sabato 24 marzo 2018

Iside resuscitata. Note sull’immaginario isiaco fra Medioevo e Rinascimento


   Signora assoluta del Mediterraneo negli ultimi secoli del mondo antico Iside aveva visto il suo culto estendersi dalle foreste della Britannia come ai deserti africani, dalle spiagge atlantiche della Lusitania alle steppe dei sarmati. Poi il tracollo dell’oikuomene greco-romana aveva travolto anche la grande Madre, temporaneamente sepolta dal montare del cristianesimo e dalle orde germaniche che insieme si contendevano le ultime macerie della civiltà classica.
   Neppure quei secoli oscuri riuscivano però a travolgere totalmente la gloria di Iside. Se il suo nome e il suo culto giacevano dimenticati le sue immagini si trovavano un nuovo spazio nelle Chiese della nuova fede vincitrice ela Deariceveva le preghiere di tanti devoti convinti di venerare in quell’immagine maternala Mariadel Vangeli. Così nella chiesa di Sant’Orsola a Colonia edificata alla fine dell’XI secolo in cui la statua della Dea era al centro della navata centrale; in quella pisana di San Felice (XI secolo) in cui sono riutilizzati capitelli del III d.C. con immagini Arpocrate, Serapide, Iside e Cerere; ad Hissoire dove viene riutilizzato un ciclo di capitelli illustranti i cicli naturali legati alla vicenda di Horus-Osiride o i rilievi isiaci dell’Ottagono di Montmorillon dovela Deaè rappresentata in atto di allattare dei serpenti.
   I primi sentori di una nuova era quanto il medioevo comincia a declinare nell’Umanesimo e in quello che sarà il Rinascimento si accompagnano all’immediata rinascita degli interessi isiaci. Il primo segno dei nuovi tempi è la narrazione del mito di Iside-Io nel “De claris mulieribus” di Boccaccio accompagnato da miniature in cui la Dea appare come un’aristocratica del tempo (Parigi, Bibliothéque Nationale, ms. fr. 598) cui seguirà il racconto nella “Cité du dame” di Christine de Pisan. Il testo della scrittrice italo-francese – e le miniature che l’accompagnano – mostrano un particolare interesse per la riflessione filosofica che le accompagna: Iside viene raffigurata intenta ad innestare erbe e piante – allegoria dell’Immacolata Concezione – mentre sullo sfondo pendono due impiccati che evocano il ruolo della Dea come datrice di leggi (Parigi, Bibliothéque Nationale, ms. fr. 606).
   I primi zefiri di un tempo nuovo che sembrano spirare dalle opere di Boccaccio e della Pisan fioriscono pienamente con la grande stagione dell’Umanesimo fiorentino. La traduzione latina del “Pimandro” e i “Tredici opuscoli ermetici” da parte di Marsilio Ficino (1463) e il definitivo sdoganamento del “De Iside et Osiride” di Plutarco – conosciuto fin dal XIII secolo ma sistematicamente confinato dalla cultura cristiana per l’esplicita condanna dell’evemerismo – segnano un punto di svolta nel campo della riscoperta delle religioni antiche e soprattutto sanciscono la definitiva resurrezione di Iside dall’oblio in cui era caduta nel medioevo. Nell’ambiente platonizzante della Firenze laurenziana l’interesse per le fonti tardo antiche come Giamblico, Plotino e Porfirio nonché per testi esoterici come gli “Oracoli Caldaici” e l’opera di Michele Psello crea un ambiente particolarmente propizio per la speculazione filosofica e per la creazione letteraria sul tema come attestano precocemente le “Miscellanee” di Agnolo Poliziano in cui un capitolo è dedicato ad Arpocrate. L’opera polizianea rimanda ai misteri del mondo egizio e ai significati simboli di Arpocrate come Dio del silenzio. Fonte principale di Poliziano è il trattato di Plutarco segno evidente della cesura fra medioevo e rinascimento.
  Il segno più evidente della resurrezione isiaca nel XV secolo compare quasi per nemesi storica nelle stesse stanze vaticane. Tra il 1492 e il 1494 il pontefice Alessandro VI – al secolo Rodrigo Borja – fa decorare gli appartamenti privati nel palazzo vaticano con una delle più affascinanti e complesse rappresentazioni isiache di epoca post-classica. Il ciclo progettato da Annio da Viterbo e realizzato dal Pinturicchio presenta una complessa rappresentazione delle diverse fasi del mito isiaco finalizzate al trionfo del toro Api, identificato con quello araldico dei Borgia. Il ciclo isiaco va inoltre visto all’interno di un più complesso sistema decorativo caratterizzato da un lato da insoliti sincretismi religiosi di pretta matrice umanistica – Iside si metamorfosa non solo nella Vergine Maria ma nella casta Susanna, nell’ingiustamente perseguitata Santa Barbara, nella colta Santa Caterina – dall’altro all’esaltazione del Papa/figlio del Sole e della famiglia Borgia. Fonte principale del ciclo è Plutarco mentre i richiami visivi sono all’antichità romana e l’unico riferimento all’Egitto è la tomba di Osiride raffigurata come una piramide intarsiata di gemme.
     Un ruolo importante in questa fioritura isiaca nella Roma del tempo va sicuramente attribuito al’umanista Pomponio Leto, autori di ponderosi studi esegetici su Varrone in cui si evidenziava – fin dal 1480 – l’aspetto cosmico degli Dei egizi e dei misteri di Arpocrate. Durante il pontificato di Alessandro VI i Borgia furono in stretto contatto con l’accademia pomponiana – da essa provenivano alcuni maestri di Cesare – e quindi non stupisce la condivisione dei simbolismi orientaleggianti proposti dal Leto.  Sempre nell’ambito dell’accademia pomponiana matura la riflessione del già citato Annio da Viterbo il quale collocando l’età dell’oro al tempo di Noè-Giano ribaltando l’egemonia grecizzante a favore di una supposta superiorità orientale in cui Alessandro VI poneva il suo sogno di unire la stirpe solare dei Borgia con Iside ed Osiride attraverso Api, identificato con il toro passante del blasone familiare.  
  Se le decorazioni dell’appartamento Borgia rappresentano un unicum per ricchezza e complessità sono numerose le testimonianze di un interesse per i misteri isiaci nella curia romana a cavallo fra XV e XVI secolo. Tanto Ranuccio quanto Alessandro Farnese (il futuro Papa Paolo III) vantano discendenze osiriache mentre i Colonna rimandano la loro origine a Libio, un Ercole egittizzato, come esplicitamente palesato nel frontespizio della Bibbia del cardinal Pompeo attribuita a Giulio Clovio (1512) Lo stesso codice presenta anche altre particolarità come l’inserimento della figura di Iside nell’episodio della natività del Battista.
  E’ ovviamente impossibile riassumere in questo limitato spazio le molteplici attestazioni relative ai miti isiaci in tutta la cultura del tardo umanesimo tanto sul versante filologico tanto su quello filosofico ed esoterico. Vale però la pena rammentare almeno l’ultimo frutto di questa produzione, il trattato “Hieroglyphica” di Gian Pietro della Fossa edito a Basilea nel 1567. L’opera derivata dall’omonimo testo di Orapollo è un tentativo di trattazione enciclopedica dei geroglifici egiziani e dei loro significati magici. In quest’ottica Iside viene letta come simbolo dell’astro lunare ma anche come principio ad un tempo della forma e della sua contrarietas e che porterà in breve a leggere la figura di Iside come geroglifico dell’Universo (Fludd 1617, Kircher 1645). E propria in questa forma simbolica l’antica madre egiziana risorta con l’Umanesimo passerò indenne alle nuove ombre che la Controriforma allungava sull’Europa (in tal senso è ancora citata da Giordano Bruno nel III dialogo dello “Spaccio della bestia trionfante”) pronta a tornare a sfolgorare in tutto il suo splendore quando i nuovi lumi del XVIII secolo cominceranno a splendere sull’Europa.

fra sacro e profano

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I genitali di Rasputin conservati all’interno di una teca presso il Museo erotico di San Pietroburgo, e il monaco che ci benedice 

Non si può negare che fosse un personaggio singolare Grigorij Efimovič Rasputin, l’equivoco mistico e santone russo di umilissime origini che riuscì ad entrare nel sontuoso palazzo imperiale dalla porta principale e che finì, suo malgrado, per dare lo scossone definitivo al potere zarista, ma che fosse dotato anche di genitali “straordinari” è un’informazione che ho raccolto solo adesso, mentre cercavo notizie sul suo conto.
Eppure è così: Rasputin, che in effetti era un “omone”, aveva un pene enorme di cui andava molto fiero, al punto che non era raro sentirlo tesserne le lodi dopo aver bevuto qualche bicchierino di troppo in uno dei ristoranti cittadini.
Sembra che il membro di Rasputin, lungo ben 33 centimetri, non facesse che aggiungere un ulteriore motivo di fascino presso le signore dell’epoca, già soggiogate dalla personalità misteriosa ed indefinibile del monaco.
I curiosi che desiderassero constatare di persona l’unicità dell’incomparabile “reperto”, non devono far altro che recarsi in visita al Museo erotico di San Pietroburgo, dove esso è a tutt’oggi conservato e visibile al pubblico (Foto da: emadion.it).

giovedì 22 marzo 2018

Le Pasque Piemontesi, il massacro dimenticato


Il 25 gennaio del 1655, Andrea Gastaldo, dottore in giurisprudenza, con la piena approvazione del duca di Savoia, emana il seguente ordine: "Che ogni capofamiglia, insieme ai membri di quella famiglia, appartenente alla religione riformata, di qualsiasi rango, grado o condizione, nessuno escluso, abitante e con proprietà a Lucerna, San Giovanni, Bibiana, Campiglione, San Secondo, Lucernetta, La Torre, Fenile e Bricherassio, abbandoni nel giro di tre giorni dalla data della pubblicazione, suddetti posti… ciò deve essere fatto pena la morte e la confisca di case e di beni, a meno che entro il limite di tempo prescritto si converta alla religione cattolica romana".  
Siamo nelle valli Valdesi del Piemonte. 
Valdesi?
Il fondatore del movimento valdese fu un mercante di Lione, Pietro Valdo, che tra il 1173 ed il 1175, dopo aver concesso tutti i beni di sua proprietà ai poveri, si dedicò ad una vita votata alla povertà ed alla predicazione itinerante.
Pochi anni dopo Pietro Valdo fu accusato d’eresia e dovette vivere, con il seguito, in clandestinità. I pochi che rimasero sul suolo italiano si ritirarono nelle valli alpine.
L’accusa?
I Valdesi volevano sovvertire la tradizione cristiana, secondo l’idea di santa romana chiesa, poiché rinnegavano la fede per abbracciarne un’altra alle cui fondamenta vi era un patto con il diavolo.
In Italia i Valdesi si riparano nelle valli alpine del Piemonte, ed in questi luoghi avviene la tragedia del 1655.
L’editto del gennaio 1655 prevedeva che i Valdesi abbandonassero i luoghi citati per ritirarsi nei territori a monte, nei borghi di Angrogna, Bobbio Pellice, Villar Pellice e Rorà.
Nei giorni seguenti furono intavolate delle trattative, che portarono all’esilio dei soli capifamiglia, che si radunarono nella località di Angrogna. Le trattative continuarono sino ad aprile, quando il marchese di Pianezza, incaricato di affrontare i Valdesi, non si fece trovare nel luogo stabilito.
Il 16 aprile del 1655 il marchese lasciò la valle per ricongiungersi con il suo esercito, che marciava verso le valli Valdesi.
Inizia la persecuzione sistematica condotta da cattolici e soldati.
Un testimone afferma: "la moltitudine armata si gettò sui valdesi nella maniera più furiosa. Non si vedeva altro che il volto dell’orrore e della disperazione. I pavimenti delle case erano macchiati di sangue, le strade erano disseminate di cadaveri, si udivano gemiti e grida da ogni parte…. In un villaggio torturano crudelmente 150 donne e bambini, dopo che gli uomini erano fuggiti. Decapitarono le donne e fecero schizzar fuori i cervelli ai bambini. Nelle città di Villaro e Bobio, la maggior parte di quelli che si rifiutarono di andare a messa e che avevano più di 15 anni, fu crocifissa a capo all’ingiù, e quasi tutti quelli che erano di età inferiore furono strangolati. "
All'orrore non vi è mai fine.
"Uomini scannati posti al ludibrio dei viandanti, pargoli strappati al seno materno e sfracellati contro le rocce. Fanciulle e donne vituperate, impalate lungo le vie."
Una nuova strage degli innocenti!
Bimbi di pochi mesi strappati alle madri e lanciati, con forza, contro le rocce affinché morissero nel momento in cui le madri subivano violenza barbarica.
Tutto questo in nome della Religione.
Avete letto bene, in nome della Religione!
Il triste resoconto del comportamento dei controriformati non si conclude nelle righe precedenti.
I miliziani, al soldo dei Savoia, provocarono mutilazioni di ogni genere prima di procedere con il colpo di grazia, anche se, molto spesso, non era necessario secondo il loro modo di agire.
Preferivano lasciare che la vittima morisse, lentamente, di fame o dissanguata.
Una delle torture preferite consisteva nel mettere dei sacchetti di polvere da sparo in bocca alle vittime e, poi, dar loro fuoco.
Tra le più atroci torture perpetrate, in quest’angolo di Piemonte, vi era quella di traforare i calcagni dei malcapitati ed, attraverso le ferite, far passare delle corde che servivano al trascinamento della vittima per le vie del paese.
Ho parlato del comportamento dei soldati, ma i preti cattolici?
Parteciparono attivamente oppure cercarono di fermare il massacro?
Utilizzo il caso di Cipriano Bastia per spiegare il comportamento ecclesiastico.
Cipriano Bastia, a cui era stato ordinato di rinnegare la religione valdese e di accettare quella papale, rispose:
"Piuttosto rinuncerei alla mia stessa vita o vorrei essere trasformato in cane!"
Un prete che assisteva la scena aggiunse:
"Per ciò che hai detto rinuncerai proprio alla vita e sarai dato in pasto ai cani!"
Bastia fu gettato in prigione per alcuni giorni sino a quando, ormai sfinito dal digiuno, venne trasportato in strada e dato in pasto ai cani randagi.
Le atrocità maggiori furono perpetrate ai danni dei piccoli.
I bambini erano fatti a pezzi, decapitati o uccisi, in vari modi, davanti agli occhi dei genitori.
Una di queste madri, Maria Pelanchion, fu denudata ed appesa, a testa in giù, ad un ponte per essere bersaglio degli spari dei soldati.
I Valdesi si armarono ed iniziarono a contrattaccare le forze cattoliche. A San Secondo di Pinerolo toccò ai piemontesi subire una disfatta. Le relazioni parlano di oltre 1000 morti tra i soldati al comando del marchese di Pianezza.
Nel frattempo alcuni Valdesi, fuggitivi, si erano recati a Parigi per far conoscere al mondo la disgrazia in corso nelle valli piemontesi. Successivamente cercarono di scuotere gli animi dei Paesi Bassi e dell’Inghilterra. La reazione della duchessa di Savoia non si fece attendere. Chiese al cardinal Mazarino di impedire l’accesso, dei profughi valdesi, in Francia. Il cardinale oppose un secco rifiuto, garantendo alla duchessa che i sudditi francesi non lasceranno la nazione per aiutare i “ribelli”.
Le notizie circolarono velocemente sul suolo europeo. I Re di Svezia e Danimarca e le città di Berna e Ginevra manifestarono appoggio al popolo valdese.
Viste le richieste degli ambasciatori, di molti paesi europei, la duchessa di Savoia si dichiarò stupita che le corti dei principali paesi potessero ascoltare tali smoderate dichiarazioni circa le stragi e le torture subite dai ribelli.
Dichiarò che non si erano consumate atrocità, ma solo punizioni moderate verso i sudditi ribelli.
Tra una trattativa ed una strage si giunge al 18 agosto del 1655.
A Pinerolo furono firmate le Patenti di Grazie che garantivano il perdono, da parte dei Savoia, ai Valdesi per la ribellione e ripristinavano le libertà civili e religiose.
Le patenti di grazia non risolsero integralmente la questione valdese.
I ribelli cercarono vendetta per le torture e le stragi degli innocenti, ma i risultati furono scarsi.
Nel 1664 il duca di Savoia firmò le nuove patenti che sarebbero rimaste in vigore sino al 1685, anno delle nuove persecuzioni.
Questa è un’altra storia….

Fabio Casalini

Bibliografia
Storia della tortura. George Riley Scott. Mondadori 1999

Il libro nero dell’inquisizione. Natale Benazzi e Matteo D’Amico. Piemme 1998

The history of the evangelical churches of the valleys of Piedmont. Samuel Morland. 1658

Antistoria degli italiani. Giordano Bruno Guerri. Mondadori 1997

The Israel of the Alps. Alexis Muston. 1866

Annotazioni
Il termine Pasque piemontesi è riferibile al fatto che i massacri avvennero a partire dal 25 aprile 1655. La Pasqua quell'anno cadeva il 14 aprile. I primi resoconti furono redatti da Samuel Morland, in bibliografia, che utilizzò la datazione del calendario giuliano, ancora in vigore, all'epoca dei fatti, presso i paesi protestanti. Nel XIX secolo, per mano di Alexis Muston, in bibliografia, si iniziò a parlare di Pasque Piemontesi in riferimento al periodo nel quale avvennero le torture e le stragi degli innocenti.


FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

La magia del tesoro che ha accompagnato Childerico

L'oro di Childerico: origini e peripezie di un tesoro barbarico

Tesoro di Childerico (Parigi, Cabinet des Médailles - 2nda metà del V sec. d.C)
482 d.C.
I guerrieri ammutoliscono di fronte alla salma del loro sovrano, bardata per il suo ultimo viaggio.Childerico, primo re merovingio: capostipite di una potente dinastia barbarica.
Barba rossa, elmo calcato sulla fronte; tra muscoli e armi, la stazza é notevole. Nell'atto della sepolturaClodoveo lo osserva: suo padre fu il solo guerriero che, combattendo e regnando per 25 anni ininterrotti, seppe coalizzare un insieme di tribù bellicose di ceppo germanico sotto il suo comando. La sua capitale fu stabilita a Tournacum, l'antica città belga di Tournai.
Il principe ereditario osserva la tomba: è colma di tesori inestimabili, senza precedenti in quanto a ricchezza e qualità. Fibbie da cintura, da stivale e un borsello da cavaliere contenente centinaia di monete d'oro e d'argento: il conio più recente porta impresso il ritratto dell'imperatore bizantino Zenone; vi é anche uno strano motivo a testa taurina, sempre d'oro, con un disco solare sulla fronte, una sfera di cristallo e un anello-sigillo.
2) Mappa del regno dei Franchi e parte assegnata dall'impero a re Childerico 
Vicino al corpo del re giacciono un'ascia da lancio, una lancia e un bracciale in oro massiccio a forma di torque, emblema di virilità; una spada lunga a due lame e una scramasax, ossia un coltellaccio a lama singola. La presenza d'armi, nella tomba, é emblema di rango; il fasto degli ori e dei granati rossi in castone, bicromia riservata ai più grandi capitribù ispirati dagli usi e costumi delle steppe. 
Perfino le armi sono rivestite d'oro e gemme.
Questo gusto decorativo ha lontane origini orientali; l'oro, invece, è stato ricevuto in dono dai romani e ri-fuso da ignote fornaci.
Al soldo dell'imperatore d'Oriente re Childerico ha sbaragliato i Visigoti, i Sassoni e gli Alamanni lungo la Loira, mettendo fine al rischio di un'invasione; insieme agli ori, il sovrano ha ricevuto in dono quelle stesse terre in cui ha seminato i corpi dei suoi consanguinei, col titolo insigne di "foederatus": alleato militare dell'impero romano, in cambio d'oro, cavalli e terreni.
3) Tesoro di Childerico (Parigi, Cabinet des Médailles - 2nda metà del V sec. d.C)
Il figlio Clodoveo presiede al sacrificio dei suoi cavalli, altrettanto riccamente bardati. Sangue equino bagna il terreno del sacrificio. I finimenti equestri e le briglie dei destrieri sono decorati secondo il medesimo gusto del tesoro regio
4) Elementi decorativi visigoti di sella con terminazioni a forma di teste equine
Clodoveo si inginocchia ai piedi del tumulo.
“Padre, i tuoi guerrieri più fedeli ti aspettano. Posso già vederti galoppare ne Valhalla, tra i grandi eroi del passato"."
Clodoveo Non lo vedrà mai più; ha deciso di trasferire la capitale del regno a Parigi. Presto si cristianizzerà, eppure dichiarerà guerra feroce all’impero che suo padre difese. La collocazione della tomba paterna va dimenticata; gli spalatori sono sgozzati, affinché nessuno profani il tesoro regale.
5) Tesoro di Childerico (Parigi, Cabinet des Médailles - 2nda metà del V sec. d.C)
1655
Mille e cento anni dopo, nel corso di un lavoro di sterramento presso la chiesa di saint Brice a Tournai, la zappa di un operaio sordomuto solleva d'improvviso insieme alla terra una manciata di monete d'oro; la convocazione del capocantiere mette in moto una serie di accertamenti su un ritrovamento che ha dell'eccezionale. In particolare, il proverbiale indizio che permette di identificare nella tomba il sepolcro regio di Childerico é proprio l'anello: un ritratto firmato, d'età barbarica. Sulla cima del castone é stampigliato il busto stilizzato di un uomo dai lunghi capelli, con indosso un "paludamentum": un mantello drappeggiato, fissato a una spalla, tipico dei condottieri e degli imperatori romani e una lancia stretta nella mano destra. Attorno alla testa, l'iscrizione "CHILDERICI REGIS" (di re Childerico).
6) Fibule a cipolla e anelli-sigillo, doni dell'impero romano ai suoi "foederati) (Bucarest, Parigi. Regio Emilia, Torino)
Scavi più approfonditi portano al dissotterramento di  300 e più spille d'oro a forma d'ape con ali in granato rosso, forse foggiate a ornamento del manto cerimoniale di Childerico.
Al momento della scoperta, il Belgio é ancora parte delle Fiandre spagnole, governate dall'arciduca Leopoldo Guglielmo d'Austria; questi ha la brillante e previdente idea di commissionare al suo medico di corte la riproduzione a incisione di tutti i pezzi del tesoro: i disegni di Chifflet rappresentano la prima pubblicazione archeologico-scientifica della storia.
7) I disegni seicenteschi del medico Chifflet
 Da quel momento, il più importante tesoro barbarico della storia d'Europa inizia a passare di mano in mano: l'arciduca decide di portarlo  con sé a Vienna per lasciarlo in eredità a suo nipote,  l'imperatore asburgico Leopoldo I. Nel 1665 Leopoldo, a sua volta, lo dona in segno di gratitudine a Luigi XIV di Francia per il suo aiuto militare in Ungheria contro l'impero ottomano. Il Re Sole, per nulla interessato ai gioielli di Childerico, li fa depositare al Cabinet des Médailles del Louvre e si scorda della loro esistenza.
8) modello delle fibbie a cicala della tomba di re Childerico, nuovo simbolo regale sul mantello di Napoleone imperatore
18 maggio 1804
Ormai console a vita, Napoleone è proclamato sovrano assoluto di Francia nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi. La cerimonia d’incoronazione è annunciata dalla benedizione delle insegne imperiali da parte di papa Pio VII. Il manto da parata del sovrano assoluto è intessuto di trecento e più insetti alati a immagine e somiglianza del corredo di Childerico.
Le api dorate, antica consuetudine  del corredo unno assimilato dai clan germanici, a distanza di  1322 anni è divenuto l'emblema di una nuova dinastia francese: ovviando all'odiato ricordo dei e dei fiori di giglio dei Borboni, da poco ghigliottinati, Napoleone ha furbescamente riesumato l'iconografia attribuibile al più antico monarca nazionale: per quanto a fini politici e dinastici, il  primo a interessarsi al tesoro è proprio il geniale stratega corso.
9) Scorcio parigino sulla Senna
5 novembre 1831.
E’ una gelida e nebbiosa notte parigina quando i ladri irrompono nel Cabinet des Médailles, trasferito nel frattempo della Biblioteca Nazionale di Francia, per sottrarvi più di 2000 oggetti d'oro, incluso il tesoro di Childerico, per un totale di 80 kg. Il fatto desta grandissimo scalpore, tanto che la polizia indaga per 8 mesi prima di identificare i colpevoli e quel che è rimasto del tesoro, grazie all'aiuto del leggendario Eugène-François Vidocq, capo della Sûreté: il primo detective in borghese della storia, che ha già risolto numerosi altri casi, riscuoterà anche un certo successo letterario come ispiratore di Victor Hugo per l’invenzione dell'ispettore Javert di “Les Miserables”  ed Edgar Allen Poe per il personaggio di Auguste Dupin in “The Murders in the Rue Morgue”, prima storia di detective.
10) Visione notturna di città ottocentesca (York, Castle museum - Kirkgate)
Finalmente, otto mesi dopo il furto la polizia acciuffa la banda e ritrova 20 lingotti d'oro nel loro nascondiglio. Sotto interrogatorio, i ladri ammettono di aver fuso in quei lingotti gli oggetti d'oro puro, mentre quelli intarsiati di gemme, più difficoltosi da fondere, sono stati gettati in sacchi di pelle nelle acque della Senna, in attesa di decisioni.
Tra i boulevard e le brumose banlieu parigine inizia una caccia all'antico tesoro. 
Dopo aver setacciato la Senna, infine la polizia ritrova 8 sacche contenenti circa 1500 pezzi dei 2000 rubati. Nel 1833 i tre ladri sono processati:  il primo è condannato a 40 anni di prigione, il secondo a 20, il terzo a 10. Una pena esemplare, di quelle che nel caso della tutela dei Beni Culturali sarebbe forse auspicabile riesumare.
Ciononostante, il tesoro di Childerico risulta quasi interamente devastato...perlomeno, tra tanti donativi perduti, i pezzi più tipicamente "barbarici" sono sopravvissuti. la domanda sorge spontanea: in questo caso, come in tanti altri, chi furono i veri barbari?
2015
Gli studi dell’archeologo Dieter Quast portano a nuovi sviluppi circa il mistero della tomba di re Childerico, o di ciò che ne è rimasto. Ricordiamo che il sovrano indossava una "fibula", ossia una fibbia da spalla a forma di cipolla, che insieme all’anello-sigillo provvisto di ritratto con “paludamentum” e all’iscrizione “Childerici regis”  dimostra che il re dei Franchi e fondatore della dinastia merovingia aveva ottenuto le tipiche insegne dell’autorità che l’impero d’Oriente era solito produrre e donare ai suoi federati barbarici, in cambio del sostegno militare. La fibbia da cintura "reniforme" (a forma di rene) di Tournai, magistralmente realizzata con ripartizione in cellette triangolari dalle pareti ondulate e bordi perlinati a "cabochon" (pietre sporgenti dal loro castone), appartiene a un piccolo gruppo che trova il suo miglior confronto nei tesori funerari provenienti dalle tre tombe rumene di Apahida. Circa la guardia della spada, il puntale del fodero e il fodero di sax, in tutti i pezzi ricorre il motivo decorativo a granati tagliati a “S” e a scacchiera, accomodati su foglia d’oro su resti di gesso. La realizzazione dei pezzi mostra una tecnica il montaggio talmente complessa da avere precedenti noti soltanto ad Apahida: la guaina d’oro e la rivettatura di raccordo, due piastre d’oro identiche e traforate a quadretti, appositamente perforate da fori circolari colmati con depositi di gesso sono state sovrapposte e saldate tra loro ad assicurare elementi in granato, vetro, cristallo di rocca e ambra.
11) Il complicato processo di montaggio del fodero della "sax" di Childrico
Con un immagine mostriamo la struttura in scala del fodero, complessivamente composto da circa 440 gemme emisferiche sui bordi e 720 piastrine di granati. La guaina perduta, originariamente in legno o pelle, era rivestita da 51 guarnizioni in oro e granati.  

Il prodotto finale, contraddistinto da un’abilità artigianale unica, fu realizzato da un laboratorio comportante la compresenza di intagliatori e orafi che dovettero lavorare a stretto contatto tra loro: proprio come ad Apahida, anche qui sopravvivono elementi ereditati dai popoli delle steppe, come le guarnizioni e le briglie e un paio di ornamenti a testa di cavallo. La fitta trama a ragnatela di granati rossi e vetri geometrici dai motivi ondulati, ad S e a quadrifogli incasellati entro cellette d’oro, riveste tutti gli oggetti; la frequenza delle teste d’aquila sul puntale di spada e sull’impugnatura, di api e fibbie a racchetta,  a scarpa e reniformi risolve un motivo che si è sviluppato per oltre un secolo, fra Tardoantico e alto Medioevo nella terra degli Unni.
Al fine di creare tali manufatti compositi, costituiti da più lamine d'oro e gioielli incastonati, fu utilizzato un collante di gesso a base di "sepiolite" (fillosilicato idrato di magnesio) proveniente dal mar Nero): forse che il tesoro del re non fosse stato prodotto da barbari, ma da un'officina di provenienza “pontico-danubiana” e comunque d'ambito culturale bizantino, forse su ordinazione e in base ai gusti tradizionali dell’alta aristocrazia germanico-orientale? Io penso che sia così.  Nuove indagini diagnostiche condotte al momento dagli archeologi Marco Aimone, Patrick Perin e Thomas Caligaro sul tesoro di Chlderico a Tournai daranno esiti decisivi al fine di gettar luce sulla reale provenienza delle officine che produssero, con tali esiti eccelsi, un tesoro barbarico che si avvicina molto all'immaginario prototipo, sognato nelle leggende e nelle saghe medievali d'ambito germanico: il tesoro dei Nibelunghi.

Marco Corrias (alias Marc Pevèn)
Foto: 1,3,4,5,8, 11: Materiale di studio, laboratori RGZM / 2: wikipedia / 6-9-11: Marco Corrias

Bibliografia
Heather - Fall of the Roman Empire
M.Kazanski, F. Vallet, Patrick Périn, L’Or des princes barbares. Du Caucase à la Gaule, Ve siècle après J.-C., 2001.
M. Kazanski, L’epoque hunnique au nord de la mer Noire, in le Nord de la mer Noir eau Bas-Empire et à l’époque des grandes Migrations, 2006.
D. Quast (a cura di), Weibliche Eliten in der Frűgeschicht, Female elites in protostoric Europe, in Internationale Tagung vom 13. Bis zum 14. Juni 200 im RGZM im Rahmen des Forschungsschwerpunktes Eliten, 2011.
D. Quast, Das Grab des Frankenkönigs Childerich, 2015

mercoledì 21 marzo 2018

"Ridurre le pensioni, la Fornero non basta"

"Ridurre le pensioni, la Fornero non basta" - IlGiornale.it

Risultati immagini per INPS AL FALLIMENTO

Altro che abolizione della riforma Fornero. Il sistema previdenziale italiano necessita di ulteriori miglioramenti per garantirgli una sostenibilità di lungo termine. È quanto sostiene il Fondo monetario internazionale in un working paper (un'analisi che contiene proposte di lavoro) intitolato «Italia: verso una riforma fiscale improntata alla crescita». Come si evince dal titolo, l'oggetto della disamina è costituito dalle politiche di sviluppo, ma per gli economisti di Washington (il team che si occupa dell'Italia è guidato dall'ex commissario alla spending review Cottarelli) nessuna misura espansiva è possibile senza una riduzione della spesa per le pensioni