mercoledì 23 aprile 2025

San giorgio un santo mai esistito


 

lunedì 21 aprile 2025

SE VOLETE CAPIRE PERCHE' IL PANTHEON E' BUCATO, DOVETE ANDARE A S. MARIA DELLA STRADA DI MATRICE


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Il Pantheon



L’ascensione al cielo era sempre apparsa all’uomo come sfida sublime al potere indiscusso che appartiene solo alle deità libere di vagare a loro piacimento tra le nuvole. Non potendo materialmente toccare il cielo, più d’uno aveva tentato di creare il cielo sulla terra. Così pure la grande sfera celeste era considerata come il limite estremo della ragione umana e poterla traforare, per raggiungere l’Olimpo, non per tutti fu impresa ardua.
C’era riuscito con facilità Romolo , a Campo Marzio, quando lasciò gli umani mortali salendo al cielo durante un improvviso temporale di un lontano 13 maggio, affascinando a tal punto non solo i suoi contemporanei, che forse non ebbero nemmeno il tempo di vedere bene come ciò potesse accadere, quanto piuttosto i posteri assenti, che dell’avvenimento ebbero sempre chiara la visione. E quella storia era apparsa così veritiera che Marco Agrippa, genero di Augusto, concepì di sintetizzarla in una grandiosa opera di architettura che rappresentasse il tutto ed oltre il tutto: il Pantheon , un grande cielo sulla terra bucato dal passaggio di Romolo.
E come la palla scagliata da Anastasio Globerwik, il Pantheon, la più grande sfera dell’antichità, vagava da duemila anni alla ricerca dei raggi del sole che ogni anno proprio nel giorno di questa finale mondiale, riescono a penetrare attraverso il grande foro centrale per raggiungere esattamente il monumentale portale a ricordare a tutti che il 21 giugno cade il solstizio d’estate.
Il solstizio d’estate, una delle quattro tempora dell’anno, insieme a quello d’inverno e agli equinozi di primavera e di autunno. Giorni di digiuno per coloro che vedono in essi gli assi apocalittici del tempo..."
(da F. Valente. Incipit Apocalypsis)
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Il Rosone di S. Maria della Strada


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E’ perfettamente circolare con 12 raggi a forma di colonne con capitello collegate nella parte centrale con altrettanti archi a doppia ghiera che formano una fascia continua tangente all’oculo. Tra colonna e colonna sono posizionati 12 oculi anch’essi perfettamente circolari.
L’elemento originale di questo rosone sta nella particolare posizione degli archi di collegamento tra le colonne che convergono al centro e non sono posti sul perimetro esterno come accade sempre nelle monofore circolari di altre chiese, prescindendo dalla loro datazione.
A parte i generici e scontati riferimenti sulla corrispondenza del numero delle colonne al numero degli apostoli, credo che valga la pena fare qualche ulteriore ragionamento che rende il rosone di S. Maria della Strada un elemento simbolico che si collega strettamente alla iconografia sottostante.
In genere il rosone, visto dall’interno, è semplicemente una sorgente di luce che si arricchisce di motivi decorativi che hanno un valore simbolico slegato dal resto degli elementi compositivi della facciata. Anche quando sono collocati rispettando principi armonici o rapporti geometrici in genere determinati dalla necessità di conservare una centralità o una simmetria.
Nel nostro caso ancora una volta il riferimento all’Apocalisse è obbligato.
Nei rosoni è consueto il ricorso alle colonnine per mantenere la cornice dell’oculo centrale. Si tratta sempre di colonnine normali e dal fusto regolare.
Il rosone di S. Maria della Strada risponde, invece, alla necessità di creare un effetto prospettico. Cioè chi lo realizzò non si preoccupò solo di garantire la penetrazione della luce ponendo in maniera simmetricamente ripetitiva 12 raggi, ma volle creare un effetto analogo a quello che si percepisce ponendosi al centro di una basilica a pianta centrale limitata da 12 colonne e guardando verso l’alto.
La scelta della colonna rastremata, dunque non è casuale, ma predeterminata dalla necessità di esprimere tecnicamente un concetto teologico.
Non ci vuole molto per capire che questo pezzo della facciata è la sintesi formale della Gerusalemme celeste così come viene descritta nell’Apocalisse e i dodici oculi non sono altro che le dodici porte della città la cui circolarità ricorda la forma delle perle: Aveva un muro grande e alto munito di dodici porte, presso le quali vi erano dodici Angeli; vi erano scritti dei nomi che sono quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. Il muro della città ha dodici fondamenta e sopra di esse dodici nomi, quelli dei dodici apostoli dell’Agnello (...). Le dodici porte sono dodici perle; ogni porta è fatta di una sola perla. La piazza della città è d’oro puro, come cristallo trasparente. (Apocalisse 21, 12-21).
In conclusione il rosone simboleggia la grande copertura della Gerusalemme celeste e la parte centrale non è altro che il grande foro attraverso cui passa la Luce di Dio che illumina la piazza dorata della Città santa.
Nella storia dell’architettura abbiamo un esempio analogo, ma in un contesto, anche religioso, totalmente diverso: il Pantheon di Roma.
La grande cupola, che è la sintesi della sfera celeste, è forata al centro. Simbolicamente sintetizza la porta circolare attraverso la quale il corpo di Romolo, secondo la tradizione romana, ascese al cielo davanti al suo popolo: Si racconta, infatti, che Romolo, durante un’adunanza del popolo nel Campo Marzio, fosse stato avvolto da una nube, e che da quel momento nessuno lo avrebbe più visto sulla terra. La luce del sole si sarebbe offuscata, sarebbe calata una notte che non era placida né serena, ma agitata da terribili tuoni e scossa da ogni parte da raffiche di vento e da pioggia scrosciante. Allora la folla, che era accorsa numerosa, si sarebbe dispersa, mentre i potenti si radunarono l’uno accanto all’altro; quando la bufera cessò e tornò la luce, il popolo convenne nel luogo di prima alla ricerca del re, pieno di rimpianto; ma i potenti non permisero che si affannassero a cercarlo; invece invitarono tutti a onorare e venerare Romolo poiché era stato innalzato tra gli dèi: da buon re sarebbe divenuto per loro un dio propizio.

domenica 20 aprile 2025

In principio era il Verbo, la parola, il suono che crea e guarisce

 Tutte le forme di magia hanno custodito l’energia segreta della parola, così come hanno fatto quelle più arcaiche di medicina magica.

I primi medici sono stati i sacerdoti e gli sciamani, che con il simbolo avevano grande familiarità. La consapevolezza della natura simbolica della malattia richiedeva doti di profonda capacità di osservazione e interpretazione della realtà, che intessevano un dialogo complementare alla conoscenza delle risorse della terra e della sua farmacia spontanea al servizio dell’uomo: questa era densa di significati magici e veniva onorata da riti di raccolta accompagnati dal segreto controcanto della preghiera. Herba et verba sono stati i pilastri su cui si è costruito l’orizzonte della medicina magica, confluita in seguito nel vasto bacino del sapere popolare. Il soffio della parola incantata era il mezzo di attivazione del principio terapeutico insito nella natura: un’espressione divina che prendeva forza proprio dalla sinergia tra farmaco e incantesimo, strumenti dotati della capacità intrinseca di agire in senso trasformativo. Di questo primitivo approccio religioso anche la filosofia greca si è avvalsa per formulare la sua riflessione sulla salute dell’uomo. Ne parla Platone nel dialogo intitolato Carmide, dove Socrate rivela di essere a conoscenza di un rimedio contro il mal di testa che consiste in un farmaco efficace solo accompagnato da una formula magica. ...
Nei testi medici di epoca classica si trovano ancora molti esempi di formule terapeutiche, che provano la sopravvivenza di residui del più antico approccio religioso anche nella tradizione colta, la quale continuò a lungo a inglobare l’ampio orizzonte magico precedente. La parola aveva anche valore di esorcismo, in linea con la convinzione che la malattia fosse il risultato di uno stato di disequilibrio alterato dall’intervento di forze avverse, e che questo meccanismo fosse mosso da un’intrusione esterna, una volontà antagonista, un malocchio. In risposta a questa azione ostile, l’intervento curativo aveva il compito di espellere, oppure di sciogliere, qualunque nodo o legamento.


Nei trattati antichi è possibile trovare molti altri esempi di rimedi che prevedono il ricorso a formule magiche, amuleti e incantesimi: ed è nel III secolo, tra le pagine del “Liber medicinalis” di Quinto Sereno Sammonico, che fa la sua comparsa il primo “abracadabra”, che di fatto si rivela essere un talismano terapeutico.
L’antico paradigma dell’incantare ha attraversato indenne il passaggio dal paganesimo alla cristianità, trovando forme di accomodamento che ne hanno consentito la sopravvivenza. Le preghiere agli antichi dèi hanno lasciato spazio a un nuovo breviario, dove ad assumere il patronato dell’universo vegetale sono i santi, Gesù o la Vergine Maria. Nel medioevo, nelle tradizioni di medicina popolare sono sopravvissute memorie in parte inconsapevoli delle antiche preghiere rivolte alle stelle o alla luna e delle invocazioni alle erbe, residui di liturgie perpetuate da un riproporsi ininterrotto. La commistione di elementi di dottrina colta, sapere erboristico e magia sarebbe rimasta la cifra peculiare dell’intera tradizione europea medievale, in una ricca miscellanea di approcci e tradizioni, fatta di rimedi erboristici, incantamenti e formule di guarigione….

Orfeo crocifisso

L'archeologo Eduard Gerhard comprò in Italia quest'amuleto, in esso vi è rappresentato Orfeo crocifisso. 


Questo monile detenuto a Berlino scomparì misteriosamente durante la fine della seconda guerra mondiale. Questa è la foto di repertorio con tanto di scritta che identifica la natura orfica del medaglione, Orfeo Bacchico. Il racconto ufficiale vuole che Orfeo di ritorno dai tre anni passati in montagna fu incrociato dalle baccanti, le quali lo accusarono di aver tradito Dioniso e lo uccisero per mezzo dello σπαραγμός, traduzione: dilagnamento. Diodoro Siculo racconta che quando Dioniso venuto in terra catturò il re trace lo punì crocifiggendolo (usa la parola σταυρός, traduzione: palo, croce)( Diodoro Siculo, Biblioteca Historica 111,5 ). Ergo, sebbene ci muoviamo in un contesto senza fonti, possiamo ipotizzare che la ragione della crocifissione in questo monile sia sempre connessa ad una morte voluta in un modo consono alla dimensione dionisiaca ( appoggiandoci a Diodoro Siculo ). Riflettevo poi sulla parola σταυρός che viene interpretata come crocifisso ma che al suo interno ha la parola ταυρός toro. Probabilmente l'assonanza nel pronunciare questa parola era percepita dai greci. Tanto che si può notare le due corna crescenti ( forse della luna ) in cima alla croce, un epiteto ripetuto nell'immaginario magico orfico. Ricordiamoci anche che il Toro è la forma d'animale con la quale Zagreo ( la seconda forma di Dioniso ) viene mangiato dai Titani.

Grandi Cisterne di Albalonga (oggi Albano)

La cisterna fu progettata e costruita 
dagli architetti della legione per 
rifornire d'acqua l'accampamento e 
gli edifici circostanti.La pianta è 
approssimativamente rettangolare, con 
i lati lunghi di 47,90 m e 45,50 m e i 
lati corti di 29,62 m e 31,90 m. Parte 
della cisterna fu ricavata direttamente 
dal banco roccioso e il resto fu 
realizzato in muratura. È divisa in

 
cinque navate con copertura a volta 
sostenuta da 36 pilastri e rivestita 
da un intonaco impermeabile (opus 
signinum). La cisterna di Albano non 
è degna di nota solo per le sue 
dimensioni, essendo molto ampia e 
potendo contenere oltre 10.000 metri 
cubi d'acqua, ma anche perché è ancora 
oggi funzionante, essendo alimentata 
da condotte romane con acqua proveniente
da sorgenti alle pendici del lago 
Albano.

sabato 19 aprile 2025

Luoghi tra sogno e realtà

A strapiombo sulla gola scavata dal torrente Ciuffenna, sorge un piccolo borgo dalle origini antichissime: Loro Ciuffenna.


Considerato uno dei borghi più belli e particolari di Italia, Loro Ciuffenna (Arezzo) colpisce innanzi tutto per il singolare toponimo, che affondare le radici nel suo passato antico: Loro deriverebbe infatti dal latino laurus e Ciuffenna è ricondotto da alcuni all’etrusco cefa (cerva) e da altri a Clufennius, personaggio romano di origini etrusche….Le case del borgo di affacciano sulla tortuosa gola erosa nella pietra dalle veloci acque del torrente e attraversata da un ponte medievale ancora conservato. Oltre la bella torre dell’orologio e le strette viuzze lastricate ciò che ci ha colpito di più è stato il vecchio mulino, che ancora al giorno d’oggi viene acceso per macinare la farina di castagne ed è forse il più antico della Toscana ancora funzionante.

La tomba del figlio di Massenzio

Mausoleo di Romolo, figlio dell'imperatore Massenzio

Circa 300 metri dopo la Basilica di San Sebastiano, poco prima del Mausoleo di Cecilia Metella, sulla 

sinistra della Via Appia Antica si possono osservare i resti del grande complesso residenziale della Villa dell'imperatore Massenzio.

Il Mausoleo di Romolo (non il fondatore di Roma, ma il figlio di Massenzio) è la sua Tomba circolare che fa parte dei tre edifici che compongono la Villa Imperiale di Massenzio: il mausoleo; il Circo e i resti del Palazzo Imperiale.

Il grandioso edificio del Mausoleo, probabilmente a due piani, doveva avere l'aspetto di un piccolo Pantheon ed era circondato da un imponente quadriportico che lo collegava al palazzo costruito sulla collina retrostante.



Della sua costruzione originaria restano solo la base circolare e la cripta, con un grande pilastro centrale e un corridoio anulare in cui venivano aperte le nicchie per la deposizione dei sarcofagi. Dal corridoio anulare si accede ad un ampio vestibolo quadrangolare, che probabilmente serviva per raggiungere il piano superiore.



Era il luogo destinato a contenere le sepolture dei membri della famiglia, tra cui certamente anche il povero giovane figlio dell'imperatore, morto nel 309 d.C.

La Tomba di Romolo è stata recentemente riaperta al pubblico.