domenica 27 novembre 2016

Le stranezze della storia

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Fidel Castro declaró tres días de luto oficial en Cuba por la muerte Franco

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Il santuario di Montegrotto Terme e l'oracolo di Gerione

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...........................................................Frequentatori illustri e l’oracolo di Apono.
Il culto delle acque di Apono, divinità tutelare delle fonti termali in età paleoveneta, si mantiene dunque durante il periodo romano. Gli antichi autori latini definivano prodigiose le acque termali euganee che, come scrive Claudiano, “senza danno fanno recuperare il perduto vigore e si placa per il sofferente, che ritorna alla salute, la malattia”. L’origine di tali proprietà terapeutiche veniva sempre attribuita alla presenza di Aponus, ma alle loro proprietà curative si aggiunse anche la loro facoltà oracolare. In epoca romana infatti il culto assume una connotazione oracolare che Svetonio, autore latino vissuto tra la fine del I sec. d.C. e l’inizio del II, associa alla mitica figura di Gerione (secondo la leggenda fu Ercole che, passando per la terra di Apono, fondò il culto di Gerione, misterioso dio, imprigionato nelle viscere della terra, che profetizzava il futuro attraverso un sacerdote o una sacerdotessa, custodi del tempio, capaci di interpretare le profezie del dio attraverso le acque termali): egli infatti ricorda che il giovane Tiberio, futuro imperatore, in viaggio verso l’Illirico per una spedizione militare, si era fermato vicino a Padova, nell’antica S. Pietro Montagnon, oggi Montegrotto, per consultare l’oracolo sulla buona riuscita della sua spedizione contro i Pannoni, condizione irrinunciabile per riuscire a diventare imperatore; invitato a lanciare i dadi d’oro nella fonte sacra ad Apono, il numero risultato fu la somma più alta. Quei dadi, ricorda Svetonio, erano ancora visibili al suo tempo sotto la superficie dell’acqua. Tiberio poi sconfisse i Pannoni e divenne Imperatore. E’ quindi evidente che nella zona termale in epoca romana esisteva almeno un santuario, il cui fulcro era la fonte sacra di Apono. Il principale doveva essere sul colle Montirone di Abano, i cui ritrovamenti archeologici mostrano un tempio dedicato al dio risalente ad almeno il I secolo DC. Anche lo stesso Claudiano, autore del IV sec. d.C., compose un intero poemetto dedicato ad Aponus e sugli ex-voto che venivano gettati dentro la fonte.
“…Il suolo molle ansima e racchiusa sotto la pomice ribollente l’onda scava vie screpolate. […] Nel mezzo come un mare che ribolle per largo tratto, si estende un lago azzurro, con grandissimo giro, che occupa un enorme spazio…”
Claudiano, Aponus, IV secolo d.C.
I Romani alle terme: cure, salute e moda.
A partire dal 49 a.C., data in cui Patavium e le terre vicine -Terme Euganee incluse- divennero municipium, si formò un ceto alto borghese di Patavini romanizzati, che ad imitazione degli alti ceti di Roma diede grande importanza alle terme favorendo l’istituzione di bagni pubblici e di stabilimenti termali. L’antico santuario lacustre di si trasformò in una ricca ed articolata località termale, dove ci si recava per rinvigorire il fisico e la mente.
Con la romanizzazione ecco che il potere benefico e curativo delle acque termali viene in qualche modo svincolato dalla sfera strettamente religiosa, pur mantenendone alcuni aspetti. Diventano una risorsa da sfruttare sia per il loro valore benefico e curativo, ma anche per il puro piacere e benessere psico-fisico. Il Bacino Euganeo si trasforma così in una rinomata stazione turistico-curativa. 2000 anni fa le zone termali situate lungo il fianco orientale dei Colli Euganei (ultimi rilievi di origine vulcanica prima della immensa piana che si estende verso est fino alla laguna veneta e al Mar Adriatico) si chiamavano “acque patavinae”, ovvero le “acque di Padova”. Fonti letterarie tramandano una vera e propria moda della borghesia romana, di trascorrere dei periodi in completo relax, i cosiddetti “otia baiana“, lontano dal peso delle attività quotidiane e  delle regole della vita civile: lusso, promiscuità e libertà dei costumi divengono in epoca imperiale romana uno stile di vita, il cosiddetto “mos baianum”, reso possibile dalla particolarità del luogo e dall’occasionalità della sua frequentazione.
Attorno alle vasche termali sorsero ampi viali, giardini, fontane, biblioteche, sale per conferenze ed esposizioni, teatri e belle ville patrizie, ampiamente documentate dai ritrovamenti archeologici. Anche numerose fonti letterarie antiche attestano la fama di cui godeva la fons Aponi (o aquae Aponiae) in età imperiale: la più importante finora nota è il poema Aponus composto dal poeta di origine alessandrina Claudio Claudiano dopo una visita compiuta tra il 396 ed il 399 d.C. Caduto l’impero romano anche Teodorico, re degli Ostrogoti, apprezzò le terme, come testimoniato dalla famosa lettera in cui proclama Abano “ornamento del mio regno, famoso in tutto il mondo”.
Anche a Montegrotto probabilmente avvenne la stessa cosa: sempre più numerosi giunsero i nuovi frequentatori, non più attratti dalla sola presenza del santuario di Apono, ma soprattutto dalla diversa organizzazione delle strutture, mirate proprio all’accoglienza e al benessere della clientela. Ogni fonte viene direttamente collegata ad una o più vasche mediante cunicoli e tubature, mentre intorno si aggregano strutture per l’accoglienza e il tempo libero, quale ad esempio un piccolo teatro.
L’area Euganea tra il I e II sec. d.C. diventa sempre più residenziale, un piccolo sobborgo di Patavium (Padova). La continuità insediativa in questo territorio, ancora oggi frequentata stazione termale, ha determinato in molti casi la perdita definitiva delle tracce del passato, che emergono in modo frammentario e occasionale in un tessuto urbanistico in continua espansione.
Dei fasti delle antiche Terme di epoca romana ci restano le fonti letterarie antiche e le testimonianze archeologiche, come i numerosi reperti conservati al Museo Nazionale Atestino di Este, ai Musei Civici Eremitani di Padova, e soprattutto nella vasta area archeologica situata nel centro di Montegrotto Terme dove si possono osservare gli impianti (fondamenta) di alcuni edifici risalenti al periodo giulio-claudio. A partire dal 1760 iniziarono gli scavi e in quell’anno è stata scoperta una statua in marmo raffigurante l’imperatore Adriano nelle vesti della divinità. Il reperto si trova oggi al Museo Archeologico di Venezia insieme a numerosi altri oggetti quali anfore, vasi fittili, anelli e statuine. Da allora e per tutto l’ottocento si sono susseguiti numerosi ritrovamenti, fino al 1931 quando sono apparsi quattro preziosi pavimenti lavorati a mosaico appartenenti ad una grande abitazione romana, forse lo stabilimento termale, del I sec. d.C.. Al sito archeologico di Montegrotto appartengono anche i resti del teatro romano e l’antico impianto termale che mostra un’interessante canalizzazione dell’acqua fatta affluire in enormi vasche (nell’area archeologica principale si conservano parzialmente in vista tre grandi vasche, una delle quali con pavimentazione marmorea, collegate tra loro mediante un complesso sistema di canalizzazioni e condotte per l’acqua termale su più livelli, un impianto per il sollevamento dell’acqua con ruota idraulica, resti di un acquedotto e strutture per l’accoglienza ed il relax dei frequentatori, quali portici, complessi di ambienti con funzione probabilmente di spogliatoi, aree di riposo e ninfei, ed un piccolo teatro forse coperto per spettacoli e concerti, e quindi spazi per ritemprare anche lo spirito nelle diverse esigenze: religiosa, culturale e ludica). Pur rappresentano solo una piccolissima parte della ricca località termale imperiale, sicuramente è una delle più rappresentative della X Regio Venetia et Istria.
La cura delle acque nei secoli della decadenza dopo la fine dell’Impero Romano.
Con la fine dell’Impero Romano, nonostante le difficoltà economiche ne avessero decretato la decadenza, l’insediamento termale non cessò di vivere, ma anzi restò popolare e frequentato non più per moda ma per la sua acqua, che con l’avvento del cristianesimo, continuava a riconoscere proprietà benefiche e curative. All’inizio del VI sec. d.C. Cassiodoro, segretario del re Teodorico, scriveva all’architetto padovano Aloisio per sollecitare il restauro delle strutture dell’area termale. Negli stessi anni anche il vescovo di Pavia Ennodio ricordava in una lettera ad un amico le buone cure prestategli presso i bagni di Apono.
Alla fine del VI secolo irruppero le orde longobarde di re Agilulfo, seminando rovina e distruzione, e anche le Terme Euganee, come le vicine Padova e Monselice, caddero nell’oblio per lunghi secoli (non vi sono notizie certe ma le invasioni barbariche cominciarono a partire dal 452 con gli Unni, che costrinsero gli abitanti della zona ad abbandonare le due cittadine poi definitivamente rase al suolo all’arrivo dei Longobardi). Segue una fase di silenzio nelle fonti ma la vita ben presto si riorganizza in una serie di villaggi: nei documenti medievali sono citati Abano, dal nome dell’antico dio delle acque, S.Pietro Montagnon, il luogo del santuario protostorico dei veneti e Mons Aegrotorum, cioè il “monte degli ammalati”, con un significativo richiamo ancora una volta alle proprietà curative e benefiche dell’acqua degli Euganei.
Bisognerà attendere addirittura l’avvento della dominazione veneziana perché i centri di cura vengano riattivati. Neppure durante la signoria dei Carraresi, infatti, tra il 1318 e il 1405, si riuscì a ripristinare le terme (nel 1314 durante i contrasti tra signoria Carrarese, Padovana, e Scaligera, Veronese, anche Abano e Montegrotto ne avevano fatto le spese sotto la furia di Cangrande della Scala). In quel tempo gli illuminati signori Da Carrara avviarono importanti studi sui fanghi continuati dalla scuola di Medicina dell’Università di Padova. Dal 1405 Abano e Montegrotto, come tutto il territorio padovano, passano alla Repubblica di Venezia. Saranno quattrocento anni di sonnolenta ‘Pax Venenezia’, nei quali la vita cittadina scorre tranquilla. Le ingenti opere di bonifica avviate dalla Serenissima iniziarono invece alla metà del Cinquecento con la costruzione di strade e canali e con la deviazione di fiumi. Rientrò nel programma della Serenissima anche il restauro e il ripristino delle stazioni termali e i nobili padovani e veneziani ne approfittarono per costruire le loro lussuose ville nei dintorni, riportando nuovamente in voga la moda dei bagni termali.
Con la caduta di Venezia nel 1797 anche Abano e Montegrotto Terme caddero sotto il dominio francese, assoggettate allo straniero fino al 1866 anno in cui tutto il Veneto, causa il plebiscito, venne annesso al Regno d’Italia. Da allora la fama e il prestigio delle due stazioni di cura termale sono cresciute ininterrottamente.................................................................
Da: https://www.visitabanomontegrotto.com/terme/trattamenti-termali/storia-abano-montegrotto-terme/

Il santuario di Lagole fra le sacre sorgenti venerate dai paleoveneti

Anche il Cadore ricorda l'anno internazionale dell'acqua
A Làgole le qualità delle sorgenti esaltate dai paleoveneti
nell'antichità (luogo di culto) e da tutti ai giorni nostri...
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di Rina Barnabò
Articolo tratto dal mensile Il Cadore pubblicato nel mese di luglio 2003
L'acqua è alla base di moltissimi miti e credenze, per questo motivo alle sue personificazioni, cioè alle entità che la rappresentavano, gli antichi si rivolgevano spesso per ottenere la grazia della guarigione. Nelle sorgenti fatte oggetto di culto erano adorate le divinità in quanto personificazione degli effetti benefici desiderati. Solo dove l'acqua sgorga ed è più pura, la divinità si manifesta ed elegge il luogo a propria dimora. Gli antichi abitanti del Cadore scelsero Làgole come sede di un santuario, la cui esistenza è confermata dai numerosi ex voto rinvenuti. Làgole era un luogo di culto paleoveneto molto importante, ma il problema dell'identificazione della divinità adorata è tuttora irrisolto. A partire dal IV secolo a.C. attorno alla sorgente di Làgole incominciarono a riunirsi periodicamente gli abitanti dei villaggi vicini; in una iscrizione lagoliana compare la parola venetica "Teuta" che significa comunità e questo conferma il carattere "federale" del santuario. Dalle iscrizioni riportate sugli ex voto si desume che la divinità adorata fosse chiamata Trumusjate o Tribusjate accompagnata dall'appellativo Sainate. Non è stata trovata un'immagine raffigurante la divinità in questione, ma il rinvenimento di una placchetta con tre teste apre l'ipotesi che possa trattarsi di una entità triforme, probabilmente simile all'Ecate-Diana della religione greco-latina. Quest'ipotesi è avvallata anche dalla considerazione che il Tru/tri contenuto nel nome, possa corrispondere al numerale tre. Il Marinetti interpreta la radice tru come quattro, musio come umido, ati come suffisso indicante appartenenza, ottenendo quindi una traduzione del tipo "luogo dei quattro laghetti". Trumusjate sarebbe quindi la "divinità del luogo dai molti specchi d'acqua". Il culto era legato al consumo rituale delle acque della sorgente e la divinità era probabilmente una dea sanante, però l'aggettivo "sainate" potrebbe anche essere di genere maschile. Dai reperti si possono anche dedurre le grazie richieste alla divinità: l'abbondanza di statuette itifalliche e di corna di cervo e montone fanno pensare alla fecondità e le numerose rappresentazioni di soldati e di parti del corpo lasciano dedurre che a Trumusjate si rivolgessero anche soldati e malati. La maggior parte degli studiosi propende per un'identificazione della divinità di Lagole con un'Ecate triforme (luna in cielo), Diana in Ecate era considerata la luna nera, simbolo di morte, ma anche punto in cui tutto rifluisce per prepararsi a rinascere, essa era inoltre una divinità legata al mondo del soprannaturale degli spiriti e degli incantesimi: per questa ragione le erano sacri i crocevia. Ecate finì per essere associata al mondo degli inferi, assumendo connotati negativi che prima non aveva; diventò la dea della stregoneria e regina delle tenebre. Ecate fu poi confusa con Cerere e Cibele; quest'ultima corrisponde alla Demetra frigia e Strabone, che era nato in Anatolia, ci testimonia la devozione dei Paflagoni. Il culto principale dell'Anatolia era quello della Grande Madre chiamata Kybele, che significa "montagna" ed era la personificazione di tutte le energie riproduttive della natura; viveva nelle grotte dalle quali sgorgavano le sorgenti ed era anche chiamata "Agdistis". Lo studioso M.S. Beeler è propenso ad identificare la divinità di Lagole con un celtico Katius; egli, infatti, invece di Ikatei o Iatei legge Katei, cioè Katus. L'ipotesi è interessante anche per la derivazione del nome Cadore da Katubrium: Katu-briga sarebbe in questo caso la montagna del dio Katus, divinità celtica delle battaglie. A sostegno dell'ipotesi del Beeler sarebbero le numerose statuette di guerrieri ritrovate nel sito di Làgole. I Celti ponevano tutte le sorgenti sacre sotto la protezione della Triplice Dea Madre e identificavano la luna con la triplice dea che presiede alla nascita, alla vita ed alla morte. Il numero tre presso i Celti era simbolo di forza e perfezione. In diversi reperti venuti alla luce nelle Gallie è rappresentalo un dio con tre teste o tre facce il cui nome ci è purtroppo sconosciuto. La tricefalia è un'espressione dell'onniveggenza divina e sarà poi assimilata da Mercurio che, in epoca romana, sostituì la divinità celtica antropomorfa Teutates, simile a Marte. La principale divinità dei Paleoveneti è Reitia, conosciuta anche con il nome di Pora, il cui santuario principale si trova ad Este. Fra i suoi attributi più interessanti vi è quello di Triavi, ossia triplice, trina, che crea, conserva e distrugge e l'epiteto sainante. Le somiglianze con Ecate è con Trumusjate sono molte. In epoca romana a Lagole era venerato Apollo, corrispondente al celtico dio Belo o Beleno. Come afferma il De Lotto, l'evoluzione di una divinità femminile ad una divinità maschile è un fenomeno che occorre e si spiega in altri luoghi, per esempio a Delfi, dove all'originale dea si sostituì Apollo. Il culto di Apollo in Veneto fiorì a partire dal II secolo a.C.. Il suo ambiente originario era l'Asia Minore e l'epiteto omerico di Apollo "Hecatos" richiama il nome della dea caria Ecate. Anche ad Aquileia Apollo si sovrappose a Beleno e fu chiamato Apollo Beleno. Il dio venerato dai Veneti si manifestava presso le sorgenti ed era preposto anche alla salute, da cui gli aggettivi salutaris e salutifer, riferiti anche ad Eracle, che difendeva le sorgenti permettendo alle acque salutifere di scaturire. Eracle fu una delle pochissime divinità greche introdotte nel pantheon veneto prima della romanizzazione e il suo culto doveva essere presente anche a Lagole, dove fu ritrovato un bronzetto che lo raffigura. Il ritrovamento d'immagini di cavalli potrebbe far pensare anche al culto di Diomede, eroe al quale erano sacrificati cavalli; i bronzetti potrebbero essere dei "surrogati" di cavalli veri, usanza diffusa in tutto il Veneto. Gli Indoeuropei attribuivano al cavallo un potere religioso sulle fonti, sulla fecondità e sulle forze sotterranee. Il pieno sviluppo dei santuari paleoveneti si situa tra il IV e il II secolo a.C. In tutti gli scavi effettuati non si è trovata traccia materiale di questi santuari, probabilmente perché i Paleoveneti non erano grandi costruttori ed usavano per lo più materiali come il legno, facilmente deperibili. Il culto delle acque dimostra un'impressionante continuità: nessuna rivoluzione religiosa riuscì ad abolirlo ed esso finì per essere tollerato e adottato anche dal Cristianesimo, come prova il rito del battesimo e i numerosi santuari sorti attorno a una fonte miracolosa, anche in epoca recente, come a Lourdes. A Làgole non subentra alcun culto cristiano, ma il luogo resta molto frequentato per le proprietà terapeutiche delle sue acque. Si è tentato di fare un collegamento con le chiese delle vicinanze, dedicate ad esempio a S.Biagio protettore dei malati di gola o a S.Anna, protettrice delle pregnanti e dei neonati, ma pare che tali ipotesi siano nate più dal desiderio di dare una continuità del culto di Lagole che da una reale evoluzione dello stesso.
© 2003 Il Cadore

sabato 26 novembre 2016

L'altro punto sacro, individuato da Grancelli, legato e a complemento del Piloton.

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Unberto Grancelli sostiene che la chiesetta di San Rocchetto costruita sul Monte Cavro, luogo da tempi immemori sacro e meta di processioni preromane, romane e cristiane.  Troviamo tutt'ora le testimonianze impresse nella roccia, basta salire un po' sopra alla chiesetta e si possono vedere i muri a secco o le incisioni e squadrature fatte su di una pietra dura che nessuno si è mai preso la briga di studiare. Grancelli arriva ad affermare che il tempio di San Rocchetto è stato costruito sopra un betilo gemello posto dietro il castello di Montorio,, tutti e due alla stessa altitudine. Quello di Montorio,  genera l'allineamento del Cardo, mentre quello, che con molta probabilità giace sotto a San Rocchetto allineandosi a Porta Leona, genera l'altro  allineamento del decumano della "nuova" città fondata e concepita dai romani.
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Il riscatto di Teutoburgo da parte di Germanico

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Mentre tutti sono intenti a ricordare la disfatta di Teutoburgo, intercorsa tra l'8 e l'11 settembre, noi vogliamo infondere positività e ricordare la RIVALSA romana anche dopo giorni così bui: la Battaglia di Idistaviso, tra Germanico e il traditore Arminio, 7 anni dopo.
"Quella stessa notte portò a Germanico un sogno fausto: vide se stesso in atto di sacrificare e, per essersi il sangue delle vittime sparso sulla pretesta, gli parve di riceverne un'altra, più bella, dalle mani della nonna Augusta. Incoraggiato da quell'augurio, confermato dagli auspici, illustra il piano di battaglia.
(...) Frattanto, presagio bellissimo, otto aquile attrassero l'attenzione del comandante: le vide volare verso la foresta e poi entrarvi. Grida ai suoi di andare avanti, di seguire gli uccelli di Roma, divinità protettrici delle legioni! I fanti schierati e i cavalieri lanciati all'attacco investono le spalle e i fianchi nemici che fuggono. Tra questi, ben visibile, Arminio, coi gesti e con le grida mostrando la ferita riuscì a passare imbrattandosi il viso del suo sangue per non essere riconosciuto.
Quella vittoria fu grande e non ci costó molto sangue. I nemici trucidati ingombrarono con cadaveri e armi un tratto di dieci miglia; fra le spoglie si trovavano le catene che, sicuri della vittoria, avevano portato per i romani."
(Tacito, Annali, Libro secondo, 17-19)

Un pensiero sui vecchi e nuovi Gesuiti da Cesare C. Torella

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Dai sedicenti "gesuiti" sono stati educati Castro, Himmler, Degrelle, Mario Monti, - si dice - anche Renzi: è chiaro che non si possa dedurne l'esistenza di un modello attuale ed univoco di "educazione gesuitica".
Dirò di più, ma l'ho già detto spesso in passato, i Gesuiti sono stati soppressi nel 1773.
Alcuni decenni dopo la soppressione, fu ri-creata un'organizzazione ecclesiastica, con lo stesso nome dei Gesuiti, ma il cui spirito o carisma era mutato. I moderni "gesuiti" assomigliano a san Ignacio de Loyola, san Francisco de Javier y san Francisco de Borja, non più di quanto gli odierni epigoni del Neo-templarismo somiglino a Ugo dei Pagani, Guillem de Torrella ( Guillem de Torrella ) e Jacques de Molay.
L'unica eccezione vivente potrebbe forse essere costituita da d. Alfredo Saénz. Amen......
Cesare C. Torella 


P. S. Sulla cosiddetta "Teoria gesuitica del regi-cidio"
La dottrina gesuitica del Regi-cidio non faceva che continuare analoghe dottrine medievali, molto diffuse in Spagna. Peraltro, i Gesuiti non applicarono mai tale dottrina.
Anzi, gli unici che uccisero i proprî Re furono i Popoli Nordici e anche gl'Italiani: popoli che MAI avevano professato la "Teoria del Regi-cidio".
Come si vede, teoria e prassi sono spesso assai distanti.

Arlecchino: Dio, Demone e Re

Arlecchino: Dio, Demone e Re


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Origini Sciamaniche di un Culto Arcaico
Autore/i: Chiavarelli Emanuela; Pellini Luigi
Editore: Libreria Editrice Aseq
pp. 248, nn. ill. b/n, Roma
Le radici sciamaniche di un demone portatore di luce:
“La maschera di Arlecchino da Bergamo la cui valenza infera è già notoriamente evocata nel demoniaco Alichino dantesco (XXI Canto dell’Inferno) affonda, in realtà, le sue origini in un ambito primordiale estremamente articolato, rinviante alla sfera sacra degli spiriti degli antenati, dei fenomeni naturali, della fertilità, del calendario e dei riti stagionali. Si tratta di un vero e proprio fiume sotterraneo, sapienziale, alimentato da archetipiche forme di religiosità, da tradizioni ancestrali velate poi, dietro le storie ironiche e divertenti che, veicolate da guitti e attori vaganti, sfoceranno nella Commedia dell’Arte.
L’indagine sull’ambiguo personaggio di Arlecchino stupisce per la ricchezza delle implicazioni simboliche emergenti via via.
L’abito a losanghe colorate pare evocare, ad esempio, «quei tipi buffi degli antichi Galli che facevano ridere i Quiriti girando con abiti fatti di pezze variopinte» simili all’arcobaleno. Tale peculiarità è particolarmente intrigante perché parrebbe sottolineare un’affinità con i tessuti tartans tipici dell’ambito celtico, che celavano il mistero dell’alfabeto sacro: i fili multicolori simboleggiavano, infatti, l’appartenenza ad una stirpe solare come le cordicelle colorate dei quipu incaici.
Analoghe «stoffe variegate» come l’arcobaleno, emblema del collegamento tra cielo-terra-inferi, si offrivano al terribile dio dei morti della tradizione sciamanica: Erlik Khan-Ärlik Qan, vero e proprio antenato clanico – un tempo celeste, poi demonizzato come Lucifero – la cui relazione etimologica e semantica con Arlecchino è già stata ipotizzata.
L’affinità del dio con l’Arcangelo “caduto” non può che sorprenderci perché l’indagine sul nostro demoniaco personaggio conferma in questo, non solo le confuse reminiscenze dei cerimoniali del transito annuale, fase liminale ritenuta pericolosissima in tutta l’antropologia religiosa, ma anche il retaggio dell’infrazione originaria.
L’allusione al “geminus Giano” dio delle Porte dell’Anno, pare fondersi nello Zani (= “Giovannino”) al dualismo di Venere-Lucifero, il «terrificante serpente dalla veste “tinta di colori”» che, mettendo fine ad una paradisiaca era di perfezione causò una scissione nell’integrità del Tempo.
La sovrapposizione simbolica viene suffragata dal mistero della Chasse Allequin, Caccia Selvaggia di cui Re dai molti nomi, paredro di Diana Signora del sabba, è, ancora, Lucifero-Herlequin, altra manifestazione infera del poliedrico Arlecchino.
Il costante riproporsi di queste relazioni suggerisce l’affiorare di un substrato religioso molto arcaico, gravitante intorno al mistero di una trasgressione cosmica che avrebbe compromesso l’armonia primordiale. Ma altri aspetti significativi emergono nel corso dell’indagine quasi a dimostrazione dell’intricato, perenne riattivarsi delle strutture archetipiche dell’immaginario.
Il costume composto di “pezze” variopinte della maschera bergamasca rinvia non solo alla tradizione dei Fool ritenuti “servi di Venere”, ma ricorda ancora un’altra espressione del dualismo primordiale: i Buffoni del Sole. Tra queste figure gemellari, ritualmente in lotta per riscattare la primavera dall’inverno, risaltano i Clowns cecoslovacchi, portatori di fecondità, a cui le donne strappavano brani della veste colorata. Le “pezze”, poste sotto le galline, avrebbero favorito la produzione di uova, simbolo di rinascita.”
Emanuela Chiavarelli, studiosa del sacro, ricerca nelle attestazioni dei riti, dei miti, delle fiabe, delle tradizioni popolari il retaggio di eventi realmente accaduti che ispirarono i cerimoniali, i Misteri e la religiosità dei diversi popoli. Autrice di saggi antropologici, come Sulle tracce della scarpina perduta (Roma, Il Calamaio 2005-6), o Il dio Asino: il mistero di un’antica divinità (Roma, Tiellemedia 2006), ha già pubblicato, per Bulzoni, Diana, Arlecchino e gli spiriti  volanti. Dallo sciamanismo alla “caccia selvaggia” (2007); Intarsi: momenti di Antropologia (2009); La maschera e il Graal. Indagine sull’archetipo della “coppa” (2012). Scrive e ha scritto per le riviste “Tema”, “Psicoanalisi Forense”, “Psicoanalisi corporea”, “Studi sull’Oriente Cristiano” e “Arthos”.
Ha collaborato con la Cattedra di Antropologia Culturale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma, La Sapienza.
Luigi Pellini, allievo devoto di Igor Istomin, insieme con il maestro ha approfondito il sacro nelle religioni, con particolare attenzione per lo sciamanesimo europeo e orientale.