sabato 26 dicembre 2015

Giorgio Colli e la sapienza filosofica!

GIORGIO COLLI, NIETZSCHE E LA NASCITA DELLA FILOSOFIA

freddnitz
di  Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.
Dell’opera di Nietzsche del resto era lui stesso a curare la completa revisione assieme a Mazzino Montinari – lavoro che avrebbe rappresentato una pietra miliare per tutti gli studiosi del filosofo tedesco. Il mondo di Colli, tuttavia, affondava le sue radici in territori assai più lontani. Gli stessi che Nietzsche aveva coltivato nella sua giovinezza, sviluppando una formazione filologica e una conoscenza dei testi greci antichi e soprattutto arcaici. Così proprio in quei territori, ora, Colli si ritrovava accanto al maestro: due edizioni dai titoli simili e dalla veste identica, due visioni del mondo che s’intrecciavano e dialogavano, uno sforzo titanico destinato a fare epoca.
“La follia è la matrice della sapienza”. Così si chiude il primo capitolo de La nascita della filosofia. Secondo Colli, infatti, non a Talete si deve guardare per risalire alle origini, come ha sempre ribadito la tradizione a partire da Aristotele, ma molto prima. Si deve scendere nelle profondità sacre dell’arcaismo e guardare con occhi nuovi a quelle divinità che Nietzsche prese come paradigmi per spiegare l’origine della tragedia: Apollo e Dioniso. Solo che per Colli, diversamente dal maestro, Apollo non è chiarezza, ragione, plasticità nella sua contrapposizione a Dioniso che è oscurità, ebbrezza, irrazionale. Le due divinità non sono contrapposte.
Lo stesso Apollo ha in sé un elemento di “terribilità e di ferocia” e le parole con cui manifesta la conoscenza all’uomo (soprattutto a Delfi, dove ha sede l’oracolo di Apollo capace di mostrare agli uomini una via per giungere alla verità) sono ambigue, oscure, allusive. Il labirinto è la forma in cui il logos si mostra nella sua enigmaticità, forma apollinea al servizio di Dioniso (l’animale-dio chiuso nel labirinto di Cnosso). Apollo e Dioniso s’intrecciano, si sovrappongono. L’uomo deve scendere nel labirinto della propria animalità, deve usare il filo del logos per non perdersi, benché quello stesso filo si aggrovigli nell’enigma. L’enigma è la sfida del dio all’uomo. Una sfida per la sapienza: “un pericolo mortale da cui possono salvarsi, ma senza tracotanza, soltanto il sapiente e l’eroe”.
“Colli dionisificò Apollo e apollineò Dioniso. Fu questa la principale rivoluzione de La nascita della filosofia proprio rispetto a La nascita della tragedia. Sulla correlazione fra i due libri non c’è da dubitare”. Angelo Tonelli, discepolo di Colli, studioso del  mondo antico, spiega ogni cosa. Ha appena dato alle stampe un libro importante (Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, pp. 639, euro 14), raccolta e interpretazione di tutto ciò che resta sulle arcaiche sorgenti greche della sapienza. Il segno che su di lui ha lasciato Colli è evidente. “Seguii le sue lezioni universitarie più divulgative, proprio negli anni in cui pubblicò questo libriccino rivoluzionario. Lottava contro la storia della filosofia pur di immergersi invece in un corpo a corpo esistenziale con i testi antichi. Era la sfida che Edipo accettava e vinceva con la Sfinge e il suo enigma. Un momento in cui ci si gioca la vita perché l’enigma è l’enigma della vita. Il suo modo di studiare e insegnare la sapienza arcaica lo lasciò isolato tra gli studiosi di allora. Prevalevano due scuole, l’ermeneutica marxista e quella strutturalista. Colli per loro era il diavolo. Lui se ne fregava. Snobbato, snobbava. Era caratterizzato da un elemento aristocratico che lo allontanava da tutto. Del resto lui deteneva invece un potere editoriale. Aveva tradotto Platone, Aristotele, Kant, curava l’edizione di Nietzsche. Dell’accademia rifiutava le regole e credeva piuttosto nel rapporto con gli studenti, e soprattutto nello scambio di conoscenza puramente orale con alcuni eletti. Con loro, dopo la lezione, se ne andava al treno e lì offriva da bere. Champagne”.
L’oralità ne La nascita della filosofia segna il discrimine oltre il quale si passa dall’epoca dei sapienti a quella dei filosofi. Sapiente è chi è in contatto con la verità. Filosofo chi cerca la sapienza, così come racconta la stessa etimologia del termine (philein amare, desiderare; sophia sapienza). Dalla sfida dell’enigma dominata dal dio (l’oracolo e chi interpreta l’oracolo; la Sfinge e l’uomo che deve sciogliere l’enigma pena la morte), si passa a uomini che combattono per la sapienza, un agone da cui il dio è assente ma in cui permane lo sfondo religioso perché il prezzo resta la vita. Infine l’agonismo diventa semplicemente umano: due individui che lottano per conquistare il titolo di sapiente. Ma questa lotta che s’incarna nella sfida dialettica mantiene un’aura sapienziale solo finché perdura la sua dimensione orale. Quando Platone la mette per iscritto essa diventa un pallido surrogato, mancante di immediatezza e vitalità. Niente più “esaltazione misterica che la ragione tenta di esprimere in qualche modo attraverso la mediazione dell’enigma”, ma raffinatezza letteraria, logica, retorica, filosofia. La morte definitiva dell’epoca sapienziale però arriva per mano di Aristotele. “L’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico”.
Finita l’epoca dei sapienti, quella dei filosofi dura fino ai nostri tempi. “Corrompendosi definitivamente nella storia della filosofia” dice Tonelli, ritornando sulla dimensione che Colli tentò di privilegiare fino alla sua morte “Una morte da sapiente. Un ictus fulminante all’ora del tè, mentre lavorava su Eraclito, quel terzo volume de La sapienza greca che sarebbe uscito postumo. Io dovevo laurearmi con lui. Ho cercato di non dimenticare la via. Nei miei lavori ho accentuato l’aspetto esperienziale della sapienza greca. Di Empedocle vedo più il meditante orientale che il sapiente. Nello stato di coscienza che in Eraclito è rappresentato dall’unità degli opposti vedo qualcosa che troviamo nel taoismo. Insomma ho messo più in evidenza i contatti con le tradizioni orientali”. Difficile dire cosa ne penserebbe Colli. Una cosa è certa. Al di là di ciò che si raggiunge, quel che importa è scavare nel passato con tutta la nostra anima, mettendo in gioco tutte le nostre potenzialità. “Memoria, vita, dio sono la conquista misterica contro l’oblio e la morte”. Memoria, ossia Mnemosyne. In una celebre laminetta orfica che Colli amava si dice così dell’iniziato che brama l’estasi misterica: “Sono riarso di sete e muoio: ma datemi, presto, la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”.

Lo spirito di Giacomo Boni (1859 - 1925)


Restituì una profondità tangibile all’epica antichità di Roma, riportò alla luce il Lapis Niger posto sotto la più nobile arteria dell’Urbe, cosa si può dire sfuggendo ad ogni retorica dell’uomo Giacomo Boni, in lui lo studioso era subordinato al Veggente, una qualità assolutamente rara in età moderna.

Là dove tutto pareva scoperto (il Foro romano) riapparvero vestigia commoventi di vita semplice.
Fra molte statuine greche tornate in luce dai pozzi, un giorno Boni trascelse un bucchero nero graffito da mano inesperta e lo mostrava agli amici dicendo: “Che sia l’opera d’una piccola Vestale?”
Riapparvero le bianche pareti dipinte a sottili tralci bruni, e i pavimenti a tessere marmoree, premuti un giorno “dalle perfettissime donne sbocciate appena o maestose per fiorente calma bellezza”.
In una stanza con due forni rimanevano ceneri dell’ultimo fuoco e frammenti fittili che Boni identificava coi “Vasa Numae”.
Altri vasetti rituali erano spalmati di pece, che, arsa, spandeva ancora aroma di pino.
Un frammento di focaccia abbrustolita, a forma di zattera, rievocò a Boni lo janual sacrificale, che Catone voleva offerto al sempiterno principio di ogni umana ideazione.

Cosi scrisse rievocando quella scoperta: “Nello scoprire il forno della Casa delle Vestali e nel trovarvi tanto vasellame rituale la cui tradizione varca i confini della civiltà latina, ho sentito istintivamente che non avevo a che fare con un semplice forno da pane”.

Un giorno, sorpreso nel Foro da un gran temporale, si rifugiò nella Domus.
La pioggia fischiava a liste nell’aria, con la forza sonora e disperata dei brevi acquazzoni romani.
Lampi pallidi tagliavano la piccola spelonca dove Boni sostava, ardendo in cuor suo di essere travolto da quella bufera e di perdersi negli elementi, in una comunicazione suprema col Divino.
“Ho gustato la morte” disse a chi lo vide balzar fuori, grondante come la figura del Temporale nella colonna Aureliana.

Il suo animo era ancestralmente congiunto al sentimento della vita arcaica: un Genio prenatale presiedeva al suo destino umano.
L’intuizione felice gli fece scoprire le più antiche sepolture dei primitivi abitatori del Colle Palatino, in cui erano deposte semplicissime suppellettili cariche di valenza rituale e che solo l’animo sensitivo può cogliere in tutta la loro radianza poetica e magica.
Fra gli inumati v’erano dei bambini piamente composti in bare di quercia. Nelle ciotole rimanevano avanzi dei chicchi d’uva, estrema offerta di tremanti mani materne.

Boni s’accostò a quelle reliquie con profonda pietà umana.
Toccava finalmente alle sacre origini di Roma e le trovava quali le aveva presagite e sognate: umili e forti.

Esaminava con profonda attenzione un vaso d’argilla ancora umido e limaccioso.
Il suo sguardo chiaro e cangiante si oscurava nello scrutare su quella povera opera umana qualche indizio d’un passato misterioso e ridiventava di un azzurro pallido quando rinsaldava l’intuizione all’impronta rituale dei sacri oggetti ritrovati.

Durante una malattia, visse un fenomeno di deliquio che così descrisse: “ Sentivo di sfuggire dal corpo e d’innalzarmi sopra di esso, a cui ero avvinto solo da un invisibile filo.
Avevo coscienza della libertà estatica.
Alla fine con mio dolore, fui respinto indietro nell’esistenza.
Pensai che ci fosse altro lavoro da fare per me. La prossima volta che me ne sfuggirò via sarà per non più tornare”.
La sua tomba è posta sulla sommità del Palatino.


Una cristiana seria

Noi siamo nell’irrealtà, nel sogno. Rinunciare alla nostra illusione di essere situati al centro, rinunciarvi non solo con l’intelligenza, ma anche con la parte immaginativa dell’anima, significa aprire gli occhi alla realtà, all’eternità, vedere la vera luce, sentire il vero silenzio. Allora si produce una trasformazione alla radice stessa della nostra sensibilità … Sono gli stessi colori, gli stessi suoni, ma li vediamo e li sentiamo in modo diverso.
Simone Weil

venerdì 25 dicembre 2015

Il pericolo del buonismo

" Temo i greci quando portano doni"
Una espressione che si trova nell'Eneide (Libro II, 49) di Publio Virgilio Marone. Sono le parole pronunciate da Laocoonte ai Troiani per convincerli a non fare entrare il famoso cavallo di Troia nella città.
Una espressione sempre attuale ...

Epitaffio per la moglie

"Finché vivi, splendi, non affliggerti per nulla.
La vita è breve e il Tempo esige il suo tributo".
Sicilo, Epitaffio per la moglie Euterpe, II sec. a.e.c. - I sec. e.c.
https://it.wikipedia.org/wiki/Epitaffio_di_Sicilo

René Guénon e il nazismo


René Guénon con il nazismo non ha nulla a che fare, malgrado una infelice affermazione di un libro che ha fatto molti danni come "Il mattino dei maghi". Guénon a suo tempo non entrò minimamente nei riferimenti dell'ambiente nazi-esoterico. Guénon di suo era già antitedesco, e mi risulta che i suoi eredi vietino la traduzione delle sue opere in lingua tedesca (cosa peraltro assurda). Desta dunque un sorriso continuare a vedere strane commistioni, in certi ambienti, tra guénonismo e nazismo.
Pillole da Sandro Consolato

La mistica di Pinocchio

L'avventura iniziatica di Pinocchio


Carlo Lorenzini, alias Collodi, giornalista, educatore, mazziniano, nasce nel 1826 e muore nel 1890. Sebbene l'appartenenza di Collodi alla massoneria non sia provata da nessun documento ufficiale, egli è annoverato tra i massoni celebri dalla pubblicistica filo-massonica che lo considera tale puntando su indizi quali la sua attività di giornalista (la fondazione del periodico liberale “Il Lampione” nel 1848, che deve “far lume a chi brancola nelle tenebre”), e quella politica (la vicinanza ai mazziniani e la partecipazione alle prime due guerre di indipendenza), ma soprattutto per la grande quantità di riferimenti iniziatici nella sua più celebre opera "Le avventure di Pinocchio". Alla luce di questi elementi quindi è fondato ritenere che non vi sia prova certa che Collodi fosse o un massone, ma egli era sicuramente un fine esoterista e conoscitore di alcuni dei rituali e dei simboli che sono utilizzati anche dalla massoneria.
I riferimenti esoterici nelle "Avventure di Pinocchio" sono numerosi, e ad una attenta lettura la "favola" nasconde significati molto più profondi di quelli che può cogliere un bambino. Gli eventi favolosi nascondono significati e allusioni, che si rivolgono ai grandi capaci di coglierne i significati .
Elémire Zolla dice al riguardo:
"Il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile. [...] Un bambino che legga con tutto il cuore questo libro ne esce trasformato. Diventa un'altra persona di cui non è lecito parlare".
Già l'inizio manda un messaggio di impronta egualitaria e mazziniana:
"C'era una volta,..
-un Re...
-No..."
Sembra una provocazione, se si tiene conto che i destinatari sono i "piccoli" lettori, i ragazzi, soli competenti di fiabe e regole fiabesche. Il "c'era una volta" lo sappiamo è la parola d'ordine del mondo della fiaba, ma in questo caso la strada è ingannevole perché, appena varcata la soglia del regno delle favole, ci si accorge che non esiste il Re.
Ma i veri riferimenti iniziatici (non politici) si scoprono leggendo attentamente fra gli interstizi del racconto fiabesco, e si scopre subito una favola nella favola, una favola diversa dove il "burattino" deve apparire con tutti i suoi difetti, dove è costretto a superare tutti gli ostacoli che gli si presentano per diventare "Uomo".
Dal legno-materia prima, allorché è lavorato a regola d'arte, emerge Pinocchio, burattino sì, ma che deve farsi uomo, e che pertanto contiene già la figura umana inserita nel suo corpo di legno.
Il burattino percorre dunque un percorso iniziatico che lo deve condurre ad una profonda trasformazione di tutti i vari piani del suo essere.
Trasformazione resa possibile con il morire come profano e rinascere quale iniziato.
Pinocchio viene impiccato, ma risorge... ed ecco la "morte iniziatica" di Pinocchio.
Pinocchio dopo essere stato impiccato è costretto a bere un calice di bevanda amara, simbolo dell'amarezza dei rimorsi provocati da un non adempimento degli impegni assunti, dai tre medici che simbolicamente rappresentano Maestro Venerabile, I e II sorvegliante, ai quali è dato il compito della "cura" materiale ma soprattutto spirituale.
Appare dunque sensato il noto giudizio espresso dal Croce su Pinocchio, che, nella sua ingenuità il burattino rappresenta il formarsi dell'uomo secondo un metodico ritmo universale.
I simboli della Libera Muratoria sono molti e significanti: dallo scalpello ed il maglietto di Geppetto, i cappucci neri dei conigli che si avvicinano al burattino che non vuole prendere la medicina amara, il cappio a cui il Gatto e la Volpe appendono Pinocchio alla Quercia grande, la barba di Mangiafuoco che come un grembiule copriva il petto e le gambe del burattino.

In latino pinocolus significa "pezzetto di pino". Per un pagano è l'albero sempreverde che sfida la morte invernale. Lucignolo è un Lucifero miserello, a misura di puer, cioè di pre-iniziato, e il Gatto e la Volpe sono Legbà e Shù, grandi personaggi della mitologia africana che si ritrovano anche nel Vudù. Secondo Zolla probabilmente Collodi conosceva questa mitologia.
Nell’incontro di Pinocchio con gli altri burattini, essi lo definiscono "fratello"; quando il burattino giunge nel teatro viene accolto con clamore.
“E’ il nostro fratello Pinocchio [...]vieni a buttarti tra le braccia dei tuoi fratelli di legno!”.
La congregazione di burattini è capitanata da Mangiafuoco, minaccioso, ma dal cuore umano e compassionevole, così come ogni buon Maestro, che si prende cura dell’Apprendista. Infatti, prima lo minaccia, affinché Pinocchio possa comprendere l’errore fatto, ma poi, commosso, gli ridona la possibilità di continuare il suo percorso, regalandogli le cinque monete, che il burattino aveva sperperato incautamente.
Pinocchio compie diversi Viaggi attraverso gli elementi per diventare Uomo. Pinocchio, oltre ad attraversare l'elemento acqua e l'elemento fuoco, viaggiando sul dorso del colombo attraversa l'elemento aria, e poi c'è l'elemento terra quando approda alla sua agognata Spiaggia, nelle vesti di un Pinocchio stanco ma sicuro è ormai pronto a rinascere sotto le sembianze di un Uomo.
Nel ventre della balena che l'aveva ingoiato Pinocchio sembra trovarsi nella Camera di Riflessione: al buio per prepararsi al percorso di rinascita. Quindi forse non è un caso che appena usciti dal ventre-Camera di Riflessione, sul dorso del tonno insieme Maestro e allievo, superando il "mare" dell'inconscio approdano finalmente alla spiaggia che rappresenta la solida percezione del proprio Io.
Ed è così che il Burattino-Profano rinasce Uomo-Iniziato.

E' interessante anche soffermarsi sul N° 4, numero che è il più ricorrente. E' per 4 soldi che vende l'abbecedario, in sostanza vende ciò che simboleggia lo strumento della conoscenza. Quattro sono gli elementi , ed è il numero che è capace di indicarci la spazialità terrestre, quindi è simbolo della materia.
Il 10 è simbolo della realizzazione spirituale (per Pitagora era il numero perfetto su cui i suoi allievi dovevano giurare) e non è a caso che moltiplicando questo per il 4 si ha 40, e quaranta sono i soldi che Pinocchio regala alla Fata che poi saranno trasformati in 40 zecchini d'oro.
La Fata Turchina è dunque una fata alchemica che ha fatto uno zecchino d'ogni Povero ma amoroso soldo: non la ricchezza indica il tesoro, ma il conseguimento per trasformazione. Il numero 40, numero arcaico, indica come si è detto il numero perfetto, insomma la conclusione del Viaggio.
Quando Pinocchio è stato restituito alla sua forma originale dai Picchi silvestri, la Fata gli fa una proposta che parrebbe singolare:
"se vuoi rimanere con me tu sarai mio fratellino ed io la tua buona sorellina".
Dichiarandosi sorella la Fata conferma che tanto Pinocchio ha bisogno di lei quanto lei dello stesso di Pinocchio ed ecco che si deve chiedere in che senso essi sono fratello e sorella e la risposta è che sono legati da una fraternità fatale, iniziatica. Le due fraternità collaborano alla loro crescita, anche la fata è legata ad un percorso iniziatico con la sua "Morte" che come sappiamo Morte non è.
Per Zolla la Fata turchina è Iside. Come nelle pagine finali delle Metamorfosi di Apuleio, dove il latino del grande retore diventa una lingua infantile quando narra l'epifania di Iside, la madre universale, colei che compare nei sogni se si sogna rettamente. Ed'è la prefigurazione della capra sullo scoglio nel mare in tempesta, che compare nel libro molto più tardi, e che pure ha il pelo azzurro.
Per Zolla Collodi rappresenterebbe Iside come capra, oltre che come fata perchè Iside, nel mondo pagano, è la grande mediatrice, rappresentante di tutto il mondo animale, o meglio dell'indistinzione tra animale e umano. Infatti in Apuleio il protagonista è trasformato in asino, come Pinocchio.
La forma della trasformazione per l'Iniziato è la morte: e le ultime righe, che trattano della trasformazione di Pinocchio, raccontano la morte di Pinocchio come Burattino-profano.
Durante la notte, durante il sonno, Pinocchio ha scelto di morire, ha chiamato a se gli assassini, tutte le forme del fuoco e dell'acqua, l'omino di Burro, i febbroni, i fulmini delle sue nottatacce, il Serpente, il Pescatore verde.
Egli ha usato tutta la sua leggenda, tutto il suo destino per uccidersi: e con il suo suicidio tutti i mostri che esistevano come destino, con la morte, simbolica, di Pinocchio Burattino, scompaiono per sempre.Nessuno poteva uccidere Pinocchio se non Pinocchio - se così si chiamerà - di carne.Pinocchio guarda quel burattino misterioso, meraviglioso e buffo.
Nella casa del nuovo Pinocchio resta quella reliquia morta e prodigiosa, il nuovo e vivo dovrà coabitare col vecchio e morto, Ma quel metro di legno continuerà a minacciarlo e sfidarlo, così come l'Iniziato guarda a se stesso prima dell'iniziazione.
Ma la trasformazione non tocca solo Pinocchio ma anche Geppetto: nato falegname, è ora promosso a "intagliatore di cornici".

La “Storia del burattino” termina al 15° capitolo con la morte di Pinocchio impiccato alla Grande Quercia e sicuramente non esprime quella filosofia esoterica della libera ricerca intimistica, quella volontà di non accettare i consigli come verità rivelate che il burattino esprime nell’opera completa, manca l’ultimazione di quel percorso iniziatico che fa dire al protagonista:
“Com’ero buffo quando ero un burattino!”
Ma allora «Pinocchio» è un libro per bambini o una parabola esoterica?
Per Zolla:
"Entrambe le cose, è questo il miracolo. La semplicità della lingua toscana in Pinocchio nasce dal fatto che Collodi sta trasmettendo una verità esoterica è non può che esprimerla così, come la narrerebbe a un bambino. È il ritegno di chi sta parlando di cose indicibili che produce questo particolare linguaggio, in Collodi come in Apuleio".
Insomma Pinocchio è tutt'altro che una semplice favola, è espressione della nostra migliore letteratura laica, che si è dovuta esprimere in maniera sotterranea e segreta, perché a differenza di ciò che avveniva in altri paesi, da noi doveva sottrarsi alla censura dell'ala meno illuminata e elitaria della cultura cattolica.

a cura di Gandolfo Dominici

Fonti:
-Elémire Zolla, Uscite dal mondo, Adelphi, 1992
-Poltronieri Morena, Fazioli Ernesto, Pinocchio in Arte Mago,Hermatena, 2003