
lunedì 15 febbraio 2021
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domenica 14 febbraio 2021
Archeologi Romani

venerdì 12 febbraio 2021
I Drusi del Libano

Se esiste un Paese che può essere considerato paradigma di tutto il Medio Oriente, specchio della sua varietà etnica, storica e politica, della sua bellezza e potenziale ricchezza ma anche delle sue infinite contraddizioni, questo Paese è certamente il Libano, con il suo fragile e spesso rotto (in modo eclatante, ad esempio, in occasione dei quindici lunghissimi della guerra civile tra 1975 e 1990) equilibrio tra Cristiani Maroniti e Musulmani Sciiti, con la sua permeabilità alle ingerenze, anche militari, siriane e israeliane, con il suo essere a lungo centro degli affari internazionali che le era valso il titolo di "Svizzera del Medio Oriente" e la povertà di enormi fette della popolazione contrapposta al potere dei suoi clan plutocratici.
Le vicende libanesi, anche recenti, sono piuttosto note fin dai tempi del conflitto tra Amal e Falange e, più recentemente, con l'invasione israeliana in funzione repressiva contro i missili hezbollah costantemente puntati (e spesso lanciati) sul nord della Galilea.
Quello che pochi conoscono (e quei pochi soprattutto in relazione alle già menzionate vicende del sanguinoso passato prossimo) è che, nel cuore del Libano, esiste forse una delle più interessanti anomalie storico-politiche (ma anche etnico-religiose) di tutta l'area levantina: l'esistenza di una sorta di feudo settario druso sui monti dello Chouf.
Situata a sud-est di Beirut, la regione dello Chouf comprende una stretta fascia costiera che include la città cristiana di Damour e le valli e le montagne del versante occidentale del Jabal Barouk, il massiccio del Monte Libano che dà il nome a tutto il Paese, a pochi chilometri da quella Valle della Beka'a che è centro dell'agricoltura di sussistenza di migliaia di contadini di ogni religione e della produzione mondiale della cannabis (con conseguenti proventi). La bellezza incontaminata di queste zone montagnose hanno fatto sì che in passato alcuni emiri del Libano fissassero qui la propria residenza come testimonia il magnifico palazzo di Beiteddine, voluto durante la prima metà del XIX secolo da Bachir Chehab II a una manciata di chilometri da uno dei luoghi più intensamente mistici della costa orientale mediterranea, il celeberrimo Deir al Qamar (il Monastero della Luna).
Eppure, nonostante queste bellezze artistiche, il centro più importante della regione è Moukhtara, una cittadina quasi insignificante e non diversa da decine di altri villaggi che punteggiano il Governatorato del Monte Libano, se non fosse che qui ha sede, in una sorta di castello, la famiglia Joumblatt, oggi guidata da Walid Joumblatt, quella che potremmo definire l'ultimo potere feudale del Medio Oriente.
La storia degli Joumblatt si perde nelle nebbie del tempo: di origine curda, già influenti governatori di Aleppo nel XVI secolo, essi si stabilirono a Moukhtara nel 1630, sviluppando, nel tempo, una leadership sull'area che perdura invariata fino ad oggi. Probabilmente la figura più importante della storia recente della famiglia fu Kemal, padre di Walid, politico di spicco del Libano post-coloniale, sempre fortemente critico di ogni politica di sudditanza culturale ed economica all'occidente dei governi maroniti e fondatore del Fronte Socialista Popolare, un partito nazionalista di sinistra la cui leadership venne assunta, alla morte del padre nel 1977 (assassinato, come praticamente tutti i suoi antenati negli ultimi cento anni, nella lotta tra fazioni che da secoli insanguina il Paese), appunto da Walid. Quest'ultimo, fino a quel momento noto più per le sue vicende da "golden boy" del jet-set internazionale, seppe guidare con fermezza e determinazione l'F.S.P. negli anni della guerra civile, guadagnandosi dalla BBC il titolo di "più brillante politico mediorientale" e riuscendo a dare, in anni non certo facili, un certo grado di prosperità al distretto da lui praticamente, per quanto non ufficialmente, governato dal suo fortino sui monti.
Ma il potere degli Joumblatt, ferme restando le capacità strategiche di gran parte dei membri di una delle genie politiche più longeve del Medio Oriente, non risiede tanto né nella loro accortezza amministrativa né negli ideali socialisticheggianti che da decenni portano avanti, quanto nell'essere, in un sistema culturale in cui il confine tra politica e religione è così vago da risultare a tratti inesistente, leader indiscussi di una delle comunità religiose più chiuse e, per molti versi, misteriose tra le tante che difficoltosamente coesistono del Paese dei cedri e nell'area mediorientale, della drusa.
Chi sono dunque, questi Drusi che, pur senza una nazione propria, sono riusciti a crearsi, non solo in Libano, enclave chiaramente definite e posizioni di potere consolidate ovunque siano presenti (con la sola parziale eccezione, forse, di Israele)?
I Drusi, noti anche come i "Figli della Grazia", sono i membri di un sorta di setta segreta religiosa le cui origini possono essere rintracciate in Egitto, un migliaio di anni fa, come movimento interno all'Ismailitismo, con fondamentali influenze dalla filosofia greca e dallo gnosticismo. Il fondatore di quella che, praticamente da subito, è divenuta una religione a sé stante fu Ahmad ibn Alī ibn Hamza', un mistico e studioso persiano giunto in Egitto nel 1014 e intenzionato, con un gruppo di studiosi e leader provenienti da tutto il mondo islamico, a formare un nuovo movimento unitario che sincretizzasse tutte le correnti dell'Islam.
Nel 1017, Hamza rivelò ufficialmente i fondamenti della nuova la fede "drusa" (curiosamente il nome deriva da un altro predicatore, Anushtakīn ad-Darazī, che, in seguito, per le sue idee radicali sul fatto che Dio potesse incarnarsi in un essere umano, venne considerato eretico ed espulso dal movimento) e cominciò a predicare la sua dottrina, incoraggiato dal califfo fatimide al-Hakim, che aveva appena emesso un decreto per promuovere la libertà religiosa nel suo regno.
Immediatamente Al-Hakim divenne una figura centrale nella fede drusa (assurgendo, per una parte minoritaria dei discepoli di Hamza, ad uno status divino), ma venne ben presto assassinato, forse su ordine della sorella Sitt al-Mulk (molti Drusi ritengono che non morì realmente ma entrò in quello che verrà chiamato "Occultazione", così come più tardi avvenne ad Hamza e ad altri tre grandi leader del movimento unitario), lasciando il califfato al figlio minorenne, Ali az-Zahir. I Drusi riconobbero az-Zahir come il Califfo, ma non come Imam della loro comunità, prerogativa questa concessa da Hamza a Bahā'a ad-Din as-Samuki , oggi visto come il primo vero capo politico e spirituale della setta.
Il mancato riconoscimento del figlio come leader unico scatenò sul neonato movimento unitarista le ire di Sitt al-Mulk (probabilmente anche male informata sulle intenzioni di as-Samuki da alcuni dissidenti rispetto alla linea teologica di quest'ultimo), la quale diede inizio, nel 1021, ad una persecuzione continuata nei sette anni successivi da az-Zahir, divenuto nel frattempo maggiorenne. I maggiori massacri di aderenti al movimento, che si era diffuso a macchia d'olio, si ebbero ad Antiochia (dove oltre 5.000 capi drusi furono trucidati), Aleppo e Alessandria e costarono la vita a decine di migliaia di convertiti.
Come risultato, i fedeli cominciarono a nascondersi, concentrandosi in Libano e Siria meridionale, e a celare i fondamenti teologici del loro credo, che poté ricominciare ad esprimersi liberamente solo nel 1038, due anni dopo la morte di al-Zahir. Probabilmente queste enormi difficoltà iniziali influenzarono fortemente l'aspetto "iniziatico" del pensiero druso, tanto che, pur in una situazione relativamente più favorevole, nel 1043 as-Samuki dichiarò che la setta non avrebbe più accettato nuovi convertiti (ancora oggi non è possibile "diventare drusi" e si è riconosciuti come appartenenti alla comunità solo per nascita) e proibì qualsiasi forma di proselitismo.
Fu durante il periodo di dominazione dei crociati in Siria (1099-1291) che i Drusi assunsero importanza nella storia della regione delle montagne dello Chouf: come forti guerrieri al servizio dei governanti musulmani di Damasco contro le truppe crociate, i Drusi ricevettero il compito di sorvegliare che "i Franchi" che avevano occupato il porto di Beirut non si estendessero nell'entroterra e la perizia con cui eseguirono tale missione permise loro, in seguito, di porre la loro notevole esperienza militare a disposizione dei sovrani mamelucchi d'Egitto (1250-1516) per aiutarli a porre fine a ciò che rimaneva del dominio crociato sulla Siria costiera e, in seguito, a salvaguardare la costa siriana contro eventuali nuove invasioni.
Nel primo periodo dell'era crociata, il potere feudale druso era nelle mani di due famiglie, i Tanukhs e Arslans. In particolare, i primi erano divenuti signori incontrastati delle zone del Monte Libano ma, verso la metà del XII secolo, vennero sostituiti dalla famiglia Ma'an che, dal suo quartier generale nel villaggio montuoso di Baaqlin, arrivò a dominare la pianura marittima tra Beirut e Sidone, venendo investita di autorità feudale dal sultano Nur-al-Din.
Con tutta probabilità quello fu il momento di massimo apogeo dei Drusi nel medioevo: nel 1305, però, lo studioso sunnita hanbalita Ibn Taymiyyah emise, con il beneplacito dei fatimidi che desideravano tacitare ogni movimento "eretico" siriano, una fatwa con relativa chiamata alla jihad contro tutti i non-sunniti e i Drusi, così come gli Sciiti, gli Alawiti, gli Ismailiti e i Duodecimani, divennero oggetto di una nuova persecuzione che, dopo la pesantissima sconfitta nella battaglia di Keserwan, li obbligò a mostrare un ossequio formale per l'ortodossia sunnita e a ritirarsi in isolamento sulle montagne, che, per altro, rimasero sotto il loro controllo.
Con l'avvento dei Turchi ottomani e la conquista della Siria da parte del sultano Selim I nel 1516, inizialmente la situazione rimase invariate e una serie di ribellioni druse vennero represse con scontri sanguinosi, culminati nella terribile battaglia di al-Ayn Ṣawfar nel 1585. Queste misure militari non riuscirono, però a ridurre i Drusi alla sottomissione e ciò indusse il governo ottomano ad accettare un accordo secondo il quale un emiro druso doveva ricevere una "iltizam" (concessione fiscale) sui vari "nahiyes" (distretti) dello Chouf: in questo modo i Ma'an vennero riconosciuti come i signori feudali del sud del Libano e i villaggi drusi si diffusero e prosperarono in tutta la regione, al punto che, sotto l'emiro Fakhr-ed-din II, a inizi '600, il dominio druso era aumentato fino comprendere quasi tutta la Siria e che egli si spinse addirittura, nel 1608, a firmare un trattato commerciale con il duca Ferdinando I di Toscana contenente clausole militari segrete.
Ovviamente tutto questo potere dava fastidio al sultano Murad IV che, nel 1614, inviò un contingente contro Fakhr, il quale, dopo un periodo di esilio a Firenze e a Napoli, tornò in Libano nel 1618, riuscendo ad ottenere vittorie tali da rendere il suo principato praticamente indipendente, aprendo il Libano alle influenze occidentali e sviluppando un governo largamente tollerante. Nel 1632, però, il compito di "normalizzare" la situazione venne affidato all'emiro turco di Damasco Koujak che, nel giro di tre anni, porto Fakhr ad assoggettarsi a Istanbul, dove fu ucciso, ponendo fine all'unico esperimento d' autonomia libanese fino al 1920.
Alla fine del XVII secolo (1697) gli Shihab subentrarono ai Ma'an nella leadership feudale dei Drusi del Libano meridionale, pur professando prima l'Islam sunnita (sebbene i membri della famiglia avessero sempre dimostrato simpatia per la fede dei loro sudditi) e, dai tempi Amir Bashir Shihab II (1788-1840) che, dopo Fakhr-al-Din, fu il signore feudale più potente mai avuto dal Libano, il Cristianesimo. Quando, quasi a metà del XIX secolo, Ibrahim Pascià, figlio del viceré d'Egitto, Muhammad Ali Pasha, commise l'errore di cercare di disarmare i Cristiani e i Drusi libanesi, furono proprio gli Shihab a guidare la resistenza congiunta dei due gruppi religiosi che, però, dopo anni di convivenza pacifica, cominciarono ad avere, a partire dal 1840, scontri sempre più frequenti, che culminarono nella guerra civile del 1860. I problemi non erano tanto dovuti alla sudditanza delle popolazioni druse a una famiglia cristiana, quanto all'intervento di fattori esterni, soprattutto dati dall'alleanza dei Drusi con la Gran Bretagna e dal conseguente permesso concesso dai capi-villaggio a missionari protestanti di stanziarsi nelle zone del Monte Libano, che creava tensioni tra loro e i Cattolici maroniti, sostenuti dai francesi. La guerra civile, che culminò con i massacri del 1859-1860 e la sconfitta dei Cristiani per mano drusa non fu, quindi, una guerra di religione, ma essendo costata la vita a oltre 10.000 Maroniti, diede il pretesto alla Francia per intervenire nell'area con un corpo di spedizione a difesa dei Cattolici e ciò, nonostante l'intervento della Gran Bretagna che non desiderava lo smembramento dell'Impero Ottomano e che limitò l'azione dei francesi, portò il Libano, sotto la supremazia cristiana, ad ottenere una larga autonomia che perdurò fino alla Prima Guerra Mondiale e che confinò il potere drusi alle montagne da cui originariamente provenivano.
Dopo questo periodo, in tutto il mondo arabo i Drusi, pur ottenendo ovunque il riconoscimento ufficiale di "comunità religiosa separata" con un proprio sistema legale legato alla morale cultuale, lottarono per l'indipendenza dei vari Paesi in cui erano presenti e ovunque trovarono la collocazione più consona alle proprie idee religiose in partiti di sinistra, come dimostrato anche dalla posizione politica che si è detto essere stata assunta dalla famiglia Joumblatt, leader del "popolo dell'unitarismo" dello Chouf dai tempi della guerra contro i Cristiani, in occasione della guerra civile.
Ma quali sono, dunque, queste idee?
In realtà, rispondere a questa domanda è tutt'altro che facile, stante non solo la natura strettamente "intra-comunitaria" del loro credo (tanto che persino il contrarre matrimonio con non-Drusi è fortemente sconsigliato per gli appartenenti alla setta), ma anche e soprattutto per l'usanza della cosiddetta "taqiya", la pratica, ripresa dall'Islam sciita, di occultare o dissimulare le proprie convinzioni religiose se necessario, e per la natura esoterica della fede, molti insegnamenti della quale sono tenuti segreti persino agli stessi aderenti di grado più basso.
Così, capita che i Drusi, in aree diverse, possano avere opinioni teologiche e stili di vita radicalmente differenti tra loro, tanto che alcuni sostengono di essere musulmani mentre altri negano decisamente di rientrare nell'Islam, cosa perfettamente comprensibile se si tiene conto che il credo druso rispetta di base tutti i principi islamici ma tende ad essere fortemente separatista rispetto agli altri gruppi musulmani e a discostarsi dalle principali correnti islamiche su una serie di punti fondamentali.
Insomma, ciò che si può conoscere dall'esterno non è molto ed è, per lo più, frutto di informazioni trapelate e di congetture fatte, nei secoli, dagli studiosi delle religioni.
Su queste basi, le certezze maggiori riguardano la visione dottrinale di Dio, del quale si sottolinea fortemente e senza compromessi la rigida unità, l'essere al di sopra di qualsiasi attributo umano e l'essere allo stesso tempo immanente e trascendente. Questi aspetti risultano tutti interdipendenti: nel desiderio di mantenere la totale unità monoteistica, i Drusi spogliano Dio di qualsiasi attributo che possa portare al peccato estremo del politeismo ("shirk"), cosicché Egli non abbia attributi distinti dalla sua essenza (Dio non ha saggezza, potenza o giustizia ma è saggio, giusto e potente) e risulti essere "l'intera esistenza" piuttosto che una "esistenza superiore", che lo renderebbe in qualche modo limitato, quando, in realtà, nella sua infinita illimitatezza senza "come", "quando" e "dove" Egli risulta incomprensibile agli occhi umani.
Traspaiono, in questo dogma, chiare le influenze del Sufismo e, infatti, proprio come nel Sufismo, centrale è il concetto di "tajalli", cioè della possibilità di teofania, che spesso è stata confusa con una idea di "incarnazione del Divino" che, invece, risulta estranea alla teologia drusa. In realtà, infatti, il "tajali" è una sorta di esperienza della luce di Dio vissuta da alcuni mistici che hanno raggiunto un elevato livello di purezza nel loro cammino spirituale. Ciò s'inserisce in una percezione di Dio come essenza che manifesta la Sua luce nel mondo materiale che diviene Suo riflesso, ma tale riflesso non è Dio e tutti gli scritti dottrinali, in particolare il fondamentale "Kitab Al Hikma" (Epistole della Sapienza) sottolineano continuamente tale differenza, viso che la concezione di "incarnazione" di Dio, spesso fraintesa da commentatori esterni, risulterebbe assolutamente contraria al monoteismo. Il "tajalli", per altro, è una fase fondamentale nell'ascesi del mistico druso: esso si verifica quando l'umanità del fedele è annientata a tal punto che gli attributi divini e la luce di Dio vengano vissuti dalla persona come propri.
E' proprio il cammino d'ascesi ad essere il nucleo fondamentale della fede drusa in cui iniziazione e misticismo esoterico hanno una importanza enorme. I Drusi credono che molti insegnamenti dati da Profeti, leader religiosi, e libri sacri abbiano significati esoterici nascosti, comprensibili solo a coloro che, per intelletto e grado di conoscenza, possano afferrarli. Di conseguenza, molti insegnamenti vengono visti come semplici simboli e allegorie naturali, interpretabili in modo differente a seconda dei tre "livelli di lettura" possibili: l'ovvio o essoterico (zahir), accessibile a chiunque sia in grado di leggere o ascoltare; il nascosto o esoterico (Batin), accessibile a coloro che sono disposti a cercare e imparare attraverso l'esegesi; il "nascosto del nascosto", comprensibile solo attraverso un processo anagogico e inaccessibile per tutti, se non per pochi individui illuminati in grado di capire davvero la natura dell'universo.
A differenza di altri movimenti islamici esoterici, i Drusi, comunque, non ritengono che il passaggio ad un livello superiore cancelli il significato precedentemente acquisito: i vari livelli si completano a vicenda in un unicum di verità
Ciò spiega la "ratio" in base alla quale il popolo druso si divide in due gruppi distinti. Alla gran maggioranza laica (circa l'80% della popolazione), chiamata "al-Juhhāl" ("gli ignoranti") non è consentito l'accesso alla letteratura mistica, non è permesso di partecipare agli incontri religiosi di stampo esoterico e non viene imposto l'obbligo di seguire alcun precetto ascetico. Il secondo gruppo, iniziatico, che comprende sia gli uomini e le donne (circa il 20% della popolazione), è chiamato "al-Uqqāl", ("iniziati informati"), è riconoscibile perché indossa abiti realizzati in conformità con la tradizione coranica: le donne possono scegliere di portare "al-Mandil", un velo bianco indossato sulla testa per coprire i capelli e avvolto intorno alla bocca, camicie nere e gonne lunghe che coprono le gambe fino alle caviglie; gli uomini si fanno crescere i baffi, hanno vestiti scuri di taglio tradizionale turco-levantino ("shirwal") e turbanti bianchi che variano a seconda della gerarchia iniziatica.
Gli "al-Uqqāl" hanno gli stessi diritti degli "al-Juhhāl", ma la differenza tra i due gruppi va intesa come una sorta di "gerarchia di rispetto" sulla base dei servizi resi, in senso spirituale, alla comunità. Circa il 5% degli "al-Uqqāl", poi, diventa "Ajawīd", cioè entra a far parte dei leader religiosi riconosciuti di tutto il popolo druso.
Gli "Ajawīd" non vanno confusi con gli "Shaykh al-Aql", i notabili politici (come visto, la differenza tra leadership politica e leadership religiosa ha una radice storica nel periodo iniziale della fede) che hanno una posizione ufficiale in Siria, Libano e Israele e vengono eletti dalle comunità locali per servire come capi del consiglio religioso druso e giudici dei tribunali religiosi: a differenza dei leader spirituali, l'autorità di un "Shaykh al-Aql" è locale, anche se non è infrequente che gli "Ajawīd" vengano eletti per assumere queste posizioni.
Per tutti il "gradi", comunque, vale l'obbligo di seguire i sette precetti (di origine chiaramente ismailita) che sono considerati il nucleo della fede e che sono percepiti come l'essenza dei pilastri dell'Islam: veridicità nella parola; protezione e di mutuo soccorso ai fratelli nella fede; rinuncia a tutte le forme di culto eretiche e alle false credenze; ripudio del diavolo ("Iblis") e tutte le forze del male; confessione dell'unità divina; acquiescenza all'azione di Dio, qualunque essa sia; assoluta sottomissione e la rassegnazione alla volontà di Dio sia in segreto che in pubblico.
Nella pratica, dunque, possiamo parlare della religione drusa come di una sorta di Islamismo fortemente influenzato da una visione neo-platonica di come Dio interagisca con il mondo attraverso emanazioni, in questo molto simili ad alcune sette gnostiche ed esoteriche.
Sebbene di base la religiosità e il culto vengano visti come elementi che riguardano solo il singolo (i Drusi non sono obbligati ad osservare la maggior parte dei rituali religiosi) e che, dunque, non possano essere in alcun modo imposti, la religione forma un impianto fondamentale nell'azione sociale di ciascuno sia sul versante pratico (con il rifiuto di tabacco, alcool, consumo di carne di maiale e, contrariamente alla maggior parte delle sette islamiche, poligamia) che su quello morale (con principi che si concentrano su onestà, lealtà, pietà filiale, altruismo, sacrificio patriottico e monoteismo e che, a differenza dell'Islam classico, portano a diversi gradi di reincarnazione): solo questo può spiegare il senso di unità che esiste tra i Drusi sparsi in tutto il mondo e l'esistenza ci enclave così coese da riuscire a formare, all'atto pratico, veri e propri stati a sé stanti, con una propria politica interna ed una propria leadership riconosciuta da tutti.
Riferimenti bibliografici:
R. Brenton Betts, The Druze, Yale University Press 1990
N. Dana, The Druze in the Middle East: Their Faith, Leadership, Identity and Status, Sussex Academic Press 2003
P. Khuri Hitti, The Origins of the Druze People and Religion, BiblioBazaar 2007
M.K. Saab, Stories & Scenes From Mount Lebanon, Saqi Books 2004
K. Salibi, The Druze: Realities & Perceptions, Druze Heritage Foundation 2005
R.K. Westheimer, G. Sedan, The Olive and the Tree: The Secret Strength of the Druze, Lantern Books 2007.
InStoria - I Drusi del Libano
LE PLEIADI E LA LEGGENDA DELL'ATLANTIDE PERDUTA

Il più bell’oggetto del cielo
Le Pleiadi sono senz’altro l'oggetto più spettacolare e suggestivo del cielo visibile alle nostre latitudini. La loro caratteristica forma, la loro composizione insolita, il loro bagliore discreto eppure intrigante, non mancano di colpire anche chi si avvicina per la prima volta all'astronomia e addirittura chi rivolge casualmente lo sguardo al cielo invernale. Capita sovente, infatti, nelle serate osservative pubbliche, di sentirsi chiedere particolari su quello strano gruppetto di stelle, da molti identificato, proprio per la sua forma, con l'Orsa Minore.
Il grande astronomo Otto Struve ha affermato che le Pleiadi sono state l'oggetto più fotografato e studiato del cielo al di là del sistema solare. Possiamo tranquillamente affermare che questo primato continua tuttora con le legioni di astrofotografi che cercano in tutti i modi di catturare, con ogni tipo di camere e configurazione ottica, la debole nebulosità che circonda il gruppo.
Il famoso astronomo dilettante americano Leslie Peltier disse che le Pleiadi costituirono il ricordo del primo oggetto celeste da lui osservato. Quanti astrofili in tutto il mondo condividono la sua opinione? Molti, senza dubbio. Sul mio libretto di appunti delle osservazioni che iniziavo a compiere, dodicenne, con un rifrattore di 50 mm, scrivevo, in un'imprecisata notte dell'inverno del 1972: “...non mi ricordo quando le ho osservate la prima volta, ma da allora le osservo quasi ogni notte”. Pensare che utilizzavo, all'epoca, un oculare da 12 mm che mi dava una pupilla d'uscita di solo 1 mm! Eppure l'occhio era sempre lì, per primo, tutte le notti, e lo è ancora adesso, nelle lunghe notti autunnali e invernali. Certamente, con il tempo, ho capito come i migliori strumenti per osservare le Pleiadi siano telescopi a grande campo e binocoli. Anche in un 7 x 50 il loro aspetto è affascinante, perfino all'occhio del profano, ma in un 20 x 80 la visione è altamente spettacolare, e col mio attuale 20-30-37 x 100 è da mozzare il fiato.
Con piccoli telescopi è necessario utilizzare bassi ingrandimenti, in modo sia da avere l'intero gruppo nel campo, sia da ottenere una pupilla d'uscita almeno di 5-6 mm. Di recente, perfino con un 114, usando un oculare da 40 mm (pupilla d’uscita di 5 mm), ho avuto, con cieli molto scuri, visioni assolutamente straordinarie. Poiché le nove stelle più brillanti sono racchiuse in un campo di circa un grado, sarà possibile averle tutte nell'oculare utilizzando anche telescopi fino a 25 cm di diametro, con focali fino a due metri, con oculari di focale sui 50 mm. Con strumenti del genere sono visibili nel campo migliaia di stelle, delle quali però non tutte, forse non più di 500, sono reali componenti l'ammasso.
Le Pleiadi nelle culture antiche
Fin dall'antichità le Pleiadi hanno colpito la fantasia popolare. La prima citazione del gruppo è contenuta in annali cinesi risalenti al 2357 a.C. Esse rivestivano a quel tempo una notevole importanza, poiché si trovavano, a causa del movimento precessionale, presso il punto equinoziale di primavera (3° a nord). Nell'antica Cina erano venerate come Le sette sorelle dell'operosità, ma in seguito vennero conosciute come Mao, Mauo Maou, che significa “La Costellazione” per antonomasia o come Gang, di etimo incerto.
In Persia dove, come per altre culture, esse costituivano una delle stazioni lunari più importanti (divisioni del percorso della Luna in cielo in 27 “case” collocate in varie costellazioni, a fini calendariali), erano chiamate Pervis, Peren oParur. Per i popoli mesopotamici rappresentavano, insieme con le Iadi, Mas-tab-ba-gal-gal-la, “I grandi gemelli dell'eclittica” poiché il percorso del Sole è proprio a metà strada fra i due gruppi. Più in particolare, gli Assiro-Babilonesi chiamavano le Pleiadi Kimtu, molto simile al siriano Kima, e all'ebraico Kimah, aventi tutti pressappoco lo stesso significato di “Grappolo, Gruppo”. Nell'Antico Egitto le Pleiadi erano note come Chu oChow e identificate con la dea Nit (“La navetta”), una delle maggiori divinità del Basso Egitto, equivalente alla greca Atena e alla romana Minerva. Un altro nome usato dagli Egizi eraAthur-ai o “Stella di Hathor”, la dea dal corpo di donna e dalla testa di vacca, singolarmente simile ad Al Thurayya, il termine arabo con cui l'ammasso veniva designato (“Il gruppo”). Anche gli Arabi peraltro chiamavano le Pleiadi “La Costellazione” (Al Najm) per eccellenza, confermando così ulteriormente l'enorme importanza ad esse attribuita nell'antichità.
Quasi tutte le civiltà e culture, del resto, hanno coniato dei nomi propri per questo straordinario oggetto celeste. Gli antichi Teutoni lo chiamavano Seulainer, i Gaelici Griglean, gli Ungheresi Fiastik, i Finlandesi Het e wa ne, i LapponiNiedgierreg, i Groenlandesi Killukturset (“Cani che lottano contro un orso”), i Gallesi Y twr tewdws (“Il pacchetto chiuso”), i Russi e i Polacchi Baba e Baby (“La vecchia moglie” e “Le vecchie mogli”), i Francesi Cousiniere (“Zanzariera”), gli Italiani La racchetta, gli Spagnoli Las siete cabrillas (“Le sette caprette”).
Come è noto, un appellativo comune presso molti popoli è Le gallinelle oppure La chioccia con i pulcini; in Italiano, appunto, abbiamo Gallinella o Gallinelle, in Francese Pulsiniere o Poussiniere, in Tedesco Gluckhenne (“La chioccia”), in Russo Nasedha(“La gallina seduta”), in Danese Aften Hoehne, (“La gallina della vigilia”), in Greco moderno Pouleia (“Pollaio”), in Inglese Coop(con il medesimo significato del Greco). Perfino gli aborigeni dell'Africa e del Borneo identificano in questo modo le Pleiadi.
Per gli indigeni delle Isole Tonga e della Società, invece, esse erano Matarii (“I piccoli occhi”), e dividevano in due stagioni l'anno, con il loro apparire, Matarii i nia e Matarii i raro, che vuol dire “I piccoli occhi sopra e sotto” (l'orizzonte). Anche per gli abitanti del gruppo delle Hervey le Pleiadi rappresentavano dei piccoli occhi (Matariki): secondo loro esse erano anticamente una stella singola, così brillante che il dio Tane, morso da invidia, ottenendo il sostegno di Aumea (Aldebaran) e Mere(Sirio) la scacciò, costringendola a rifugiarsi in un fiume. Ma Mere prosciugò il corso d'acqua e Tane scagliò Aumea contro il fuggiasco rompendolo in sei pezzi; da allora le stelle si chiamarono Tauono, “Le sei”, appunto. Anche alcune tribù del Sudamerica conoscevano le Pleiadi come Cajupal, “Le sei stelle”. Gli aborigeni australiani, invece, le vedevano come Le giovani ragazze che giocavano con i Giovani uomini, rappresentati dalle stelle della Cintura di Orione. Per gli abitanti delle isole Salomone erano Togo ni samu (“Compagnia di Vergini”).
Alcuni Pellerossa americani le chiamavano “Danzatori”, mentre altri vi avevano connesso una storia suggestiva, ispirata alla Mateo Tepe o Torre del Diavolo, una curiosissima formazione rocciosa, Monumento Nazionale degli Stati Uniti, che si erge come un tronco d'albero pietrificato, alto 400 metri, sopra le pianure del Wyoming nordorientale (figg. 3 e 4).
Secondo i Kiowa e i Cheyenne la Torre fu eretta dal Grande Spirito per proteggere sette ragazze inseguite da degli orsi giganteschi; le ragazze furono in seguito poste in cielo e diventarono le Pleiadi, e le striature verticali sulla torre sarebbero il segno lasciato dalle unghiate degli orsi.
Le Pleiadi sono citate diverse volte nella Bibbia, particolarmente
nel Libro di Amos,dove (cap. V, verso 8) troviamo riferimento a:
Lui che fa le Sette Stelle e Orione...
E nel Libro di Giobbe (XXXVIII, 31):
Puoi tu incatenare la dolce influenza delle Pleiadi, o perdere i legami di Orione?
Diverse ricerche archeoastronomiche sembrano dimostrare che molti manufatti ed edifici dell'antichità erano orientati in direzione del sorgere o del tramontare delle Pleiadi. Anthony Aveni afferma che l'allineamento più importante della leggendaria città di Teotihuacan (fig. 5), a nord di Città del Messico, costruita agli inizi della nostra era, è proprio verso il punto del loro tramonto. Alcuni templi greci, secondo le ricerche condotte da F.C. Penrose verso la fine del XIX secolo, il tempio di Esculapio a Epidauro, il tempio di Capo Sunio, il tempio di Bacco ad Atene, il Partenone e i templi a questo precedenti nell'Acropoli di Atene, erano tutti orientati verso il sorgere delle Pleiadi all'epoca della loro costruzione (dal XVI al V secolo a.C.).
Presso molte culture le Pleiadi rivestivano delle importantissime funzioni di regolazione dei riti, costumi, usanze della società civile. Molti popoli primitivi facevano iniziare l'anno con novembre, il “Mese delle Pleiadi”. A seconda delle varie epoche, nei primi giorni di questo mese o, al più, negli ultimi di ottobre, avveniva la culminazione del gruppo a mezzanotte. In tale giorno, gli antichi re di Persia non potevano respingere alcuna petizione loro presentata; gli aborigeni australiani eseguivano grandi danze in loro onore; gli Aztechi, per i quali esse erano l'asterismo più importante (raffigurato anche sulla celeberrimaPiedra del sol e conosciuto come Tianquiztli, “Le molte”, fig. 6), celebravano la cerimonia del “Giro del calendario” con la quale aveva inizio il grande anno di 52 anni. Sempre restando in Messico, è probabile che una delle osservazioni più importanti che venivano fatte dai tubi zenitali che si trovano nell'edificio P di Monte Alban, nello stato di Oaxaca e a Xochicalco nello Stato di Morelos fosse proprio il passaggio allo zenit delle Pleiadi. Facendo i conti per la precessione, si trova che esso avveniva nei due siti rispettivamente verso il 310 a.C. e nel 50 d.C. Mentre la prima data è in ottimo accordo con quella presunta per l'erezione dell'edificio P di Monte Alban (250-275 a.C.), la seconda è sfalsata di circa sette secoli; tuttavia a Xochicalco il tubo zenitale era molto ampio e sicuramente l'osservazione poteva essere compiuta anche nell'VIII secolo d.C., data di fondazione del centro cerimoniale.
L'istante della culminazione superiore delle Pleiadi a mezzanotte segnava il periodo del culto dei defunti presso molte culture primitive e in molte religioni come il Druidismo o lo Zoroastrismo. Nel Medioevo all'istante citato fu attribuita una sinistra influenza, tanto che esso servì per stabilire la data del Sabba delle streghe, o Black Sabbath, la notte in cui si svolgevano orge profane fra gli alti dirupi del Caucaso o sul monte Brocken in Germania. É possibile che tracce di questi culti e di queste pratiche siano riscontrabili nelle attuali feste del 31 ottobre (la All Hallows' Eve, abbreviata in Hallowe'en, (Vigilia di Ognissanti), del 1° novembre (Ognissanti) e del 2 novembre (Commemorazione dei Defunti), anche se attualmente la precessione ha portato in realtà le Pleiadi a culminare alla mezzanotte del 18 novembre. Secondo W.T. Olcott queste antiche commemorazioni erano correlate alla celebrazione di un immane cataclisma occorso in tempi remotissimi e che portò alla scomparsa di moltissime vite umane. Il riferimento alla leggenda della mitica Atlantide è quasi obbligato, anche pensando all'appellativo, le Atlantidi (perché figlie di Atlante) con cui le Pleiadi sono spesso indicate nella mitologia greca. Ma il pericolo di questi collegamenti, come si sa, soprattutto in assenza di indizi seri su cui lavorare, è di far galoppare troppo la fantasia.
Le Pleiadi e i lavori agricoli
Il sorgere eliaco del gruppo (il primo giorno nel quale è possibile osservarlo prima del crepuscolo mattutino) era altrettanto importante. Esso veniva osservato dagli Incas, che chiamavano le Pleiadi Collca. Per la civiltà di Teotihuacan coincideva con il primo passaggio del Sole allo zenit della città. Nell'antica Grecia costituiva l'occasione per la “Festa del lavaggio delle vesti” che veniva celebrata all'inizio della raccolta del grano, e anche per le elezioni annuali presso gli Achei. In molti casi, addirittura, l'intero anno veniva scandito dalle varie posizioni celesti assunte dalle stelle dell'ammasso. Il medico greco Ippocrate, per esempio, aveva diviso l'anno in quattro stagioni, ciascuna dominata dalla loro posizione: l'inverno iniziava quando il loro tramonto coincideva con l'alba; la primavera iniziava all'equinozio e terminava con il loro sorgere eliaco; l'estate durava fino al sorgere eliaco di Arturo; l'autunno finiva, concludendo il ciclo, con il loro tramonto eliaco. Ancor oggi, del resto, gli Indiani Papago dell'Arizona basano il loro anno su questi medesimi aspetti, collegati inoltre ai ritmi principali della tradizione agricola. Il sorgere eliaco del gruppo coincide con la semina, la culminazione all'alba segna la fine della semina, superata la culminazione si inizia il raccolto, nella posizione fra meridiano celeste e orizzonte ovest avviene la caccia al cervo, al tramonto eliaco ha luogo la festa del raccolto. Le connessioni con l'agricoltura appaiono chiare anche per molte tribù del Sudafrica, per le quali le Pleiadi erano le “Stelle dell'aratura”, per gli abitanti delle isole Salomone e per tutta una serie di popoli dell'emisfero meridionale per i quali il tramonto eliaco dell'ammasso coincideva con la ripresa delle attività agricole.
Anche nel mondo classico sono numerosi i cenni alla funzione regolatrice delle Pleiadi sui tempi agricoli. Nelle Opere e giornidi Esiodo, ad esempio, si legge (versi 383-387):
Quando sorgono le figlie di Atlante, le Pleiadi,
incomincia la mietitura; l'aratura quando tramontano;
esse infatti quaranta notti e quaranta giorni
stanno nascoste, poi, volgendosi l'anno,
appaiono per la prima volta quando viene l'ora di affilare gli arnesi.
E (v. 614-617):
Poi, dopo che
le Pleiadi e le Iadi e il forte Orione
sono tramontati, ricordati di arare,
è il momento opportuno, e che l'anno sia propizio ai tuoi campi.
Nelle Georgiche, Virgilio mette in guardia il contadino dal seminare il grano prima dell'epoca del loro tramonto. Nel mondo latino le Pleiadi erano chiamate Vergiliae o Sidus vergiliarum (“Le stelle della primavera”), titolo simile a quello usato presso altre culture, soprattutto orientali, che le chiamavano “Stelle dell'abbondanza” o “Stelle della stagione dei fiori”, essenzialmente a causa del fatto che il loro sorgere eliaco avveniva in maggio, mese della fioritura. A questo proposito possiamo citare che nelle scritture buddiste si trova un riferimento, probabilmente collegato alle Pleiadi, quando si dice che la nascita del sacro bambino fu profetizzata nel periodo “quando la stella del fiore brilla ad est”: in effetti il Buddha nacque, nel 563 a.C., a metà maggio, in un giardino, proprio in coincidenza con la levata eliaca dell'ammasso.
Le Pleiadi e il tempo
Le Pleiadi furono collegate anche al tempo atmosferico e alla navigazione. Anzi, secondo un'ipotesi il loro stesso nome è dovuto alla pratica della navigazione, poiché deriva da plein, “navigare”, appunto (secondo un'altra ipotesi il nome deriva dapleios, forma epica di pleos, che significa “molti, molte”, attribuzione, come detto, usata da parecchi altri popoli). Il sorgere eliaco delle Pleiadi, nella prima decade di maggio, apriva, in Grecia, il periodo adatto ai viaggi per mare mentre quando esse cominciavano a tramontare prima che l'alba tingesse il cielo di chiaro, verso i primi di novembre, la stagione finiva, come ci ricorda Esiodo (Opere e giorni, v. 618-622):
Ma se della navigazione pericolosa il desiderio ti prende,
sappi che quando le Pleiadi, la forza terribile d'Orione
fuggendo, si gettano nel mare nebbioso,
allora infuriano i soffi di tutte le specie di venti.
E non è più il tempo d'avere la nave sul fosco mare,...
Il momento citato veniva generalmente associato anche all'arrivo dell'inverno, come adombrato dai seguenti versi di Arato di Soli (Fenomeni e pronostici, v. 1084-1086):
...un inverno molto burrascoso
porterebbero le Pleiadi
al loro ritorno.
E da Ippocrate che, nel trattato Sulle epidemie, afferma che, nel periodo in cui le Pleiadi corrono i cieli interamente nelle ore notturne, si producono spesso febbri ardenti e molte persone trovano la morte.
Tenendo fede al loro nome, le Pleiadi erano comunque anche usate direttamente per la navigazione, sia nell'antichità greca, come dimostrato, ad esempio, dai versi con i quali Omero descrive la partenza di Ulisse dall'isola di Calipso (Odissea, V, 269-272):
Lieto del vento, drizzò le vele il luminoso Odisseo.
Così col timone guidava sapientemente il cammino,
seduto: mai gli occhi cedevano al sonno,
fissi alle Pleiadi e a Boote che tardi tramonta...
sia in diverse altre culture come ad esempio quella del gruppo delle Hervey prima citato, che le usavano come riferimento privilegiato nei viaggi notturni fra un'isola e l'altra.
É stato anche possibile rintracciare una funzione di indicatore orario di queste stelle. Già nel quinto secolo a.C. Euripide le cita come orologio notturno. Nelle campagne del Bellunese gli anziani rammentano un vecchio proverbio, che sicuramente ha un corrispondente in altre regioni italiane:
Le brave filaresse
de genaro
le va a dormir
co le sette va a punaro.
Che significa: “Le brave filatrici nel mese di gennaio vanno a dormire quando le Pleiadi (le sette) tramontano (vanno al pollaio)”. Un facile calcolo mostra che queste povere ragazze lavoravano fino alle 3 del mattino!
Le Pleiadi nella letteratura
Le Pleiadi sono quasi sicuramente l'oggetto celeste più citato, dopo il Sole e la Luna, in opere letterarie. I poemi omerici ed esiodei contengono diverse altre citazioni, oltre a quelle riportate. Esiodo chiama le Pleiadi anche le “Sette vergini” o le “Stelle vergini”. Virgilio le chiama le “Atlantidi del mattino”. Milton “Le sette sorelle atlantiche”, Chaucer “Le sette figlie atlantiche”. Ma forse la più famosa citazione delle Pleiadi è quella di Saffo (frammento 14):
Tramontata è la Luna e le Pleiadi:
a mezzo è la notte:
il tempo trascorre;
e io dormo sola.
Nelle opere dei poeti mediorientali le Pleiadi vengono spesso paragonate a gioielli della volta celeste. Hafiz di Persia, nel XIV secolo, scrisse a un amico poeta:
Ai tuoi poemi il cielo affisse la Perla Rosata
delle Pleiadi come segno di immortalità
Nel XIII secolo leggiamo nel Gulistan del poeta persiano Sadi:
Era come se il suolo fosse cosparso di smalto colorato,
e le collane delle Pleiadi sembravano appese
sopra i rami degli alberi...
La più famosa citazione delle Pleiadi nella letteratura inglese è quella di Tennyson (Locksley hall):
Molte notti vidi le Pleiadi,
sorgenti attraverso l'aria serena,
brillare come uno sciame di lucciole
aggrovigliate in una treccia d'argento.
Nella poesia italiana, piuttosto nota è la citazione del Pascoli (Il gelsomino notturno):
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Ma le Pleiadi hanno avuto un'altra singolare influenza nel campo del pensiero, in quanto spesso il loro nome è stato utilizzato per battezzare vari gruppi letterari, filosofici, e altro. Ricordiamo soltanto la Pleiade filosofica del sesto secolo a.C., nota anche come i Sette saggi di Grecia (Bias, Chilo, Cleobulo, Epimenide, Pittaco, Solone e Talete); la Pleiade alessandrina, un gruppo di sette poeti tragici del terzo secolo a.C., con ogni probabilità i più grandi di quel periodo (Alessandro Etolo, Omero di Bisanzio, Filico di Corcira, Licofrone di Calcide, Sositeo di Alessandria Troade, Eantide, Sosifane di Siracusa), la Pleiade letteraria di Carlomagno, di cui faceva parte lo stesso imperatore; la Pléiade, la scuola poetica francese del XVI secolo; la Pleiade berlinese, un gruppo di sette scacchisti tedeschi formatosi fra il 1837 e il 1840.
Inoltre, è noto che Gabriele D’Annunzio concepì un progetto poetico, le Laudi, realizzato solo in parte, che prevedeva la produzione di sette libri, uno per ogni stella delle Pleiadi. Le prime tre (Maia, Elettra, e Alcyone) vennero pubblicate nel 1903. Il quarto libro (Merope), apparve nel 1912, mentre il quinto, Asterope, vide la luce nel 1918.
Le Pleiadi nella “nostra” mitologia
Nella mitologia greca le Pleiadi erano le figlie di Atlante e Pleione, che le aveva partorite sul Monte Cillene in Arcadia. Atlante (fig. 7) era figlio di Giapeto e dell’Oceanina Climene. Apparteneva alla generazione divina anteriore a quella degli Dei Olimpici. Partecipò alla lotta dei Giganti contro gli Olimpici. Dopo la sconfitta, Zeus gli inflisse la punizione di reggere sulle spalle la volta del Cielo. Secondo una tradizione più tarda, Atlante era un astronomo che insegnò agli uomini le leggi del cielo, e che per questo fu divinizzato. Pleione era figlia di Oceano e di Teti. É talvolta considerata anche madre delle Iadi.
Sul conto delle Pleiadi sono state narrate diverse leggende. Secondo Eschilo, le sorelle sarebbero state assunte in cielo in seguito al dolore per le sventure del padre (secondo altri, invece, per la morte del fratello Iante, morso da un serpente). Secondo Pindaro, Esiodo e altri le Pleiadi, insieme con la madre Pleione, fuggirono per cinque anni attraverso i campi della Beozia dinanzi alla bramosia del cacciatore Orione finché gli dei, trasformatele in colombe (in greco peleiades), ne immortalarono l'immagine fra le stelle. Com'è noto, questa storia ha una controparte reale in ciò che avviene realmente, con il gruppo che precede di poco il sorgere, la culminazione e il tramonto della costellazione di Orione. Un'altra leggenda identificava nelle Pleiadi delle colombe che volavano dal padre Zeus a portargli l'ambrosia proveniente dalla lontana terra dell'Oceano.
I nomi delle sorelle (fig. 8), così come noti fin dall'antichità, si ritrovano nei Fenomeni di Arato (v. 261-263):
...e sette vengono quelle chiamate per nome:
Alcione, Merope, Celeno, Elettra,
Sterope, Taigete e l'augusta Maia.
La più importante, come già adombrato dai versi citati, era sicuramente Maia (fig. 9) che, insieme a Zeus, generò Ermes. Ovidio, nelle Metamorfosi, cita spesso Mercurio semplicemente con il titolo “figlio di Maia”; Dante (Par., XXII, 144) usa addirittura il suo appellativo, da solo, per indicare il pianeta Mercurio. Virgilio, nel luogo delleGeorgicheevocato in precedenza, utilizza il nome di Maia in rappresentanza dell'intero gruppo stellare. Maia era in effetti la primogenita e la più bella delle sorelle. A Roma, ai tempi di Cicerone, che la chiama sanctissima, era adorata come la Grande e Feconda Madre, Rhea-Cibele, che diede il nome, (tramite il collegamento, già ricordato, con il levare eliaco del gruppo), al mese romano majus, il nostro maggio.