da cui si può ammirare un paesaggio di grande suggestione, con una perdita che si ripercuoterebbe negativamente sul turismo. Al loro fianco, intervengono anche associazioni, come la Pro Verona e gli Amici del paesaggio, e un’istituzione, L’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, che gode di un notevole prestigio culturale. In un suo ordine del giorno, l’Accademia ricorda che quel colle aveva ospitato "il primo nucleo" della città e che sia in epoca romana che medioevale vi erano sorti grandiosi monumenti. Ai richiami storici ed artistici, si uniscono quelli più prosaici ma non meno efficaci dell’Associazione albergatori, che paventa evidenti rischi per il turismo. Gli ambienti cattolici, e, sul piano politico, quelli democristiani replicano prontamente. Essi dicono che tutto si basa su un equivoco, creato ad arte e in malafede dai comunisti. A loro avviso si tratta, è il caso di dirlo, di un castello di menzogne... Il progetto, infatti, non ha mai messo in discussione il piazzale panoramico, che resterebbe a disposizione della città. I comunisti, invece, hanno falsato la proposta, presentandola come "la conquista della rocca di Verona da parte degli Stimatini". Di conseguenza, chi è intervenuto in buona fede a difesa di un patrimonio comune dei veronesi, non ha capito di combattere una battaglia inutile, di lottare per qualcosa che nessuno intendeva togliergli. L’equivoco per i democristiani è tutto qui: i comunisti si sono opposti per motivi politico-ideologici, poiché sono ostili per principio ad ogni iniziativa di tipo religioso e gli altri non hanno capito e li hanno appoggiati. Mentre il dibattito va avanti, il Consiglio comunale decide di non decidere, istituendo una commissione per studiare a fondo il problema. Poi, come è noto, il progetto degli Stimatini non verrà realizzato, ma, dopo cinquant’anni, del destino di Castel San Pietro si discute ancora. Emanuele Lucani
CASTEL SAN PIETRO fu per secoli il poggio dove sorgeva il tempio della grande divinità italica Giano Bifronte, .Giano il dio che ancora protegge la città scaligera,  PERCHE' SCAVARE SOLO ORA E IN QUESTA MANIERA, ANDAVA FATTA UN'INDAGINE SERIA E COMPLETA SUI RESTI SEPOLTI, che sono tantissimi e ancora intatti. 

lunedì 17 dicembre 2007

Quale è il cardo e il decumano a Verona?

Riporto l'estratto della conferenza tenuta dall'archeoastronomo prof Adriano Gaspani a Veroma . L'archeoastronomia è una scienza indispenzabile all'archeologia, ma non tutti gli archeologi sono d'accordo.
Risultati immagini per cardo e decumano a verona

L’Associazione Culturale Irminsul
in collaborazione con
L’Associazione Culturale Vitanova
Sabato 1 dicembre 2007
organizza la conferenza:
“QUALE CARDO
E
QUALE DECUMANO A VERONA”
a cura del Prof. Adriano Gaspani
Appuntamento presso:
Teatro SS. Apostoli – P.zza SS. Apostoli - Verona alle ore 15.30

di
Adriano Gaspani
I.N.A.F - Istituto Nazionale di Astrofisica
Osservatorio Astronomico di Brera - Milano
adriano.gaspani@brera.inaf.it

Uno dei problemi legati alla storia della città di Verona è quello dell’origine dell’impianto urbanistico e viario del centro storico il quale mostra le inequivocabili tracce della centuriazione romana risalente al I sec. a.C. ancora perfettamente visibile dalle fotografie aeree e da satellite della città. Come spesso accade l’orientazione del reticolato di centuriazione che stabiliva il piano urbanistico delle città romane era differentemente orientato rispetto al reticolato tipico della centuriazione stabilita in campagna nel territorio circostante. Questo fatto appare evidente anche nel caso della città di Verona e del territorio circostante. La centuriazione romana è lo schema urbanistico geometrico di una pianta di una città o di un territorio agricolo, che veniva tracciato, secondo uno schema ortogonale tracciato da particolari personaggi detti “Gromatici” (nome che derivava dalla groma, cioè il particolare strumento, di origine etrusca, utilizzato per stabilire gli allineamenti e le direzioni perpendicolari ) in ogni nuova colonia dove i romani si stabilivano. Vi furono diversi schemi e varietà nella pianificazione del territorio che veniva adottata. Nel caso della ripartizione delle spazio sacro all’interno di una città venivano applicati diversi schemi possibili, tutti però erano basati sulla determinazione delle direzione cardinali astronomiche. Lo schema più diffuso fu quello dell’ager centuriatus. Il gromatico, dopo aver scelto il centro, sacro, della città, detto “umbilicus”, tracciava per esso due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo di direzione est-ovest, chiamato "decumanus maximus” (decumano massimo), il secondo di direzione nord-sud, detto “kardus maximus” (cardo massimo). Il cardo era orientato parallelamente alla direzione nord-sud astronomica e come tale stabiliva il “cardine” dell’universo. Dopo aver delimitato la città si prolungavano queste due strade per tutto il territorio agricolo circostante passando per le quattro porte praticate nelle mura della città. Il gromatico si posizionava nell’ umbilicus con lo sguardo rivolto verso ovest e definiva il territorio: col nome ultra ciò che vedeva davanti, citra quanto aveva alle spalle, dextra quello che vedeva alla sua destra e sinistra quello che vedeva alla sua sinistra. Successivamente venivano tracciati da una parte e dall’altra degli assi iniziali i cardini e i decumani secondari, detti limites quintarii, i quali erano assi stradali posti paralleli ad intervalli di 100 actus (circa 3,5 km). Il territorio risultava così suddiviso in numerose superfici quadrate chiamate saltus. La rete stradale veniva ulteriormente infittita con altre strade parallele ai cardini già tracciati ad una distanza tra loro di 20 actus (710,40 m). Le superfici quadrate risultanti da questa ulteriore divisione erano le centurie. Le larghezze delle strade erano fissate da regole molto strette le quali prevedevano, una volta espresse in “piedi romani” da 29,6 cm ciascuno, le seguenti misure : 40 piedi romani (11,84 m) per il decumano massimo, 20 piedi romani (5,92 m) per il cardo massimo, 12 piedi romani (3,55 m) per i limites quintarri ed 8 piedi romani (2,37 m ) per le altre strade. La sistemazione dei terreni era successiva al completamento stradale. Ogni centuria era suddivisa in 10 strisce, sempre con linee parallele ai cardini e ai decumani, alla distanza tra loro di 2 actus pari a 71,04 m ciascuno, formando 100 superfici di quadrate di circa 0,5 ettari chiamate heredia cioè centum heredia = 1 centuria. Ogni “heredim” era suddiviso a metà nell’asse sud-nord costituendo due iugeri (jugerum, da jugum, 2523 metri quadri, quantità di terreno che poteva essere arata in un giorno da un paio di buoi). Nell'area veneta la centuriazione romana è meglio nota col nome di Graticolato romano. Dopo aver accennato alle regole di centuriazione come si legge nel “DE LIMITIBUS” di Igino il Gromatico, torniamo alla questione della città di Verona. Il rilievo dell’orientazione del reticolato urbano della città, nonché quella degli assi del famoso anfiteatro romano di forma ellittica: l’Arena, rileviamo che la struttura viaria del centro della città posto all’interno dell’ansa del fiume Adige, risulta orientata secondo due direzioni ortogonali tra loro decisamente lontane dalle direzioni meridiana ed equinoziale teoricamente previste dalle regola romane di centuriazione. Le misure di orientazione forniscono i seguenti azimut astronomici: 55°, 145°, 235° e 325°, quindi siamo in presenza di un reticolato fortemente inclinato rispetto alle direzioni cardinali astronomiche. Questo fatto ha creato molte perplessità tra gli storici una delle quali è rappresentata dallo stabilire quale fosse il cardo e quale fosse il decumano poiché a secoli di distanza e difficile basarsi sulle larghezze delle strade attuali.
L’area dove attualmente sorge Verona fu abitata fin dalla preistoria, potrebbe essere quindi molto difficile risalire alla struttura e alla disposizione del primo insediamento. Gli storici e gli archeologi hanno avanzato molte ipotesi in relazione al primo popolamento dell’area: il primo nucleo dell’insediamento e’ stato attribuito ai Reti, ma anche agli Etruschi, ai Paleoveneti, ai Galli Cenomani e, ovviamente per ultimi, i Romani che contribuirono in maniera determinante allo sviluppo urbano senza però modificare la struttura urbana dell’insediamento stabilita in origine dalle popolazioni locali. La ipotesi che il primo nucleo della città sia stato stabilito dei Reti è finora l’ipotesi più accreditata e sembra essere quella più probabile: il primo a formularla fu Plinio il Vecchio. L’ipotesi relativa alla presenza dei Galli Cenomani, sostenuta invece da Tito Livio, è ovviamente cronologicamente successiva in quanto questi ultimi erano una popolazione celtica appartenente alla cultura di LaTene, quindi non più antica della seconda metà del I millennio a.C. L’ipotesi che la fondazione debba essere ascritta agli etruschi è correlata alla presenza, in zona, degli Arusnates, popolo di origini non certe, che qualche studioso ha ipotizzato essere di origine etrusca; l'ipotesi paleoveneta che si riferisce alla popolazione degli Euganei, è infine ugualmente possibile ed equivalente a quella retica. I monumenti e gli edifici più antichi della città ancora visibili, ed in parte utilizzati, sono invece del periodo romano, ma come avvenne nel caso di gran parte delle città appartenenti alla Gallia Cisalpina, i Romani conservarono la struttura viaria originale e la fecero propria limitandosi a centuriare l’area secondo il loro modulo standard, ma senza modificare la sua orientazione. Questo implicò anche a Verona come avvenne nel caso di altre città quali ad esempio Mediolanum e Bergomun, l’adozione di un Cardo e di un Decumano orientati in maniera decisamente anomala rispetto alle direzioni rispettivamente meridiana ed equinoziale come stabilito dalle regole standard applicate dai gromatici. Questo ha permesso di preservare traccia dei criteri sacri originari di orientazione che erano propri delle popolazioni preromane che stabilirono il primo nucleo delle varie città padane, permettendo agli archeoastronomi attuali di investigare l’esistenza o meno di criteri astronomicamente significativi applicati in fase di ripartizione dello spazio sacro e di stabilire quindi quali fossero le direzioni astronomiche importanti per le prime popolazioni stanziate sul territorio della Gallia Cisalpina.
I rapporti fra Roma e Verona iniziarono intorno al III secolo a.C., ma non vi furono mai scontri armati con le popolazioni locali, ma piuttosto rapporti di amicizia ed alleanza. Nei territori posti poco a nord di Verona erano stanziati gli Arusnati, nella parte sud i Galli Cenomani, nell’area veronese vi era la presenza anche di Veneti e Reti. Tale alleanza portò le popolazioni locali, compresi i Cenomani, a combattere a fianco di Roma contro i Galli nel 225 a.C., come già a Canne contro i Cartaginesi di Annibale nel 216 a.C.. Nel I secolo a.C. gli abitanti di Verona furono sempre alleati di Roma contro gli invasori Teutoni e Cimbri; fu cosa naturale quindi l'estensione della cittadinanza romana alle colonie locali stabilita dal Senato nel 90 a.C., in seguito alla Guerra Sociale. Verona divenne ufficialmente colonia romana con la Lex Pompeia nell'89 a.C. e nel 41 o 42 a.C., in seguito alle campagne militari di Cesare che portarono all'annessione della Gallia Cisalpina, corrispondente all'attuale Pianura Padana, e poi di quella transalpina, grosso modo la Francia odierna, Verona cessò di essere colonia e fu elevata al rango di "Municipium" anche per il fatto che la città occupava una posizione geografica strategicamente rilevante essendo posta all'incrocio di quattro strade romane importanti: la Gallica che andava da Torino (Augusta Taurinorum) ad Aquileia, la Claudia Augusta che portava da Modena alla Germania, la via Postumia che collegava la Liguria all'Illiria ed il Vicum Veronensium, che partendo da Verona conduceva ad Ostiglia. La mancanza di conflitto tra le popolazioni locali e il potere di Roma fece si che la città non fu mai distrutta e ricostruita, ma semplicemente crebbe e si sviluppò conservando il modulo urbanistico originale preromano. Il Foro venne posto in un luogo poco distante dall'odierna Piazza delle Erbe e fuori dalla città vi trovarono posto l'anfiteatro, l’attuale Arena, e il Teatro Romano, i quali vennero edificati riproducendo a loro volta l’orientazione della struttura viaria della città, di conseguenza oggi possiamo rilevare che l’Arena di Verona è astronomicamente orientata come il nucleo primigenio della città.
Veniamo ora all’orientazione: come affermato in precedenza le misure forniscono i seguenti azimut astronomici: 55°, 145°, 235° e 325°, quindi siamo in presenza di un reticolato fortemente inclinato rispetto alle direzioni cardinali astronomiche, il quale suggerisce l’applicazione, in origine, di un criterio di orientazione basato su alcune direzioni astronomicamente importanti di natura solare. Lo studio dell’andamento del profilo dell’orizzonte naturale locale rispetto a quello astronomico mostra che nella direzione di azimut pari a 55°, l’altezza dell’orizzonte naturale locale e’ dell’ordine di 1° quindi questa direzione e’ perfettamente compatibile con la levata del Sole al solstizio d’estate durante l’età del Ferro nell’epoca tipica del popolamento retico dell’area veronese, di cui abbiamo due interessanti tracce archeologiche rappresentate dai due sistemi fortificati d’altura di Monte Pipaldolo e Monte Pagano: due castellieri risalenti all’età del Bronzo-Ferro posti sulle alture a nord della città, i quali mostrano rilevanti linee astronomicamente significative. Nella direzione opposta, di azimut astronomico pari a 235°, si verificava il tramonto del Sole al solstizio d’inverno. Le restanti due direzioni invece non mostrano alcun allineamento astronomico. La conclusione a questo punto è abbastanza immediata: il nucleo originario della città di Verona fu edificato, molto probabilmente da gente retica, più che paleoveneta euganea, orientando la struttura viaria utilizzando di un criterio solstiziale solare basato sul punto di levata del Sole al solstizio d’estate e su quello del tramonto dell’astro al solstizio d’inverno nella direzione opposta. Successivamente ne i Galli Cenomani, ne i Romani variarono questo importante orientamento, i primi perché condividevano con i Reti la sacralità dei punti solstiziali solari, i secondi perché si limitarono ad inclinare concordemente il Cardo ed il Decumano massimi, passanti per l’ umbilicus posto in corrispondenza del Foro, frazionando poi il territorio intorno al centro sacro cittadino secondo i criteri stabiliti della centuriazione. L’umbilicus dovrebbe essere quindi corrispondere a Piazza delle Erbe e il Cardo massimo dovrebbe quindi svilupparsi lungo la direttiva Via Pellicciai-Santa Maria in Chiavica, mentre il Decumano massimo andrebbe lungo Via Cappello-Via S. Egidio. Per finire può essere interessante fare ancora una considerazione: se partendo dall’umbilicus (Piazza delle Erbe) si procede nella direzione della levata del Sole al solstizio d’estate si incontrano alcune chiese dedicate a San Giovanni Battista, santo il cui culto è tradizionalmente legato alla celebrazione del solstizio d’estate; questo risulta difficilmente casuale in quanto è noto che sui luoghi sacri pagani vennero edificate in un secondo tempo le chiese cristiane.

domenica 11 novembre 2007

GLI ARSENIFAGI DELLA CARINZIA

E' una questione di quantità. Io soffro d'asma e uso un prodotto omeopatico che si chiama Arsenicum Album ch30. L'arsenico è un veleno potentissimo che in piccole quantità ha delle virtù. Non solo, ma l'uomo si può assuefare al veleno. Ecco la questione degli arsegnofagi della Carinzia regione al di là della Slovenia negli attuali confini dell'Austria, dove nel 1400 risiedeva una popolazione che si sentiva in pericolo dato che lì'acqua potabile era tolta da torrenti che venivano da lontano. Queste popolazione temendo che le sorgenti fossero avvelenate dall'arsenico abbondante, allo stato concentrato nella zona iniziarono a prendere piccole dosi di questo veleno e cos' si assuefarono, adirittura divennero arsenico dipendenti. le madri incinte inducevano il feto che una volta neonato doveva a sua volta assumere una quantità di arsenico. Questo elemento introdotto nell'organismo generazione su generazione provoco una dipendenza, come dei mutamenti del colore dei capelli(nerissimi e i vecchi non conoscevano l'imbianchimento) degli occhi (da azzurri a neri), gli uomini anziani mantenevano la potenza coeundi sin dopo gli ottanta anni, e nei cimiteri le salme rimanevano incorrotte (per gli invati religiosi fanatici sarebbe stato segno di santità a tutto campo). Di per se tutte le terre della Carnia fino in Istria erano ricchissime di arsenico e a Venzone i corpi si sono mantenuti per questo motivo, addirittura la tradizione dei prosciutti di San Daniele sembra sia dovuta alle quantità di arsenico che si trovano tutt'ora nella acque , che aiuta la conservazioni, in questo caso delle carni del porco. L'intelligenza e l'osservazione della sapienza popolare fece tesoro e si intraprese con meritato successo la conservazioni delle carni suine.Mangia con serenità il prosciutto di San Daniele che può avere delle qualità "benefiche" dato che "farmacos" termine che in greco antico significa veleno, ma un veleno in quantità molto diluite può divenire una medicina, insomma una questione di quantità

lunedì 17 settembre 2007

Dioniso e le pievi toscane e non solo

Testo introduttivo sulle impressioni avute dalle chiese immerse nella
quiete della campagna per un giusto ritorno nelle nostre profondità


DIONISO e le pievi Toscane (e non solo)

accessibili e immerse nella tranquillità della natura.
Le immagini conservate in questi templi non sono altro che i simboli
di antiche religioni fuse e sincretizzate con la religione cristiana.
Pieve di Brancoli, conserva tuttora in buono stato, il bassorilievo detto
il brancolino, costituito da una figura umana sproporzionata, sopra
tutto negli arti superiori ,con l'attributo sessuale in vista.
(sull'entrata degli uomini)
In tutte le pievi romaniche toscane ricorrono motivi sessuati.

Ogni cattedrale è un mistero, ogni simbolo è la sintesi di un grande
PENSIERO


Quattro sono i simboli dionisiaci: la vite, la donna(sirena),il
serpente e il toro.
Ricorrente è il simbolo della sirena unita alla luna, sottolineo
che nella lingua russa lo stesso termine indica sia la luna,
il mese ed il mestruo, ancora le parole mese misura mestruazione derivano tutte dalle medesima radice sanscrita “MR” che indica la luna, ma anche il rito, una perdita di sangue non legata alla morte bensì alla fertilità perciò alla vita.
Nero è uguale luna nera o meglio la grande madre nera ,la pietra di
Selinunte, la Vergine nera che e in procinto di partorire sotto
terra.Portato alle estreme conseguenze il concetto possiamo paragonare il nero alla dea ebraica Lilith ,prima moglie di Adamo paragonabile alla greca Ecate (raffigurata con tre teste vicina a mercurio) o alla stessa Kali
Per riprendere la sirena, simbolo cristiano sino al 1000 d.C.(ne esiste una anche nella bellissima chiesa di San Giovanni in Valle a Verona)
volutamente dimenticato forse perché insistentemente ricorre
nel mondo etrusco,e vicino come simbolo all’Abraxas gnostico.Il simbolo della sirena lo troviamo nelle necropoli etrusche sia laziali che toscane,oltre che nella cattedrale di Modena (molto simile a quella di Corsignano nonché della tomba della sirena a Sorano)
poi è presente nei piccoli oggetti etruschi ed è inoltre simile
ad una dea fenicia.
Nella pieve di Corsignano (Pienza)la sirena troneggia sopra
all'entrata,impugna le proprie pinne divaricate, ostentando
l'inguine bene inciso.Nella dea pagana Sheelah-na-gig incisa sulla parete sud est della chiesa normanna di Kilpeck,nei pressi di Ereford in Inghilterra è ben in evidenza la sua vulva a forma di ru. Questo simbolo lo troveremo per tutto il medioevo nei portali delle cattedrali ed è la “mandorla mistica” che avvolge il Cristo come la Maria, è il passaggio della nascita il pertugio che permette a tutto l’umanita di passare da un mondo all’altro, una porta che i mistici o gli “avatar” riescono a percorrerla a ritroso, quasi riassorbiti dalla grande madre,
Ritornando alla sirena della Pieve di Corsignano con due code ,come in questo caso,
trattenute dalle mani e il pube in evidenza rappresenta la fecondità
come antidoto alla morte ,il ritorno all'utero materno,alla sacra ferita,al caos
primordiale,per poi uscire e così rinascere.
Il toro, simbolo unito alla grande madre, è un animale sacro ed è
presente nella chiesa di Sciano(Siena),in questa figura le corna
del bovino rappresentano la luna, come la dea egizia Hathor.
Il toro ricorre spesso nelle chiese associato ai quattro
animali evangelici.(devo aggiungere che anche il culto di Sarapide, sostituito dai Tolomei a Osiride era il culto del toro Apis Ser-Apis)
Nella bellissima cripta di Acquapendente, anticamente Tauropendente,
fornita oltretutto di simboli paleocristiani e costruita su di un
precedente tempio pagano ,si possono confondere queste figure
come riferite al dionisismo in realtà siamo in presenza di un
mitreo. Il fiume scorre vicinissimo alla chiesa e questo è spiegabile
con il fatto che :nei riti mitraici i sacerdoti solevano purificare
con abbondanti quantità di acqua.Pensiamo al “panteon” di Santa Maria in Stele presso Verona, che con molta probabilità poteva essere un ninfeo, ma molte altre mitrei esistono sotto le chiese della provincia scaligera.

La cripta è un luogo nascosto, ma non di sepoltura ,dove si potevano
svolgere riti delicati lontani da occhi indiscreti, in generale tutte le
pievi erano costruite per questo scopo ,in particolare quelle toscane,
luoghi religiosi semplici ma pieni di fascino, ubicate fuori dai centri urbani nella piena campagna.
In tutte queste chiese c'è una grande semplicità e
tutto quello
che riguarda la natura è lontano dall'idea di peccato sesso
compreso(questo lo distingueva dalle chiese cittadine),erano essen-
ziali e spoglie ricche di simboli "strani" e non propri del cristianesimo
ma di culture precedenti, immediate e cariche di solenne religiosità, ed
armonia fra contenuto e forma ,costruite di corale
fraternità ed ancora colme di emozioni per il visitatore preparato ,dal silenzio solenne questi luoghi vi parleranno direttamente al cuore.
E'un pregiudizio pensare che siano frutto di una cultura minoritaria
nate materialmente e spiritualmente nel mondo contadino, sintesi
di culture e religioni stratificatesi nel tempo.
Qualche maestro sconosciuto guidò sicuramente l'edificazione di
questi templi, fondendo fantasia e armonia.
Sul monte Amiata è presente la pieve di santa Fiora ,nei pressi di
Castel del Piano, distrutta e ricostrita più volte, nell'edificio si
nota la presenza di parecchie figure simboliche come:draghi ,ometti e tutto il bestiario simbolico medioevale. Il significato di queste figure è contrastante, gli studiosi stessi sono in disaccordo fra loro, principalmente non ci si spiega da dove
proviene questo sapere profondo.
In origine le pievi erano adornate da pochissimi riferimenti cristiani
pochi crocefissi.
Strano che siano erette da soli contadini ,perché troppo complesse
e profonde nei significati, nel mondo villico di allora vi era la
presenza di veri maestri sotterranei,che silenziosamente coordinavano l’uso dei materiale come la copertura ,ma anche le strane decorazioni che inducevano sia all’interpretazione ingenua che a quella sottile ,ma anche ad una più profonda propria dei veri iniziati .Una stranezza è presente nella lunetta della chiesa di Santa maria della strada a Matrice presso Campobasso, è raffigurata la salita al cielo di Alessandro Magno (molto simile a quella di Antonino Pio raffigurato in più occasioni). La salita al cielo è rappresentata da un uomo, che è l’eroe macedone ,al centro della scena,a torso nudo che sembra tenere per la coda due grifoni che lo portano in cielo. Questi animali chimerici sono attirati verso l’alto da due pezzi di carne che Alessandro di macedonia tiene infilzati in alto alla sommità di due aste. Questa leggenda che passerà poi a tutti gli imperatori bizantini è ripresa nel mosaico della cattedrale di Otranto come in un frammento del Museo Kircheriano.
Quanto rimane di esplicito nel vecchio linguaggio contadino delle
pievi toscane, come quelle Veronesi ricordo San Giorgio Ingana Poltron, Santa Maria della Stra a Belfiore, Santa Maria di Borghetto a Valleggio sul Muncio .In realtà l’impegno corale doveva soddisfare tutti,ognuno ricercava in quei libri di pietra degli indizi ed addirittura in qualche rarissimo caso delle soluzioni.