lunedì 20 dicembre 2021

L’anello aromatico e l’uroboro



Uroboro e anello benzenicoUna delle molte leggende con protagonista un serpente-drago parla dell’uroboro e a raccontarla fu un famoso chimico tedesco dell’800: Friedrich August Kekule von Stradonitz.

Siamo nel 1890 e la Società di Chimica tedesca organizza un evento per celebrare il venticinquennale della pubblicazione dell’articolo scientifico in cui Kekule parla per la prima volta della struttura del benzene. Fino a quel momento, Kekule si è sempre rifiutato di spiegare nei dettagli come sia arrivato a formulare l’ipotesi della risonanza con disposizione esagonale. Quel giorno, davanti alla platea riunita per acclamarlo, Kekule racconta di aver avuto una specie di visione mentre fissava le fiamme del caminetto. Racconta di aver visto un uroboro, ovvero un serpente-drago che si morde la coda.
Quella visione gli avrebbe suggerito di chiudere la molecola del benzene ad anello, invece di lasciarla aperta.
La platea pare soddisfatta della spiegazione (potere dei simboli, della retorica, del buffet… non è dato saperlo) e nessuno chiede altro.

La scoperta di Laurent

Uroboro - serpente che si mangia la codaSolo nel 1984, quasi cent’anni dopo, due chimici curiosi chiedono e ottengono il permesso di indagare nella corrispondenza privata di Kekule. Scoprono un saggio di Auguste Laurent in cui, con una dozzina di anni di anticipo, già si parlava di struttura esagonale per il cloruro di benzoile. Insomma, Laurent aveva risolto il problema prima di Kekule. Dopo aver pubblicato la sua ipotesi in francese Laurent era morto nel 1853. Un anno dopo, nel ’54, Kekule propone a un editore tedesco di tradurre il brano ma la proposta non viene accolta. Kekule cita Laurent un’ultima volta nel ’58 e poi cala il silenzio sul lavoro del francese. Nel 1865 Kekule si prende tutto il merito per aver pensato a due anelli isomeri oscillanti tra una forma e l’altra e solo 25 anni dopo, pressato dai colleghi, tira fuori il sogno con l’uroboro.

Insomma, Kekule sfruttò il potere del drago per proteggere il suo segreto e quindi tutto si riconduce a un caso già studiato: i draghi custodiscono tesori.


L'apoteosi dell'arte di tutti i tempi

La Cappella di famiglia dei Medici, affrescata da Benozzo Gozzoli (1420-1497) nel loro palazzo di Firenze ...Un luogo magico, di quelli che raccontano una storia,Corteo dei Magi....
la cavalcata dei Magi affrescata nella cappella ricorderà a tutti quella che avviene ogni anno lungo le vie della città durante la festa dell’Epifania, organizzata dalla esclusiva Compagnia dei Magi, una confraternita di cui fanno parte anche i Medici.
Il percorso della spettacolare cavalcata parte dal convento di san Marco, sotto il loro patronato e passa lungo la via Larga, dov'è il loro palazzo, per proseguire, solo dopo, verso il centro della città.
La cavalcata è divisa in tre brigate come il numero dei Magi: i partecipanti sfoggiano i gioielli e le vesti più lussuose e sono seguiti da carri carichi di oggetti preziosi e di animali esotici.
I Medici vedono nella festa l’occasione di ostentare la loro importanza, sicuri che nessuno stia loro alla pari per fasto, ricchezza e, soprattutto, potere...

Potrebbe essere un'immagine raffigurante spazio al chiuso

Il melograno ( o la melagrana) il frutto della rinascita e della trascendenza

Il fecondo melograno di Villa Ada e il mito di Persefone in quel simbolo di  morte e rinascita - Flaminio-Parioli

Il melograno è uno degli elementi naturali maggiormente coinvolti nella mitologia antica, greca, ma non solo.

Sono molteplici infatti gli dei che, nel bene e nel male, si sono ritrovati carnefici o vittime di un destino legato a questa pianta.

Tra questi Dioniso, dalle cui stille di sangue (dopo che, fatto a pezzi dai Titani su suggerimento di Era, i suoi resti vennero messi a bollire) sarebbe nato un albero di melograno, in una contrapposizione morte/vita.

Sicuramente uno dei miti greci più famosi legati al frutto è quello di Persefone/Kore. La giovinetta stava giocando in compagnia delle ninfe e, mentre si era soffermata per cogliere un narciso venne rapita da Ade, segretamente innamorato di lei per la sua bellezza, che la portò con sé nel suo regno: gli Inferi. La madre Demetra, preoccupata della scomparsa della figlia, riuscì dopo lunghe ricerche a scoprire quale fosse stato il suo destino. Sopraffatta dal dolore, decise di vendicarsi verso gli dei facendo sì che non crescesse più nulla sulla Terra, in una condizione di inverno perenne (prima esisteva solo la bella stagione). In questo modo, infatti, gli uomini sarebbero morti di carestia, mentre gli dei non avrebbero più potuto contare sui loro sacrifici. Allora Zeus inviò Ermes a intercedere presso Ade affinché rimandasse indietro Persefone. Prima di farlo, però, il dio fece mangiare alla sua amata sei chicchi di melagrana, di modo che, mangiando del cibo nel regno dei morti, la giovinetta fosse costretta a farvi ritorno ogni anno per alcuni mesi.
Fu così che Demetra decise di far tornare la bella stagione sulla Terra per 6 mesi all’anno, il periodo in cui la figlia aveva diritto a stare con lei sulla Terra. Amore (madre/figlia e Ade per la sua amata) e morte (regno dei morti e morte della natura e degli uomini per fame) dunque che spiegano l’avvicendarsi delle stagioni. E anche qui la melagrana porta alla morte, ma anche alla rinascita.

Altri due miti greci sono legati alla pianta del melograno in questo dualismo ancestrale. Orione, giovane cacciatore, sposò Side. Come punizione per aver sfidato Era in una gara di bellezza, quest’ultima venne scaraventata nell’Ade, dove si trasformò in pianta di melograno.

Anche Niobe, giovane bella e fertile (altro significato da sempre connesso al frutto) regina di Libia, fece una fine tragica per colpa della sua vanità/superbia. Felicemente sposata con Antiao, a cui diede 6 figli maschi e 6 femmine, osò definirsi meglio di Latona, che aveva dato a Giove solo due figli, Apollo e Artemide. La sua punizione fu terribile: i 6 figli maschi furono uccisi da Apollo, le 6 figlie da Artemide e per di più venne trasformata in roccia; da essa si narra che sgorghi una sorgente alla cui ombra sorge un’unica pianta: un melograno (simbolo di fecondità). Anche qui dunque i due opposti cardinali che si riuniscono, morte e vita.

Un ultimo mito è legato a questo dualismo, quello frigio di Agdistis. Egli venne generato dalla roccia Agados, che aveva assunto le sembianze della Grande Madre, quando su di essa cadde il seme di Papas, il dio del Cielo. Nessuno voleva l’impegno di educare questo essere androgino per il suo temperamento selvaggio. Allora Dioniso (che nel primo mito era vittima) lo fece ubriacare e, mentre dormiva profondamente in un bosco, decise di legare il suo membro con una fune; quando si risvegliò Agdistis tirò in modo da evirarsi da solo; dai fiotti di sangue che sgorgarono sorse un melograno.
In quel bosco passeggiava Nana, figlia del dio fluviale Sangarios, che ne colse un frutto e se lo pose in grembo. Dal semplice contatto col suo seme nacque poi il dio Attis.
Anche qui, nemmeno a dirlo, morte e rinascita legate alla melagrana.

Gli Egizi deponevano tale frutto all’interno dei sepolcri, i babilonesi che credevano che mangiarli prima della battaglia li rendesse invincibili, mentre i Romani ornavano i capelli delle spose con dei rametti di melograno come buon auspicio per la nascita di figli, i frutti del matrimonio.

La melagrana è quindi il frutto che, più di ogni altro, è legato a doppio filo al significato di morte e al suo opposto, la vita, sotto forma di rinascita e di fecondità.


venerdì 17 dicembre 2021

Nel santuario di Enea i cristiani hanno costruito una chiesa

all’interno del sito archeologico del santuario preromano dell’antica città di Lavinium, composto da 13 Altari( terreni un tempo interdetti e proprietà della famiglia Borghese)e dall’Heroon di Enea, santuario nei pressi del mitico sepolcro del fondatore Enea, ai piedi della “Civitas Religiosa”, luogo di pellegrinaggio in età antica. Nella zona, in età tarda sorse una villa romana nei pressi del quale venne edificata nel V secolo d. C. una chiesa con un particolarissimo atrio a forcipe, conosciuta oggi con il nome di “Santa Maria delle Vigne”.

Santa Maria delle Vigne known as "La Madonnella" - Vici.org

Gli Dei

Triangolo votivo in bronzo per la divinità Giove Dolichenus (II/III sec. dC.)
Targa trovata a Nida, Heddernheim (Assia). Il dio, sul dorso del toro, è armato di ascia a due teste, fulmine e spada; una Vittoria alata gli presenta una corona d'alloro mentre in alto risplende il Dio Sole. Sotto c'è Giunone Doliche in piedi sulla sua cerva, affiancata dai Dioscuri, Luna e Sole. Giunone indossa un copricapo isiaco e porta un sistro. (Museo di Wiesbaden)
Nessuna descrizione della foto disponibile.

giovedì 16 dicembre 2021