La credibilità dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” in Italia
deriva essenzialmente dal contributo di J. Evola alla presentazione
della questione. Questo contributo è costituito principalmente da due
saggi pubblicati nell’edizione dei “Protocolli” curata da G. Preziosi
nel 1938, dalla quale sono passati nelle riedizioni successive: l’
Introduzione e lo scritto
L’autenticità dei “
Protocolli”
provata dalla Tradizione ebraica, da noi già esaminato in un articolo precedente
[1]. Qui analizziamo l’
Introduzione suddetta, approfondendo la questione dell’autenticità e affrontando quella della veridicità dei “Protocolli”.
* * *
Nell’
Introduzione all’edizione de
I “
Protocolli”
dei “
Savi Anziani”
di Sion curata da Giovanni Preziosi nel 1938
[2], Evola asserisce che
«quand’anche
(cioè: dato e non concesso) i “Protocolli” non fossero autentici nel
senso più ristretto, è come se essi lo fossero, per due ragioni capitali
e decisive:
1) Perché i fatti ne dimostrano la verità;
2) Perché la loro corrispondenza con le idee-madre dell’Ebraismo tradizionale e moderno è incontestabile» (p. 10).
Questa corrispondenza risulterebbe dal saggio di Evola
L’autenticità dei “
Protocolli”
provata dalla Tradizione ebraica, pubblicato nell’
Appendice dell’opera summenzionata
[3], al quale egli fa esplicito riferimento alcune pagine dopo:
«In
appendice, il lettore troverà un saggio di precisa documentazione,
sulla base di citazioni di testi e di dichiarazioni di rappresentanti
anche contemporanei dell’Ebraismo, di questa “tradizione” d’Israele. Su
tale base, la convergenza teoretica fra l’essenza dei “Protocolli” e
quella dell’Ebraismo è incontestabile, e si giunge alla conseguenza, che
quand’anche i “Protocolli” fossero stati inventati, l’autore avrebbe
scritto quel che
Ebrei fedeli alla loro tradizione e alla volontà profonda d’Israele penserebbero e scriverebbero» (p. 26, corsivo nostro).
Evola
è dunque assertore dell’autenticità dei “Protocolli” in virtù di questa
presunta convergenza. Tuttavia, in primo luogo, nell’articolo
Evola e l’autenticità dei “
Protocolli”
[4]
abbiamo dimostrato che il saggio in questione è documentariamente
inconsistente e privo di valore scientifico, per cui, asserire questa
presunta convergenza – e conseguentemente sostenere l’autenticità dei
“Protocolli” –
sulla base di esso, è arbitrario e abusivo.
In secondo luogo, la convergenza in questione è in realtà puramente formale. In effetti, ciò che caratterizza
essenzialmente i “Protocolli” e li differenzia nettamente dal messianismo ebraico, è il fatto che i primi presentano un
piano strategico di dominio mondiale perseguito da secoli, mentre l’altro esprime una semplice
aspirazione al dominio mondiale sulla base delle profezie bibliche
[5], come riconosce Evola stesso quando dichiara che «l’essenza della Legge ebraica» è
«la
promessa,
che il Regno universale d’Israele, prima o poi, verrà, e che tutti i
popoli debbono soggiacere allo scettro di Giuda» (p. 25, corsivo
nostro).
La concezione autocratica dei “Protocolli” è per di più in aperta contraddizione con quella messianica dell’ebraismo: essa
nega
la funzione cosmologica e soteriologica del Messia, istauratore, per
volontà e per elezione di Jahveh, di una specie di “età dell’oro”
[6]. In altre parole, mentre, secondo la concezione ebraica, il Messia darà agli Ebrei il dominio spirituale e materiale del mondo
[7],
i “Savi di Sion” danno il dominio del mondo al “Messia”, scambiando
l’effetto con la causa. Ora, dal punto di vista di Ebrei «fedeli alla
loro tradizione», questa concezione è evidentemente aberrante.
In
terzo luogo, in questa presunta convergenza Evola trascura
arbitrariamente proprio lo scopo ultimo perseguito dai “Savi di Sion”
col loro piano di dominio mondiale, l’avvento di quel Patriarca Mondiale
(Protocollo V) che dovrebbe corrispondere, nell’ipotesi evoliana, al
Messia della tradizione ebraica e al cui “Regnum” Evola attribuisce
caratteri di trascendenza:
«Quel che piuttosto è dubbio, è la natura
vera dei fini ultimi di quest’azione incontestabile. La parte
problematica dei “Protocolli” è quella riferentesi alla ricostruzione,
non alla distruzione. Quando il Nilus ravvicina apocalitticamente
l’ideale ultimo dei “Protocolli” alla venuta dell’Anti-Cristo (idea
fissa dell’anima slava), fa semplicemente della fantasia. Vero è invece
che un tale ideale, in fondo, non è né più né meno che quello imperiale,
e perfino in una forma superiore: un’autorità assoluta e inviolabile di
diritto divino, un regime di caste, un governo nelle mani di uomini,
che posseggono una conoscenza trascendente e ridono di ogni mito
razionalistico, liberale e umanitario; difesa dell’artigianato, lotta
contro il lusso» (p. 29).
Evola aggiunge che
«
se tale fosse il fine vero,
tutto,
in fondo,
potrebbe ricevere una giustificazione. Ma questo, per noi, è una fantasia» (p. 30, corsivo nostro),
e conclude:
«Sulla
parte dell’Ebreo in tutto ciò, abbiamo già detto, e noi crediamo
abusivo supporre che tutto ciò che egli ha fatto, lo abbia fatto avendo
in vista l’ideale dell’impero spirituale, quale i “Protocolli” lo
descrivono» (p. 30).
Pertanto, per Evola, «la convergenza teorica fra
l’essenza dei “Protocolli” e quella dell’Ebraismo» si realizzerebbe
soltanto nell’aspetto distruttivo del piano strategicoo dei
“Protocolli”, ma non in quello costruttivo, che in realtà è il fine
precipuo di entrambe. Vedere in quest’aspetto costruttivo «una fantasia»
significa, in virtù della (presunta) corrispondenza suddetta, privare
il piano dei “Savi di Sion” del loro scopo essenziale e la tradizione
ebraica del Messia.
In conclusione, se si ammette la convergenza
suddetta, è necessario ammettere anche la convergenza costruttiva tra
l’ideale messianico ebraico e l’ideale del Patriarca Mondiale dei
“Protocolli”, il cui piano distruttore in funzione del “Regnum” potrebbe
effettivamente – o addirittura dovrebbe – «ricevere una
giustificazione». Per evitare di dover giungere a questo logico
riconoscimento, Evola liquida la questione asserendo che, quand’anche
gli Ebrei avessero attuato il loro piano sovversivo in vista dell’ideale
dell’impero spirituale,
«per noi, che non siamo Ebrei,
significherebbe lo stesso, perché contestiamo il diritto di Israele di
considerarsi il “popolo eletto” e di rivendicare per sé un impero che
avrebbe per presupposto la soggezione di ogni altra razza» (pp. 30-31).
Ora,
se il “Regnum” agognato dai “Savi di Sion” ha effettivamente, come
asserisce Evola, caratteri di trascendenza, il combatterlo sulla base di
una motivazione così individualistica, cioè perché non si è ebrei, è
chiaro indice di spirito sovversivo e antitradizionale.
Queste considerazioni sono suscettibili di ulteriori sviluppi.
In un articolo dedicato alla questione del “Regnum”, Evola rileva, con Ulrich Fleischhauer,
«che
appunto la presenza, nei “Protocolli”, di questo secondo aspetto è una
delle più forti prove contro coloro, per i quali i “Protocolli”
sarebbero stati creati di sana pianta dalla polizia segreta zarista e,
in genere, dagli antisemiti, per attizzare l’odio contro gli Ebrei.
Sarebbe stato semplicemente infantile – rileva giustamente il
Fleischhauer – far figurare in un documento inventato a questo scopo
siffatte idee circa l’impero sacrale e spirituale, oltreché circa un
dominatore, che dovrebbe apparire come uno specchio del mondo e un
inviato di Dio e riconoscere come suo primo compito il distruggere, in
sé e nei suoi sudditi, tutto ciò che obbedisca alla voce irrazionale
dell’istinto e dell’animalità»
[8].
A
noi ciò non sembra affatto infantile, ci sembra anzi una conseguenza
necessaria di tale ipotesi. In effetti, dei falsari antisemiti avrebbero
potuto giustificare il piano distruttivo da essi elaborato nei
“Protocolli” esclusivamente in funzione del messianismo e dell’era
messianica, questo essendo l’unico modo per attribuire proprio agli
Ebrei, e non ad altri, il piano distruttivo. Infatti è appunto il
“Regnum” messianico il filo conduttore del saggio di Evola
L’autenticità dei “
Protocolli”
provata dalla Tradizione ebraica.
E non è forse Evola stesso a dichiarare che l’autenticità dei
“Protocolli” è fondata sulla convergenza tra l’essenza dei “Protocolli” –
il dominio universale – e l’essenza della tradizione ebraica, cioè, in
particolare, la promessa dell’avvento del “Regno universale d’Israele”?
Dopo aver scartato quest’ipotesi, Evola prende in considerazione quella opposta, chiedendosi:
«Ma
se è così, come spiegare, nei “Protocolli”, la compresenza della
superiore idea del “Regnum”? Che relazione può mai avere questa idea con
la congiura internazionale ebraico-massonica e con i capi mascherati di
essa?»
[9].
La risposta è che la manifestaziome medievale e ghibellina
«dell’antica
idea del “regno invisibile” e di un ordine di templari, cavalieri o
iniziati agenti in funzione di esso e uniti occultamente»
subì a poco a poco
«una trasformazione e un capovolgimento, atti a condurre fino ai miti propri alla massoneria e ai “Savi di Sion”»
[10].
Per quanto concerne l’aspetto specificamente ebraico della questione, Evola precisa che
«non
l’antica idea ebraica messianica, ma la degenerazione e
materializzazione di essa è il vero punto di riferimento delle forze
sovvertitrici volte alla distruzione definitiva della nostra civiltà e
ad un dominio satanico su tutte le forze della terra»
[11].
Ora,
proprio questa inversione dell’ideale del “Regnum”, conseguente
all’inversione di quelle “organizzazioni occulte” legate al polo
imperiale che
«furono vittime delle forze da esse evocate, in un
primo tempo, solo in funzione di finalità ulteriori, di ideali di
rigenerazione o restaurazione»,
per Evola «risolve e illumina il problema» iniziale della
«singolare
coesistenza, in documenti come i “Protocolli”, di elementi
contraddittori, cioè il fantasma di qualcosa, come un “Sacrum Imperium”,
associato a piani, che corrispondono esattamente all’azione
sistematica, svolta e in via di svolgersi, delle forze occulte del
sovvertimento mondiale»
[12].
In
realtà questa risposta non spiega nulla. Essa sarebbe valida se i
“Protocolli” presentassero la contraffazione “satanica” dell’ideale del
“Sacrum Imperium”, ma Evola stesso ammette che l’ideale in essi
propugnato
«in fondo, non è né più né meno che quello imperiale,
e perfino in una forma superiore» (p. 29, corsivo nostro).
Ma
allora come spiegare la presenza dell’ideale del “Regnum” espresso
nella sua purezza in un piano che mira «ad un dominio satanico su tutte
le forze della terra»?
La contraddizione è resa ancor più grave dal
fatto che, mentre, come afferma Evola, i “Savi di Sion” riconoscono
l’assoluta falsità di tutte le ideologie sovvertitrici – liberalismo,
individualismo, egualitarismo, illuminismo antireligioso – da essi
«create e propagate unicamente come strumenti di distruzione» (p.14) e
appaiono essi stessi come «uomini, che posseggono una conoscenza
trascendente e ridono di ogni mito razionalistico, liberale e
umanitario» (p.29), la vera matrice di queste ideologie, la Massoneria,
le ha considerate valori positivi da istaurare per sé stessi – come
ammette Evola stesso
[13] -, non già come semplici strumenti riconosciuti falsi per conseguire finalità ulteriori.
Ma
allora, di nuovo, come si conciliano questa «conoscenza trascendente» e
l’ideale del “Regnum” con un piano di pura sovversione “satanica”?
Per
concludere le nostre osservazioni sulla questione dell’autenticità dei
“Protocolli”, Evola dichiara che il risultato del processo di Berna è
stato al riguardo negativo:
«all’accusa non è riuscito dimostrare
l’autenticità di un documento incriminato; è l’accusa che deve
dimostrare la falsità» (p.13).
Quest’argomentazione costituisce una
vera e propria inversione dei termini del problema, perché sarà pur vero
(dal punto di vista della teoria del plagio esposta da Evola alle pp.
12-13) che al processo di Berna l’accusa non è riuscita a dimostrare la
falsità dei “Protocolli”, ma è anche vero che
nessun difensore di essi ha
mai dimostrato la loro autenticità
[14] e, moralmente e giuridicamente, è chi presenta un documento
anonimo di accusa che deve dimostrare la sua autenticità, non chi da esso è accusato deve dimostrare la sua falsità.
La
questione dell’autenticità dei “Protocolli” è comunque relegata in
secondo piano da Evola sulla base di un’argomentazione che si può
facilmente ritorcere contro di lui:
«Qui sta precisamente – secondo
la giusta osservazione del Guénon – il punto decisivo, che limita la
portata della quistione dell’ “autenticità”: nel fatto, che nessuna
organizzazione veramente e seriamente segreta, quale si sia la sua
natura, lascia dietro di sé dei “documenti” scritti. Solo un
procedimento “induttivo” può dunque precisare la portata di “testi”,
come i “Protocolli”. Il che significa che il problema della loro
“autenticità” è secondario e da sostituirsi con quello, ben più serio ed
essenziale, della loro “veridicità”» (p.10).
Ne consegue che, o i
“Savi di Sion” non costituiscono una «organizzazione veramente e
seriamente segreta», ma allora è possibile e doveroso pretendere che,
«per
affrontare i problemi scaturenti dai “Protocolli” in ordine al problema
ebraico, qualcuno cominci col “produrre” le carte di identità
debitamente autenticate dei “Savi”» (p.20),
pretesa che Evola
considera assurda «nei riguardi di una organizzazione, per ipotesi,
occulta» (p.20); oppure, come sostiene Evola, essi costituiscono una
«organizzazione veramente e seriamente segreta» che non lascia dietro di
sé dei “documenti scritti”, ma allora i “Protocolli” non sono
autentici.
È certamente vero che, se si accetta questo presupposto,
la questione dell’autenticità passa in secondo piano rispetto a quella
della veridicità, ma soltanto perché da tale presupposto discende la
conseguenza necessaria che i “Protocolli” non sono autentici. In
definitiva, con questa argomentazione Evola nega l’autenticità dei
“Protocolli”, che asserisce poi, contraddittoriamente, nel saggio dell’
Appendice.
Indi Evola affronta la questione della veridicità dei “Protocolli”, che formula così:
«Infatti,
di rigore, pur ammessa una causalità superiore come retroscena del
sovvertimento occidentale, resterebbe sempre da dimostrare, che proprio
l’Ebreo ne sia l’unico e vero responsabile. In altre parole, anche
ammessa la possibile esistenza di “Savi”, si tratta di vedere se essi
siano proprio “Savi di Sion”: tanto da allontanare il sospetto di una
tendenziosa interpretazione, cercante un’ “alibi” per incolpare l’Ebreo
di ogni sovvertimento e quindi per giustificare una campagna antisemita
estremistica (p. 20).
Dopo aver precisato che, per la loro opera di sovversione,
«gli
Ebrei hanno trovato un terreno già minato da processi di decomposizione
e di involuzione, le cui origini risalgono a tempi assai remoti e che
si legano ad una catena assai complessa di cause» (p.22),
e che
«i
“Savi Anziani” costituiscono invero un mistero assai più profondo di
quanto lo possano supporre la gran parte degli antisemiti» (p.22),
Evola
dimostra l’assunto iniziale, che i fatti provano la veridicità dei
“Protocolli”, con una sommaria descrizione dell’attività sovvertitrice
degli Ebrei (pp. 23-24 e 27-28).
Tale attività, limitatamente al
campo culturale, non è però considerata da Evola non solo come
l’attuazione di un piano strategico, ma neppure come frutto di una
intenzionalità individuale:
«Nel riguardo del quale non vogliamo
pensare ad un vero e proprio piano, anzi nemmeno ad una precisa
intenzione da parte dei singoli autori: è la “razza”, è un istinto che,
qui, agisce: come è della natura del fuoco il bruciare» (p. 29).
Ma
questa interpretazione, da Evola arbitrariamente limitata al campo
culturale, si può legittimamente estendere anche a quello politico
proprio in virtù della concezione evoliana della Legge come “razza
dell’anima” ebraica:
«Non si creda, poi, che queste siano delle
riesumazioni retrospettive e che la Legge sia un mito religioso sepolto
in un lontano e “superato” passato. Ebrei fedeli alla loro tradizione ve
ne sono più di quanto si supponga e si lasci supporre. Ma si deve
riconoscere che non è con essi che si esaurisce l’azione dell’Ebraismo:
l’azione di una Legge, osservata ininterrottamente per secoli, non si
dissipa dall’oggi al domani, ma, in una forma o nell’altra, essa si
manifesta ovunque la sostanza ebraica si trovi. E da quel che si è detto
poco sopra circa l’essenza della Legge, la quale fa considerare come
ingiusto e violento ogni ordinamento che non abbia al suo vertice il
“popolo eletto”, è fatale che l’Ebreo sia portato,
coscientemente o meno,
ad ogni agitazione, ad ogni sovvertimento, ad un lavoro incessante di
corrosione. Ciò si è verificato attualmente e ciò si verificherà sempre»
(pp.26-27, corsivo nostro).
È dunque perfettamente lecito
considerare, con Bernard Lazare, lo “spirito rivoluzionario”
dell’ebraismo come una specie di eredità psichica derivante dalla
tradizione ebraica
[15]
e operante subconsciamente «come è della natura del fuoco il bruciare»,
non già come l’attuazione di un piano strategico. Ciò significa che il
fatto dell’attività rivoluzionaria ebraica
[16] non dimostra necessariamente l’esistenza di un
piano, né, conseguentemente, la veridicità dei “Protocolli”.
Questa interpretazione è sostanzialmente ammessa nei “Dieci punti fondamentali del problema ebraico”, nel cui punto 2 si legge:
«Esiste
ed opera una Internazionale Ebraica. Per riconoscere l’esistenza di
questa Internazionale non è necessario ammettere che
tutti gli Ebrei siano diretti da una vera e propria organizzazione mondiale e che
tutta
la loro azione obbedisca, consapevolmente, ad un piano. Il collegamento
esiste in gran parte già in funzione di “essenza” e di istinto»
[17].
Un’ultima osservazione. Secondo l’ipotesi più nota, messa in circolazione dal Nilus nel 1917, i “Protocolli” sarebbero
«un
piano strategico per conquistare il mondo e metterlo sotto il giogo di
Israele, la lotta contro Dio, un piano elaborato dai dirigenti del
popolo ebraico durante i molti secoli della dispersione, e alla fine
presentato al Consiglio degli Anziani dal “Principe dell’Esilio”,
Theodor Herzl, all’epoca del primo congresso sionista, convocato da lui a
Basilea nell’agosto 1897»
[18].
I “Protocolli” sarebbero dunque stati presentati al primo congresso sionista, che fissò il seguente programma:
«Il Sionismo aspira alla creazione di una sede nazionale garantita dal diritto pubblico per il popolo ebraico in Palestina»
[19].
Il
sionismo, dal punto di vista messianico, aveva un’importanza
fondamentale, perché, come dice Elia S. Artom, la funzione di Israele di
preparare l’avvento della «malkhuth shamajim» (regno celeste), cioè
dell’era messianica,
«può essere adempiuta da Israele solo se esso vive come popolo libero e indipendente nella terra che il Signore gli ha data»
[20],
cioè
in Palestina. Ora, nei “Protocolli”, la cui «corrispondenza con le
idee-madre dell’Ebraismo tradizionale e moderno» sarebbe incontestabile,
non appare il minimo accenno al sionismo, cioè al presupposto
fondamentale dell’era messianica, all’istaurazione della quale
tenderebbero, come finalità ultima, i “Savi di Sion”.
Ciò significa
che i “Protocolli”, la cui autenticità non è mai stata dimostrata, la
cui veridicità è indimostrabile e la cui utilizzazione come “ipotesi di
lavoro” è superflua, sono stati redatti da un non Ebreo neppure
eccessivamente esperto di cose ebraiche.
[1] Evola e l’autenticità dei “
Protocolli“, in: “Orion”, n. 39, dicembre 1987, pp. 94-96. Al riguardo vedi anche
Sionismo e “
Protocolli” e
I Protocolli dei Savi di Sion, in: “Orion”, n. 46, luglio 1988, pp. 410-419.
[2] L’Internazionale Ebraica.
I “
Protocolli”
dei “
Savi Anziani”
di Sion.
Supplemento de “La Vita Italiana”, Roma 1938-XVI, pp. 9-32.
[L’Introduzione di Evola appare nella riedizione dei “Protocolli” del
1971 (pp. 5-37) e del 1976 (pp. 47-63) a cura delle Edizioni di Ar]. Ci
riferiamo a questa edizione indicando soltanto il numero della pagina.
[3] Idem, pp. 230-244.
[4] Vedi nota 1.
[5] Vedi al riguardo
I fondamenti teologici dell’imperialismo ebraico, “Orion”, n, 25, ottobre 1986, pp. 16-17.
[6]
«Nell’ “unto del Signore” o “redentore” che era la figura centrale del
messianismo, i caratteri sociali e i caratteri religiosi apparivano in
una netta interdipendenza. Più di un vigoroso sovrano imperialista del
potente Egitto o della potente Babilonia, sperò egli stesso – e fu
spesso nutrito di queste speranze da cortigiani ossequiosi – di
estendere le frontiere del suo regno fino ai confini del mondo
conosciuto e di restaurare così l’età dell’oro. Israele non poteva
sognare una conquista mondiale in questi secoli di declino. Spettava a
Dio stesso compiere quest’impresa in un modo al di sopra delle
possibilità umane. Ma l’esperienza aveva mostrato che Dio compiva dei
miracoli soltanto per mezzo di uomini come, ad esempio, Mosè o Elia. Il
nuovo miracolo avrebbe dovuto parimenti essere compiuto per mezzo di un
solo uomo» (S.W. Baron,
Histoire d’Israël. Quadrige/PUF, Paris 1986, t.I, p. 132).
[7] A. Cohen,
Il Talmud. Bari 1935, p. 420. J. Bonsirven,
Textes rabbiniques des deux premiers siècles chrétiens pour servir à l’intelligence du Nouveau Testament. Pontificio Istituto Biblico, Roma 1955, p. 747 e luoghi ivi indicati.
[8] “Arthos” (J. Evola),
Studi sui “
Protocolli”
ebraici.
Trasformazioni del “
Regnum”, in: “La Vita Italiana”, novembre 1937, pp. 535-544. La citazione si riferisce alle pp. 535-536.
[9] Idem, p. 536.
[10] Idem, pp. 538-539.
[11] Idem, p. 537.
[12] Idem, p. 542.
[13]
«In questa sua forma e in tutte le sue espressioni pratiche la
massoneria è stata in una intima connessione con l’illuminismo,
l’enciclopedismo, il razionalismo e, in genere, con tutto quel fermento
ideologico, che fu l’immediato antecedente della rivoluzione francese. E
che l’azione pratica e politica della massoneria dei tempi successivi e
fino ad oggi sia restata strettamente fedele ad una tale ideologia, è
cosa che nessuno può seriamente contestare, poiché vi sarebbe solo
l’imbarazzo della scelta per addurre, in proposito, quante e più e più
esplicite dichiarazioni si vogliano da parte degli esponenti più
autorizzati e ufficiali della massoneria. Gli “immortali princìpi”
restano essenzialmente il credo massonico» (J. Evola,
Dall’esoterismo al sovversivismo massonico, in:
Scritti sulla massoneria. Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1984, p. 36).
[14]
Lo stesso Theodor Fritsch, nell’introduzione alla sua edizione dei
“Protocolli” del 1936, confessa: «Riguardo all’origine dei “Protocolli”
dipendiamo ancora oggi da supposizioni» (
Los Protocolos de Sion, Ediciones BAU, Barcelona, s.d., p. 15).
[15] Bernard Lazare,
L’antisémitisme son histoire et ses causes.
Edition Jean Crès, Paris 1934. Vedi in particolare il capitolo XII del
tomo II. Lazare spiega che la Legge divenne «il legame d’Israele»; i
suoi riti «forgiarono il cervello dell’Ebreo, e dappertutto, in tutti i
paesi, lo forgiarono nello stesso modo»; essa «creò dei tipi; un tipo
morale e persino un tipo fisico»; infine, l’Ebreo «è come lo hanno fatto
la Legge e il Talmud» (idem, pp. 121-123).
[16] Idem, cap. XIII.
[17] I Protocolli dei “
Savi di Sion”, op. cit., p. 227.
[18] Norman Cohn,
Licenza per un genocidio.
I “
Protocolli degli Anziani di Sion”:
storia di un falso. Einaudi, Torino 1969, p. 44.
[19] S. Grayzel,
Storia degli Ebrei, Roma 1964, p. 598.
[20] Elia S. Artom,
La vita di Israele. Firenze 1975, p. 2.