mercoledì 15 settembre 2021

“Concilio Namnetense Arbores daemonibus consecratae”

Il concilio Namnetense - La strage degli alberi secolari


Leggi un estratto dal libro "La Messa è Finita" di Michele Giovagnoli

In tutte le culture del mondo, l’albero rappresenta da sempre un cardine imprescindibile della spiritualità, un punto di riferimento visivo e simbolico, un’espressione viva che unisce Terra e Cielo. In tutte, tranne che in quella cattolica.

Baobab immensi, Sequoie millenarie, foreste incontaminate latine e asiatiche non trovano il degno corrispettivo in un’Europa che, salvo casi sporadici, presenta alberi non più vecchi di qualche secolo. Dove sono finite le querce secolari che raggiungono dimensioni impressionanti come quelle narrate da Plinio Il Vecchio nella sua opera Naturalis Historia? Testualmente:

«Le querce per la loro smisurata invadenza nel crescere occupano addirittura il litorale e, a causa delle onde che scavano la terra sotto di esse o del vento che le sospinge, si staccano portando con sé grandi isole costituite dall’intreccio delle loro radici: restano così dritte, in equilibrio, e si spostano galleggiando. La struttura dei grossi rami, simile a un armamentario velico, ha spesso creato lo scompiglio nelle nostre flotte quando le onde sospingevano questi isolotti, quasi di proposito, contro la prua delle navi alla fonda di notte; ed esse, non riuscendo a trarsi d’impaccio, ingaggiavano uno scontro navale contro delle piante. Sempre nelle regioni settentrionali la selva Ercinia con le sue querce di enormi dimensioni (lasciate intatte dallo scorrere del tempo e originate insieme con il mondo) è di gran lunga, per questa condizione quasi immortale, il fenomeno più stupefacente. Per non stare a menzionare altri fatti che non suonerebbero credibili, risulta effettivamente che le radici, arrivando a fare forza l’una contro l’altra e spingendosi indietro, sollevano delle colline; oppure, se il terreno non le segue spostandosi, s’incurvano fino all’altezza dei rami e formano degli archi a contrasto come portali spalancati, tanto da lasciare il passaggio a squadroni di cavalleria».

L’azione della rivoluzione industriale ha inciso violentemente sugli aspetti ecologici dei territori. Su questo non vi è alcun dubbio. Personalmente però non ritengo sia la causa diretta alla quale imputare l’estinzione quasi totale dei Patriarchi verdi. Al limite una conseguenza o, al massimo, un agente parallelo. A mio avviso, il punto di propagazione è squisitamente culturale. Qualcosa di molto più sottile e profondo. Se ciò non fosse, in tutte le aree dove l’onda del progresso tecnologico è arrivata, osserveremmo ora le stesse condizioni. E non è così!

Non voglio esprimermi in termini assolutistici, perché qualcosa è sopravvissuto di certo da un passato dove il binomio uomo-albero era addirittura inevitabile, ma

è un dato inconfutabile che più ci si allontana geograficamente dal fulcro del dominio cattolico, quindi da Roma, maggiore è la probabilità di incontrare esemplari di dimensioni straordinarie e popoli con tradizioni che riconoscono all’albero un potere super partes nel vissuto spirituale.

A conferma, è sufficiente pensare che in nessuna usanza cattolica ufficiale risulta esserci un albero al centro di un atto contemplativo, al massimo dei rami di ulivo nella Domenica delle Palme o un abete ricoperto di lucine colorate a ornare un presepe.

L’Italia, che è il Paese nel quale il Parassita cattolico si è aggrappato per aprire i suoi tentacoli all’esterno, si è dotata di una legge quadro sulla protezione delle aree verdi soltanto nel 1991 a fronte dell’istituzione della prima area protetta di carattere nazionale, ovviamente alpina, datata nel 1922. L’evidentissima reticenza politica nel concedere al verde la propria naturale importanza, attraverso una presa di posizione forte e complessiva, conferma a pieno la presenza di un atteggiamento ostile ben inculcato nei geni di una popolazione cresciuta sotto il suono dei campanili da sempre. L’educazione ambientale nelle scuole, per fare un altro esempio, è insegnata da appena un ventennio, a differenza di tanti altri Paesi, alcuni anche economicamente meno sviluppati.

Al Grande Parassita la Natura selvatica non è mai piaciuta tanto, anzi, l’ha sempre considerata un intralcio. Chi conosce la Natura selvatica comprende meglio e più velocemente anche la propria. Chi si confronta con le grandi leggi che muovono la manifestazione, attraverso un confronto diretto con lo strato più dinamico del Cosmo Terra, apprende conoscenze che lo evolvono nella semplicità. Chi si sofferma a contemplare la bellezza, anche di un semplice filo d’erba, assorbe un nutrimento preziosissimo che lo eleva verso piani esistenziali superiori. In definitiva: chi ritrova in sé gli stessi impulsi celesti che muovono un albero secolare o una farfalla difficilmente si genuflette a una croce con uno sconosciuto inchiodato sopra.

L’essere umano che dialoga con il bosco difficilmente accetta ordini che tradiscono la propria identità. Difficilmente spegne il desiderio di prendersi cura di chi gli permette di esistere. Chi segue la Natura è più libero, forte, autentico.

L’Eros scorre lecito e incontrastato nelle vene di un’anima selvatica, porta in superficie domande, curiosità, dubbi e reazioni. Il termine vita trova nella Natura una delle sue più alte espressioni, quasi fossero sinonimi con semplici variazioni cromatiche.

Al Grande Parassita la Natura selvatica non è mai piaciuta tanto, anzi, l’ha sempre considerata un pericoloso nemico. Un nemico in quanto complice della sua preda preferita: l’uomo. L’uomo che vive e viveva a contatto con gli alberi dispone e disponeva di un grande mentore. Un saggio sempre pronto a elargire consigli e a ricordare costantemente l’ordine delle cose e la potenza dell’armonia. Un uomo che vive a contatto con gli alberi sa bene nell’intimo che è vivo grazie a loro. Sa bene che appena è uscito dalla pancia della propria madre loro sono “entrati” nei suoi polmoni adottandolo. Sa bene di avere un organo per respirare che è un albero capovolto, marchio di appartenenza energetica e biologica al bosco.

Non c’è una croce a congiungerci con l’esterno, c’è un albero.

E gli alberi verdi, con il tempo, diventano grandi, alti anche trenta volte l’uomo. E vivono a lungo, tanto a lungo. Sono lì quando nasci e tuo nonno ti parla di loro, e te ne vai anziano raccontando di loro ai tuoi nipoti. E questa catena procede quasi all’infinito facendo perdere le tracce della loro età e facendoli sentire, rispetto a te, immortali. Un albero che può vivere duemila anni è, rispetto agli altri esseri, letteralmente immortale. Tutto ciò al Grande Parassita non piace e non piaceva, in tutto il suo percorso il bosco è stato sempre temuto e respinto.

Temuto e respinto, fino a un giorno nel quale decise di dichiarargli apertamente guerra con un atto ignobile che va considerato a tutti gli effetti uno dei gesti più squallidi, vili e dannosi compiuti a discapito della vita stessa. Nell’anno 890 d.C., attraverso il concilio Namnetense, la Chiesa cattolica prende una posizione ufficiale e condanna a morte tutti gli alberi secolari presenti sul suo territorio, nonché tutti i boschi ritenuti sacri dalle popolazioni che ancora non si erano genuflesse alla croce. Le piante andavano eradicate, arse e al loro posto in molti casi veniva eretta una chiesa. Quest’ultimo passaggio denota benissimo l’identità del Parassita: “Non ‘spegniamo’ un luogo reso energeticamente forte da millenni di pratiche psichiche e di atti biologici, ma ne diventiamo noi i proprietari”.

“Arbores daemonibus consecratae”, alberi consacrati ai demoni. Riporto un passaggio del testo prodotto:

«Summo decertare debent studio Episcopi, et eorum ministri, ut arbores daemonibus consecratae, qua vulnus colit, et in tanta venerazione habet ut nec ramum nec surculum inde audeat amputare, radicitus excidantur, atque comburantur. Lapides quoque in ruinosis locis et silvestribus, daemonum ludificationibus decepti venerantur, ubi et vota vovent et deferunt, funditus effodiantur, atque in tali loci proiciantur, ubi numquam a cultoribus suis inveniri possint».

Ovvero:

«I vescovi e i loro ministri devono con estrema dedizione combattere perché siano estirpati dalle radici e bruciati gli alberi consacrati ai demoni che il popolo venera e considera talmente degni di venerazione e di rispetto da non osare amputarne né un ramo né un germoglio. Tratti in inganno dalle falsità dei demoni, venerano anche pietre in luoghi scoscesi e boscosi, dove promettono e concedono voti. Che siano distrutte dalle fondamenta e che siano gettate in luoghi dove non potranno mai più essere ritrovate!».

In pochi decenni gli effetti furono devastanti e l’azione si protrasse nei secoli successivi. Ancora oggi non mi risulta esserci stata una presa di posizione ufficiale e contraria della stessa portata e con la stessa forza. Non vedo Vescovi impegnati all’altare nel profondere positive considerazioni sugli alberi e sulla loro importanza nel percorso evolutivo delle persone. Non ne vedo nemmeno a prendere posizioni in merito a questioni relative al degrado ambientale, all’inquinamento o alle politiche per le economie ecosostenibili, se non con atti decisamente ipocriti. Li vedo impegnati su altro, ben altro! Per dirla tutta, non mi risulta nemmeno ci sia stato un mea culpa ufficiale per tutti i danni che questa azione ha causato e causa. Evidentemente per loro va ancora bene così.

Da educatore ambientale che sono stato e da Alchimista che sono, reputo gli effetti degli atti del concilio Namnetense la più grande catastrofe naturale causata dall’uomo ai danni della Natura selvatica. Niente può essere paragonato a essa, né in termini ecologici, culturale o economici, né soprattutto evolutivi.

Abbattere un albero secolare significa togliere a tutta la comunità biologica del bosco un punto di riferimento che negli anni ha orchestrato gli atteggiamenti volti alla riproduzione, alla protezione e alla predazione. Un albero secolare è l’unico che può ospitare la nidificazione di alcune specie di grandi uccelli e offrire il rifugio a quei mammiferi predatori che occupano posizioni alte della catena alimentare. La sua assenza stronca di netto tutta una serie di relazioni dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto.

Un albero secolare intreccia le sue radici con una quantità inimmaginabile di alberi ed essendo “vecchio” conserva un’esperienza ampia, ha una memoria ampia! È una sorta di grande saggio per tutte le forme vegetali del bosco, ma anche per quelle animali. Ogni volta che ha la possibilità di codificare uno stimolo ricevuto, lo elabora facendovi fronte con la sua antica conoscenza ed emette dei segnali destinati a tutti gli esemplari che sono in contatto con le sue radici per adottare atteggiamenti ottimali e condivisi. I segnali di carattere elettromagnetico vengono fatti passare da albero ad albero e coprono velocemente l’intero bosco. Un vero e proprio Wi-Fi vivente.

Un albero secolare è quindi un guardiano ecologico preziosissimo che mette a disposizione la sapienza conservata per il mantenimento della vita dell’intero bosco. Un albero di mille anni ha mille inverni nel legno e mille estati. Ha conosciuto la siccità e la tempesta, ha appreso la danza morbida del cosmo e spontaneamente la condivide.

Tagliare un albero secolare significa togliere la possibilità all’uomo di confrontarsi con se stesso, di conoscersi e di comprendere meglio la propria portata. Fermarsi di fronte a un essere immensamente più grande di te, più resistente e più longevo ti dona il premio dell’umiltà. Sprofondare nel reticolo armonico dei suoi rami, nel suo propagare e nelle curve dense del suo tronco, ti nutre di una sostanza sottile che attiva delle memorie lontanissime dandoti consapevolezza. I suoi codici esistenziali sono gli stessi dell’osservatore, ma molto più antichi e questa azione vivifica e spinge oltre. Un uomo cresciuto a ridosso di un albero secolare sa qualcosa di più di chi non ne ha mai visto uno. È innegabile, il primo contatto visivo con un patriarca verde è sempre un impatto violento, qualcosa che segna un termine e un inizio. Averli eradicati tutti, aver rimosso per intero aree che per millenni sono state il luogo di contatto con la Natura selvatica ha letteralmente ucciso una componente intima dell’umanità intera, ci ha reso tutti più poveri e limitati, ci ha segnati tutti irrevocabilmente. Un albero secolare o lo erediti o non lo conoscerai mai. E puoi solo, nel secondo caso, assistere e accompagnare con rispetto l’evoluzione di un bosco per consegnare a generazioni future e inconcepibili qualcosa che tu ora puoi solo immaginare.

Senza alberi adulti siamo tutti più deboli. Era questo l’obiettivo ed è stato raggiunto!

In parallelo alla distruzione dei boschi antichi, venne portata avanti già dal 1184, con il Concilio di Verona, la spietata caccia a tutte quelle persone che conservavano e vivevano la Conoscenza ricevuta attraverso l’interazione con le energie selvatiche. Migliaia di roghi e torture, rivolte soprattutto al popolo femminile, allontanarono quasi definitivamente l’uomo dal suo intimo alleato, nonché genitore superiore. Solo poche anime, nel segreto più assoluto e nell’obbligo di vivere una vita disumana e lontana dalle più comuni forme sociali, ha continuato a parlare con le foglie, con il buio, con il silenzio dei tronchi e a raccogliere nei propri geni gli insegnamenti provenienti dalle antichità del mondo. Solo poche anime hanno mantenuto accesa la fiamma e se la sono passata. A loro dobbiamo la grande pulsione umanistica del Rinascimento, pochi secoli più tardi. A loro dobbiamo la conservazione dell’Arte alchemica, a loro l’impulso che mi fa scrivere queste pagine oggi. Tutto attorno, in quella che viene descritta con il termine “normalità”, il vuoto.

Se provate a digitare sul più potente motore di ricerca il nome del vostro vicino di casa vi usciranno migliaia di risultati. Se digitate “Concilio Namnetense Arbores daemonibus consecratae”, ovvero l’atto che ha segnato l’umanità in maniera indelebile, ne riceverete soltanto otto (anno 2017).

Al Grande Parassita la Natura selvatica non è mai piaciuta tanto e, se ha arruolato nelle proprie fila un mistico amante del bosco attorno al XIII secolo come Francesco d’Assisi, lo ha fatto soltanto per infiltrarsi fra quelle popolazioni più resistenti al verbo cattolico e indebolirle da dentro. L’arte di infiltrarsi è anch’essa specifica del Parassita. Chi s’infiltra non è notato e una volta raggiunta la preda la “gestisce” di nascosto da dentro. Il Parassita non combatte l’avversario per distruggerlo, ma per impadronirsi della sua volontà. Non estingue il bisogno di dialogare con l’albero, che è aperto a tutti, ma lo sostituisce con qualcosa che è di sua proprietà. Partendo dal punto più alto possibile, s’inventa un Dio privato e sostituisce l’albero con qualcosa di molto simile, casualmente fatta dello stesso materiale: la croce.

La croce è l’albero cattolico. È di fronte a Lei che ti devi fermare, a Lei devi chiedere e da Lei farti ispirare. È Lei che si ergerà sulla cima di ogni montagna. È Lei che verrà frapposta fra l’uomo e il suo nuovo Dio. Diabolico!

Gran parte degli esemplari secolari che hanno raggiunto i nostri tempi sono sopravvissuti e sono stati “graziati” solo perché strumentalizzati dal clero: il grande cipresso secolare di San Francesco a Villa Verucchio, il bagolaro di San Francesco a San Leo, il leccio di San Francesco sul Monte Amiata in Toscana, il faggio di San Francesco a Rieti, il castagno di San Francesco a Narni in Umbria. Qui la strategia è ancora più sottile: il potere dell’albero secolare è assorbito dal nome di un uomo e la parola “Santo” lo riversa nello stomaco della Chiesa cattolica. L’essenza selvatica viene così vestita forzatamente con la casacca del suo carnefice!

Concludiamo.

L’errore più grave che si possa commettere è ritenere l’avversione del clero ai danni degli alberi come storicamente superata.

Nulla di più sbagliato! Il contatto empatico con una creatura vegetale e la sua contemplazione possono procurare nell’essere umano una conoscenza incommensurabile.

Lo è sempre stato e lo sarà per sempre. Nulla di più pericoloso per chi possiede un impero fondato sull’ignoranza dei propri servi! Ciò che è in atto è una gestione abilissima e impercettibile. Non più editti e aperte dichiarazioni di guerra, ma velatissime ingerenze con strumenti subliminali. Il Parassita si fa sempre più invisibile, sempre più spesso veste gli abiti del protettore dell’esistenza, mentre ne profana l’intimo richiamando a una condotta contro natura. L’ovvietà dei messaggi papali è un suolo di gomma morbida che rende impossibile ogni scatto dell’Eros creativo. Come cresce la possibilità di informarsi, così aumenta la scaltrezza di intorbidire le acque. E tutto volge ancora ad accreditare santi e misteri della fede, per non ammettere che senza alberi non si respira, senza Donne non c’è vita, e senza Sole tutto si spegne.

Mi prendo infine il piacere di ricordare come il dominio sulla creatura vegetale venga celebrato in occasione di ogni Santo Natale. Tenete sempre ferma nella vostra mente questa premessa: la Chiesa cattolica non fa mai nulla a caso. Nulla! Nella piazza più potente a disposizione, piazza San Pietro, viene immolato alle alte volontà un esemplare di sempreverde dall’immane statura, proveniente dalle zone alpine. Tutto simbolico: un’autentica messa in scena con alta facoltà di condizionamento inconscio.

Le Alpi: un luogo lontano e fortemente selvatico, il simbolo del regno autoctono e originale, pilastro della Natura insuperabile e ingestibile. Con un’azione altamente spettacolare, l’albero viene scelto tra i più belli, tagliato, legato e trasportato da un elicottero come un prigioniero fino al centro della piazza dove viene infine ancorato al suolo. L’albero è morto ma deve apparire vivo, anzi viene addobbato quasi a dare l’idea che sia felice di strare lì, che abbia accettato di farlo e si sia arreso serenamente. È solo, accerchiato, impotente. E lentamente si asciuga e si spegne.

Mi ricordano tanto, questi alberi, gli eretici arsi nelle piazze, strappati al loro vivere, privati della facoltà di esprimere se stessi, legati e messi in mostra alle masse, affinché la loro drammatica posizione apparisse come esclusiva debolezza di fronte alla potenza del dominatore. Abbassare l’avversario per figurare più alti. I corpi arsi cadevano a pezzi e si facevano cenere. Terminata la festa, all’albero spetta lo stesso destino.


lunedì 13 settembre 2021

Uno dei tanti scopi della filosofia

“La filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve a nessun potere stabilito. La filosofia serve a turbare. Una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme.”
Gilles Deleuze (1925-1995), Nietzsche e la filosofia

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venerdì 10 settembre 2021

L'erba delle streghe

Datura stramonium. Lo stramonio era famigerato, molto conosciuto ma relegato nell'uso, al mondo mistico o magico. Il nome sembra provenire dalla parola da dhatura, in indostano "mela spinosa" ed indicava anche il nome di un veleno, il Dhat.
La pianta contiene in tutte le parti significative concentrazioni di alcaloidi tropanici, come iosciamina, scopolamina e atropina che influiscono sul sistema nervoso parasimpatico, ossia quella parte del sistema nervoso che regola le nostre azioni inconsce passive, come il dilatarsi delle pupille, la salivazione, il battito cardiaco a riposo, lo stimolo defecatorio...
Tutti i popoli del mondo antico sapevano che faceva venire le visioni, inebriava e narcotizzava. Era usata da tutti gli sciamani, santoni o uomini degli spiriti del passato per queste sue proprietà e non é mai citata a scopi farmacologici. Nel medioevo i Sabba erano festini a base di scopolamina e atropina e anche oggi molti conoscono questi effetti e si arrischiano a sperimentazioni stupefacenti. A causa di ciò, anche se raramente qualcuno muore e molti ragazzi patiscono conseguenze fisiche e psicologiche drammatiche.


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L'inghippo sta nel fatto che la dose attiva e quella tossica sono molto vicine, che le concentrazioni efficaci per kg corporeo sono molto basse e che gli effetti sono fortemente variabili da individuo a individuo. Effetti psichedelici, allucinazioni, senso di epifania. Un po' come i funghetti allucinogeni (Psilocybe spp ) e Lsd.
La medicina popolare, non ha tenuto mai molto in considerazione lo stramonio, a causa della nomea che aveva e della difficilissima somministrazione della droga, ma i vecchi, anzi , i vecchissimi ricordano ancora di persone che conoscessero il suo utilizzo. Si usava, ma non so con che modalità, fumarne le foglie contro le crisi asmatiche o assumere qualche seme schiacciato e acidulato contro la depressione o masticare un minuscolo pezzo di foglia contro i sogni terrorifici.
Oggi la scopolamina e l'atropina sono comunemente usati, ad esempio in oftalmologia,per dilatare le pupille, ed in generale come interagenti nel meccanismo dell'acetilcolina, il principale neurotrasmettitore che regola le nostre reazioni muscolari, ma si tratta spesso di preparati sintetici derivati a partire da precursori naturali.
In italia sono presenti diverse specie di Datura tutte tossiche, narcotiche ed allucinogene; ne esiste anche una specie arborea (Datura arborea appunto o Brugmansia arborea) che è perenne e viene utilizzata nei nostri giardini piu caldi e meglio esposti per la spendida e profumata fioritura. I suoi bei fiori a trombetta, grandi e penduli, si aprono di notte e se ne stanno chiisi ed arricciati di giorno. Nella sua terra d'origine ( sud america occidentale) veniva usata dagli indios nel confezionamento di dardi avvelenati per la caccia.
In foto una capsula e il particolare di una foglia di D.stramonium; nelle successive una D.wrightii intera.

Con la dolcezza, l'empatia e la preghiera l'uomo può condurre l'universo

 La grandezza, spesso trascurata, insita nell'uomo

Potrebbe essere un'immagine raffigurante in piedi, cavallo e attività all'aperto

giovedì 9 settembre 2021

Le vergogne della Grande Guerra

Prima guerra mondiale. Brigata "Catanzaro". Ritirata dal fronte dopo le gravi perdite subite il 23 e il 24 maggio del 1917 (che si aggiungevano alle molte migliaia accumulate negli anni precedenti) era stata ricondotta di fronte all’Hermada (oggi monte Querceto, a est di Monfalcone) il 4 giugno. Ritirata nuovamente il 24 giugno, venne accantonata a Santa Maria La Longa, paesino della bassa friulana. Insofferenza e indisciplina cominciavano da tempo a serpeggiare nelle retrovie costipate da migliaia di militari destinati a rimpiazzare i tanti caduti dei reparti più dissanguati. Costoro sapevano che sul Carso - e nella Brigata Catanzaro soprattutto - fatalmente si muore. Speranza non c’è. Il parroco del paese aveva avuto sentore che qualcosa si andava tramando, dai discorsi fatti nelle osterie ed a lui riferiti. Credette fosse suo dovere mettere sull’avviso il comandante della Brigata. Fu tranquillizzato a sufficienza: era logico e naturale che i soldati si lamentassero, era sempre accaduto così: ma da ciò all’ammutinamento c’era bel correre! Quando la Brigata ricevette l’ordine di tornare al fronte, la sommossa divampò. Alle 22.30 del 15 luglio, con un violento fuoco di fucileria. Razzi multicolori ascesero il cielo per dare il segnale della rivolta ad altre Brigate che mordevano il freno. Furono uccisi un capitano e un tenente addetti al Comando e la truppa in rivolta si apprestò ad assalire la residenza di Gabriele D’Annunzio, il cui campo d’aviazione era nei pressi. Gli ufficiali si rintanano dove possono, si schierano i carabinieri disponibili e viene dato l’allarme al Comando Supremo a Udine. Nel cuore della notte gruppi di artiglieria e squadroni di cavalleria circondano la Brigata Catanzaro. Squadriglie di aerei da caccia sorvolano nel frattempo il cielo. Verso le 3 del mattino la rivolta si spense. Tre ufficiai e quattro carabinieri erano rimasti uccisi. Si istruì il processo per direttissima a seguito del quale 28 militari furono condannati a morte, passati per le armi e gettati in una fossa comune. Qualche ora dopo, sotto buona scorta di cavalleggeri e di artiglieri la Catanzaro fu rispedita nella bolgia carsica. Ma gli animi erano tuttora sconvolti, perché lungo la strada molti soldati in segno di ribellione si liberarono dei caricatori. Imposto nuovamente l’alt, altri dieci infelici dopo giudizio sommario vennero condannati e fucilati.Gabriele D’Annunzio scrisse in proposito:


Notiziario: La “decimazione” della Brigata Catanzaro - Associazione  Nazionale Combattenti e Reduci

Scelti a caso e fucilati come infami




Dissanguata da troppi combattimenti, consunta in troppe trincee, stremata di forze, non restaurata dal troppo breve riposo, costretta a ritornare nella linea del fuoco, già sovversa dai sobillatori come quel battaglione della Quota 28 che aveva gridato di non voler più essere spinto al macello, l’eroica Brigata "Catanzaro" una notte, a Santa Maria la Longa, presso il mio campo d’aviazione si ammutinò. (…) La sedizione fu doma con le bocche delle armi corazzate. Il fragore sinistro dei carri d’acciaio nella notte e nel mattino lacerava il cuore del Friuli carico di presagi. Una parola spaventevole correva coi mulinelli di polvere, arrossava la carrareccia, per la via battuta: "La decimazione! La decimazione!". L’imminenza del castigo incrudeliva l’arsura (…) Di schiena al muro grigio furono messi i fanti condannati alla fucilazione, tratti a sorte nel mucchio dei sediziosi. Ce n’erano della Campania e della Puglia, di Calabria e di Sicilia: quasi tutti di bassa statura, scarni, bruni, adusti come i mietitori delle belle messi ov’erano nati. Il resto dei corpi nei poveri panni grigi pareva confondersi con la calcina, quasi intridersi con la calcina come i ciottoli. E da quello scoloramento e agguagliamento dei corpi mi pareva l’umanità dei volti farsi più espressiva, quasi più avvicinarmisi, per non so qual rilievo terribile che quasi mi ferisse con gli spigoli dell’osso. I fucilieri del drappello allineati attendevano il comando, tenendo gli occhi bassi, fissando i piedi degli infelici, fissando le grosse scarpe deformi che s’appigliavano al terreno come radici maestre. Io traversavo il muro col mio penoso occhio di linee; e scoprivo i seppellitori anch’essi allineati dall’altra parte con le vanghe e con le zappe pronti a scavare la fossa vasta e profonda. Non mi facevano male come gli sguardi dei condannati alla fossa. I morituri mi guardavano. I loro sguardi smarriti non più erravano ma si fermavano su me che dovevo essere pallido come se la vita mi avesse abbandonato prima di abbandonarli. Gli orecchi mi sibilavano come nell’inizio della vertigine, ma era il ronzio delle mosche immonde.

Siete innocenti?

Forse trasognavo. Forse la voce non passò la chiostra de’ miei denti. Ma perché allora il silenzio divenne più spaventoso, e tutte le facce umane apparvero più esangui? E perché l’afa del mattino d’estate s’approssimò e s’appesantì come se il cielo della Campania e il cielo della Puglia e il cielo della Calabria e il cielo di Sicilia precipitassero in quell’ardore fermo e bianco?

Siete innocenti? Siete traditi dalla sorte della decimazione? Si, vedo. La figura eroica del vostro reggimento è riscolpita nella vostra angoscia muta, nell‘osso delle vostre facce che hanno il colore del vostro grano, di quel grano grosso che si chiama grano del miracolo, o contadini. Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata? Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia? Il Dio d’Italia vi riarma, e vi guarda. I fanti avevano discostato dal muro le schiene. Tenevano tuttora i piedi piantati nella zolla ma le ginocchia flesse come sul punto di entrare nelle impronte delle calcagna. E, con una passione che curvava anche me verso terra, vidi le loro labbra muoversi, vidi nelle loro labbra smorte formarsi la preghiera: la preghiera del tugurio lontano, la preghiera dell’oratorio lontano, del santuario lontano, della lontana madre, dei lontani vecchi. (…) Le armi brillarono. (…) M’appressai. Attonito riconobbi le foglie dell’acanto (…). Recisi i gambi col mio pugnale. Raccolsi il fascio. Tornai verso gli uomini morti che con le bocche prone affidavano al cuor della terra il sospiro interrotto dagli uomini vivi. E tolsi le frasche ignobili di sul frantume sanguinoso. Chino, lo ricopersi con l’acanto.

Gabriele D’Annunzio


martedì 7 settembre 2021

Il sacramento era in origine un giuramento militare

Il legionario quando si arruolava nell'esercito romano giurava solennemente la sua fedeltà alle istituzioni e pronunciava un giuramento solenne, detto SACRAMENTUM, da cui la chiesa cattolica ha copiato i termini Sacramenti, come impegni solenni a far parte dell'esercito di Cristo. Questo giuramento non si faceva una volta per tutte ma si ripeteva ogni anno, esattamente il I gennaio, per cui il primo anno capitava magari di ripeterlo due volte. Si eseguiva da parte dell'intera legione, giurando fedeltà, ai consoli nella repubblica, all'imperatore, ma pure ai generali e al senato, e successivamente col cristianesimo su Dio, Cristo e lo Spirito Santo, accanto alla maestà dell'imperatore, "che il genere umano deve amare e onorare subito dopo Dio", ma in quell'epoca lo spirito di corpo s'era già perso parecchio.

Il giuramento romano

lunedì 6 settembre 2021

Labirinto di Arianna

Italo Lanfredini, Labirinto di Arianna, Fiumara d'arte
Fiumara d’arte Si trova a pochi chilometri da Castel di Lucio, in provincia di Messina ed è un’opera d’arte di astrattismo contemporaneo realizzata circa trent’anni fa da Italo Lanfredini, una celebrazione di natura e tradizione senza tempo che evoca una delle rappresentazioni più famose della mitologia...
La scultura la cui forma è un simbolo archetipo, il labirinto, è un percorso fisico, ma anche interiore, che è impossibile non attraversare tutto una volta entrati. L’opera è collegata al passato, alla cultura classica, alla nascita, ai primi insegnamenti della vita. Attraverso un varco naturale si entra nel labirinto e si esce dal labirinto, così come nel tempo l’uomo è entrato ed uscito dalla scena. Chi entra nel labirinto, si pone domande che riguardano la propria esistenza, in un posto ed in una dimensione a-temporale, in cui è impossibile interrogarsi. Il labirinto è riflessione, è spiritualità che deriva da una sorta di “maternità”, espressa in un dolce concentrico svolgersi di cerchi culminante in una aspirazione all’alto, al sublime. Un viaggio che sembra dentro la terra ma è sotto il cielo, al cui centro è la vita, l’antica sorgente rappresentata da una lucente lastra metallica al centro della spirale, che ci riporta al tema della Madre Terra e del mistero della fecondazione....

Grand Tour - Il Labirinto di Arianna, un viaggio per ritrovare se stessi.