sabato 25 agosto 2018

L'amore è anche una droga

“L’amore è una droga che la natura somministra ai suoi figli per indurli a fare ciò che essa vuole. L’istinto sessuale è comune a tutti gli esseri viventi. L’uomo ha voluto spiritualizzarlo e l’ha chiamato "amore", ma questo non serve a niente: l’innamorato che scrive madrigali per la sua bella non fa niente di diverso, nella sostanza, del merlo che fischia sul ramo. Lo scopo, metafisicamente parlando, è identico: perpetuare la specie. Si tratta di una passione tirannica e cieca, che nei gradi più alti della sua intensità è capace di travolgere tutto, anche la vita stessa di chi ne è irretito. E se ne capisce il perchè, se si pensa che dall’amore dipende la perpetuazione della specie. Una cosa di tale importanza non poteva essere lasciata all’arbitrio degli individui e così la natura, per ottenere il suo scopo, fa nascere nell’individuo una sorta di illusione, in virtù della quale a lui sembri un bene per se stesso ciò che in realtà è solo un bene per la specie, così che serva questa mentre s’illude di servire se stesso. Siccome la passione si basava, per l’appunto, su una illusione, che faceva sembrare prezioso per l’individuo ciò che ha valore solo per la specie, è naturale che l’inganno scompaia dopo che la specie abbia ottenuto il suo scopo. Lo spirito della specie, che si era impadronito dell’individuo, lo lascia di nuovo libero. Così, abbandonato da tale spirito, l’individuo ricade nella sua limitatezza e nella sua miseria originale, e constata con stupore che, dopo aspirazioni così alte, eroiche e infinite, il suo piacere non è stato diverso da quello che può offrire qualsiasi appagamento sessuale; contrariamente alla sua aspettativa, egli non si ritrova più felice di prima, si accorge di essere stato ingannato dallo spirito della specie.”
(Arthur Schopenhauer, Metafisica dell’Amore Sessuale)

Il sesso: fra schiavitù e liberazione

Risultati immagini per Gurdjieff

Il sesso gioca un ruolo enorme nel mantenimento della meccanicità della vita. Il 75% dei nostri pensieri proviene dal centro sessuale, e colora tutto il resto. Ecco il centro di gravità di tutte le riunioni. Che cos’è che conduce la gente nei caffè, nei ristoranti, alle feste di ogni sorta? Una cosa sola: Il sesso. Ecco la principale sorgente di energia di tutta la meccanicità. Tutto il sonno, tutta l’ipnosi, derivano dal sesso. La meccanicità è particolarmente pericolosa quando le persone non vogliono prenderla per quello che essa è e tentano di spiegarla con qualcosa d’altro. Quando il sesso è interamente conscio di se stesso, e non si nasconde dietro pretesti, non si tratta della meccanicità di cui sto parlando. Al contrario, il sesso che esiste per se stesso e che non dipende da niente è già un gran risultato. Ma il male consiste in questa continua menzogna a se stessi. Il potere del sesso sulle persone è la principale ragione della nostra schiavitù, ma offrendo molte differenti possibilità è anche la nostra principale possibilità di liberazione.”

(G.I. Gurdjieff)

giovedì 23 agosto 2018

Ma se è kalos è anche buono


Risultati immagini per il bello salverà il mondo

di Silvia Ronchey - 07/05/2008


del platonismo antico alla teologia dell’icona che caratterizzò per tutto il Medioevo il mondo bizantino.
Secondo Ronchey, il cristianesimo non segnò una cesura nella concezione della bellezza così come fu sintetizzata dal platonismo nell’espressione
kalokagathòs (bello e buono), una bellezza che è espressione di un ordine insieme interiore all’uomo e superiore ad esso, cioè divino. Nella teologia bizantina questa idea della bellezza fu perpetuata dai modi di rappresentazione della figura umana altamente simbolici e stilizzati: l’icona rappresenta il superamento della bellezza esteriore attraverso l’unione con la bellezza divina.

Non c’è bisogno di leggere la Repubblica di Platone, e neppure il Fedro o il Simposio, per sapere che secondo gli antichi greci la bellezza e la bontà erano la stessa cosa. Anzi, la stessa parola. C’è una specifica espressione in greco, kalokagathòs, «bello e buono», per esprimere la loro indissolubilità. Più propriamente, nella teologia globale degli antichi che oggi diciamo platonica, la bontà è la forma interiore, la bellezza la forma esteriore di quello che metafisicamente può definirsi il bene o anche la divinità. Ma che possiamo, se siamo belli, e cioè buoni, o buoni, e cioè belli, trasferire nel mondo empirico.
Questo indissolubile legame tra la sfera estetica e quella etica, proprio della teologia pagana, verrà, si dice, spezzato, nella storia del pensiero antico, dal cristianesimo. Che produrrà, si dice, un divorzio tra i due princìpi e sarà responsabile di alcuni pregiudizi ancora oggi presenti nella nostra cultura. Per esempio, che una grande bellezza fisica escluda un’interiorità intellettuale profonda.
Non è vero. Il cristianesimo ha anzi sviluppato e proseguito, per vie sempre più alte e impervie, la concezione platonica, l’ha traghettata fino alla modernità. L’identità tra la sfera etica e quella estetica si è perpetuata a tal punto, nel pensiero greco e bizantino, che la rispecchia l’evoluzione stessa della lingua: quella parola kalòs, che nel greco classico significava «bello», ha cominciato a significare, e ancora oggi in greco moderno significa, «buono». Ed è proprio lo sviluppo della concezione platonica a Bisanzio, e in particolare il suo esito in ciò che chiamiamo la teologia dell’icona, a spiegare meglio la frase di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo».
Questo era già, in un certo senso, il principio fondamentale dell’estetica bizantina. Per i padri della Chiesa ortodossa, l’icona di per sé salva, porta verso l’alto e la luce, è l’interfaccia tra il visibile e l’invisibile e la dimostrazione stessa che i due mondi possono venire a contatto.
Ora, nell’icona la figura umana viene reinventata. I tratti sono asciugati e privi di sensualità. La fisionomia della persona ritratta nell’icona è esattamente il contrario di quella apprezzata dalla comune umanità vivente. Che sia uomo o donna, il naso è lungo e ossuto, la bocca piccola. [...]. È un viso ascetico, anoressico, con qualcosa di lievemente mortuario nelle occhiaie profonde, nell’evidenza delle ossa sotto la pelle sottile. Un viso su cui la lotta dell’esistenza, le convulsioni dell’intelligenza, gli spasmi dell’insonnia hanno lasciato traccia. Per questo non mancano mai, nelle icone, le rughe, supremo segno di bellezza. Il volto di un’icona non sarà mai liscio, perché esprime un ideale che è esattamente il contrario di quello perseguito nelle nostre icone contemporanee, dal cinema, dalla pubblicità: esprimere il superamento del mondo esterno, il valore di un’interiorità conquistata calandosi nel mistero che trascende la carne ma è immanente alla psiche.
Ma non è forse proprio questa la visione che Platone aveva della bellezza? Non era forse proprio Platone a mettere in guardia dalle immagini che della bellezza umana davano i suoi contemporanei? A condannare, anzi, l’immagine, scorgendovi una deviazione da ciò cui l’anima umana deve tendere, dalla bellezza dell’iperuranio, da quella bellezza assoluta che è anche bontà?
Tutto sta a intendersi, dunque, su cosa sia la bellezza, anche proprio fisica, secondo quell’unica teologia globale degli antichi che si protrae lungo il millennio bizantino e si cristianizza nelle forme più alte della speculazione. [...] La bellezza anche fisica di cui parla il platonismo, quando la identifica con la bontà, è quella che oggi manca di più al mondo: la bellezza interiore che si presenta nell’immagine esteriore (in greco eikone) di un volto o di un corpo umano agli occhi che la sanno cogliere. Non la bellezza patinata, ridotta alla propria superficie e dunque alla superficialità, ma la bellezza come espressione di un ordine insieme interiore e superiore. Quando parliamo oggi di «cosmetica», spesso proprio in associazione alla falsa bellezza celebrata dai media, a quella che James Hillman ha chiamato la «pornografizzazione di Afrodite», spesso dimentichiamo che quella parola viene dal greco kosmos, l’«ordine» che per definizione accomuna e unisce l’interiorità individuale alla legge del mondo in un’armonia che è anche sensibile, estetica. [...] La bellezza come giustizia, intesa cioè [...] come adeguatezza, giusta collocazione, ordine; e la giustizia come suprema bellezza. Non è un caso che anche lei sia compresa nella triade essenziale: non solo la bontà ma anche la giustizia compongono il paradigma della vera bellezza, completando quell’identificazione tra sfera estetica e sfera etica che tutto il pensiero antico, anche quello cristianizzato, non farà che riaffermare.Come scrive Agostino: «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu eri dentro e io ero fuori e là ti cercavo».

   



Il Daimon di platonica memoria

Nella catena degli esseri, sembra esserci una lacuna: l'uomo, anello vivente di questa catena, può osservare e toccare l'anello che è immediatamente sotto di lui. Questo è la scimmia o il gorilla o lo scimpanzé, ma non vede o non tocca l'anello che è immediatamente sopra di lui. Ecco perché gli antichi saggi hanno immaginato l'uomo invisibile, che essi hanno chiamato angelo o demone; ma essi non hanno pensato che l'invisibile deve essere immateriale e che l'immateriale è infinito, dal momento che il limite della sostanza è la forma.
Eliphas Lévi
LES EGGREGORS

edizioni Lulu

L'antico "colorificio" Mancini a Roma e la drogheria Ferrario, ora scomparsa, a Verona

L'immagine può contenere: 3 persone, persone sedute
"Viaggiatore di Alchimie" così è stato definito Memmo Mancini il proprietario della storica Coloreria Ettore Poggi, dal nome di chi la rifondò nel 1825 sebbene esistesse già al tempo di Caravaggio, la bottega più antica di Roma. Perchè soltanto lui crea straordinarie misture di pigmenti che danno la possibilità ad ogni artista di rendere visibile, tangibile la propria creatività. In questo luogo alchemico sono passati tutti i grandi artisti del Novecento: Morandi e de Chirico, Balthus e Dalí, Capogrossi e Turcato, Cy Twombly e Andy Warhol, Franco Angeli e Mario Schifano, Folon e Guttuso. E poi ancora: Rauschenberg e Jim Dine, Edith Schloss e Beverly Pepper, Toti Scialoja e Titina Maselli, Enrico Castellani e Tano Festa…
Cominciò come garzone di bottega nel 1959, conobbe subito Guttuso che a sua volta gli presentò Balthus, l'allora direttore dell'Accademia di Francia, e con lui arrivarono le prime strane richieste. Balthus chiedeva la fritta di Alessandria, chiamata anche blu egiziano, che esisteva già nel terzo millennio avanti Cristo. La dose corretta dei suoi ingredienti si era persa al tempo dei Romani e per secoli i ricercatori hanno tentato di riprodurre la ricetta con scarsi successi. Oggi il colore che più si avvicina alla fritta è il blu Ercolano. Poi ci fu il bruno di mummia e Memmo trovò in un vecchio libro sui pigmenti che si trattava di una sostanza scura risalente all'Ottocento ottenuta macinando i resti di antichi defunti egizi e le resine che li ricoprivano, e impastandoli con l’olio di lino. Molto amato dai pittori inglesi di epoca vittoriana, fu usato anche da Alma-Tadema, che inorridì quando ne individuò l’origine e insieme a Edward Burne-Jones seppellì in giardino il tubetto con il pigmento. Il bruno di mummia attuale è composto di bitume giudaico e argilla ed è usato ampiamente da Balthus per dipingere le gore di buio da cui emergono le sue fanciulle perverse.
C’erano pittori che cercavano il bianco di ossa e di marmo, il bianco d’uovo, la malta romana, l’impasto che gli antichi facevano per tenere su i muri e Michelangelo ricreò per l’intonaco della Sistina. De Chirico acquistava i pigmenti già macinati, che impastava da solo con olio di papavero e ditargilio, un essiccante in polvere. Chiedeva il giallo indiano, un pigmento antico che in origine veniva dall’India, composto di terra bagnata con l’urina delle vacche nutrite con foglie di mango. Salvador Dalí incaricava Memmo degli impasti, ma dovevano esser fatti con essenza di lavanda. Giorgio Morandi ordinava i pennelli di puzzola, corti e piatti, il rosso di robbia, la terra di Siena bruciata, il bianco d’argento e grandi quantità di terra d’ombra naturale che mescolava al verde smeraldo, al cobalto azzurro, al blu d’oltremare, alla lacca di garanza, per smorzarne le tonalità brillanti. La terra d’ombra aveva la stessa funzione della polvere che l’artista lasciava depositare sulle sue composizioni di vasi e bottiglie per appannarle.
Fino ad arrivare a Mario Schifano che amava gli smalti francesi come quelli che usava Picasso a cui aggiunse la richiesta di smalti industriali usati dai carrozzieri: rosso Guzzi, rosso Gilera, verde Vittoria, blu Fiat, così perfetti che con gli stessi smalti in bombolette spray preparava i velatini per Franco Angeli.


Perché hanno ucciso Rudolf Hess?

HESS, E' UN GIALLO ANCHE LA MORTE 

 

Risultati immagini per Perché hanno ucciso Rudolf Hess



La conferma è venuta dall' au topsia: Rudolf Hess è morto asfissiato ucciso dal cavo elettrico che si è stretto attorno al collo. Per le autorità militari, responsabili da oltre quarant' anni della vita del prigioniero numero sette del carcere-fortezza di Spandau, il delfino di Hitler è ufficialmente un suicida. I dubbi, espressi martedì dalle stesse autorità, sono stati sciolti dall' indagine sul cadavere, eseguita ieri all' ospedale militare britannico di Berlino ovest dal patologo inglese Malcom Cameron alla presenza dei medici legali delle quattro potenze (Usa, Urss, Francia e Gran Bretagna). Se ufficialmente il sipario è calato restano però da spiegare i misteri sulle ultime ore del luogotenente del Fuehrer la cui vicenda da quando nel lontano 1941 si paracadutò in Scozia è tuttora un enigma inspiegabile. Non è chiaro il perché del silenzio del primo giorno, quando la notizia della morte viene data con oltre tre ore di ritardo, né perché il probabile suicidio viene annunciato addirittura ventiquattro ore dopo. Sembra assurdo che il detenuto più sorvegliato del mondo, un uomo vecchio e malato per cui era stato tenuto in piedi un vecchio carcere prussiano con seicento celle che costava al governo tedesco la bellezza di oltre un miliardo l' anno, sia stato lasciato solo, libero di uccidersi. Sono dubbi che stanno trasformando la morte di Hess in un vero e proprio giallo che ieri ha riservato l' ennesima sorpresa. Prima di uccidersi il gerarca nazista ha lasciato una lettera, indirizzata ai familiari. Il testo della missiva, ritrovata nel portafoglio di Hess, è stato letto al figlio Wolf Ruediger, ma sul suo contenuto è stato imposto un rigido top secret. Spetta ai familiari, avevano prudentemente dichiarato in mattinata i militari inglesi, la scelta di rivelare o meno le ultime parole del loro congiunto. Wolf Hess ha preferito non renderle pubbliche, è una cosa del tutto privata, limitandosi a dire che il messaggio era breve. Annunciando i risultati dell' autopsia le autorità militari hanno rivelato che la lettera mostra chiaramente che Hess aveva previsto di suicidarsi, aggiungendo però che continueranno le ricerche per determinare le circostanze precise della morte. Perchè tanta prudenza? Per Wolf Hess e per l' avvocato dell' ex gerarca nazista Alfred Siedl, ex ministro degli Interni della Baviera, la risposta è semplice: Hess non sarebbe un suicida. Non posso credere che mio padre si sia ucciso ha detto Wolf Hess al quotidiano Bild Zeitung che si è assicurato l' esclusiva delle sue dichiarazioni non è possibile che sia crollato dopo tutto questo tempo. Negli ultimi mesi, ha riconosciuto il figlio dell' ex gerarca, Hess soffriva particolarmente di crisi e appariva in stato confusionale, ma l' ultima volta che lo vide il 31 maggio scorso gli era apparso in buone condizioni e aveva espresso il desiderio di poter conoscere i suoi nipotini. Dobbiamo supporre ha aggiunto il figlio che mio padre con l' aiuto delle cure alle quali era stato sottoposto sia stato messo in condizione di non sapere più cosa stesse facendo. Non avrò pace fino a quando non saprò cosa è veramente successo a mio padre, le autorità militari debbono mettere le carte in tavola. Ancora più esplicito l' avvocato Siedl: E' impossibile che si sia suicidato in quel modo, il cavo elettrico con cui si sarebbe strangolato non è stato trovato attaccato da nessuna parte e non posso credere che un uomo di novantatré anni, e per giunta malato, abbia scelto quel modo per uccidersi, si sarebbe tagliato le vene dei polsi. Il legale di Hess ha aggiunto che se il suo cliente avesse avuto intenzione di togliersi la vita mi avrebbe informato, ed ha lasciato chiaramente intendere che il suo cliente potrebbe essere stato assassinato nel piccolo padiglione del giardino del carcere. Una stretta sorveglianza Il carcere di Spandau era sottoposto alla vigilanza degli americani, loro sono i responsabili. Non sono solo le persone più legate al delfino di Hitler a nutrire forti dubbi su come si siano svolti effettivamente i fatti. Perplesso è anche Eugene Bird, l' americano che diresse il carcere di Spandau fino al 1971 e che dalle conversazioni fatte con Hess ha ricavato un libro: E' proprio uno strano suicidio, almeno fino a quando sono stato il direttore del carcere la sorveglianza era così stretta che il detenuto non avrebbe mai potuto tentare di uccidersi. Dove è morto Hess, a Spandau o nell' ospedale britannico? Qualcuno lo ha aiutato a suicidarsi? Perchè aveva in tasca una lettera in cui annunciava di volersi uccidere con il rischio di essere scoperto? E' vero, come sostengono gli inglesi, che l' ex gerarca il giorno che è morto era sorvegliato da un impiegato civile e non da un militare? Fino a quando non verrà data risposta a queste domande i sospetti che la vicenda non sia andata esattamente come viene raccontata nei comunicati ufficiali rimarranno. Mentre gli interrogativi sulla morte del detenuto numero sette crescono, in Germania federale si teme che la pubblicità che sta accompagnando il caso possa tramutare la figura di Hess in un martire. Il giornale Express titola: Non facciamo di Rudolf Hess l' Andreas Baader (il leader della Raf, ndr) dei terroristi di destra, mentre il capo della sicurezza territoriale del Land di Amburgo, Christian Lochte, ha dichiarato alla televisione di temere attentati contro le installazioni militari della Nato. Il sindaco di Wunsiedel, il paese della Baviera dove verrà sepolto Hess, si è detto preoccupato che il piccolo centro possa divenire un punto di raccolta dei nostalgici neonazisti ed ha invitato la polizia a rafforzare i controlli in vista dei funerali di Hess, che dovrebbero svolgersi sabato prossimo. Oggi la salma dell' ex gerarca sarà consegnata ai familiari A Spandau intanto gli alleati hanno cominciato a portare via tutte le carte e i documenti del detenuto, in vista della smantellazione della fortezza prussiana che dovrebbe cominciare lunedì prossimo per evitare che divenga un luogo di esaltazione dell' era nazista.

Da Repubblica 1987  08 20