martedì 1 marzo 2022

L'Occidente in decadenza

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "Verso La Consapevolezza 20 h Tutta la società cerca costantemente di farti adattare. Si serve della religione, della morale, della pratica dei mantra, dello yoga e anche della psicoanalisi e di diversi tipi di psichiatria. Tutto quello che la società si prefigge è di "produrre" un individuo ben adattato: ma se la società è sbagliata, adattarvisi non può essere un bene; se la società è pazza adattarvisi significa impazzire. Osho"

Azione - Settimanale di Migros Ticino È l'ultima spiaggia

Buddismo e l'Uno plotiniano

La natura di buddha; quale migliore "descrizione" dell'Uno plotiniano, ossia dell'assoluto?
«La natura di buddha è la base o la sorgente da cui tutti i mondi e gli esseri viventi hanno origine: tutto quanto appare ed esiste deriva da essa. Come si può descrivere la natura di buddha? È in essenza vuota e chiara per sua natura, la sua capacità è “soffusa di consapevolezza autoesistente”. Questa è la base universale da cui tutto emerge. Dobbiamo comprendere che non rientra in nessuna categoria, quale, per esempio, un’entità che esiste o non esiste. Sostenere che la natura di buddha è qualcosa che esiste, è un errore. Non è qualcosa di concreto con caratteristiche distinguibili; è, piuttosto, totalmente aperta e indefinibile come lo spazio. Non si può tuttavia nemmeno sostenere che non esiste, che non c’è una natura di buddha, proprio perché essa è la base e la sorgente di tutto ciò che appare ed esiste. Così, la natura di buddha non è compresa in nessuna categoria di essere o non essere, e nemmeno rientra nella categoria che è “al di là di essere e non essere”: essa è anche al di là di questa definizione (Tulku Urgyen Rinpoche; Dipinti di Arcobaleno. L’essenza del tantra: dzogchen e mahamudra, pp. 41-42)

lunedì 28 febbraio 2022

BATAR MARSO

Antica tradizione legata alla coltivazione dei campi
Rievocazione Batar marso é un'antica tradizione legata alla coltivazione dei campi. Poi Marzo segna l'inizio della primavera e si invitava la natura al risveglio cantando e ritmando cantilene, battendo la terra con ramoscelli e facendo chiasso con i bandoti << strapeghè sulle capezzagne >>, trascinati sulle strade di campagna.
Con il ritorno della bella stagione, la terra torna fertile e dà i suoi frutti liberando l'uomo dalla paura della fame e della miseria. I riti della primavera erano conosciuti come i riti delle fertilità e dell'abbondanza.
In molti paesi, il 28 febbraio e nelle prime ore delle due sere di marzo, i butelèti i maridàva le butéle, la terza sera le vedove. In processione, con l'accompagnamento dello scampanio delle ciòche, dei campanacci, si fermavano davanti alle porte delle case dove c'erano le ragazze in età da marito o delle vedove da accasare.
Era un divertimento, molto atteso per molte ragazze, ma anca 'n dispeto, una mancanza di riguardo, per certi casi particolari e per le vedove che erano costrette a fare << 'l passo >>, a risposarsi. Alle butéle deluse, ancora in attesa del pretendente o non nominate, si offriva per consolazione << l'omo de paia >>, un uomo di paglia.

Nostalgia dell&amp;#39;eterno ritorno nel capodanno veneto - Menini Moreno,  QuiEdit, 9788864643526 | Libreria Universitaria
Sémo vegnùi a bàtar marso su chésta tera.
E marso sia.
Va a l'erba e va a l'ombrìa.
Fariséla, ci éla e ci no éla ?
L'é la Teresina bela!
Ci ghenti da dàrghe par moroso ?
. . . Démoghe 'l Ciano noioso! (Luciano)
Còssa ghe dénti par véra? (anello)
. . . Na rua de piéra! (ruota di pietra)
Còssa ghe dénti par recini? (orecchini)
. . . Do piére de molini! (le pietre che macinano il grano)
Còssa ghe dénti par dòta? (la dote)
. . . Do tòchi de piòpa! (legni di pioppo)
Còssa ghe dénti par savàte? (ciabatte)
. . . Do scòrze de patàte!
Par cavalèti? . . .
. . . Còrni de béchi!
Par cavazàl ? . . .
. . . La vecia da mòndar
Par ninsoi? (lenzuoli)
. . . Scòrze de fasòi! (fagioli)
(alcuni termini erano messi lì come nonsenso per far folclore).
Questa sopra é una delle tante versioni, che variava di paese in paese o in base alla fantasia del momento dei cantilenanti.Gli antichissimi riti di Marzo, comuni a quasi tutte le etnie del nord,  alle radici del Capodanno Veneto - Etnie

domenica 27 febbraio 2022

Il padre di Paolo Mieli

Il padre di Paolo Mieli e i protagonisti dell’informazione di massa antiitaliana

Renato Mieli, padre del giornalista ex direttore storico della Stampa e del Corriere Paolo Mieli, era una spia dei servizi segreti britannici. Mieli era codificato dai servizi segreti britannici come “colonnello Ralph Merryl” e nel corso del secondo conflitto mondiale venne impiegato nell’organizzazione della “divisione per la guerra psicologica” (PWB), l’organismo creato per manipolare l’opinione pubblica attraverso il controllo dei media italiani. All’interno del PWB Mieli senior era il responsabile dell’agenzia di stampa che gli Alleati usavano per gestire l’informazione sul territorio italiano. Al termine del conflitto, quando gli inglesi affidarono all’ufficiale dirigente del PWB Michael Noble il compito di riorganizzare l’industria dell’informazione, dell’editoria, dello spettacolo e dell’arte nel nostro paese, Mieli assurse a figura di riferimento assoluta a livello nazionale. Nel 1945 sotto l’egida dei servizi inglesi nasce l’ANSA, di cui Mieli è cofondatore e nominato primo direttore. Successivamente ricoprirà il ruolo di direttore dell’Unità fino al 1956, quando abbandonerà il PCI in séguito all’invasione sovietica dell’Ungheria. Dopo l’esperienza comunista Mieli si converte in un feroce liberista seguace della scuola di Von Mises e Hayek. Fonderà con sovvenzioni di Confindustria il CESES, “centro di ricerche economiche e sociologiche dei paesi dell’Est”: si tratta di una filiale dell’Interdoc, l’organo statunitense per assicurare l’espansione della NATO ad Est. Dal 1948, in luogo del PWB opera la versione britannica, l’Information Research Departmente, che ingaggerà numerosi giornalisti di spicco. Ecco, ora sappiamo cosa fra gli altri fattori porta regolarmente i giornalisti più in vista a fare una quotidiana informazione contraria agli interessi dell’Italia (probabilmente la stessa cosa vale per Scalfari). Il fatto di essere prima filosovietici poi filoatlantisti ricorda molto Napolitano.

Biografia di Paolo Mieli

domenica 20 febbraio 2022

Kurentovanje in Ptuj, Slovenia


i kurenti di Ptuj sono, senza dubbio, il volto più inquietante del Carnevale sloveno. Maschere orripilanti, ricoperte di pelli di capra, sembrano incarnare, alla perfezione, il più puro spirito dionisiaco, a metà strada tra i mammuthones sardi e gli uomini-capra del Carnevale greco. Caricature ben riuscite del grande spirito maligno, annidato nell’inconscio della civiltà contadina occidentale. Residui di una religione della natura che, in questo caso, si rifà a Mitra, il grande dio solare che proprio a Ptuj vanta il più antico tempio dell’area danubiana. Un culto che sembra rivivere, metaforicamente, nel grande falò dell’ultima sera di Carnevale, intorno al quale i kurenti intrecciano danze sfrenate, dal sapore arcaico, ancestrale. Bevendo ‘slivovitz’, la tipica grappa di prugne, e cibandosi di ‘krofi’, che ricordano dei piccoli soli dorati, queste maschere mostruose cercano di esorcizzare il freddo, di scacciare ‘nonno gelo’, aprendo le porte al sole, alla primavera.
Il Carnevale sloveno è, in pratica, una festa della natura, un rituale agrario nel quale i kurenti hanno il ruolo di purificatori, mentre gli oraci, altro importante gruppo di maschere, addobbate con costumi coloratissimi e riccamente fioriti, interpretano il ruolo degli aratori.A Lancova Vas il gruppo è guidato da una vecchia, preceduta dagli schioccatori di frusta, che agiscono prima, durante e dopo ciascuna fermata del giro di questua; seguono i kurenti, animali ancestrali scampanatori che arrivano per spaventare la gente, e infine i kujekj, ieratici e marziali, che mettono in scena di fronte a ogni abitazione l’aratura rituale trascinando un aratro sormontato da un piccolo abete adornato da due pupazzetti che rappresentano una coppia di sposi. Come in altre località d’Europa, l’aratura e il matrimonio per finta rappresentano motivi simbolici centrali nell’ambito dell’antico rito di fertilità.. A guidare il corteo degli aratori sono un uomo e una donna che incarnano l’unione ancestrale tra cielo e terra, seguiti dal giovane Jurij che sconfigge Rabolj, il demone invernale. Nel corteo spicca la figura dell’orso, che, presso tutte le società arcaiche, incarnava lo spirito della selvaggia Natura, della Natura indomita..

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ROSCIOLO, UN BESTIARIO IN LENTA PARATA

In una delle chiese più strane e più affascinanti del romanico italiano, quella di Rosciolo, un leone, un grifo e una “pistrice” dalla coda attorta marciano sorridenti lungo il cammino della...
BeforeChartres.blog lo racconta in questo articolo:

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Le corna di Mosè


Nella Bibbia è scritto che Mosè quando discese dal Sinai con le tavole della legge, aveva il volto splendente e due raggi partivano dalla sua fronte. Nella Bibbia consonantica sono riportate le lettere “KRN”. Introducendo le vocali per ottenere la parola “raggi” si ottiene KaRaN. Tuttavia, è possibile anche una diversa vocalizzazione, come ad esempio “KeReN” ottenendo la parola “corna”.
Molto probabilmente con la riforma di Giosia la parola divenne “ufficialmente” Karan, cioè raggi, in quanto “keren” aveva un significato non accettabile. Sembra che Michelangelo sia venuto in contatto con persone che si tramandavano la tradizione secondo la quale il trigramma KRN significa corna e non raggi!..
Tuttavia vi fu il rifiuto da parte del mondo sacerdotale ad accettare la parola “keren”, cioè corna. Mosè aveva le “corna” sia quando salì sul Sinai, sia quando ne scese !
Ovviamente si trattava di corna posticce, applicate su un particolare copricapo perchè egli era sacerdote di AMON.
Questo dio, il principale del pantheon egizio, era raffigurato in sembianze antropomorfe, con il corpo di uomo e la testa di ariete. Egli indossava uno speciale copricapo, lo stesso indossato dai sacerdoti del culto di Amon. Ai lati della testa, il Dio aveva due corna che gli spuntavano da sotto il copricapo, corna simboliche, quale elemento rappresentativo del Dio del suo culto, e cioè il Dio Amon chiamato anche il “Dio cornuto”.
Queste sono dunque le origini delle “corna” di Mosè, piuttosto che come si sostiene dovute ad un errore di traduzione del Libro dell'Esodo (34-29), nel quale si narra che Mosè, scendendo dal monte Sinai, avesse due raggi sulla fronte, rappresentative di una illuminazione.
Mosè quale capo carismatico dei sacerdoti di Amon decise, di fuggire dall’Egitto per scampare alle rappresaglie di Akhenaton. Una volta fuori dall’Egitto, il popolo dell’Esodo si insediò in vari territori a sud della Cananea, oltre il Giordano.
I Cananei chiamarono gli ammoniti (i “figli” di Ammon/Amon) “everim” (eberim): termine da cui, quasi sicuramente, derivò il nome “ebrei”. Con l’invasione della Cananea da parte degli everim il culto di Amon si estese in tutta l’area palestinese e rimase, anche se affiancato ad altri culti. Tuttavia, per differenziarsi dagli ammoniti, gli israeliti chiamarono il Dio con il celeberrimo tetragramma: YHWH. Tale tetragramma altro non è che l’acronimo formato dalle iniziali delle parole “Yod he waw he”, che significano: IO SONO COLUI CHE E'
Non ci vuole molto a capire che questo Dio era esattamente identico all’Amon degli ammoniti: infatti, anche l’Amon di Mosè era indicato con un trigramma: NPN, acronimo che sottende le parole egiziane “Nuk Pu Nuk”, che significano: 
IO SONO COLUI CHE SONO !
Per le corna di Mosè! – RIVELARTE