giovedì 24 ottobre 2019

Belisama, dea del Fuoco

Belisama era la compagna di Belanu e deriva dalla stessa radice proto-indoeuropea "Bel", Luce.
Come il suo compagno Belisama era adorata in Europa continentale dall'Illiria alle isole britanniche, da Iberi, Liguri e Celti ed era la Dea del Fuoco, quindi importantissima.
E' stata collegata a Brigid e poi in periodo Gallo-Romano con la dea Minerva.
Era connessa anche con la luce, con le arti e con i corsi d'acqua. Molte sono le iscrizioni trovate a lei dedicate. Famose quelle di Vaison-la-Romaine in Provenza che indica la dedica di un Nemeton alla divinità, e quella di Saint-Lizier in Aquitania che la associa appunto a Minerva.
In epoca romana, il fiume Ribble in Inghilterra era conosciuto con il nome di Belisama.
Il Biancospino era la pianta sacra alla Dea, con la quale avrebbe segnalato a Belloveso il luogo in cui fondare Milano. Sempre legata alla fondazione di Milano e alla Dea era la Scrofa bianca, animale sacro e simbolo della città Lombarda che venne in seguito maschile transformandosi nel Cinghiale Bianco, sacro al dio Lugh.
Molto interessante è notare che alla Dea, come abbiamo visto più su, erano dedicati Nemeton: questa usanza continua ed è arrivata fino a noi tramite le cappellette che ancora oggi si trovano in campagna di solito all'inizio o all'interno di un bosco o di quello che un tempo lo era. Al loro interno si trova sempre una Madonna a cui si offrono fiori freschi….
Commenti
Scrivi un commento...

Le mura di Roma


La prima difesa muraria di Roma è attribuita da Livio ed altri autori alla cinta intorno al colle Palatino risalente alla fondazione di Romolo (murus Romuli); oltre questa prima fortificazione Roma antica ebbe due principali strutture murarie di difesa, una relativa al periodo repubblicano ed una al periodo tardo imperiale.
In tarda epoca repubblicana e nella prima epoca imperiale l'urbe si espanse grandemente al di fuori della prima cinta muraria (Dionisio, Antichità IV.13.3-5) e fino alla fine del III secolo d.C. non ebbe necessità di altre mura difensive.
Nel IX secolo Papa Leone IV realizzò le prime mura del Vaticano, che da lui presero il nome di mura Leonine, a comprendere il primo nucleo Vaticano, il castello dell'Angelo e alcuni borghi che erano sorti a fianco della Basilica estendendosi fino al Castello (Borgo Nuovo, Borgo Vecchio, Borgo Santo Spirito); in epoca Rinascimentale le mura Vaticane furono ampliate a comprendere l'attuale Stato Vaticano ed altri Borghi (Borgo Angelico, Borgo Vittorio, Borgo Pio, Borgo Sant'Angelo); successivamente i Papi unirono questa cinta muraria alle mura Aureliane che continuarono così ad essere in uso fino al 1870.
porta Celimontana...
Arco di Dolabella e Silano e via della Navicella
Sulla destra le strutture romane della porta Celimontana anche conosciuta come arco di Dolabella e Silano che risulta interrata per alcuni metri; sopra la porta in travertino si vedono alcuni archi e pilastri di sostegno dell'acquedotto di Nerone; al centro della foto le strutture medioevali della chiesa di San Tommaso in Formis e a fianco l'ingresso del convento dei frati dell'ordine dei Trinitari della Redenzione con il portale del XIII secolo e l'edicola a mosaico dello stesso periodo; il santo fondatore dell'ordine, Giovanni de Matha, dimorò nella celletta che si trova sopra l'arco di Dolabella; in fondo a sinistra la Roma rinascimentale con la chiesa di Santa Maria in Domnica la cui attuale costruzione venne realizzata all'inizio del XVI secolo per ordine di Giovanni de' Medici futuro papa Leone X su disegni di Andrea Sansovino e sulla preesistente chiesa del IX secolo.

La chiesa di San Secondo a Cortazzone

 Incredibile e misteriosa chiesa persa tra i colli astigiani. San Secondo è un monumento unico, per vari motivi e per questo è stato dichiarato Monumento Nazionale. Le popolazioni di origine celtica che abitavano fuori dai centri più importanti che si erano costituiti in epoca romana continuavano a vivere in modo molto primitivo, la fede cristiana era praticata superficialmente, insieme ai culti pagani di pietre, alberi, fiumi, ecc... che continuavano a svolgersi nelle campagne nonostante le missioni di evangelizzazione di Sant'Eusebio. Fu per questo che intorno all'anno mille il vescovo di Piacenza inviò dei monaci per insegnare l'agricoltura e per evangelizzare queste popolazioni ancora che vivevano "nell'ignoranza e nella superstizione". Ed è per questo che in questi luoghi lo stile romanico ricco di peculiarità, a volte detto barbarico.
Anche se si cerca di dimenticarlo e soprattutto si cercava fino a qualche decennio fa, il paganesimo era difficile da estirpare completamente. Si è trattato più che altro di nasconderlo. Così mano a mano che Giove e Taranis diventavano Dio, il Sole diventava suo fglio il Cristo e le sue caratteristiche più terrene venivano trasferite a San Giovanni, le matrone e le dee femminili dopo tanti tentativi restavano impossibili da eliminare e si trasformavano nelle varie madonne, molti altri dei e spiriti locali si trasformavano a loro volta in santi, altri culti come quello delle pietre erano veramente impossibili da cristianizzare, anche per il loro carattere rurale ancora più ai limiti. Fu così che ci si limitò a incidere croci sulla roccia o ad associare un santo o una madonna a questi luoghi. Sui monti si costruirono santuari e così via.
Con il finire delle incursioni ungare, saracene e normanne un po' in tutta Europa ci fu un miglioramento delle condizioni sociali, un incremento demografico che portò ad un allargarsi delle coltivazioni cerealicole e al pascolo con il formarsi di nuovi villaggi contadini e con l'allargarsi dei ancuni di essi in veri e propri paesi. Fu allora che proliferò il sistema delle pievi e dei sentieri sacri che portavano i pellegrini a roma da tutta Europa. . Edifici battesimali, tituli (chiese minori) molti dei quali sono tra l'altro andati perduti. Verso la fine del medioevo con una nuova instabilità politica, ci fu un nuovo calo demografico, una regressione agraria e una nuova espansione delle selve, la famosa crisi del 1300. I contadini abbandonarono villaggi e paesi che erano costruiti in legno e malta di fango e di cui non ci è rimasto praticamente niente se non le chiese ed i cimiteri isolati che infatti erano costruiti in solida pietra locale e mattoni, oggi isolate e solitarie.
Un altro caso molto interessante e che probabilmente interessa San Secondo è che le piccole chiese sorsero in luoghi dominanti in cima a colli e colline o che in passato avevano accolto le aediculae pagane , mucchi di pietre rituali, gli ometti che ancora oggi in Piemonte vengono chiamati mongioie e guarda caso il colle su cui sorge si chiama proprio Mongiglietto dal latino Mons Iovis, Monte di giove.
La pianta principale della chiesa è suddivisa in tre navate orientate verso il sorgere del sole che terminano in altrettante absidi circolari. La chiesa è prevalentemente costruita in pietra arenaria locale con inserimenti in mattoni e misura 19,50 metri di lunghezza per 8,60 di larghezza, mentre il colmo del tetto arriva a 8,25 metri. La facciata anch'essa principalmente in pietra è sovrastata da un campaniletto di mattoni aggiunto nel 1600 per richiamare i fedeli. Sopra al doppio arco di pietra si vede una cornice di conchiglie che indicherebbe il luogo di sosta sulla via dei grandi pellegrinaggi e sotto gli archetti si vedono le prime sculture zoomorfe molto consumate. Il lato nord è piuttosto disadorno mentre le absidi sono riccamente decorate con semicolonne e capitelli floreali. Nodi e altri motivi floreali decorano le mensole su cui appoggiano gli archetti. Sotto uno di essi c'è una figura umana che si aggrappa ad un nodo di Salomone e sotto ad un'altro vengono raffigurati due seni, forse simboli di fertilità che ritroviamo anche del lato sud. Potrebbero anche essere simbolo della vergine che allatta (Iside) cara a Bernardo di Chiaravalle e ai Templari.
Ma è la facciata sud quella che merita più attenzione. Le decorazioni a "scacchiera continuano sulla fascia bassa e nella parte alta della navata centrale vediamo nodi, intrecci, fogliami, copitelli scolpiti, gli stili cambiano di continuo anche nella stessa monofora indicando probabilmente diversi autori o forse diversi tempi di realizzazione. Le teste umane semplificate sono in tipico stile celtico primitivo, tanto da rimandare alla scultura preistorica e al culto celtico della testa. Sotto uno degli archetti ritroviamo i due seni ma la scultura più enigmatica è rappresentata dai due corpi, ancora una volta in stile più primitivo, rispetto agli altri rilievi romanici, che si accoppiano. Il soggetto sicuramente non comune in una chiesa, è probabilmente sopravvissuto nei secoli grazie all'intonaco che lo ha coperto per molto tempo ed è reso ancora più particolare dalla chiara rappresentazione dei genitali maschili e femminili.
All'interno troviamo una volta ricostruita nel '700, probabilmente quella originale doveva essere a botte, classici motivi romanici, con sirene, animali fantastici che come all'esterno si differenziano molto come stile e finiture.
Nelle sirene ritroviamo la figura di Melusina della mitologia medievale e gli espliciti riferimenti sessuali femminili. Ci sono riferimenti astronomici e la navata è rivolta al sorgere del sole con i fedeli rivolti ad est...

Enuma Elish


L’enuma elish rappresenta il più antico testo scritto documentato sulla creazione del mondo, in lingua babilonese e derivante da una versione originale sumera ancora più antica.
I protagonisti sono gli dei che, attraverso battaglie e divine alleanze, donano all’opera una struttura epica e avvincente, con tanto di ribellioni, uccisioni e trionfi.
I sumeri volevano descrivere la creazione di tutte le cose in chiave “mitologica”, ma nello stesso tempo conoscevano perfettamente il Sistema Solare e la sua origine. Anzi, conoscevano qualcosa che oggi noi stentiamo a credere: la presenza di un pianeta chiamato Nibiru.
L’enuma elish riesce a conformare le vicende degli dei e le loro battaglie rispettivamente alla fisica dei corpi celesti e alle loro collisioni, tanto per fare un esempio.
I nomi degli dei sono attribuibili ai nomi dei pianeti; le azioni degli dei, le loro decisioni, le loro alleanze, le uccisioni coincidono incredibilmente con i moti dei corpi celesti, con le attrazioni reciproche dovute alle forze di gravità, con le loro orbite, con le loro inevitabili collisioni.
Si ottiene così un forte parallelismo tra epica e documentazione scientifica di cosmologia.
Ecco il risultato:
Enuma elish la nabu shamamu
Shaplitu ammatum shuma la zakrat
Quando nell’alto il cielo non aveva ancora un nome
[E] in basso anche la solida Terra non aveva nome
Questo è l’inizio dell’Enuma Elish, l’epica babilonese della creazione che spiega le origini del Sistema Solare, rivela l’esistenza del pianeta Nibiru, descrive l’arrivo degli Anunnaki sulla Terra e la creazione dell’uomo.
Differentemente dall’idea comune che si tratti di un opera mitologica e fantasiosa, l’Enuma Elish rappresenta un vero e proprio trattato di astronomia, dove Zecharia Sitchin è stato il primo ad intuire che le successive versioni sulla Creazione, Bibbia compresa, facciano senza alcun dubbio riferimento a quest’opera babilonese.
L’intero testo sacro, basato su un precedente testo originale sumero, fornisce quindi una dettagliata descrizione di tutto ciò che esisteva prima dell’essere umano e della Terra.
La narrazione ha come tema le battaglie degli dei celesti, intesi come pianeti e corpi celesti, ma che vengono descritti come entità viventi.
Il Sistema Solare iniziò a prendere forma con solo tre attori celesti: un Apsu primordiale, il suo compagno Mummu e un’entità divina chiamata Ti.amat.
L’unione delle acque di Tiamat con il maschio Apsu generò gli dei celesti, i pianeti, e ne risultò così il Sistema Solare:
Sole - Apsu
Mercurio - Mummu
Venere - Lahamu
Marte - Lahmu
Tiamat - Tiamat
Giove - Kishar
Saturno - Anshar
Il futuro Plutone - Gaga
Urano - Anu
Nettuno - Ea/Nudimmud
Inizialmente il Sistema Solare era instabile e caotico, dove le orbite dei pianeti non erano ancora stabilmente definite. Questa diventava la premessa per l’inizio della battaglia celeste: la continua instabilità dei pianeti provocò turbamento a Tiamat e lo spinse a formare la sua terribile “schiera”, formata dai suoi satelliti (i “draghi ruggenti, ammantati di terrore”). Tale situazione, generando ulteriore pericolo e disordine, spinse Ea/Nettuno, il pianeta più esterno, a riequilibrare il Sistema Solare e inviarvi un pianeta (“un dio celeste più grande”) che veniva da lontano. Era un pianeta pieno di splendore, di nome Nibiru , coinvolto direttamente nella battaglia celeste che descrive il testo: a causa del senso orario di rotazione della sua orbita, opposto a quello di tutti gli altri pianeti, Nibiru/Marduk sarà destinato a collidere inevitabilmente con Tiamat.
Seconda fase: completata la prima orbita e quindi la prima fase, Marduk ritorna da Tiamat ormai “sottomesso” ed entra in collisione diretta, aprendola in due. La metà superiore (il “cranio”) di Tiamat diventerà il nostro pianeta Terra, mentre la parte inferiore viene ridotta in frantumi che, legati tra loro come un bracciale, andranno a formare la fascia degli asteroidi
Il pianeta Terra contiene ora il seme del DNA di Marduk, ottenuto con la collisione con Tiamat, e nella sua nuova orbita si porta con sé l’inanimato Kingu per farne la propria Luna.
Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat.
Con la sua arma le tagliò di netto il cranio;
recise le arterie del suo sangue
e spinse il Vento del Nord a portarla
verso luoghi sconosciuti.
L’altra metà di lei
egli innalzò come un paravento per i cieli.
Piegò la coda di Tiamat
fino a formare la Grande Fascia come un bracciale.
Incastrando insieme i pezzi,
li appostò come guardiani.
In questo momento, sempre secondo il testo babilonese, “Marduk” fece del sistema solare la sua dimora e si afferma per sempre come pianeta Nibiru, il pianeta dell’attraversamento, con la sua orbita di 3600 anni terrestri.
Tutte le volte che Nibiru si è avvicinato al pianeta Terra, dove un tempo orbitava Tiamat, è stato sempre descritto come un pianeta radiante, pieno di luce ed è per questo che viene spesso rappresentato con una croce.
Ai giorni nostri, viene spesso chiamato “Pianeta X”, mentre quando ancora Plutone era considerato pianeta del Sistema Solare, veniva chiamato il “Dodicesimo Pianeta”, contando anche Sole e Luna.

L'artemide vestita dai testicoli di cavallo!

Societas Hesperiana
17 h
SULL'IDOLETTO GETTATO NEL TEVERE:
"Grande è l'Artemide degli Efesini!"
Radunati attorno a questo grido di battaglia, i cittadini greci di Efeso difesero l'effige della Patrona della loro città dall'inconoclastia e dalla dersione di Saul di Tarso (San Paolo Apostolo), un giudeo (disgraziatamente) cittadino romano, trai primi cristiani, che avrebbe voluto farla rimuovere dal suo Tempio, una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico.
Una "Dea Madre", l'Artemide di Efeso, volendo colpevolmente sintetizzarne all'osso i riferimenti teologici, non soltanto tellurici, e per questo accomunata alla Pachamama sud americana.
Una Dea, quest'ultima, al centro di recenti polemiche intracattoliche e di un finto scontro tra cristiani "progressisti" e "conservatori".
Nel corso del Sinodo sull'Amazzonia, sono state esibite nel corso di rituali apparentemente folkloristici alcune statue di divinità indigene, tra cui una triplice immagine della Madre Terra. La, diciamocelo, triste pagliacciata, si è poi conclusa con la solita Messa, nella quale, come sempre, vengono evocati Geova, Dio d'Israele, Abramo, Isacco e Giacobbe, e rievocato attraverso l'Eucarestia il sacrificio e la resurrezione del suo figlio Joshua-Gesù, nato e sempre vissuto in "Palestina", "Giudea" o "Israele" che dir si voglia. Un brutto pasticcio. Nulla di tradizionalmente "pagano", anzi...
Apparentemente, tutto ciò altro non è che un triste caso di sincretismo unidirezionale tra due culture a noi aliene, quella ebraica della Chiesa e quella incaico-amazzonica, superficialmente cristianizzata, dei conversos indigeni. Ben vista dalle frange della Chiesa più vicina al papa, questa bizzarra cerimonia è stata fin da subito accusata di "paganesimo", "idolatria", "massoneria" e "satanismo" da parte dei "tradizionalisti", vale a dire tutta quell'accozzaglia fai da té di nostalgici dei trasformismi e adattamenti teologico-politici cristiano-cattolici, del recente o remoto passato, differenti dall'imperante globalismo attuale "bergogliano".
Ed ecco che è arrivata pronta la "vendetta": un paio di "tradizionalisti" hanno rubato, dalla Chiesa in cui era esposta, la statuetta incriminata che secondo i bergogliani dovrebbe essere Miriam detta "Maria" di Nazareth, "con soltanto le fattezze di Pachamama", e l'hanno gettata nel Tevere.
"Giustizia è fatta, contro il paganesimo e l'idolatria", è stata la risposta quasi univoca del popolo cristiano "conservatore", vale a dire quello che va dagli atei devoti teocon filosionisti ai nostalgici del rito antico predicanti il più becero antisemitismo... che dire, una galassia decisamente disunita, eccetto su un particolare: passare la giornata - ovviamente su internet - a berciare e tuonare contro "i pagani", "il ritorno del paganesimo" e "questa società pagana", che dove sia non lo sappiamo perché decisamente non vediamo attorno a noi i Mores patrii rispettati e la Pax Deorum Hominumque ristabilita. Come se il problema di questo mondo non fosse l'ateismo, il materialismo, l'avidità e la menzogna, ma un ritorno ad antiche tradizioni e religioni che non hanno mai propagandato questi disvalori.
Un corollario di casi umani ha detto la sua, genericamente nel modo più ignorante possibile, qualcuno anche argomentando in modo colto, mettendo in campo qualche idea in più, anche se confusa. Essenzialmente, il filone centrale, che mette d'accordo un po' tutti, è che i due giustizieri della notte, uno dei quali, a detta sua, altro non sarebbe che il famigerato "Padre" Fabbri, noto soggetto dei reality spazzatura e della movida romagnola, avrebbero fatto più che bene non tanto a punire le sbandate dottrinarie della Chiesa - legittimo da parte di un cattolico - ma per aver "affossato il paganesimo".
"Il paganesimo", quella cosa primitiva, da "selvaggi", da trogloditi, come appunto questi amazzonici, "gentaglia che vive sugli alberi", "poco più che scimmie", "dediti a una cultura primitiva" e falsamente convertiti al cristianesimo. Nulla importa a costoro che i costumi di queste tribù e la loro religione originaria siano stati accomunati al "paganesimo" di Platone, Pitagora, Marco Aurelio, Augusto, Proclo, Aristotele, Alessandro Magno... i padri greci e romani ai quali tutto il mondo moderno, cristianesimo in primis, è costretto, con sommo travaso di bile, ancora a rifarsi nel campo del diritto, delle lettere, della filsofia, delle scienze e della stessa Teologia.
Non sono mancati richiami a Teodosio o all'Inquisizione Spagnola. Non sono mancati nemmeno i soliti "tradizionalisti senza una Tradizione", i rigattieri dell'occulto, che si sono schierati dalla parte dei cowboys di questo "cattolicesimo" sciacquato nelle puritane acque del Potomac. "La Pachamama è un culto tellurico, panteista, oscuro, matriarcale, demetrico-ctonio-lunare-amazzonico" non come "la Vergine Maria, figura divina propria di una tradizione evoluta". (Lo sappiamo tutti che esiste una gerarchia trai Numi e i diversi culti, non dovete spiegarcelo voi atei).
E qui ritorniamo ad Efeso, e alla Artemide degli Efesini che è anche la nostra Diana: fu soltanto con il concilio di Efeso, nel 431, che il culto della Madonna, così come lo conosciamo, venne teorizzato nel cristianesimo. Prima di allora, la Madonna altro non era che Miriam di Nazareth, la ragazza ebrea che ebbe l'onore di partorire Gesù detto il Cristo, il Figlio della Trinità. Gran parte degli aspetti teologici e iconogafici della Madonna provengono da "Tradizioni evolute", piaccia oppure no: dall'Italia e da Roma, dalla Grecia, dall'Asia Minore, dalla Mesopotamia e dall'Egitto, senza dimenticare il mondo celtico. Maria di Nazareth non era Nera come la Madonna di Loreto, non era triplice come certe rappresentazioni laziali, non era bionda con gli occhi azzurri, non volava in cielo, non schiacciava un serpente, non aveva la Luna come attributo, né il manto stellato. Piaccia o non piaccia, rispecchino o meno ANCHE la speculazione teologica cattolico-cristiana sulla Madonna, sono tutte iconografie che ritroviamo nelle Tradizioni autoctone d'Europa e Medioriente. E pure altrove... anche in Sudamerica! Buttassero via tutte le statue e i dipinti della Madonna. Buttassero via la Natività così simile a Iside e Horus, o Semele con Dioniso, buttassero via la Pietà di Michelangelo, eco della morte di Attis e Osiride. Buttassero via pure il loro adorato crocifisso-feticcio con cui credono di spaventare vampiri e musulmani mannari nelle scuole, forse un po' troppo simile ad altre divinità appese all'Albero del Mondo.
Ma loro lo sanno, e sanno di mentire.
Dalle frange "progressiste" non sono giunti particolari piagnistei. Si è parlato genericamente di "bravata" e di "ignoranza". In fondo, lo sanno pure loro che se la sono presi con uno "stupido idolo da selvaggi", utilizzato dal gesuita Bergoglio per convertire quegli "stupidi abitanti della foresta". Che diamine, mica hano gettato un Michelangelo o un Raffaelllo...
Dalle frange "tradizionaliste" è giunta una lucidissima disamina da parte di un vescovo amazzonico: "quella è una divinità pagana, dunque UN DIAVOLO, e hanno fatto bene. Noi queste cose, in Amazzonia, le vediamo tutti i giorni."
Ma anche: "Pachamama equivale a Cibele e ad Astarte, forze diaboliche del paganesimo antico. È la Madre Terra ed è diabolico adorarla perché la Terra è sottomessa al potere di Cristo e di Maria, non può essere oggetto di adorazione".
A seguire, il plauso indiscriminato dei sopracitati atei devoti e feccia conservatrice annessa, forte con i deboli, debole con i forti.
Lucido e coerente, però, perdonandogli la consueta ignoranza sulla teologia antica, poiché Tellus, Gaia, e non certo Cibele, assume quei connotati nelle tradizioni greca e italica. Per un cristiano, per un abramitico, NULLA può essere oggetto di venerazione, gratitudine, rispetto, eccetto il loro Dio e le sue ipostasi. Tra l'uomo e QUEL "dio", connotato come "di Israele", non c'è nulla... anzi, c'è il pervasivo potere del Diavolo. Ci sono un mondo e un cielo vuoti, senza Dei. Le radici dell'ateismo e della modernità stessa passano di qua, oltre che quelle dello sfruttamento indiscriminato di qualsiasi cosa non sia "Dio" da parte della Tecnica.
"C'è il Diavolo", per costoro, nel vedere DIO (quello vero, che non può essere "di Israele" o quantomeno non in via esclusiva) rispecchiarsi (non esaurirsi!) nella Natura, nella Folgore, nell'Acqua, nella Terra. "Cè il Diavolo" nell'onorare gli Antenati. "C'è il diavolo" dietro a miliardi di induisti, buddisti, taoisti, scintoisti che non vogliono sentir parlare di Cristo, che ne hanno fatto e ne faranno volentieri a meno. "C'è il Diavolo" in migliaia e migliaia di anni di Storia durante il quale l'umanità ha eretto civiltà, amato, pregato e rispettato valori profondi e trascendenti, senza farlo in nome del "Dio di Israele". "C'era il Diavolo" quando, più di duemila anni, i nostri Avi costruivano le basi della nostra Identità ignorando bellamente Geova e Cristo.
Il bersaglio, dunque, non sono "gli idoli degli indios", ma la nostra Civiltà, la nostra Terra, i nostri Antenati. Non dobbiamo neanche osare pensare che forse non è così "stupido" e "anacronistico" onorare la Madre Terra Italia e la Legge del Padre Giove, scritta nei cieli italici, sopra italici monti.
Vorrebbero una Nazione la cui identità è prima Cristiana che Italiana e Romana? Dove l'aderenza alla tribù della Nuova Alleanza del Nuovo Israele valga più della Stirpe e della Terra "non sottoponibile a venerazione"? Rifiutano di ricordare che il Dio Padre, che è nei Cieli, i padri fondatori della Nazione lo chiamarono GIOVE, IUPPITER, ottimo e massimo, e non "YHWH" o "Geova"? Rinnegano così la loro lingua, il loro diritto, la loro tradizione, come se Cristo e non Roma li avesse resi diversi dai "selvaggi" che tanto disprezzano?
Ebbene, facciano come i loro "fratelli maggiori". Comprino, rubino o invadano un angolino di Medioriente, o ovunque altrove possano trovarsi a loro agio, e fondino una Repubblica Cattolica, teocratica . Si scannino con i fratelli maggiori, e minori, e con tutto il parentado per quattro pietre di cui narrano testi in lingue barbare e incomprensibili ad orecchie abituate a Virgilio, Omero e all'Edda Poetica.
Fino a prova contraria il mondo è esistito, esiste ed esisterà per sempre anche senza i loro tragicomici battibecchi. L'Anima della Terra, la "Pacha Mama", se vogliamo chiamarla così, assieme a tutti le gerarchie Divine, uraniche e telluriche, encosmiche ed ipercosmiche, sarà ancora ringraziata e onorata da milioni di uomini per migliaia di anni quando tutti avranno dimenticato questo bizzarro incidente della Storia spirituale dell'uomo.
Se gli eroi della guerra civile cristiana sono, da una parte, Bergoglio e, dall'altra, "Padre" David il Vikingo, a ben poco serviranno i millenarismi crociati dell'"ala destra" o gli appelli contro il fratellastro mezzalunato, così come i tentatativi sincretisti di accalappiarsi la fedeltà delle masse impoverite o post-tribali d'Asia, Africa e America. Stavolta, per davvero, siamo di fronte allo svuotamento e alla fine di una forma religiosa, morta per sole cause interne.
Nato dalla violenza e sviluppatosi nel compromesso, invecchiato nel folklore, oggi il cristianesimo muore, nella farsa... e nel suo Alzheimer ormai in fase terminale torna bambino, regredendo ai tempi in cui gettava e spaccava le statue.
E ancora noi risponderemo: "Grande è l'Artemide degli Efesini!".
"Non compriamo niente... Andate via!"
#SocietasHesperiana #Pachamama #Vaticano

Fontana del Mascherone

Fontana del Mascherone (via Giulia; Rione Regola). La fontana fu costruita nei primi anni del Seicento, quando l’Acqua Paola (1610/1614), dal Gianicolo, raggiunse finalmente la riva sinistra. Le condutture della Paola, attraversato ponte Sisto, entravano in un castello di distribuzione situato subito dopo il ponte. Il castello era nascosto nell’Ospizio dei Mendicanti, dietro una bellissima fontana (al posto dell’Ospizio ora c’è il Lungotevere dei Vallati, mentre la fontana fu smontata e spostata in piazza Trilussa). Dal castello di distribuzione partivano due condutture principali, che passavano sotto via dei Pettinari e via Giulia: da questi due condotti iniziava il reticolo di tubi destinato ad alimentare fontane e utenze private. Gli elementi della fontana del Mascherone, ossia la vasca in granito e la maschera di marmo, dovrebbero essere “di spoglio”, cioè prelevati da ambienti di epoca imperiale situati altrove. In origine, dietro la fontana del Mascherone c’era un piccolo slargo, immortalato in una celebre veduta di Ettore Roesler Franz; da qui, scendendo per una scala che costeggiava il muro del giardino Farnese, era possibile raggiungere il traghetto che portava sulla riva destra. Quando iniziarono i lavori per la costruzione del Lungotevere dei Tebaldi, alla fine dell’Ottocento, vennero cancellati sia il giardino dei Farnese, sia il cimitero della chiesa di S. Maria dell’Orazione e Morte sia la scaletta che scendeva fino all’imbarco del traghetto. Nel 1903 fu costruito il muro dietro la fontana.

L'adattamento ai tempi delle mura di Roma

Mirabilia urbis Romae (XII - XV secolo) - "II. Il muro dell'Urbe.
Il muro della città di Roma ebbe 361 torri, 49 castelli, [7 archi principali], 6 miglia e 900 passi di bastioni, [12 porte, 5 posterule] (o pusterle). Sul perimetro di conseguenza si misurano 22 miglia escludendo la parte transtiberina e la città leonina [con il portico di San Pietro]…".
Sulla sinistra le Mura Aureliane con le torri quadrate (mozzate) disposte ogni 30 metri ed al centro, con le mura inclinate, una parte del rifacimento Rinascimentale detto Bastione del Sangallo o anche Bastione Ardeatino restaurato tra il 2002 ed il 2006; si trova tra Porta San Paolo e porta Ardeatina e si estende per alcune centinaia di metri con altre tre pareti analoghe a quella visibile in foto; per realizzare questa struttura difensiva vennero demolite otto delle originali torri quadrate di difesa e venne cancellata la presenza dell'Ardeatina e probabilmente della porta nelle mura; l'Ardeatina oggi parte dall'Appia alcune centinaia di metri fuori delle mura.
Il bastione è una fortificazione rinascimentale delle mura, realizzata a partire dal 1537 da Antonio da Sangallo il Giovane per volere del Papa Paolo III; realizzò un simile bastione anche a difesa delle mura Vaticane, a Porta Cavalleggeri.
Il Sangallo introdusse con questi bastioni una nuova tipologia difensiva in cui i varchi nelle mura da cui venivano utilizzati i cannoni erano disposti a guardare il fianco delle mura stesse ed erano dotati di piani in travertino inclinati onde poter puntare anche a breve distanza dalle mura; venne eliminata la merlatura non più efficace contro le cannonate e realizzate invece delle casematte per gli uomini e le munizioni; le mura erano inclinate onde favorire lo scivolamento delle palle di cannone.
In effetti la fortificazione realizzata per difendere Roma dai Turchi non fu mai completata in quanto troppo costosa né, per la parte esistente, mai impiegata...