sabato 9 aprile 2016

Una antica leggenda che nasconde divinità arcaiche

Un leggenda tutta napoletana che trova un suo fondo di verità in un celebre bassorilievo.

Una leggenda legata al mare è quella che ci viene tramandata di Colapesce; una storiella diffusa in tutto il meridione sin dal XII secolo, con la sua specifica variante da regione a regione.
E’ stato il grande filosofo Benedetto Croce nel suo volume «Storie e leggende napoletane» a riportare in superficie una fiaba metropolitana che rischiava di cadere nel dimenticatoio e assoggettata ad altre; la leggenda ci viene restituita grazie ad uno straordinario ritrovamento.
La prima testimonianza del racconto di Colapesce è quella che troviamo scolpita su di unbassorilievo di epoca classica, posto all’angolo di Via Mezzo Cannone (descritta anche dal Croce) venuto alla luce durante gli scavi per le fondazioni di Sedile di Porto e murato nel ‘700; una lapide in latino molto esplicativa lo ricorda sulla facciata di una casa, tutt’ora presente.
Il fregio scultoreo rappresenta Orione (il mitologico gigante cacciatore) nelle sembianze di un uomo villoso che brandisce un pugnale nella mano destra. Il bassorilievo, il cui originale conservato al Museo di San Martino, durante i secoli è stato fonte di discussione sia per il soggetto ambiguo raffigurato sia per l’autenticità della sua datazione, posta nel medioevo. Ciò nonostante durante il ‘700 quell’emblema molto singolare è diventata per tutti il volto di Colapesce, simbolo dell’antico Sedile di Porto.

Ma chi è Colapesce ?

Nicola (Cola) pesce è il protagonista di una affascinante leggenda marina, che si è tramandata dall’antichità fino ad oggi e che conserva intatta la sua aurea misteriosa.
Il racconto narra di un ragazzo apprezzato per le sue abilità natatorie e per le sue immersioni subacquee non comuni e che maledetto dal mare finisce per tramutarsi in un vero pesce dotato di squame e dita palmate, questo secondo il mito.
Nicola a furia di rifugiarsi in mare si fa inghiottire da grossi pesci, usandoli come un vero e proprio mezzo di trasporto negli abissi e che per uscirne all’arrivo vivo, ne squarcia il ventre adoperando un bel coltello. Qui si ricollega il soggetto del bassorilievo di Orione, trovato a Napoli.
Questa incredibile storia si riferisce ad un culto tardo pagano marino denominato «’E figli ‘e Nittuno» ovvero I figli di Nettuno, una confraternita segreta i cui iniziati erano esclusivamente uomini, ovvero sommozzatori votati al Dio del mare.
Lo scopo di questa setta era quella di sottrarre maggiori ricchezze e tesori esistenti nelle grotte napoletane, rimanendo in apnea a lungo; un’impresa impossibile da compiere per i progressi ottenuti dalla scienza all’epoca.
Il loro segreto era da ricercare in alcune alghe specifiche che «rallentavano» il ritmo respiratorio, favorite anche da una buona meditazione di pre riscaldamento; ingerita l’alga questa non comprometteva la lucidità mentale e anzi, i sommozzatori ricevevano questopotere e potevano operare in piena tranquillità, in tempi davvero lunghissimi, imbattendosi in creature straordinarie. Si dice che gli iniziati fossero aiutati dalla Sirena Partenope e che dotati di poteri magici potevano avventurarsi negli abissi del Golfo.
Agli adepti del culto, venne dato il nome in codice di pesce-Nicolò e l’ultimo discendente di questa «dinastia» si vocifera fosse stato impiegato dai servizi segreti per recuperare alcuni reperti sul fondale, durante la seconda guerra mondiale e successivamente al dopoguerra.
Sono noti infatti i rapporti tra nazismo tedesco ed esoterismo, ma se pur fosse vera questa ipotesi, cosa cercassero questi a Napoli è davvero un mistero.

Cosa cercavano disperatamente i figli di Nettuno?

Principalmente gioielli, monili, monete, sculture greco-romane, insomma tutti quei tesoriche il mare e le tempeste hanno sottratto alle antiche imbarcazioni che solcavano il Golfo di Napoli,venduti poi a misteriosi collezionisti, mecenati d’arte e agli uomini di cui non sapremo mai il loro nome, per arricchire la loro sete bramosa di potere. Arte trafugata al dio del mare.
Molte sono le varianti sulla leggenda di Colapesce, passando dalla Sicilia, Puglia fino all’Abruzzo e solo in un punto concordano tutte: Nicola-pesce è davvero esistito e forse è stato davvero un pesce leggendario e chissà se ancora oggi, si nasconde qualche raroerede che abbia imparato e tramandato i segreti del mare, magari celato nel fisico di un barcaiolo, di quello di uno scugnizzo, di un marinaio … nell’incanto del Golfo di Napoli.

giovedì 7 aprile 2016

La legge del Karma secondo Céline

Nulla è gratuito in questo basso mondo. Tutto si sconta, il bene come il male, presto o tardi si paga. Il bene è necessariamente molto più caro.
(Louis-Ferdinand Céline)

La preparazione al sonno e il risveglio

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 I crepuscoli del mattino e del tramonto rappresentano i varchi tra 
due mondi: al tramonto l’anima dispiega i suoi sensi sottili per percepire sfumature che durante il giorno rimangono celate
, all’alba l’anima si immerge nel mondo materiale per compiere in esso la propria battaglia quotidiana. L’addormentarsi e il risveglio a maggior ragione rappresentano i momenti propizi per una profonda meditazione, per l’intuizione di fenomeni che si collocano sulla linea di confine tra l’al di qua e l’aldilà........

mercoledì 6 aprile 2016

Spese insensate vaticane

Ce la siamo già posta la domanda, ma la riproponiamo... Perchè il Vaticano ha costruito un "nuovo San Pietro" nell'"ABZU", cioè nella parte inferiore della terra che da Anu fu assegnata ad Enki?


Ucciso da quel demone sanguinario e rivoluzionario di Stalin che si era formato in seminario



«In ciascuno di noi c'è qualcosa di simile a un cherubino, qualcosa di somigliante all'angelo divino dai molti occhi, come una coscienza.
Ma questa somiglianza non è esteriore, né apparente. La somiglianza con il cherubino è interiore, misteriosa e nascosta nel profondo dell'anima. È una somiglianza spirituale.
C'è un grande cuore cherubico nella nostra anima, un nucleo angelico dell'anima, ma esso è nascosto nel mistero ed è invisibile agli occhi terreni. Dio ha messo nell'uomo il suo dono più grande: l'immagine di Dio. Ma questo dono, questa perla preziosa, si nasconde negli strati più profondi dell'anima: chiuso in una rozza conchiglia, fangosa, giace sepolto nel limo, negli strati più profondi dell'anima.
Tutti noi siamo come dei vasi di argilla colmi d'oro scintillante. Di fuori siamo anneriti e macchiati, dentro invece siamo risplendenti di una luce radiosa.
Il tesoro di ognuno di noi è sepolto nel campo della nostra anima». [...]
"Il cuore cherubico". Pavel Aleksandrovič Florenskij.

Il Panteon preso come modello per chiese cristiane e moschee



La perfezione.
Il Pantheon, edificato da Marco Agrippa, braccio destro di Augusto, era dedicato alle sette divinità planetarie. Distrutto da un incendio venne completamente fatto ricostruire dall'imperatore Adriano, ed è così che ancora appare ai nostri occhi.
Convertito in basilica cristiana fu da ispirazione per la chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli che a sua volta venne presa come modello per le principali moschee. E' a lui, e alla sua cupola, che guardarono gli artisti dal Rinascimento in poi, e questo rende il Pantheon di Roma uno degli edifici più importanti e influenti del mondo.

venerdì 1 aprile 2016

QUANDO A CORMONS SI BRUCIAVANO LE STREGHE

Era il primo aprile 1647 quando a Cormons furono giustiziate due donne accusate di stregoneria. Le imputate erano inizialmente otto, denunciate nel febbraio dello stesso anno da parte di un cormonese di cui non si conosce il nome. Durante la prigionia furono costrette a confessare di avere eseguito malefici e di aver partecipato a sabba satanici, furono poi condannate in base alla legislazione civile asburgica in vigore allora a Cormons. Le due sventurate, Lucia moglie di Romano di Tomba e Antonia Bevilacqua di Borgnano, furono decapitate e poi bruciate sulla pubblica piazza alla presenza di una numerosa folla. Dell’avvenimento rimangono numerose testimonianze: una lettera del vicario di Cormons indirizzata all’inquisitore di Aquileia e Concordia e la registrazione presso i registri parrocchiali di Corno di Rosazzo. La notizia è poi stata ripresa da don Giovanni Blasuttic nei suoi “Memoriali Cormonesi” dove riporta: “Streghe abbruciate a Cormons – Primo Aprile a Cormons – 1647. Lucia moglie di Romano di Tomba per striga fu abbruzzata in piazza con il concorso di moltitudine di gente. L’istessa hora ivi – Antonia Bevilacqua di Borgnano nata da bevi l’Acqua di Firmano presso Cividale le fu tagliata la testa, et abbrugiata per striga”.
In passato c’erano stati dei precedenti meno truculenti con il processo del 1575-1581 al “benandante” Paolo Gasparutto di Giassico e quello del 1626 ad una certa Menega