venerdì 22 febbraio 2019

Mascheroni apotropaici anche a Verona: Villa Francescatti

Maschere apotropaiche

La maschera non necessariamente deve essere indossata da un soggetto: è il caso della maschera apotropaica, che tuttavia continua ad essere un segno permeato dalla presenza agente di forze divine, supere o infere: è il caso della maschera greca di Gorgo, sempre raffigurata di fronte, che incanta e pietrifica chi osa anche soltanto affrontarla con lo sguardo; ed è il caso della maschera apotropaica (greco apotrépo, allontano), dall’aspetto talvolta grottesco, talvolta ghignante, che ha la facoltà di tenere lontani nemici ed intrusi, e che può essere posta a protezione delle stalle, dei campi o delle abitazioni, come possiamo singolarmente verificare nell’alto bergamasco – terra di Zanni e di maschere dell’Arte – dove in un affresco dipinto sopra la scala di ingresso della cosiddetta “casa di Arlecchino” è raffigurato un irsuto “uomo selvaggio” armato del classico nodoso randello con la seguente iscrizione posta sul cartiglio: “Chi non e' de chortesia, non intragi in chasa mia, se ge venes un poltron, ce daro' col mio baston”. .

Nell'iimagine qui sotto riportiamo il giardino di Villa Francescatti, dove di trova una grotta che si intravede,, riprende la faccia di un mostro e sopra troviamo scolpita nella pietra una faccia con la lingua fuori dalla bocca, che sta "sgognando ovvero fa le linguacce per scherno come la gorgone, che protegge e scaccia le forze negative....... 
oRisultati immagini per VERONA VILLA FRANCESCATTI GROTTA NEL GIARDINO

LE RESPONSABILITA' VATICANE NELLA GUERRA CIVILE E NELLA DISSOLUZIONE JUGOSLAVA


 
• Nei primi anni '80, subito dopo la morte di Josip Broz Tito, viene segnalata l'apparizione della Madonna ad alcuni giovani croati a Medjugorje, una località della Erzegovina dove già durante la seconda Guerra mondiale i fascisti si erano scatenati con violenze ed uccisioni contro la popolazione di religione ortodossa. La gerarchia cattolica non ha mai voluto ufficialmente riconoscere la veridicità delle apparizioni di Medjugorje, ma il clero locale (i frati francescani dell'Erzegovina noti da secoli per il loro fondamentalismo e, nel Novecento, per il loro supporto alla causa degli ustascia) se ne è avvalso per fini propagandistici. Anche dall'Italia sono stati organizzati pellegrinaggi.
Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto oggi quei ragazzi "visionari" o "miracolati": sappiamo ad esempio che Marija Pavlovic, che aveva fatto voto di entrare in convento, è oggi felicemente sposata; pare anzi che anche gli altri quattro ragazzi protagonisti della vicenda abbiano messo su famiglia, e che tre di loro siano emigrati all'estero.
Molti dicono che le cose, in Jugoslavia, cominciarono a precipitare con la morte di Tito. Ma si può anche dire che le cose cominciarono ad andare a rotoli quando "apparve" la Madonna a Medjugorje. Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni...
• Il 1990 è l'anno dedicato a Madre Teresa di Calcutta. Pochi sanno che questa suora era originaria di Skopje, nella ex repubblica federata di Macedonia, ed apparteneva al gruppo etnico albanese. Lo stesso anno raggiungono il culmine le tensioni tra albanesi e serbi nella regione del Kosmet (Kosovo e Metochia). Dinanzi a personalità albanesi Giovanni Paolo II, in uno dei paesini albanesi del meridione d'Italia, celebra la Madonna di Scutari, patrona e protettrice dell'Albania. Durante la celebrazione il papa afferma: "Madre della speranza regalaci il giorno Leeeeeenel quale questo popolo generoso possa essere unito", dichiarando così esplicitamente il sostegno del Vaticano alla causa degli albanesi del Kosovo.
Negli anni successivi segnaliamo tra l'altro la visita del papa in Albania (paese - per inciso - a stragrande maggioranza atea o, al limite, musulmana) e la frequentazione di Madre Teresa con pezzi grossi dello Stato quali la vedova di Hoxha, con la quale presenzia ad una cerimonia dinanzi ad un monumento alla "Grande Albania".
• Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all'Angelus delle "legittime aspirazioni del popolo croato". Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il 13 gennaio del 1992, contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo due giorni.
• Nel 1992 la guerra civile si estende in Bosnia-Erzegovina, repubblica a maggioranza relativa di musulmani. I serbi (cristiani ortodossi) costituiscono un terzo della popolazione, mentre circa il 15% sono croati (cattolici). Durante il conflitto i soldati croati compiranno i crimini più efferati (semmai sia possibile compilare statistiche su queste cose... noi comunque ci riferiamo ai dati del londinese Institute for Strategic Studies - cfr. LIMES n.3/'95, pg.60). Le cronache parlano di soldati che vanno in guerra con il rosario al collo, di preti e frati francescani erzegovesi che vanno in giro con la pistola (alcuni intervistati anche dall'italiano Avvenire) o tuonano dai pulpiti delle loro chiese, di ingiustizie nella distribuzione degli aiuti della Caritas (secondo il criterio "etnico", applicato d'altronde da tutte le organizzazioni umanirie religiose)... 
 
• Il culmine dell'interventismo vaticano viene raggiunto nel 1994 con la visita del papa a Zagabria. Il viaggio di Karol Wojtyla in Croazia avviene nel pieno del conflitto bosniaco, mentre è ancora aperta la ferita delle Krajne (territori dell'odierna Croazia a maggioranza serba, in quel periodo autonomi e sotto il controllo di truppe ONU), ed è una evidente boccata d'aria per il regime di Tudjman, con il quale il papa si incontra e presenzia a cerimonie pubbliche. Scriveva La Repubblica del 12/9/1994: "...il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore del Croati come un'icona del nazionalismo. Wojtyla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro."
Da una mezza frase di un articolo di giornale veniamo dunque a conoscenza del fatto che il papa ha pregato sulla tomba del collaborazionista dei nazisti Stepinac, nell'entusiasmo dei seminaristi di San Girolamo (la chiesa croata di Roma, all'inizio di Via Tomacelli, nota tra l'altro per avere ospitato Pavelic in fuga dopo la guerra; cfr. il libro "Ratlines" di M. Aaron e J. Loftus) presenti a Zagabria per l'occasione.
Il 26 novembre successivo Vinko Puljic, arcivescovo cattolico di Sarajevo, è nominato cardinale dal papa insieme ad altri 30 che rispecchiano le tendenze della geopolitica vaticana. Citiamo ad es. Mikel Loliqi, 92enne cardinale di Scutari (Albania). In onore di Puljic due giorni dopo si tiene un concerto sinfonico nella stessa chiesa di San Girolamo.
• 1995: è l'anno risolutivo. Dopo una primavera in cui la tensione cresce enormemente (Srebrenica ecc.), e si parla insistentemente di una visita del papa a Sarajevo, in luglio Giovanni Paolo II in una dichiarazione ai giornalisti si schiera per l'intervento militare (contro i "tentennamenti" della comunità internazionale, perchè si faccia finalmente "il necessario" per punire gli aggressori, e così via). Pochi giorni dopo Tudjman ordina il definitivo "repulisti" della Krajna, mentre in settembre, dopo l'ennesimo grande attentato sarajevese stile "strategia della tensione" (v. Cronologia), la tanto invocata "comunità internazionale" interviene a forza di bombe contro i serbobosniaci.
In dicembre, con gli accordi di Dayton, la guerra si interrompe.
• Nell'ottobre 1996 il rettore della chiesa di San Girolamo (di cui sopra), monsignor Artur Benvin, viene trovato impiccato. La notizia non "passa" sui giornali. Noi l'abbiamo trovata sull'Evropske Novosti, giornale serbo, che ipotizza triangolazioni di danaro per comprare armi tra il clero croato, pezzi grossi musulmani di Sarajevo e la Trzaska Kreditna Banka di Trieste, la banca della minoranza slovena in Italia dichiarata fallita proprio in quelle settimane.
• Durante la primavera 1997 (12 e 13 aprile) si realizza la "tanto attesa" visita del papa a Sarajevo. La visita ha un contenuto palesemente politico, essendo stata preceduta da varie polemiche (cfr. ad es. Predrag Matvejevic su "la Repubblica" del 5/3/1997, e come risposta ad es. le dichiarazioni del vescovo di Mostar in visita a Trieste) e da vari attentati alle istituzioni cattoliche in Bosnia, tra cui uno, sventato, contro il papa (i giornali parlano di un ponte nella zona musulmana da far esplodere al momento del passaggio del papa, ma la bomba sarebbe stata disinnescata dai militari stranieri della missione SFOR - cfr. i giornali di quei giorni).
• Nel maggio 1998 viene ufficialmente annunciata la prossima visita del papa in Croazia. Nell'ottobre successivo il papa andra' a Zagabria ed a Marija Bistrica, il principale santuario cattolico della Croazia, dove celebrera' la cerimonia per la beatificazione di Alojzije Stepinac. Sulle responsabilita' di Stepinac in quanto collaborazionista del regime genocida di Ante Pavelic nello "Stato Croato Indipendente" instaurato durante la II Guerra mondiale suggeriamo la lettura del libro "L'Arcivescovo del genocidio", di M.A. Rivelli (Ed. Kaos 1999).
• Durante la sua visita in Croazia all'inizio di ottobre 1998 Karol Wojtyla oltre a beatificare Stepinac pronunzia alcune frasi rispetto alla situazione in Kosovo, oggetto di una violentissima campagna-stampa, che alludono al diritto di "ingerenza umanitaria" da parte della "Comunita' Internazionale", cioe' alla liceita' di un intervento armato per "aiutare chi soffre".
 
Risultati immagini per LE RESPONSABILITA' VATICANE NELla dissoluzione dellA Jugoslavia
  Quando il 24 marzo 1999 la NATO effettivamente attacca la Repubblica Federale di Jugoslavia con il pretesto del Kosovo, il papa cita una frase di Pio XII, vale a dire di quel suo predecessore che non solo non aveva fatto nulla per denunziare e fermare il nazifascismo, ma che viceversa benedi' Pavelic e lo sostenne tramite il clero croato (si veda a proposito il libro di Carlo Falconi "Il silenzio di Pio XII" uscito nel 1965, nonche'i gia'citati "Ratlines" e "L'Arcivescovo del genocidio"). La frase recita: "Con la guerra tutto e' perduto, con la pace niente e' perduto". All'Angelus pasquale, una settimana dopo, il papa afferma retoricamente: "Ma come si puo' parlare di pace quando si costringono le popolazioni [albanesi] a fuggire... e se ne incendiano le abitazioni?... E come rimanere insensibili di fronte alla fiumana dolente dei profughi dal Kosovo?". Percio', a parte la discutibile richiesta di una "pausa" nei bombardamenti in occasione della Pasqua (cattolica, non ortodossa), il Papa non fa appello per la loro cessazione incondizionata.
  Nei giorni successivi la stampa riporta anche le dichiarazioni del Cardinale croato di Sarajevo Vinko Puljic che rivendica la giustezza dell'intervento militare argomentandola con la necessita' "di estirpare la malattia" e di sconfiggere una volta per tutte "il creatore della guerra" Slobodan Milosevic. 
 

giovedì 21 febbraio 2019

ROMA: IL NINFEO DELLA LUCCHINA DA SEPO

IL NINFEO DELLA LUCCHINA DA SEPO
Visitabile, ma solo
su richiesta, il cosiddetto Ninfeo della Luc-china, presso l’area di servizio Selva Candida al Km 8,500 del GRA. Il quartiere della Lucchina comprende anche parte della borgata Ottavia, nata negli anni ’20del secolo scorso e fortemente caratterizzata da un’impronta rurale. In origine il territorio apparteneva ai principi Colonna,negli anni ’50-’60 fu alienato e lottizzato per la costruzione di villini e caseggiati per gli immigrati provenienti dal sud Italia. In occasione dei lavori per i Mondiali di calcio Italia’90 nella zona furono condotti sondaggi preventivi che misero in luce un tratto secondario della via Trionfale antica,tracce di una villa di età imperiale, un’area sepolcrale con modeste sepolture, alcuni edifici funerari e una costruzione circolare,il cosiddetto ninfeo. I resti murari della villa, che doveva avere una grande estensione, sono stati rinterrati, è stata indagata invece l’area sepolcrale a essa connessa. La piccola necropoli di origine etrusca, riutilizzata in epoca romana, presenta fosse scavate nel banco tufaceo e coperte a cappuccina, che probabilmente appartenevano al personale impiegato nei lavori agricoli e nella gestione della villa, mentre negli edifici funerari più ricchi, come forse il cosiddetto Ninfeo, erano sepolti i proprietari del complesso. Sicuramente questo era in origine un edificio funerario poi trasformato in ninfeo quando la villa nel III se-
colo d.C. fu ristrutturata e ampliata. Si accedeva al sepolcro attraverso l’ingresso,ancora utilizzato, che si apriva sul giar-
dino e che presenta una soglia in travertino con lacerti di mosaico a tessere nere. Segue un corridoio scavato nel banco tufaceo,lungo 8 m e largo 1,5 m con pavimento a mosaico geometrico a tessere nere e bianche, le pareti sono intonacate a finto marmo e la volta è decorata con tralci d’uva e motivi vegetali. Un secondo accesso alla costruzione si trova sulla sinistra entrando nel piccolo ambiente e forse costituiva un collegamento di servizio con la villa; è probabile che sia stato creato successivamente durante i lavori di ampliamento. Attraverso lo studio di alcuni dettagli architettonici si può dedurre che in origine la pianta del monumento era quadrangolare: infatti vi è una sfasatura tra le mura perimetrali e il mosaico pavimentale, che appare tagliato. Il mosaico a tessere bianche e nere con motivi geometrici e fitomorfi è databile all’età adrianea Dopo un pe-
riodo di abbandono della struttura e forse di tutta la tenuta, nel III secolo d.C. la villa e le pertinenze furono vendute e subirono una ristrutturazione e un ampliamento. Il piccolo edificio fu trasformato e subì un cambio di destinazione d’uso. La pianta di-
venne circolare e fu coperto da una cupola,che appare oggi molto danneggiata, con l’aspetto di una grotta marina, decorata
con pomici rosse e azzurre, conchiglie e quadretti a micromosaico. Sulle pareti affrescate in alto sono visibili due nicchie dalle quali scaturiva acqua, come attestano le incrostazioni di calcare. Si può dedurre quindi che l’edificio fu trasformato in ninfeo collegato alla villa. La presenza di fori
sulle pareti fa supporre che vi fossero dei giochi d’acqua, mentre due cunicoli garantivano l’afflusso e il deflusso delle acque.
All’imboccatura dei cunicoli vi dovevano essere delle fontane che ricadevano entro un dolio, sono stati rinvenuti frammenti di
ceramica. La presenza di altre nicchie sulle pareti fa supporre vi fossero statue in marmo, di cui sono stati individuati fram-
menti. Completavano l’apparato decorativo piccole pinakes a mosaico con pesci e testa di divinità femminile con elmo, forse
Atena o Roma, la quale era raffigurata con l’elmo in segno di vittoria. Il mosaico pavimentale, a tessere bianche e nere, si
ispira probabilmente alle attività agricole della tenuta: da quattro cesti angolari escono tralci e grappoli d’uva. Su un cesto
vi è come elemento decorativo una svastica, simbolo del sole. I raggi di tale svastica sono paragonabili ai raggi del sole,
allo scorrere del tempo e quindi delle stagioni. In tarda età imperiale il complesso fu abbandonato: villa e ninfeo furono spo-
gliati di tutti i materiali preziosi, statue e marmi. Tra il IV e V secolo le strutture edilizie e il piccolo ninfeo furono sicuramente
riutilizzati. Al centro del pavimento del ninfeo infatti il mosaico è stato tagliato con malta, frammenti di ceramica e di
marmo, sicuramente provenienti dalle decorazioni della villa ormai in abbandono, è stato realizzato uno strato di preparazione per sostenere una base, ma lo scopo di que-
sto intervento non è ancora stato chiarito.
Successivamente ninfeo e complesso residenziale furono abbandonati e presto nascosti dalla vegetazione fino agli anni ’90...






mercoledì 20 febbraio 2019

Il misterioso simbolo, ottenuto ad intarsio, a segnare la nascita della vita

Giovan Francesco Capoferri, MAGNUM CHAOS, inlaid woodwork, 1524. Choir of the Basilica of Santa Maria Maggiore in Bergamo, on a drawing by Lorenzo Lotto

martedì 19 febbraio 2019

Il giullare a corte si permetteva critiche feroci verso il signore, rischiando anche la vità, la voce della coscenza













Buonasera a tutte e a tutti e buona settimana !
I Giullari, nel Medioevo, potevano – anche a corte - esprimersi in termini tali che non erano assolutamente consentiti ad altri : https://www.youtube.com/watch?v=wU7WSQZVnh4, dal minuto 11:56 a 15:05.
La maionese impazzisce quando non si crea l’emulsione fra i vari elementi, così – come spiegano diversi Autori tradizionali degni della massima considerazione, come Schuon e Burckhardt – certi stati spirituali se, per diversi motivi, non arrivano a fissarsi in un ricettacolo – quello psico-fisico – che per tanti e diversi motivi, può non essere stato adeguatamente predisposto, genera forme esteriormente simili alla follia.
Temibilissima, da questo punto di vista, è la natura del Mercurio alchemico, che è anche la sostanza plastica dell'Universo, che danza ritmicamente mossa dallo spirito sulfureo, dal Sole, che ne determina gli aspetti e del quale - come la Luna - riflette la Luce: questo il significato che si nasconde sotto l'ironico attributo dato ad Arlecchino di Imperatore della Luna .
Per questa relazione con la Luna, nella maschera di Arlecchino si nascondono anche gli aspetti oscuri di Arlik Qan e del demone Alichino dell'Inferno dantesco, perché il Mercurio nasconde in sé una forza indomabile per i profani, capace di divorare e distruggere. Al tempo stesso, nasconde l'aspetto propriamente solare, che era quello che faceva sì che i Galli ( Arlecchino è una maschera d'origini franche...) vestissero - specie alcuni con proprietà "sciamaniche" riconosciute all'interno delle tribù - caratteristiche vesti con toppe a forma di losanga, variamente colorate - che facevano ridere i Romani - ma che sarebbero da mettere in relazione con un fine linguaggio simbolico, analogo a quello dei Quipu.
P.s. https://www.youtube.com/watch?v=WnlkkLuJTu0 , notate, però, l’abbigliamento regale – tipicamente solare - di Alboino…

Le liturgie immemori dei culti carnasceleschi della rinascita e della fecondità primaverile


Un illuminante Alfredo Cattabiani che prende in esame le feste della "rinascita" legate agli antichi culti misterici primaverili, acque vivifiche e salvifiche, carri navali legati ai riti isiaci nel mito cardine DELL'ETERNO RITORNO. Che la fecondità ci porti eterna vita......carnascelesca
“Ogni passaggio delle acque è inquietante, ambiguo, angosciante. Non è facile il viaggio: nella traversata la paura del passaggio periglioso rende folli coloro che s'imbarcano. Per questo motivo il car naval venne chiamato nel medioevo anche stultifera navis, la nave dei folli. Ma la follia non è insensata, ha una direzione: l'altra sponda ove deve approdare il Carro navale. Durante la navigazione il corpo del vecchio anno si frantuma nell'indistinto: ognuno perde la propria identità, i ruoli sono invertiti, così come i sessi, mentre la danza collettiva è orgia dionisiaca, è l'obbedire al Gioco divino che regge il cosmo; e infatti i giochi sono tipici di questo periodo di passaggio. Si è coinvolti in una bufera tragicomica cui non si può non partecipare, dove i comportamenti carnascialeschi diventano obbligatori: si deve «impazzire». Le maschere a loro volta, già tipiche delle «libertà di dicembre» nell'antica Roma, rappresentano l'epifania dei morti che raffiorano e si confondono con i vivi nel generale rimescolamento: terrificanti e vitali, aggrediscono, spaventano, toccano, prendono al laccio, rapiscono,si comportano da folli e buffoni mentre rumori assordanti alludono alla deflagrazione del vecchio cosmo-anno.
Da “Calendario” di A. Cattbiani
Immagine: "La nave dei folli", di H. Bosch

La deriva dell'architettura sacra moderna









       La chiesa di Palù appena ristrutturata in provincia di Verona! L'orribile senza storia nella Bassa Veronese, la vecchia chiesa lasciata nell'abbandono per 30 anni

Dio è altrove

Le Chiese costruite dalle archistar fanno schifo, e Dio è traslocato altrove. Un saggio corrosivo di Angelo Crespi ...
Costruito da dio. Perché le chiese contemporanee sono brutte e i musei sono diventati le nuove cattedrali” 
 Risultati immagini per Chiese moderne orribili
 Nuova Chiesa di San Paolo a Foligno, Foligno

"Chiediamoci: queste chiese sono davvero orrende? Se sul bello oggettivo molti nicchiamo, convinti che il nostro personale gusto sia imprescindibile nel valutare una cosa, sul brutto oggettivo ci troviamo d’accordo. Se una cosa è brutta spesso lo è in modo oggettivo e totalmente irredimibile. Tralasciamo per clemenza le chiese di periferia frutto delle scarne linee guida della Cei e progettate da oscuri architetti, e concentriamoci invece sulle elaborazioni delle archistar che hanno misurato il proprio ingegno anche nel campo del sacro. Edifici che – spesso in opposizione, spesso in ossequio alla disciplina postconciliare – sono o anonimi e cheap, oppure magniloquenti nella “ricerca forzata della monumentalità”, oppure frutto di mera esibizione strutturale, ma il risultato non cambia.
La chiesa del Santo Volto a Torino, disegnata da Mario Botta, è stata consacrata nel 2006. È un edificio a pianta centrale di dodicimila metri quadrati con sette torri perimetrali alte trentacinque metri, tutto in pietra rossa nel tipico stile dell’architetto svizzero. Il quartiere, sugli argini della Dora Riparia, un tempo a vocazione industriale, è stato – come si è soliti dire – riqualificato con un museo dell’ambiente, un cinema multisala, un ipermercato, uno skatepark e, appunto, una chiesa che tristemente assomiglia a una centrale atomica con le prese d’aria di un mostruoso aspirapolvere, quasi si volesse acchiappare Dio con un marchingegno degno di Ghostbuster. Potrebbe essere scambiata benissimo per un magniloquente salone congressi, e di fatto lo è: sotto la chiesa al posto della cripta (dove nei secoli addietro si usava custodire le spoglie dei martiri o dei santi) ci sono settecento posti a sedere, una enorme sala attrezzata “con strumenti audiovisivi, microfoni, pc, videoproiettore ed è previ- sta l’assistenza tecnica in sede e la presenza di hostess. Il centro ha un’ampia hall e un accogliente foyer, aree idonee anche per mostre, esposizioni e catering. Sono infine presenti luminosi spazi per la re- ception e la segreteria. Disponibili, inoltre, la sala Perazzo da novantanove posti e sei salette da cinquanta posti attrezzate per incontri e meeting”.
Certo, anche le antiche abbazie servivano a molte cose e potevano ospitare moltitudini di fedeli per diversi motivi, ma vi aleggiava un alito di sacro che sembra essere escluso dalla mission del centro congressi Santo Volto, nato con il preciso obiettivo «di divenire fulcro catalizzatore delle tematiche di maggior interesse tecnoscientifico, culturale, sociale e di attualità, nonché di confronto tra mondo laico e cattolico, in una prospettiva etica e valoriale», manco ci si dovesse firmare all’interno il compromesso storico o i Patti lateranensi. L’edificio, costato una trentina di milioni di euro, è completato da una torre campanaria all’incontrario, dato che le campane si trovano ai piedi della ciminiera, riadattata alla bisogna avvolgendovi un filo metallico elicoidale con una croce sulla cima che la rende molto gabbia di Faraday. La chiesa di Richard Meier a Roma sembra invece una piscina. Uno di quegli orribili poliplessi natatori che inorgogliscono i capoluoghi di provincia. Si trova nel quartiere popolare Tor Tre Teste ed è dedicata a Dio Padre Misericordioso, misericordia che Dio Padre crediamo debba esercitare al massimo grado davanti alle vele dell’archistar statunitense. L’edificio, consacrato nel 2003, è una delle nuove chiese sorte nella periferia romana dopo il Concilio Vaticano II e poi in occasione del Giubileo del 2000, una di quelle che Antonio Paolucci criticava perché troppo simili a musei e grandi magazzini. E fa parte di quei quasi cinquanta luoghi di culto spuntati nella capitale a seguito della campagna promossa nei primi anni novanta dall’allora cardinale vicario Camillo Ruini: quod non fecerunt Barberini, fecit Ruini. Il segno distintivo di Meier si imprime nelle vele che raggiungono i ventisei metri di altezza, rigorosamente in cemento mangiasmog in ossequio alla cultura ecologistica della postmodernità, e rappresentano appunto le vele – a dire dell’architetto – della «barca della Chiesa» che ci «condurranno verso un nuovo mondo». Una ben augurante profezia in stile Orietta Berti per cui finché la barca va, lasciala andare.
Il cemento è uno dei must dell’architettura moderna applicata alle chiese. Al suo fascino non si sottrae neanche Massimiliano Fuksas nel progettare la chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno, un monolitico cubo in calcestruzzo armato, consacrato nel 2009 come atto di riparazione dei danni del terremoto umbro-marchigiano del 1997. L’edificio, concepito come una scatola nella scatola di trenta metri di lunghezza e ventisei di altezza, dal costo di tre milioni di euro, è di una tracotanza epocale, nonché fuori contesto rispetto al territorio (ma proprio così voleva l’architetto romano), cioè la tipica cittadina umbra dai tetti rossi. Fuksas, che a meno di una senile conversione immaginiamo se non ateo almeno agnostico, stando alle rivoluzionarie e giovanili esuberanze di matrice comunista, tratteggia con la sua scatola di cemento una teofania negativa, una via negationis molto interessante ed efficace per dimostrare l’esistenza di Dio: certi che Dio non possa abitare un luogo di tanta bruttezza, ragionando a contrario Egli potrebbe esistere in ogni altro dove, per cui il mondo risplenderebbe tutto della presenza divina tranne quel piccolo cubo. E per questo ce ne faremo una ragione. Ragione che non riescono a farsi i fedeli folignati: a Natale di un paio di anni fa non hanno resistito al freddo intenso che regnava nel cubo fuksasiano, cosicché la messa venne celebrata nel salone parrocchiale attiguo e si decise per il trasferimento delle liturgie, almeno fino al disgelo. La questione ha un vago sapore teologico: Dante rappresenta il centro dell’Inferno come una ghiacciaia, il Cocito, dove è imprigionato Satana. La Conferenza episcopale italiana non deve avere troppa confidenza con la Divina Commedia, tanto da aver approvato la chiesa di Fuksas che già nella forma ricorda un diabolico frigorifero. I parrocchiani si sono lamentati che spesso dentro la navata faccia addirittura più freddo di fuori, che le correnti d’aria gelida mettano a repentaglio la salute degli officianti e dei credenti. E non è prevista facile soluzione. Don Giovanni Zampa, uno dei parroci, spiega che il problema è stato affrontato, ma «purtroppo l’edificio ha dei vincoli estetici posti dal progettista che non ci consentono di intervenire». Piuttosto che i caloriferi, pensa Fuksas, muoiano i cristiani.
Angelo CrespiEditore, 2017)