martedì 22 settembre 2020

Il genio che è in ogni uomo

 Recensione a La persona e il sacro, di Simone Weil | Filodiritto
"Dopo mesi di tenebre interiori, ho avuto improvvisamente la certezza che qualunque essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono quasi nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, se desidera soltanto la verità e fa perpetuamente uno sforzo di attenzione per raggiungerla.
La certezza che avevo ricevuto era che quando si desidera del pane non si ricevono pietre.”
Simone Weil

 

mercoledì 16 settembre 2020

LA DEMOLIZIONE DELLA VELIA

SALVARE VIA DEI FORI IMPERIALI | Giuseppe Strappa
La creazione di una delle strade oggi più conosciute e frequentate di Roma, Via del Fori Imperiali, fu possibile solo in virtù di una mastodontica demolizione di case, quartieri, chiese che occupavano i 900 metri fra il Colosseo e il Vittoriano, nonché dallo sbancamento di un'intera collina, la Velia, di una rilevanza storica enorme. Oggi di quel colle non ci resta quasi nulla, tanto che è agli occhi di noi moderni persino difficile immaginare che potesse esistere un vero e proprio monticello, anche abbastanza erto, di circa 40 metri esattamente in mezzo fra il Colle Oppio e il Palatino propriamente detto.
Gli studi di Carandini e Maria Antonietta Tomei, che riprendono i primissimi scavi di Pietro Rosa nell'area, hanno ipotizzato che potesse rivedersi proprio nella Velia quel primo insediamento pre-romano sul Palatino, il Pallanteo, che il mito riconduce ai mitici Arcadi guidati dal Re Evandro. Morfologicamente la Velia si pone infatti come una delle due appendici del Palatino, insieme al Germalo, sul quale Romolo avrebbe poi fondato la sua Roma Quadrata, allo stesso modo in cui l'Oppio rappresenterebbe l'appendice più estrema del Colle Esquilino.
Non solo dunque una Velia importantissima per aver ospitato la dimora ancestrale del primo console Repubblicano dopo la cacciata dei Tarquini, Valerio Publicola, non solo per il leggendario santuario di Giove Statore fondato da Romolo immediatamente fuori dalle mura e dalla Porta Mugonia che correvano per l'appunto lungo l'Intermontium che separava il Germalo e la Velia, le due cime del Palatino, ma un passato abitativo ancora più remoto, precedente addirittura a Romolo, che rimanda all'alba della storia di Roma.
La Velia ospitava inoltre i templi antichissimi dei Lari e dei Penati, protettori della stirpe romana, e non è un caso che venne scelta da Massenzio come luogo ideale per il suo monumentale progetto urbanistico e propagandistico.
Le immagini degli scavi e della demolizione di questo Colle antichissimo e di importanza simbolica capitale nella storia di Roma sono impressionanti, e nella mappa è possibile vedere, osservando le due linee gialle che segnano il tracciato di Via dei Fori Imperiali, la quantità di edifici completamente distrutti (tutto il quartiere medievale Alessandrino) e la porzione di Colle sbancata.
In quest'opera di distruzione immane il materiale archeologico reperito fu smisurato, stipato in circa 900 casse ricolme di frammenti di cui meno della metà ad oggi studiate e schedate.
Eppure le risposte che potrebbero pervenirci dallo studio di quelle casse ancora mai aperte a distanza di quasi un secolo potrebbero essere clamorose.
Bibliografia consigliata:
- Tomei Maria Antonietta. La Roma Quadrata e gli scavi palatini di Rosa. In: Mélanges de l'École française de Rome. Antiquité, tome 106, n°2. 1994. pp. 1025-1072.
- Andrea Carandini, Palatino, Velia e Sacra via. Paesaggi urbani attraverso il tempo, Edizioni dell'Ateneo

La ninfa Egeria

Nell'immagine sotto, quello che rimane al parco della Cafarella del culto della ninfa Egeria




Ninfeo di Egeria - Wikipedia
Secondo la leggenda, fu amante, consigliera e in seguito moglie del re Numa Pompilio. Quando il re morì, Egeria si sciolse in lacrime, dando vita a una fonte (...donec pietate dolentis / mota soror Phoebi gelidum de corpore fontem / fecit... Ovidio, Metam. XV 549-551), che divenne il suo luogo sacro, e che la tradizione identifica con la sorgente esistente presso la Porta Capena. Esiste anche un'altra fonte Egeria nel bosco di Ariccia, sui monti Albani, vicino a Roma.
A Egeria venivano offerti sacrifici da parte delle donne incinte per il buon esito del parto. Era chiamata anche Camena, che significa cantante, vaticinatrice, e per questa ragione la valle in cui si trovava la fonte di Egeria era detta Valle Camenarum. I colloqui tra la ninfa e il Re si svolgevano nella grotta nel Bosco delle Camene. Insieme a Virbio, altra divinità minore del pantheon latino, la si ritrova associata al culto di Diana Nemorensis, nel Nemus Aricinum, l'insieme dei boschi che circondavano il lago di Nemi presso Ariccia.Diverse sono le fonti classiche che parlano di Numa ed Egeria: Ovidio, Tito Livio nella sua Storia di Roma, Plutarco.
Numa ebbe un lungo e pacifico regno (715-673 a.C.), ricordato in tempi successivi come Età dell'Oro. Creò le principali istituzioni religiose, ordinate di costruire il tempio di Giano, riformò il calendario, aggiungendo gennaio e febbraio ai dieci mesi precedenti, istituì il tempio delle Vestali, di lui si dice persino che avesse il potere di scatenare i fulmini di Giove.
Secondo Tito Livio, Numa ha assicurava di aver tenuto incontri notturni con Egeria. Plutarco suggerisce di aver approfittato della superstizione per darsi un'aura di soggezione e fascino divino.
Il termine "essere un Egeria" significa essere fonte di ispirazione e qualcuno che dà consigli, guida le azioni e le decisioni altrui
Gli incontri tra il re e la ninfa avvenivano nel bosco sacro delle Camene, nel lato sud est del Celio.
Le Camene erano divinità o ninfe legate alle acque, sorgenti o fiumi che fossero. Erano quattro: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. Avevano virtù profetiche e ispiratrici.
La leggenda narra che alla morte di Numa, Egeria si disperò così tanto da indurre la Dea Diana a trasformarla in una fonte, nel bosco di Aricia, sui Monti Albani, dove la ninfa si rifugiava per piangere il suo dolore.
Un altro mistero fu che il corpo del re non fu bruciato su una pira, secondo l'uso romano, ma fu sepolto in una tomba sul Gianicolo; in un secondo sarcofago vennero depositati 12 libri, scritti di suo pugno, con cui dava istruzioni ai futuri Pontefici.
Quando, però, nel 181 a.c. nel corso di lavori pubblici affiorò la tomba, il sarcofago che doveva contenerne i resti fu trovato vuoto e i libri contenuti nell'altro sarcofago furono portati in Senato per essere esaminati; il loro contenuto, fu ritenuto così pericoloso, da indurre i Senatori a bruciarli.

martedì 15 settembre 2020

Il Tempio della Mater Matuta a Satricum

Satrico, ovvero l’antica Satricum, dove oggi sono visitabili interessanti scavi archeologici, è il sito, riaffiorato, grazie a H. Graillot nel 1885. Occupava una serie di rilievi e collinette sulla destra del fiume Astura fra il territorio della città di Latina e Nettuno.
La zona anticamente abitata, identificabile con quella che è oggi l’acropoli; grande circa quattro ettari e protetta naturalmente da ripide scarpate. Satrico, anzi l’antica Satricum, in età arcaica era la seconda città più grande del Latium vetus, dopo Alba Longa.
Satricum, in zona Le Ferriere, è dunque il sito archeologico della città di Latina, testimonianza tangibile che la pianura Pontina non è stata solo palude e disabitata, ma vi era una città fiorente ed era crocevia di una rete di strade che la collegava al Nord ed al Sud. Fondata dai Latini, probabilmente con il nome forse di Pometia sulle sponde del fiume Astura, unico grande corso d’acqua del tempo.
Florida, tra commerci, culto e imponenti influenze etrusche, greche e ovviamente italiche, la città diventò una delle più importanti del Latium Vetus. In seguito, cadde sotto i Volsci che la denominarono definitivamente “Satricum”. Conquistata poi dai Romani, tra strategiche alleanze bilaterali, leghe e guerre di potere, si sviluppò nella sua essenza di città latina. Satrico è una città che ha vissuto il suo massimo splendore in un periodo piuttosto tumultuoso, a metà strada tra identità Italica e conquiste Romane.
Nel 489 a.C. fu una delle città attaccate dai Volsci condotti da Gneo Marcio Coriolano che, dopo aver preso Longula, conquistò anche Satrico. La città fu incendiata e distrutta una prima volta dai Latini nel 377 a.C., e poi distrutta ancora dai Romani nel 346 a.C.. Satrico è citata anche da Dionigi di Alicarnasso, legandola alla ventinove città latine alleate contro Roma.
Non trascurabile è che, anche dopo la distruzione, il santuario dedicato alla Mater Matuta di Satricum rimase frequentato, e lo restò almeno fino al II secolo a.C. Il santuario era sede di un culto praticato all’aperto, per l’appunto sull’acropoli cittadina. Il tempio di Mater Matuta nacque tuttavia nella seconda metà del VI secolo a.C., sostituendo un precedente edificio, e rimpiazzato a sua volta, da un altro edificio più grande, nel V secolo a.C.; che continuò ad essere restaurato nei secoli successivi e del quale restano importanti resti.
Tuttavia Satrico ha sempre avuto come punto fermo della sua identità specifica il Tempio della Mater Matuta; centro fondamentale della religione della pianura intera pontina. Orbene, il sito non era solo concentrato attorno al tempio, poiché Satrico era davvero una vera e propria città che gli scavi archeologici stanno rivelando ancora. Al riguardo, la città fu scoperta nel 1896 da Hector Graillot che individuò il Tempio sulla collina delle Ferriere. Le prime ricerche archeologiche si estesero grazie al lavoro di Felice Barnabei, Adolfo Cozza e Raniero Mengarelli. Già nella prima campagna di scavo, venne alla luce forse il più importante reperto della città: il “Lapis Satricanus”, una iscrizione in latino arcaico dedicata a Publio Valerio. Il tempio era dedicato ad una divinità che era estremamente importante per i popoli italici. Si trattava di un punto di riferimento nell’immaginario collettivo dell’epoca in quanto divinità primaria: la Mater Matuta, madre del mattino.
Fonte:

lunedì 14 settembre 2020

L'ultimo eunuco cinese

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Lui è Sun Yaoting, l'ultimo eunuco della storia cinese, nato il 29 settembre 1902 da una numerosa famiglia di contadini, all'età di otto anni venne castrato dal padre con un singolo colpo di rasoio, appena pochi mesi prima che l'imperatore Puyi fosse deposto.
Nelle famiglie povere cinesi era normale castrare i figli che non si potevano mantenere nella speranza che servissero l'imperatore nella città proibita come eunuchi, infatti l'unico maschio fertile che poteva restare nella città proibita dopo il tramonto era l'imperatore.
Sun Yaoting continuo a servire l'ultimo imperatore Puyi anche dopo la deposizione prima nell'esilio a Tianjin (1925-1931) e poi quando fu incoronato dai giapponesi imperatore dello stato fantoccio del Manchuko (1932-1945, l'imperatore era di discendenza Manchu).
Come ogni eunuco aveva comunque diritto a essere seppellito assieme ai propri testicoli per poter poi rincarnarsi come uomo intero, ma purtroppo per lui durante la rivoluzione culturale cinese (1966-1976) venir trovati in casa con simboli del vecchio regime voleva dire passare guai seri e la famiglia decise di buttare il barattolo contenente i testicoli evirati per evitare problemi.
Pare che comunque prese la cosa con filosofia e scherzasse sul fatto che "vabbè non mi potrò rincarnare come uomo,allora vorrà dire che nella prossima vita sarò un gatto!"
Morì serenamente ultranovantenne il 17 dicembre 1996 a Pechino.
Si ringrazia Ruben Barberis

sabato 12 settembre 2020

La Maria prima del cristianesimo

 Il culto della Dea Madre, le origini pagane dell'Immacolata"In ebraico e siriaco Maria non vuol dire solo esaltata come in greco Maria, ma domina maris ed amaritudinis mare, nomi tutti devoluti alla Luna che il simbolismo cattolico mette sotto i piedi dell’Immacolata o Vergine delle Vergini…Questo simbolismo della Pura Concezione è anteriore di centinaia di secoli al cristianesimo. L’Iside velata egizia e le divinità muliebri o lunari delle monarchie assiro-­‐babilonesi ne fanno testimonianza. E’ il culto più elevato filosoficamente e magicamente parlando…nella teosofia altissima la Maria e Concezione non sono che stati di luce mentale, lo stesso della Rosa mistica dei Rosacroce. La verità che pone sotto i piedi tutte le mutabilità influenti sul mondo terreno (la luna) è circondata da 12 stelle, sono le 12 parvenze astrali che non mutano e splendono lo stesso e della stessa luce intorno alla testa sorridente della Saggezza…Ogni afflitto ricorra a lei e sarà consolato, ogni infermo sarà benedetto e guarito: se chi prega non è all’altezza di elevarsi fino alla più alta della sommità purissima, evochi e invochi la sua immagine astrale (In-­‐Mago) e anche l’ombra di quella luce, è luce che consola"

G. Kremmerz, Avviamento alla scienza dei Magi

venerdì 11 settembre 2020

Carducci Inno a satana..


Il celebre inno “A Satana” del premio Nobel Giosuè Carducci, poeta ed insigne massone bolognese , non ha alcun presupposto sulfureo o demoniaco. In realtà in questo componimento Carducci ha inteso “riabilitare” gli antichi dei pagani che il cristianesimo aveva nel tempo mistificato, assorbendone le caratteristiche più benevole nei propri santi, ed ammantando di diabolica superstizione ciò che rimaneva nella memoria di quell’antico mondo panteista; un mondo artatamente iscritto dalla Chiesa nella “sfera del male” tramite una costante opera di diffamazione e rimozione . Un’opera cominciata subito dopo l’editto dell’imperatore Costantino, nel terzo secolo, che fece della Chiesa Cattolica la religione di stato, un’operazione di occultamento culturale reiterata praticamente fino ai giorni nostri.
Tutti gli antichi dei furono trattati come demoni, da esorcizzare e debellare, per rimuoverli dalla memoria storica e spirituale della gente. Anzi l’identikit del diavolo, nell’immaginario popolare, fu creato proprio sulle fattezze del dio pagano Pan con piedi e corna caprine. Una divinità libertaria, eversiva, la più assolutoria per quanto riguardava il naturale esercizio dei sensi e dei piaceri più ormonali degli uomini e delle donne.

File:Giosuè Carducci en 1871.jpg - Wikipedia
Una libertà intollerabile, addirittura blasfema, per la nuova religione cattolica, che non esitò ad assimilare Pan e la sua filosofia a Satana stesso, descrivendo quest’ultimo esattamente con i connotati dell’antica divinità dei boschi e delle campagne, tutto questo ratificato nero su bianco in una bolla emanata da papa Gregoria IX del 1233, contro i sabba.
Carducci inneggia quindi alla religiosità più naturale e più umana del passato, soffocata e denigrata da quella cattolica, e non rivolge certo occulte devozioni al Dio del Male. Solo la Mala-Fede potrebbe supporlo.
Il suo inno cita infine, e rende loro giustizia, alcuni “ribelli” cristiani che osarono opporsi all’opprimente e spesso violenta teocrazia cattolica, e pagarono il loro coraggio e la loro coerenza con la vita. Si tratta per lo più di monaci riformatori come Arnaldo da Brescia impiccato e bruciato nel 1155; come l´eretico G.Wycliffe ucciso nel 1384 precursore della riforma luterana; come il boemo G.Hus, anch’egli precursore della riforma, catturato e arso vivo a Costanza nel 1415 ; o come il frate domenicano Savonarola anche lui bruciato sul rogo a Firenze nel 1498.
A queste figure Carducci accosta nei suoi versi anche Lutero, l’uomo della riforma protestante in Germania.
Nelle rime finali dell’inno carducciano, spunta una nuova “divinità”… il Carro del Foco, la locomotiva… esaltata come simbolo del progresso umano. Moderna versione del “fuoco” evolutivo di un altro antico eroe pagano, Prometeo.
L’Inno a Satana per quanto famoso, non è però mai stato considerato da Carducci una delle sue opere migliori. Egli stesso ammise infatti che il suo innato anticlericalismo e la foga dell’ispirazione l’avevano forse portato un po’ fuori misura, facendo scaturire dai suoi versi “invece del grido dell’aquila, il verso del barbagianni”.
Ma se non è la lirica più amata dal suo stesso autore, l’Inno A Satana resta forse quella che ne rivela con più sincerità l’indole e l’essenza, avversa ad ogni ipocrisia della fede e dei dogmi. Un inno, insomma, alla libertà dei corpi e delle menti…..