lunedì 7 settembre 2015

Bominaco, paese d'Abruzzo


Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti
Cesare Pavese 1949
 

LA LUNA E I FALO'



Sorprendentemente, Bominaco è un paese poco conosciuto nei circuiti turistici abruzzesi. Sarebbe però veramente un peccato, per chi si trovasse nella regione, non visitare questo sito magnifico e affascinante.

Sull'altopiano di Navelli, tra L'Aquila e Popoli, il borgo si trova un po' in disparte e nascosto. Bisogna lasciare la strada principale che attraversa il piano e dirigersi verso la valle dell'Aterno. Superato il paese di Caporciano si arriva rapidamente alla frazione di Bominaco.
Su una cresta rocciosa appaiono i resti del castello con le sue mura e la torre cilindrica.
Bella è la veduta circostante con in lontananza a fare corona le vette del Gran Sasso, della Maiella, del Sirente e del Velino.
La catena del Gran Sasso e il borgo di San Pio delle Camere
 In estate, il breve sentiero che porta ai ruderi profuma di timo selvatico e si colora di ginestre in fiore.


Le mura del castello
Ma non sono solo il castello e il borgo di Bominaco a spingere fin qui il viaggiatore.
Le chiese viste dal castello

Più vicino al paese due chiese benedettine ricordano la presenza di un monastero di origini antichissime.
La chiesa abbaziale

La tradizione parla della presenza di un missionario, San Pellegrino, venuto dalla Siria e martirizzato in Abruzzo nel IV secolo. Gli abitanti lo seppellirono nel loro cimitero e più tardi eressero un monumento. Una scritta incisa sul fianco dell'altare della chiesa abbaziale lo afferma in maniera quasi perentoria: CREDITE QUOD HIC EST CORPUS BEATI PELLEGRINI (Credetelo! Qui è il corpo del beato Pellegrino).
La pietra con la scritta che indicherebbe la sepoltura di San Pellegrino. Secondo la tradizione, mettendo l'orecchio sul foro si sentirebbe il battito del cuore del santo. Abbiamo provato...

La fama di San Pellegrino si diffuse in tutta la regione e, verso la fine dell'VIII secolo, fu costruita, sul luogo della sepoltura, una prima chiesa.
La facciata posteriore dell'oratorio con l'ingresso riservato ai monaci

Il pronao dell'oratorio è più recente
Alla fine dello stesso secolo, Carlo Magno, venuto in Abruzzo per altre vicende, favorì la costruzione dell'Oratorio, dotò la chiesa di terre e poi l'assegnò alla potente abbazia benedettina di Farfa, in Sabina che inviò sul sito di Bominaco un gruppo di monaci. Cominciò così la secolare storia dell'abbazia abruzzese, avamposto di quella di Farfa fino all'inizio dell'XI secolo, poi indipendente.
Fu il conte Oderisio, nel 1001, ad arricchire l'abbazia con donazioni di terre, boschi, vigne, pascoli e interi paesi.
Tra il XII e il XIII secolo l'abbazia di Bominaco conobbe un periodo di prosperità. Fu completata la costruzione della chiesa abbaziale e si costruì anche il castello difensivo sul colle vicino. Doveva permettere ai monaci di trovare un rifugio in caso di pericolo e di proteggere i beni da eventuali saccheggi.
L'interno dell'oratorio


Nel 1263 cominciarono i lavori di decorazione nella chiesa più piccola, il cosiddetto Oratorio di San Pellegrino. Il piccolo edificio, assai modesto nella sua apparenza esteriore, fu coperto all'interno da affreschi di grande fascino.
L'adorazione dei magi

In anticipo di qualche decennio rispetto alla “rivoluzione culturale” che Giotto compirà ad Assisi per esaltare il nuovo ordine mendicante francescano che si sviluppava e si diffondeva, i benedettini di Bominaco allargarono gli spazi della raffigurazione pittorica, superando con decisione i limiti dell'arte bizantina, introducendo nelle rappresentazioni una sensibilità naturalista ma anche un'iconografia nuove e originali.
La lavanda dei piedi
La tentazione del serpente

Gli studiosi deducono dalla stretta simmetria tra soluzioni pittoriche e etica dell'ordine che siano gli stessi monaci ad aver realizzato i cicli di affreschi.
La sepoltura del Cristo
 Più precisamente si pensa che siano tre i “Maestri”, restati però anonimi, ad aver lavorato nell'oratorio: il Maestro dell'infanzia, il Maestro della passione e il Maestro miniaturista. Quest'ultimo è l'autore del calendario bominacense, forse l'immagine più celebre dell'Oratorio.
I primi tre mesi del calendario

Dipinto per l'uso liturgico della comunità il calendario è uno dei più antichi di questo tipo ancora esistenti in assoluto. Ad ogni mese corrispondono, su due quadri, un'immagine rappresentativa, il segno dello zodiaco e le date essenziali dell'anno ecclesiale e di quello benedettino.
Il bacio di Giuda

La fagellazione
Vicino all'Oratorio di San Pellegrino è, più grande, la chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Essa è tornata a nuova vita dopo il restauro che, negli anni Trenta, ha eliminato le decorazioni barocche del Settecento e riportato alla luce l'antica struttura.
Il pulpito della chiesa abbaziale
 Purtroppo gli affreschi sottostanti erano stati ormai quasi completamente distrutti. 
Particolare del pulpito
Restano le belle sculture: il pulpito datato al 1180, con i suoi ornamenti e le originali scene di caccia, la cattedra, la colonna candelabro destinata ad accogliere il cero pasquale, le belle colonne decorate. 
La colonna con il cero pasquale e l'ambone (ricostruito a partire da frammenti)
Ma è tutto l'ambiente a suscitare un senso di armonia e di eleganza.
Le finestre monofore decorate dell'abside della chiesa abbaziale

Le chiese di Bominaco furono forse uno delle ultime espressioni della cultura benedettina in Abruzzo. Di lì a poco comincerà il lento declino dell'Ordine e, alla fine del XV secolo, anche i monaci del luogo abbandoneranno il monastero il cui abate sarà ormai nominato da signorotti locali che ne avevano ottenuto il privilegio dalla gerarchia ecclesiastica.
Sul lato della cattedra l'abate regge il bastone pastorale simbolo della sua indipendenza dal vescovo di Valva

Finisce così la storia del monastero benedettino di Bominaco di cui restano però queste splendide testimonianze.

sabato 5 settembre 2015

Città italiane con mura megalitiche

Un altro straordinario patrimonio che appartiene all'Italia sono le città che tutt'ora conservano le mura megalitiche. Luoghi incantati, strati storici che si sono "depositati" attraverso l'opera umana dalla preistoria passando per l'età romana e medioevale lasciando libri di pietra che sebbene manomessi e offesi dai nuovi insediamenti hanno mantenuto intatto il loro fascino e la loro potenza.

Forse non tutti sanno che anche l’Italia ha i suoi Stonehenge, monumenti ciclopici antichissimi avvolti da una fitta aura di mistero. Databili in alcuni casi fino all’età del ferro, hanno la caratteristica di essere possenti muraglie costruite con giganteschi macigni, perfettamente tagliati e incastrati l’uno sull’altro con una perizia che ha quasi dello sconcertante per le tecniche dell’epoca. 


Sono le acropoli megalitiche, che spiccano sulla sommità di rilievi naturali, quintessenza dell’enigma interpretativo, dove mito e storia sembrano non avere più confini, al centro di un fitto dibattito critico da parte degli archeologi in balia ancora di tanti interrogativi irrisolti: perché furono costruite? Quando e da chi? 

Nel Lazio spiccano Alatri e Ferentino in provincia di Frosinone, Norba e San Felice Circeo in provincia di Latina, in Toscana c’è Cosa sulle colline diAnsedonia, e in Umbria S. Erasmo di Cesi vicino Terni. Veri e propri capolavori di un’arte megalitica che vale la pena scegliere per un viaggio insolito all’insegna dell’archeologia più suggestiva. 

Siti, in parte riportati all’attenzione del grande pubblico con la bella mostra "Le Mura Megalitiche. Il Lazio meridionale tra storia e mito” in scena al Vittoriano di Roma fino all’8 luglio, e che per la loro unicità sono diventati oggetto di studio da parte della giovane disciplina scientifica dell’Archeoastronomia che potrebbe offrire un’inedita e inaspettata chiave di lettura, cercando le risposte proprio nei cicli celesti. 

Indagando l’incredibile legame tra le strutture architettoniche e le conoscenze astronomiche dell’antichità, si può scoprire, infatti, come templi, edifici, monumenti fino a impianti urbanistici, potessero essere orientati verso il sorgere o il tramontare del sole o di costellazioni brillanti. 

Addirittura l’Unesco ha l’idea di porre sotto specifica tutela i siti di interesse archeoastronomico: per questo ha creato un working group per eseguire una mappatura di queste singolari realtà archeologiche italiane. Ne fa parte Giulio Magli, professore ordinario di meccanica razionale al Politecnico di Milano e titolare dell’unico corso universitario in Italia di archeoastronomia, che diventa guida d’eccezione in questo tour delle pietre misteriose. 

Ecco la splendida Alatri, nel cuore della Ciociaria lungo il tracciato della via Latina, di origini antichissime come centro degli Ernici del V sec.a.C. «È la regina di queste località – racconta Magli – Vanta la prima acropoli megalitica ad essere stata studiata sotto il profilo archeoastronomico». Visibile al centro della cittadina, cinta da mura di straordinaria grandezza, spicca come un gigantesco edificio di forma poligonale con sei lati, disposto secondo l’orientamento dei punti cardinali. 

Meraviglie megalitiche anche a Norba, che ha un fascino tutto suo, incastonata com’è sui Monti Lepini, in posizione dominante sulla pianura pontina, nella provincia di Latina: «Fu distrutta da Silla nell’82 a.C. ma mai più ricostruita – dice Magli – Nella sua distruzione è rimasta intatta, mai coinvolta da urbanizzazioni medievali. Vanta due acropoli megalitiche, ma quella minore è la più suggestiva, con un terrazzamento agettante sulla valle di Ninfa come fosse sospeso sulla roccia». 

È un altro esempio di acropoli megalitica costruita in connessione con i cicli celesti è quella sulle pendici settentrionali del Monte Circeo, poco lontano dal centro storico di San Felice Circeo, che vanta una fondazione risalente al IV secolo a.C. «Appare come un unicum – dice Magli - La pianta del complesso è irregolare, privo di qualunque edificio all’interno, e lascia cogliere due spettacolari muraglie rettilinee sul versante ovest, come a proteggere chissà cosa da giganteschi robot giapponesi». 

A Ferentino lo spettacolo dell’acropoli megalitica si esprime su uno sperone di roccia terrazzata. Difficile datare con precisione questo capolavoro mozzafiato di opera poligonale, probabilmente prima del IV secolo a.C rielaborata in epoca repubblicana. Il monumento è orientato esattamente a 45 gradi a sud dell’ovest, scelta non certo casuale, ma che ricalca la direzione che nell’antichità veniva associata agli Inferi. 

Gioiello di acropoli megalitica è anche la città morte di Cosa, sulla collina diAnsedonia, di fondazione romana della metà del II secolo a.C. ma dove è stata individuata una struttura preesistente, un basamento quadrato orientato ai punti cardinali: È l’unico esempio di città megalitica con torre, costruita da massi giganteschi perfettamente tagliati. Qui la suggestione è fortissima perché tutto è rimasto intatto nella sua natura megalitica, si vedono persino le fenditure nella roccia per le guide dove scorrevano le saracinesche. 

Imperdibile è anche l’acropoli di S. Erasmo di Cesi, una rupe sulle pendici di Monte Torre Maggiore che domina tutta la pianura ternana, con un’imponenza davvero significativa: «E’ visibile da qualunque punto della piana – commenta Magli – Appare come una possente costruzione lunga quasi centosessanta metri, simile nella pianta esagonale all’acropoli di Alatri. I lati corti sono orientati ai punti cardinali e numerosi indizi portano ad associare la costruzione alla costellazione dei Gemelli».
da:

http://www.repubblica.it/viaggi/2009/06/26/news/le_acropoli_megalitiche_di_casa_nostra-117040826/?refresh_ce

mercoledì 2 settembre 2015

Arte, spiritualità, nell'alveo di Francesco


Sidival Fila: il frate e l'artista
Carlo Tartarelli
(18 febbraio 2014)


Risultati immagini per sidival fila

Sidival Fila nasce nel 1962 in Brasile da genitori di origine italiana. Cresce nello Stato del Paranà, nel sud del Paese popolato principalmente da italiani e tedeschi. L'amore per la pittura matura presto, in particolare ha interesse per il trecento, il periodo rinascimentale e l'epoca barocca.
Nel corso degli anni la sua attenzione si rivolge anche verso l'impressionismo e il cubismo. Sono questi gli stili pittorici che plasmano le prime opere del giovane Sidival.
A metà degli anni ottanta intraprende la traversata dell'Atlantico per giungere in Italia e a di Roma si dedica allo studio dell'arte e del restauro. Qui ,dopo cinque anni ,decide di prendere i voti, unendosi all'Ordine dei Frati Minori di San Francesco d'Assisi e venendo successivamente ordinato sacerdote; col saio e i sandali offre il suo ministero presso il Policlinico Agostino Gemelli, ai detenuti del carcere di Rebibbia, assiste altresì i giovani confratelli nei conventi di Vitorchiano e Frascati. Per diciotto lunghi anni non tocca più il pennello e, come un pugile sereno e pago di vittorie, appende i guantoni al chiodo. Ma un guerriero è un guerriero e l'artista-poeta esplode nuovamente nella vita di questo uomo semplice e colto. 
Risultati immagini per sidival fila
In una prima fase di attività le cose più semplici e di uso comune come teglie, lamiere, grate, tessuti, gesso rivelano attraverso il proprio contorcersi e lacerarsi "un'anima" nuova, l'umano e il terreno aspirano al divino, a qualcosa di intangibile eppure emotivamente coinvolgente. Per sua stessa definizione lo stile da lui adottato è "informale" e rivolto alle potenzialità intrinseche della materia, sia essa metallo, stoffa o legno; egli taglia, cuce,strappa, plasma, modifica, contorce, deforma, lacera; l'oggetto inanimato prende forme nuove, vitali, energiche. Successivamente si concentra sulla materia che diviene la vera protagonista di queste opere che taluni avvicinano allo "Action Painting" e allo Spazialismo ma, che dagli stessi si discosta per l'intensa spiritualità: gli oggetti vengono accarezzati e manipolati mai posseduti. Particolarmente attento è lo studio dei colori, dei chiaro-scuri, dei pieni e dei vuoti, l'effetto creato dona movimento e spessore; i quadri vengono elaborati attraverso la sovrapposizione di diversi strati fino a formare una complessa trama. L'interposizione di sezioni cromatiche e di sfumature dello stesso colore consentono all'artista di creare riflessi e ombre che danno vita ad opere armoniose e con prospettive diverse a seconda di come le si osservino.
Il duemilasei è l'anno della prima mostra personale nel convento di S. Bonaventura a Frascati mentre, nel duemilanove espone a Gubbio e nel duemiladieci è presente al MACRO Future di Testaccio all'interno della mostra Trasparenze; da sottolineare l'intento di sensibilizzazione per le questioni ambientali e lo sviluppo sostenibile. Nello stesso anno espone al MADRE di Napoli e nel duemiladodici una sua mostra personale viene allestita allo ex-GIL di Trastevere in Roma. Una sua opera fa parte della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani e diversi quadri appartengono a prestigiose collezioni private in Europa, negli Stati Uniti e in Brasile inoltre, una sua opera appartiene alla Fondazione Puglisi-Cosentino di Catania.
Gli estimatori di frà Sidival sono sempre più numerosi e il forte richiamo dell'arte sacra avvicina alla spiritualità persone lontane dalla religione e dalla Dottrina cattolica, il messaggio di questo artista unico e dai modi affabili è quello di esaltare il Bello e il Puro in una tensione mistica, senza forzature o dogmi ma, con semplicità e atti concreti, di ascolto e generosa attenzione. 
Risultati immagini per sidival fila

Oggi vive e lavora nel convento di S. Bonaventura al
Palatino.


Opere e poesie sono visibili sul sito: www.sidivalfila.it






Immagini di Carlo Tartarelli

martedì 1 settembre 2015

In onore di Umberto Grancelli

Su Giano sul sacrario pagano di Verona
In questi ultimi anni su Giano -Il dio delle origini prettamente italico- sono stati fatti degli studi significativi da Dumézil, Renato Del Ponte, Nuccio D'Anna o sul periodico la Cittadella (non mi ricordo più l'autore del bellissimo articolo su Giano), hanno diradato le nebbie su questa divinità Italica poco conosciuta, ma ancora con molti lati oscuri e poco conosciuti. E il sacrario di Castel San Pietro è simile ai famosi templi come quello della fortuna primigena a Palestrina o di Giove Anxur di Terracina
.C'è un testo bellissimo che ne ho curato la ristampa e anche ho promosso un incontro di studiosi per fare il punto sulla validita del libro titolato "Piano di fondazione di Verona Romana" scritto dal grande Umberto Grancelli.
In occasione della ristampa ho redatto una nuova introduzione.




Nuova introduzione al testo di Umberto Grancelli redatta in occasione della nuova seconda ristampa

“Piano di fondazione di Verona romana” è ormai un testo introvabile, e chi ha la fortuna di possederne ancora una copia la conserva gelosamente. Per molti anni ho cercato di poterne acquistare una originale, interpellando librerie, conoscenti vari, ma la risposta era sempre la stessa<>. Solo pochi mesi fa uno degli amici più cari mi ha fatto dono dell’unica copia che aveva, forse impietosito dalla mia vana ricerca. Aperto il testo sulle prime pagine notai un appunto a matita:<>. Credo che queste poche righe sintetizzino una delle tante riflessioni che possono scaturire dopo aver letto questo meraviglioso libro che ci accompagna nei mondi tenebrosi e incantati alla scoperta dei poteri latenti che sussistono in ognuno di noi.Grancelli nella fondazione di Verona ci svela il mondo dimenticato e sconosciuto di una città magica, espressa dalle proprie sacre misure ,dagli antichi riti , dagli allineamenti astronomici, ma soprattutto, lasciando che le pietre stesse ci parlino, oltre dalle scontate geometrie legate al cardo e al decumano , anche se la forma reticolare colpisce al primo sguardo e le strade principali seguono gli assi cartesiani dove l’organismo cittadino ordinario troverà la sua forma palese . Una geometri occulta ci è lentamente svelata, concepita per restare nei secoli così che nessuno la possa scalfire, tenendosi sottotraccia e mantenendo l’equilibrio del cerchio e del quadrato.La parte razionale è quella sviluppatasi dentro l’ansa protettiva dell’Adige, lineare e allineata, così la città conosciuta e la sconosciuta convivono: una dentro l’ansa disposta a reticolo e l’altra, sacra, che è all’origine trova la sua sede sul colle di S. Pietro, dove è il “palatium” del potere e il luogo della forza spirituale , dove il cielo comunica con la terra. Attraverso punti riconducibili ad un disegno mandalico ripresi da templi cristiani ci appare una città composta non solo di assi reticolati ma anche di cerchi e di allineamenti tuttt’ora rintracciabili fissati sul cammino annuale del sole. Lentamente ci viene svelata una città incantata fra la sapienza dell’oriente e dell’occidente,. Luogo fondato su principi eterni e trascendenti, frutto di conoscenze pressoché a noi sconosciute e immemorabili , l’incessante alternarsi della luce e del buio, del terrestre e del sotterraneo.Il colle di San Pietro con i suoi pozzi e le sue cavità e con il teatro ai suoi piedi, è la montagna sacra a cui tutta la città si volge, forse è qui che si tracciò il pomerio come nella fondazione di (segnato da un fulmine inviato dalla divinità più alta), con l’aratro mosso da due buoi , uno di manto bianco e l’altro nero, un aratro a versoio che in qualche museo dell’Etruria è ancora possibile vedere, con l’ala in bronzo che permetteva alla zolla mossa di essere capovolta, in maniera che il sotto diventasse il sopra e viceversa. Liturgie rituali indispensabili per creare la città, gesti compiuti non solo per delimitare , ma anche per orientare verso il cammino annuale del sole e verso le stelle o le costellazioni che da sempre hanno determinato gli atti umani fondamentali, e non esiste cattedrale che non abbia il suo zodiaco e non fanno eccezione le principali chiese di Verona,la Basilica di San Zeno e il Duomo che conservano pareti istoriate di queste dodici figure. Le stesse cattedrali sono la continuazione medioevale di questo sapere arcano, trasposto in simboli, immagini e allegorie. Vivere morire e rinascere, la morte è effettivamente un passaggio, un cambiamento di stato, ogni città ha una sua individualità è una creatura un organismo che nasce e muta. Il colle di S. Pietro era l’acropoli dove più alto sorgeva il tempio dedicato al dio Giano, che chiudeva e apriva ogni ciclo, due facce opposte di una divinità indivisibile che incarna il mistero dell’uomo come unità viva e creatrice, composta da aspetti contrastanti e complementari che si influenziano vicendevolmente.Non a caso Ops Consiva è la paredra di saturno ,ma anche consorte di Giano, è una divinità femminile preposta alla fertilità, alle acque sorgive e feconde, ai granai e alla conservazione del farro base alimentare dei romani, grano particolare selezionatosi nel Lazio, legato anch’esso ai misteri del grano, alla morte resurrezione, e già gli egizi solevano ricoprire il dio dei morti Osiride di cariossidi e farle germinare, perché il grano deve morire, trasformarsi e infine germinare nelle viscere delle madre terra, solo cosi potrà nutrire gli uomini e il pane era legato intimamente ai misteri Eleusini come il vino era legato ai misteri di Dioniso, e nella messa cattolica ritroviamo questi alimenti che ulteriormente si trasformano in carne e sangue. Il colle di San Pietro è l’inizio e la fine di un viaggio eterno di morte e di rinascita, dove le facce di Giano della soglia osservano in opposte direzioni la partenza e l’arrivo, questa divinità italica, come l’apostolo Pietro è munita di chiavi per aprire o chiudere la porta della salvezza. Umberto Grancelli ci ha aperto e accompagnato verso una diversa conoscenza, ma anche verso la speranza che una seppur piccola parte di noi troverà la liberazione eterna.

Nel tempio della dea fortuna... (le affinità con il sacrario di Cole San Pietro a Verona)
Palestrina. Nel tempio della dea fortuna La celebrazione del potere primigenio Renato del Ponte, Dei e miti italici Il tempio dedicato alla Dea Fortuna a Palestrina rientra tra le costruzioni monumentali erette nell’antichità in forma di altare telluricocosmico. Qualcosa di radicato al suolo e avvinto alla struttura stessa della terra, come scaturito dai contrafforti del colle. Dalla base alla sommità del rilievo dominante l’antica Praeneste si levava il grandioso e scenografico tempio: qualcosa di simile all’altare di Pergamo, inglobante l’intero altopiano, oppure a certe rappresentazioni fantastiche della liturgia faraonica. Molti tra i più celebri studiosi rinascimentali, scrutando i pochi resti antichi che si potevano vedere tra le povere casupole di Palestrina, si erano ingegnati a immaginare quale forma avesse in origine il tempio che si sapeva essere della Fortuna Primigenia. Ricostruzioni ideali di Giuliano da Sangallo o del Palladio liberavano la fantasia ad immaginare i più colossali edifici, secondo le geometrie di un gigantesco neoclassicismo. Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità Ma neppure la fantasia poteva superare la realtà. Furono le bombe americane dell’ultima guerra a liberare in più punti le incrostazioni e a mostrare in tutta la sua portata quello che era stato davvero il magnifico tempio. Si trattava di una imponente costruzione che, già nel IV secolo, occupava l’intero colle: un sistema di terrazze saliva per gradi sino alla sommità, in cui si trovava il tempio più interno, e ogni tappa del viaggio ascensionale era segnata da vari livelli, con scalinate, rampe, stazioni. Tutto il complesso aveva l’aspetto di un sistema geometrico costruito in asse col tempio più alto e con la statua del culto supremo, in un quadro che qualcuno ha definito “ideologico”, volendo rimarcarne gli aspetti di celebrazione del potere divino attribuito al contatto con l’energia generatrice dell’uomo. La terrazza degli Emicicli, quella dei Fornici, quella delle Fontane, quella della Cortina erano altrettante tappe del sacro itinerario. Sino alla sommità, dove, sul culmine del colle, si levava il tempio vero e proprio della Fortuna Primigenia. Era un luogo essenzialmente oracolare. In una grotta naturale ai primi livelli della salita, all’estremità della parete addossata al suolo, è stato trovato uno spazio impreziosito di colonne scanalate e con i resti di un pavimento musivo. È l’Antro delle Sorti, in cui l’oracolo emetteva i suoi responsi. Questi, altre volte, secondo Cicerone, venivano ottenuti, per così dire, alla maniera nordica, interpretando le sortes, lettere incise su pezzetti di legno che venivano estratte dalla roccia e interpretate. E il sacello costruito sul luogo in cui si operò questo oracolo era ritenuto particolarmente sacro. Jean-Michel David, La romanizzazione dell'Italia Poco distante, dietro l’abside del Duomo attuale, là dove un tempo sorgeva la basilica di epoca repubblicana, ecco comparire l’aula absidata, anch’essa in parte scavata nella roccia e dotata di ricca decorazione architettonica. Qui fu rinvenuto il famoso mosaico detto del Nilo, risalente all’80 avanti Cristo, che oggi si conserva al Museo. Questo capolavoro contiene una specie di mappa geografica dell’Egitto e un vero bestiario esotico. Ma, ciò che più interessa, è che è stato messo in relazione con le mutazioni della Fortuna e con il viaggio fatto da Alessandro Magno in Egitto, quando rese onore a Giove Ammone. Una presenza, questa di Giove, che era anche a Praeneste sin dagli inizi, dato che - secondo Tito Livio - Cincinnato, che conquistò la città alla fine del IV secolo, portò a Roma come preda di guerra proprio una statua di Giove Vincitore, posizionandola sul Campidoglio. Il culto alla Fortuna è uno dei più antichi su suolo italiano. In esso si intrecciavano motivi legati sia alla fertilità che alle potenze oracolari. Esiste la prova che nel santuario prenestino il culto ufficiale alla Fortuna era gestito dai patres e dai sacerdoti virili, mentre quello femminile legato alla fecondità era appannaggio di collegi di matres. Questa duplice vocazione del tempio è stata riconosciuta dagli studiosi come prova di un sincretismo che, per la verità, era assai diffuso a Roma. Lo stesso abbinamento che è stato fatto tra la Fortuna e Iside, cui in epoca ellenistica anche a Praeneste veniva reso onore, non è che un’ennesima riprova della capacità pagana di unificare in concetti organici anche ispirazioni diverse. Le fonti antiche affermano che esistevano due statue della Dea Fortuna: una di bronzo dorato e una di marmo bianco, nella posa di allattare Giove e Giunone bambini. La presenza di Giove all’interno di un tempio dedicato alla Fortuna non sembra essere, dunque, una contraddizione tra significati della sovranità e quelli della maternità. Anzi, era proprio luoghi come questo che nell’antichità si intendeva celebrare ad un tempo tanto il potere sovrano che l’origine della vita, fondendo in un unico culto la gerarchia uranica della potenza e quella tellurica della genealogia. Andrea Carandini, Remo e Romolo. Dai rioni dei Quiriti alla città dei Romani (775/750 - 700/675 a.C. circa) Alla celebre iconografia della Fortuna recante la cornucopia dell’abbondanza si affianca quella, che era ricorrente specialmente sulle monete, di una duplice Dea: una vestita con la corona sul capo, l’altra a seno nudo con un elmo sulla testa. Del resto, sulla più alta terrazza, là dove, secondo Cicerone, l’olivo avrebbe secerto miracolosamente del miele, si trovava la statua guerriera della Fortuna, posta ad un gradino più elevato di quella materna del santuario situato livello inferiore. Rappresentazione ben chiara che questo santuario riuniva in sé tutti i valori principali della vita, celebrando alla maniera pagana e in modo uniforme tanto la virilità quanto la femminilità. Alcuni studiosi hanno poi rimarcato l’importanza della Dea Fortuna nell’ambito delle credenze italico-latine più arcaiche, sottolineando come i loro più profondi attributi fossero quelli legati al primordiale potere di assicurare la fecondità e riproduzione della discendenza. La speciale tutela sulla nascita e sulle sue arcane provenienze era l’aspetto principale, assicurato dal dettaglio rivelatore che la Dea Fortuna la si diceva avere potere di protezione sul corpo e, particolare, sugli organi genitali. Giandomenico Casalino, Il nome segreto di Roma Una divinità della genealogia, della trasmissione del sangue, della nascita? È proprio questo che deve intendersi sotto denominazione di Fortuna Primigenia, intimamente legata, in altre parole, al concetto di “buona nascita originaria”. Questa era, dunque, per i nostri antichi padri la vera “fortuna primigenia”: avere buona razza, essere di ceppo sano e legato all’origine. È tra le pieghe di monumenti e luoghi che fanno parte del nostro panorama quotidiano, e dei quali, di solito, trascuriamo di ricordare i più profondi significati, che si nascondono alcune verità essenziali della nostra civiltà. Per dire, andare oggi a Palestrina a visitare il tempio della Dea Fortuna significa inevitabilmente ammirare il palazzo della famosa famiglia papalina dei Colonna-Barberini, costruito nella zona più alta dell’antico santuario che come un cuculo si è posato sul nido di una religione più antica e diversa, occultandone oggi l’intimo senso. Ma i simboli parlano, a chi sa intenderli, anche se offuscati dalle manomissioni e dalla dimenticanza. Luca Leonello Rimbotti Tratto da Linea del 26 ottobre 2006.

La mistica di Plotino



"Non io debbo andare agli dei,sono gli dei che debbono venire a me.
Agli dei,infatti, bisogna rendersi simili,non agli uomini dabbene; non l'essere privi di colpa,ma il divenire un dio è lo scopo."
(Plotino:Enneadi).

giovedì 20 agosto 2015

La Via Lattea fra il gioco dell'Oca e la "merelle de compostelle"

San Giacomo di Compostela e il simbolismo del "Gioco dell'Oca"

Il Cammino di Compostela ed il simbolismo del gioco dell’oca
 Risultati immagini per gioco dell'oca labirinto di chartres
Il labirinto di Chartres

Secondo una leggenda medioevale, il corpo di San Giacomo Maggiore, dopo la sua decapitazione avvenuta a Gerusalemme fu trasportato su una barca che approdò in Galizia, nella “ria di Padròn” (Iria Flavia). Per secoli la tomba dell’Apostolo fu introvabile; solo nell’818 una stella ferma nel cielo indicò agli abitanti della ria il luogo della sepoltura. Il vescovo di Iria Flavia fece scavare in quel punto e fu riportata alla luce un’arca marmorea con le spoglie del santo. Il luogo fu chiamato Campo della Stella, da cui il nome spagnolo Compostela. Sulle sacre reliquie fu costruita una cappella e, dopo la battaglia di Clavijo (840) contro i Mori, nella quale apparve su un cavallo bianco San Giacomo incitante i cristiani alla vittoria, gli fu eretta una basilica che divenne subito meta di pellegrinaggio. Il Santo fu creato patrono della Spagna e la via di accesso al suo santuario si chiamò il Cammino di Compostela o di Santiago. Col passare del tempo questa strada fu punteggiata da monasteri, ospizi ed ospedali, la cui difesa fu affidata ad ordini militari. Ma il Cammino di Compostela era una via di pellegrinaggio antichissima, percorsa fin dal periodo neolitico da moltitudini di persone in cerca di iniziazione. In epoca precristiana era denominata: “L’Arcobaleno di Lug” (il dio dei Celti che forse ha dato il nome alla città di Lugo, antica capitale della Galizia), “La via delle Stelle”, “La via delle Oche selvagge”. Ci si domanda come mai la leggenda cristiana avesse scelto fra i dodici apostoli proprio San Giacomo Maggiore per apporre il proprio marchio ad una tradizione molto più antica. Le leggende cristiane medioevali ebbero origine nei monasteri benedettini dopo la fusione dei monaci di San Benedetto con quelli irlandesi di San Colombano, gli ultimi detentori delle conoscenze dei Druidi, sopravvissute alla conquista romana. I monaci irlandesi erano dei costruttori e la loro presenza sul “Cammino di Compostela” è ancora visibile in Galizia (Lugo e Pontevedra) e in Navarra (Leyra), dove rimangono importanti esempi di architettura di ispirazione celtica. Fra le leggende delle confraternite di costruttori medioevali v’era quella che narrava di un certo Maestro Giacomo, tagliatore di pietre, nativo dei Pirenei, tanto valente nella sua arte che aiutò Hiram di Tiro nella costruzione del Tempio di Salomone, innalzando la colonna Jakin, vocabolo che in basco significa “saggio”. I costruttori di Compostela erano riuniti in una confraternita denominata “Figli del Maestro Giacomo”, i quali erano cristiani, ma continuavano a seguire le loro antiche tradizioni. Il loro simbolo era il piede palmato dell’oca, simbolo del dominio dello spirito sulla materia, che si riallacciava a quello dei popoli navigatori dell’antichità, come gli abitanti di Tartesso, i Liguri ed i Fenici, a cui era stato dato il nome di “popoli dell’Oca”. Gli Etruschi-Villanoviani avevano le prue delle loro navi sagomate a forma di testa e collo d’oca, perpetuando un’antica tradizione dei popoli da cui discendevano (si noti che una radicata tradizione vuole gli Etruschi-Tirreni discendenti degli Atlantidi). I Liguri erano gli adoratori dell’Oca sacra e trasmisero quella tradizione ai Romani (oche del Campidoglio). Risale forse a quel periodo remoto il toponimo “Bric dell’Oca”, rimasto ad una montagna presso Urbe in provincia di Savona? Quando gli antichi costruttori furono cristianizzati, il Maestro Giacomo, il saggio Jakin, divenne San Giacomo; i Jars (Oche), membri della confraternita, furono chiamati “Figli di Maestro Giacomo” ed il simbolo compagnonino dell’Oca si mutò nella conchiglia con la quale i pellegrini ornavano il loro mantello. Così, con una lieve modifica che lasciava intatto il nome era rispettata la tradizione antica lungo la via di Compostela, che in epoca pagana era detta: via delle Oche Selvagge (degli Jars liberi). La tradizione antica si conserverà non solo nel nome, di alcune vie di paesi sorti sul “Cammino” (Calle de los Cisnes Viajeros, Calle de las Ocas Salvajes), ma anche in numerosissimi toponimi. Se osserviamo una carta del cammino jacopeo, vediamo che l’Oca si presenta nella sua duplice forma linguistica: Auch, vocabolo preindoeuropeo, passato attraverso il latino Auca, poi Oca (Auche, Oja, Oca); Hamsa, vocabolo sanscrito, poi latino Anser (Ganso, Anso, Ansar, Gans, Jars). Per citare solo alcuni esempi, troviamo il paese di Ansò, sotto il passo pirenaico Somprt, da dove inizia il “Cammino” francese; Villafranca Montes de Oca, ad est di Burgos, dove i Templari possedevano un’importante precettoria, ora ridotta a fattoria; Castrojeriz, che probabilmente era in antico Castrojars, ad ovest di Burgos; nella regione del Bierzo, a sud di Astorga, il paese El Ganso; presso il valico de la Oca, il paese di Oca per dove si scende a Compostela; San Sebastiano de Oca presso la ria di Noya ed il monte Aro, verso capo Finisterre. Da millenni si effettuavano pellegrinaggi da parte dei Jars, i costruttori iniziati, che si recavano fino alle coste dell’Atlantico per decifrare i segni sacri incisi sulle rocce della Galizia. I petroglifi galiziani risalgono a tempi preistorici, alcuni riproducono i segni di un alfabeto sconosciuto che ritroviamo tracciati sulle pareti dei monasteri costruiti lungo la via di Compostela; fra questi la zampa schematizzata dell’Oca, o Tridente. Nella chiesa di Santa Maria de las Huertas a Puente la Reina (Navarra) si trova un crocefisso templare in cui il Cristo è inchiodato su una croce a forma di piede d’Oca: il segno cristiano sovrapposto al segno pagano. Un altro petroglifo galiziano è visibile sul pavimento di molte cattedrali gotiche: il Labirinto, simbolo iniziatico del cammino dell’uomo e della rinascita ad una nuova vita. Anche i costruttori cristiani, i “Figli del Maestro Giacomo”, seguirono il “Cammino” degli antichi Jars, percorrendo la via di pellegrinaggio fino al luogo dove, secondo la tradizione, sbarcarono gli antichi saggi (Noè? Gli Atlantidi?), che incisero i petroglifi, simbolo del loro sapere. I monaci si assunsero il controllo della via di Compostela con le medesime finalità dei costruttori laici: a differenza della gente comune che si metteva in viaggio per compiere un pellegrinaggio di penitenza, i “Jacques” e i monaci percorrevano il lungo itinerario con fini iniziatici di ascesi spirituale e di trasformazione interiore, gli uni fino alle rocce atlantiche, gli altri fino alla tomba del Santo. La via iniziatica precristiana delle “Oche Selvagge” è stata rapportata al Gioco dell’Oca, i cui inventori erano indubbiamente dei Jars. Esso è più di un passatempo: è un insegnamento esoterico tramandato attraverso il gioco, un rituale d’iniziazione mediante il quale si devono superare determinate prove per giungere ad uno stato di coscienza superiore. È un gioco antichissimo, sopravvissuto fino ai giorni nostri. Secondo la leggenda, fu inventato da Palamede, figlio del re dell’Eubea e nipote di Poseidone-Nettuno, per divertire i guerrieri greci che si annoiavano durante il lungo assedio di Troia. Il nome Palamede significa: uomo dalla mano palmata. Si trattava dunque di un Jars che trasmetteva le sue conoscenze all’umanità. Secondo lo studioso spagnolo Rafael Alarcòn, il disco di Phaistos potrebbe essere un antico esempio del Gioco dell’Oca, creato 2000 anni avanti Cristo. È probabile che fosse una via iniziatica a forma di spirale. In otto caselle sono rappresentati altrettanti grossi uccelli, forse si trattava di oche o forse di cicogne (nome con cui venivano indicati i Pelasgi, i popoli del mare); in altre vi appaiono barche per l’attraversamento di acque e strani edifici simili ad alveari. Si ha notizia del Gioco dell’Oca in una leggenda romana di cui Ercole è protagonista e, storicamente, nel secolo XVI. Forse la sua riscoperta avvenne in Italia, in quanto sappiamo che Francesco de’ Medici ne donò una copia a Filippo II d’Asburgo, ed il gioco affascinò la corte spagnola e presto si diffuse in tutti gli stati sociali della popolazione. Su un tavoliere è disegnato il tracciato di una via che gira a spirale, circolare o ellittica, diviso in 63 caselle numerate, di cui 13 con figure di oche, rappresentanti delle tappe vantaggiose. Lo stesso numero di tappe fu consigliato nel Medioevo ai pellegrini che si accingevano a compiere il percorso di Compostela. Altre caselle contengono figure simboliche che comportano delle penalizzazioni. Il riquadro centrale, senza numero, è il traguardo finale: il Giardino dell’Oca. Si tratta dunque di una via di Oche che, dopo il superamento di ostacoli nella marcia a spirale con giri sempre più stretti, conduce al Giardino dell’Oca, lungo di beatitudine fuori dal tempo, contemporaneamente fisico e metafisico, reale forse alle origini ma ormai soltanto spirituale, assimilabile all’Eden, all’isola di Avalon, al Giardino delle Esperidi. Le caselle favorevoli sono quelle delle Oche (Jars) e dei Dadi (Grandi Pietre. Le costruzioni megalitiche) che facilitano, le prime, il proseguimento del percorso e lo indicano e lo difendono i secondi. Gli ostacoli sono: il Ponte, l’Albero, il Pozzo, il Labirinto, il Carcere e la Morte. Ma la Morte si può sconfiggere con riti di rinascita. E di rinascita si tratta. Per l’iniziato Jars il termine del pellegrinaggio non è Compostela, luogo di morte, ma è oltre: è la costa atlantica, è il capo Finisterre (Finis Terrae, estremo limite della terra), dopo il quale si entra nel Giardino dell’Oca, dove inizia il regno dello Spirito (la comunione con gli antenati). 



È impossibile stabilire un esame comparativo fra le tappe del “Cammino” di Compostela e quelle del Gioco dell’Oca che, nell’intenzione dei suoi ideatori, rappresenta una mappa non tanta fisica, quanto simbolica della strada di pellegrinaggio jacopea. Un particolare comunque è certo: sia in un percorso che nell’altro l’Oca segna una divisione, un confine tra una tappa e l’altra. Una conferma del percorso iniziatico dei Jars oltre Compostela è messo in evidenza dall’analogia riscontrata nelle ultime tappe del viaggio. Nella casella n.54 del gioco troviamo un’oca; nella casella n.58, la Morte, in quella n.59 un’altra oca. Se identifichiamo la prima oca con il paese galiziano di Oca presso il valico omonimo, la Morte con Compostela, in quanto luogo cimiteriale con la tomba di San Giacomo e l’oca seguente con S.Sebastiano de Oca presso la ria di Noya ed il monte Aro, appare chiaro che l’antico pellegrinaggio delle Oche Selvagge, cioè dei costruttori Jars, arrivava fino al capo Finisterre, la fine delle terre ma anche la finestra sull’Ignoto. Il pellegrinaggio cristiano, invece, si ferma a Compostela dove, a prescindere dall’esistenza vera o falsa del corpo di San Giacomo nella cripta del santuario, si perpetua da secoli un’antica tradizione iniziatica di ascesi spirituale, sostenuta anche dalle eccezionali energie cosmo telluriche del luogo, scoperte dal popolo “megalitico” preceltico, mirabilmente adattata dai monaci medievali alle nuove esigenze del culto cristiano e tramandata alle generazioni future. Il cammino di Compostela, rappresentato simbolicamente dal Gioco dell’Oca, è probabilmente un modo per ricongiungersi spiritualmente con un centro di origine della conoscenza, della “luce divina” (Lug è l’equivalente di “lux”) delle tradizioni. Ma quasi certamente rappresenta anche un percorso reale, seguito per millenni da un’umanità confusa e sconvolta dopo un immane cataclisma, nella fede, o speranza, che esso possa ricondurla verso tale luogo di origine, verso l’Eden perduto. Quello che è stato considerato un tridente, simbolo del regno e del potere di Poseidone, potrebbe essere invece il simbolo del piede palmato dell’Oca, uccello con il quale veniva identificata la stirpe degli Atlantidi. Ma anche dell’Ibis, uccello sacro degli Egizi e riferito a Toth quale simbolo della divina conoscenza, e della Cicogna, uccello che simboleggia i Pelasgi (i discendenti degli scampati di Atlantide?), infaticabili girovaghi che hanno percorso tutto il mondo (lungo gli itinerari delle Tule e delle Rode? Secondo l’affascinante ipotesi di Enzo Gatti), tracciando un cammino di rinascita e di civiltà nell’ardente desiderio di ritrovare, o ricostituire idealmente, l’antica patria perduta. E probabilmente questo popolo la patria perduta, o le sue ultime vestigia, l’ha alfine trovata se dobbiamo dar credito al racconto di Ercole e del Giardino delle Esperidi. Ma forse questo viaggio non si è svolto lungo il “Cammino” di Compostela, ma attraverso un itinerario ben più lungo e penoso. Tali popoli migranti hanno edificato lungo il loro cammino città e fortezze, magazzini e mercati per la sussistenza e per gli scambi commerciali e centri di rifocillamento e riparazione dei mezzi di trasporto dove l’antico tridente di Poseidone, o piede d’uccello migratore, si è trasformato in un simbolo fallico, come presso l’acropoli di Alatri. Nelle località più importanti hanno eretto altari propiziatori alle divinità secondo schemi cosmici (stellari) al fine di placare la loro ira ed ottenerne i favori per coronare l’impresa. Questa altari ed i monumenti alle divinità (megaliti o tumuli), avevano anche lo scopo di indicare la via a coloro che li avrebbero seguiti, come le stelle in cielo indicano la rotta ai viaggiatori e ai naviganti. Ermete, il Toth degli Egiziani, divinità e simbolo dei percorsi spirituali, divenne anche la divinità degli itinerari stradali (e del commercio e dei traffici che automaticamente s’accompagnano alle strade e ai viandanti) per cui, ad ogni biforcazione, in suo onore veniva eretto un cumulo di pietre al cui ingrandimento provvedeva, con il proprio contributo, ciascun viaggiatore. Questi tumuli in alcuni casi finirono per diventare vere e proprie colline o monticelli e, successivamente, piramidi e ziggurath, simboli e monumenti depositari dell’antica sapienza. Nelle zone montane o collinari gli altari furono edificati direttamente sulle cime e furono accesi fuochi perpetui, affidati a sacerdoti, per indicare anche di notte il cammino ai pellegrini e per riprodurre sulla superficie terrestre la copia della volta celeste (Compostela significa campo, territorio stellato, e la leggenda medioevale che ne interpreta il nome in chiave cristiana, adombra certamente una tradizione molto più antica e complessa). In tal modo anche di notte gli dèi avrebbero veduto quei punti luminosi e, riconoscendo in essi un’immagine celeste, che era anche una preghiera, avrebbero risparmiato la Terra da altre catastrofi, rendendola stabile ed immutabile come il Cielo che è la loro dimora. Questo continuo peregrinare, questa incessante ricerca per alcuni fini. Per altri, invece, si trasformò in un credo religioso ed una filosofia di vita: fin quando la ricerca non si concludeva e non si ritrovava il “paradiso perduto”, il ciclo non si completava e non c’era rischio di un’altra “fine”, di un’altra catastrofe. Da queste convinzioni, successivamente, hanno avuto origine i viaggi mitologici e le leggendarie ricerche: dai frutti d’oro del Giardino delle Esperidi, al Vello d’oro degli Argonauti, al Santo Graal, all’Eldorado. L’uomo che cerca, che si assoggetta a viaggi lunghi e pericolosi in terre sconosciute e che si batte contro mille ostacoli e li supera, è l’Eroe o il Cavaliere “senza paura e senza macchia”, pervaso da una fede incrollabile nella forza che gli deriva dalla divinità, nel suo coraggio e nello scopo trascendente della sua missione. Successivamente all’Eroe si sostituirà il Santo Missionario, colui che deciderà tutto se stesso e la propria vita al fine che si è proposto. Nel Gioco dell’Oca, quello che oggi è inteso come tale, un gioco appunto, ma che anticamente aveva tutt’altro significato e tutt’altra funzione (forse divinatoria), vi sono delle caselle favorevoli ed altre sfortunate, pericolose. Nell’antica Roma tale gioco, che si svolgeva come oggi per mezzo dei dadi, riconoscendo in quest’ultimi il manifestarsi del volere del destino o della divinità come si evince dal famoso detto di Cesare “Il dado è tratto”, a significare che l’uomo non può mutare quanto il fato ha già stabilito, era proibito; tranne che durante le Saturnalia, quando il ciclo annuale si concludeva e l’ordine del nuovo anno veniva espresso dalla divinità tramite questo mezzo di divinazione collettiva e individuale. Le caselle favorevoli, che aiutano e facilitano il viaggio e la ricerca, sono quelle con le Oche (gli Atlantidi o i loro discendenti e, successivamente, i Templari, i nuovi iniziati alle arcane conoscenze e agli antichi “misteri”) perché possono fornire aiuto, guida e sostegno, e quelli con i Dadi (le grandi pietre sagomate) che rappresentano i luoghi dove vivono gli Atlantidi (o i loro discendenti spirituali) e sono i lori segni indicatori. Le caselle sfavorevoli sono Ponti (gli attraversamenti), gli Alberghi (luoghi sicuri e confortevoli dove la determinazione può venire meno e che è sempre penoso lasciare), i Pozzi (gli abissi), il Labirinto (il percorso sconosciuto dove è facile smarrirsi o perdere la memoria dello scopo della propria missione), il Carcere (il luogo che trattiene contro la propria volontà) e la Morte (che interrompe per sempre il viaggio). I Labirinti, con il tempo, da ostacoli e impedimenti diventeranno delle prove da superare se si vuole raggiungere la meta e dei simboli di rinascita o rigenerazione spirituale, ma anche simbolo del viaggio stesso, del pellegrinaggio. Il girovagare, il viaggiare continuo, il cercare senza tregua, finirà per essere assimilato al movimento degli astri e del sole in particolare o darà luogo al culto solare. Sui loro itinerari i discendenti degli atlantidi edificheranno torri e fortezze accanto alle quali fonderanno le loro Tube e le loro Rode, fino a quell’ipotetica “Ultima Tule” che rappresenta la fine del viaggio e fino a ritrovare Rute, l’isola degli antenati. Questo continuo viaggiare, ormai assimilato nel macrocosmo al movimento del sole e degli astri, sarà simboleggiato dalle danze rituali, ed i vorticosi girotondi ed il ruotare su se stessi indurranno nei danzatori una esaltazione ed una trance che affinerà le qualità psichiche e permetterà loro di fare incredibili viaggi spirituali e porsi in comunicazione con gli antenati. Come ad esempio fanno i Dervisci e gli Sciamani. Per questo la musica, che inizialmente era soltanto ritmo per sostenere la danza, e la danza stessa, sono ritenuti doni divini in quanto spalancano all’uomo orizzonti immensi e pongono la psiche umana in diretta comunicazione con il trascendente. Ma non sono solo le danze iniziatiche ed estatiche a provenire da questa ricerca delle origini e dal cammino che è necessario compiere, anche il modo di camminare deve essere ritmato e simbolico nei percorsi rituali. Nelle grandi processioni, si pensi ad esempio a quelle veramente imponenti del periodo megalitico, lungo gli allineamenti di Carnac, ma anche a quelle babilonesi, egiziane, romane, della Cina, o del nuovo mondo, i portatori dei simboli sacri devono scandire il passo in modo lento e solenne, in armonia con il cosmo e con i suoi ritmi. Così è nato anche il “passo dell’Oca”.
 Il gioco della campana


Il Cammino di Compostela ed il simbolismo del gioco dell