giovedì 30 luglio 2015

le radici arcaiche della tauromachia

 Gilgamesh e Enkidu, che bloccano il bovino e lo uccidono. La gloria di Gilgamesh raggiunge l'apoteosi e mentre tutto il popolo lo acclama, Ishitar piange il TORO con le sue ancelle>>. sempre la stessa tavola riporta <>. Questa notizia, viene raccolta tra i miti dal primo popolo indeuropeo post diluviano di cui si hanno ritrovamenti archeologici e storiche. Sia da monito a quella frangia sempre più grande di animalisti invasati, privi di consapevolezza culturale che appesta l'ambiente che ha come visione il mondo tradizionale.

mercoledì 29 luglio 2015

Il mistero delle nostre profondità



DENTRO DI NOI SI AGGIRA UN'OMBRA
Dentro ciascuno di noi si aggira un' Ombra.
L'Ombra ci consente di mantenere i piedi per terra.
Ci rammenta la nostra incompletezza.
Saremmo davvero molto poveri, se fossimo soltanto quello che immaginiamo di essere.
--Marie Louise Von Franz--

Il buddismo alla ricerca della felicita in vita


Le tre questioni che il Budda dice di non occuparsene!
1) Se il mondo è infinito o finito?
2) Che cosa succede dell'anima dopo la morte?
3) Se esiste o non esiste l'assoluto (Tathagata)?
Il Budda dice se qualcuno se ne vuole occupare di queste cose lo fa a suo danno, pericolo o rischio. La mente umana non può arrivare a dirimere questi quesiti è una perdita di tempo verso la ricerca del se e la liberazione.
Una allegoria può chiarire questa presa di posizione del Maestro: è come quando un uomo è colpito da una freccia e immediatamente si preoccupa : chi ha scoccato la freccia, a che tribù appartiene, di che legno è fatta la freccia, di quale uccello sono le piume di stabilizzazione dello strale. 

A cosa serve rispondere a queste domande, anche per il fatto che l'uomo in quel frangente si deve preoccupare di non morire per dissanguamento o per infezione.

martedì 28 luglio 2015

Solo la polvere è eterna

TERZAPAGINA, dal coriere della sera
caro Nietzsche sbagliavi, eterna e' solo la polvere
tradotto in Italia il famoso saggio di Heidegger " Nietzsche " a cura di Franco Volpi ( Adelphi )
------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ ELZEVIRO Tradotto in Italia il famoso saggio di Heidegger TITOLO: Caro Nietzsche, sbagliavi Eterna e' solo la polvere - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - E apparsa, molto attesa, la traduzione italiana del Nietzsche di Heidegger. Un migliaio di pagine Adelphi a cura di Franco Volpi, benemerito degli studi heideggeriani. Uno dei libri piu' grandi della filosofia di questo secolo, dove il pensiero di Nietzsche viene restituito al rigore e alla potenza speculativa che gli competono. Ma le proporzioni dell' impresa sono troppo grandi perche' la fatica non lasci il segno. Per Heidegger il cuore del pensiero di Nietzsche e' il rapporto tra la dottrina della "volonta' di potenza" e la dottrina dell' "eterno ritorno" di tutte le cose. E il travaglio di queste pagine riguarda appunto il senso di tale rapporto. "Questa vita . scrive Nietzsche . come tu ora la vivi e l' hai vissuta dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli volte e non ci sara' in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovra' far ritorno a te e tutte nella stessa sequenza e successione. L' eterno orologio a polvere dell' esistenza viene sempre di nuovo capovolto e tu con esso, granello di polvere dalla polvere venuto!". Ma come si concilia il divenire di tutte le cose . nel quale la volonta' di potenza consiste (giacche' ogni cosa, e non solo l' uomo, e' volonta' di potenza) . con l' eternita' del loro ritorno, cioe' con il loro mantenersi eternamente nell' essere, nonostante il loro continuo svanire e morire? Eterna, qui (e non piu' biblica), e' proprio la polvere che noi siamo e in cui ritorniamo. Non si dice semplicemente che il fuoco semprevivo ed eterno del divenire richiede la distruzione della legna, ma che la stessa ritorna eternamente a bruciare nello stesso fuoco. E difficile allontanare l' impressione che il testo di Heidegger sia profondamente oscillante. Da un lato afferma che la dottrina dell' eterno ritorno e' il "fondamento" senza il quale "la filosofia di Nietzsche e' come un albero senza radici" (p. 218) e dunque tale dottrina "non solo e' conciliabile con il pensiero della volonta' di potenza, ma e' il suo unico e autentico fondamento" (p. 345). Dall' altro lato afferma che il pensiero dell' eterno ritorno e' un "enigma" che "non puo' esser tolto di mezzo" (p. 245); una "domanda" (p. 273) e non un' affermazione; un' "interpretazione" e non una "dottrina" dimostrabile e fondabile; sicche' il suo contenuto "non e' mai dato come qualcosa di reale", ma e' "soltanto una possibilita' " (p. 327). E d' altra parte il testo sembra convergere sulla tesi della "coappartenenza" della dottrina della volonta' di potenza e di quella dell' eterno ritorno (p. 355): "La volonta' di potenza e' eterno ritorno dell' uguale" (p. 387). Nietzsche scrive: "Che tutto ritorni e' l' estrema approssimazione del mondo del divenire al mondo dell' essere: la vetta della contemplazione". In un corso universitario del 1951 ' 52, non contenuto nel Nietzsche, Heidegger commenta: "Ma questa vetta non s' innalza con contorni chiari e definiti", "rimane avvolta in dense nuvole, non soltanto per noi, ma anche per il "pensiero piu' grave" di Nietzsche"; "la cosa stessa che prende il nome d' "eterno ritorno" e' avvolta da un' oscurita' di fronte a cui il pensiero di Nietzsche dovette indietreggiare spaventato". Eppure quest' oscurita' e' molto inferiore a quanto Heidegger non pensi . che pure ha il merito d' aver restituito Nietzsche al chiarore della filosofia. (Non e' forse il "meriggio" di Zarathustra, quando le ombre sono le piu' brevi, il tempo della "grande verita' ", cioe' del "rotondo anello d' oro" dell' eterno ritorno?). Puo' accadere che un grande camminatore come Heidegger s' arresti poco prima della vetta e non sappia compiere gli ultimi passi, i decisivi e piu' difficili. Nemmeno Heidegger s' avvede che la dottrina dell' eterno ritorno puo' mostrare la propria luminosa potenza solo quando se ne scorga l' unione essenziale con la dottrina della "morte di Dio". Non s' avvede che come il divenire delle cose e la creativita' della volonta' di potenza implicano e richiedono necessariamente l' inesistenza d' ogni Dio immutabile, che soffoca il divenire, cosi' essi implicano necessariamente che il passato non sia una dimensione rispetto a cui la volonta' e' ormai impotente, e che pertanto sia a sua volta immutabile e intoccabile. Nessun immutabile puo' esistere: dunque il passato non puo' sottrarsi alla volonta' , ma deve rimanerle assoggettato in eterno; e questo e' possibile solo se la volonta' rivuole eternamente cio' che essa ha voluto, come ho tentato d' indicare nell' elzeviro sul Corriere del 26 novembre. Appunto per questo Nietzsche scrive che la dottrina dell' eterno ritorno e' il "martello in mano all' uomo piu' potente" . il martello che distrugge la falsa eternita' e immutabilita' degli idoli e che solleva al culmine della potenza chi l' impugna. Proprio perche' ogni eterno della tradizione occidentale e' impossibile, proprio per questo il divenire delle cose e' necessariamente eterno ritorno delle stesse cose. Dove appare che l' "eterno ritorno" di Nietzsche non ha nulla a che vedere con l' "eterno ritorno" di Eraclito, che e' uno di quegli eterni che la tradizione ha evocato per arginare e contenere il divenire, e non . come invece accade nel pensiero di Nietzsche . per liberarlo. D' altra parte, poiche' Nietzsche crede che Eraclito sia il piu' deciso assertore del divenire, egli vede nell' "eterno ritorno" eracliteo qualcosa che Eraclito doveva aver pensato come concordante e non come incompatibile col divenire. Come poteva Eraclito pensare questa concordanza? Nietzsche scioglie l' "enigma". Proprio il piccolo Eraclito che Nietzsche conosce . un' invenzione, un vecchio luogo comune . gli suggerisce la "vetta della contemplazione" che il grande Eraclito non avrebbe mai potuto pensare.

Severino Emanuele

lunedì 27 luglio 2015

L'arte cinematografica legata sempre alla potente chiesa de Roma

E l'«Arpa di Fellini»
suonò la «Dolce vita»
Filippo Rizzi
Risultati immagini per padre arpa
26 marzo 2013



Il «gesuita della Dolce vita», il prete che sdoganò Fellini; ma anche il pupillo e confidente del cardinale di Genova, il severo Giuseppe Siri... Sono i tratti che hanno contraddistinto la complessa personalità del «gesuita del cinema» – secondo una felice definizione di Gian Luigi Rondi –, padre Angelo Arpa (1909-2003) di cui proprio domani 27 marzo ricorrono i dieci anni della morte. Un personaggio insolito e controcorrente, noto negli anni Cinquanta e Sessanta assieme al domenicano belga Felix Morlion per aver promosso in Italia la cultura del cineforum, prima nella «sua» Genova e poi in tutt’Italia attraverso la Fondazione Columbianum. Dalle mura di questa struttura, in piazza San Matteo, padre Arpa fece conoscere agli italiani le istanze sociali che provenivano dal cinema latino-americano ma anche i dibattiti e il fermento attorno al Vaticano II; proprio al Columbianum (grazie anche al placet di Siri) nel 1961 venne presentato un testo sul Concilio firmato dall’allora cardinale di Colonia Joseph Frings (ma preparato dal promettente teologo bavarese Joseph Ratzinger). L’anno successivo nello stesso edificio toccherà al cardinale Agostino Bea spiegare il senso delle assise ecumeniche. A dieci anni dalla scomparsa di questo sacerdote non convenzionale rimangono vive le grandi intuizioni sul neorealismo italiano e i suoi giudizi molto lusinghieri e non affrettati su registi del calibro di Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini (di cui padre Arpa ammirava «il realismo spirituale» di un film cult come Uccellacci e uccellini). Proprio al grande scrittore e regista friulano il gesuita garantirà la sua consulenza per il Vangelo secondo Matteo, mentre con Rossellini si adopererà per la realizzazione di Era notte a Roma del 1959.
Lo stesso produttore Angelo Rizzoli riconoscerà ad Arpa il «fiuto dell’imprenditore» per aver intuito prima di tutti che «La dolce vita non solo era un capolavoro ma avrebbe sbancato al botteghino». Gesuita sognatore e in un certo senso «irregolare», ma anche attento uomo di cultura, padre Arpa fu un profondo cultore del pensiero di Carl Gustav Jung, di Martin Heidegger e dell’amatissimo teologo Henri de Lubac, che rappresenterà la sua stella polare soprattutto per Paradoxe et mystère de l’Église; forte anche la sua venerazione per la Sindone di Torino, su cui accarezzerà l’idea di una sceneggiatura dedicata al volto di Gesù. Ma il capitolo centrale della vita di Arpa ha soprattutto un nome: Federico Fellini. Al gesuita originario di Castelfranco Veneto, che lui chiamava semplicemente «Angelo», l’artista di Rimini confidava i dubbi sulla fede, il senso del peccato e della grazia; a lui ricorreva per consigli sul tema del sacro – presente in tanti spezzoni di pellicole come Amarcord, La dolce vita e Otto e mezzo – o sui personaggi religiosi presenti nei suoi film: dai sacerdoti (come gli indimenticabili «pretini vestiti di rosso») ai cardinali (si veda la sfilata ecclesiastica di Roma). La stima di Arpa verso il cineasta romagnolo era antica e viene testimoniata da una dedica tracciata nel 1954 dal gesuita su una Bibbia: «A Federico Fellini questo "libro di Dio" perché, conoscendo e contemplando le cose che non passano, possa dare verità alle cose che passano». E l’ammirazione verso «l’amico Federico» non verrà mai meno da parte di Arpa, fino alla difesa quasi «in solitaria» (escluso il lungimirante giudizio di un altro gesuita, padre Nazareno Taddei, su Letture) di film come Le notti di Cabiria e ancora di più La dolce vita di fronte a una «sbigottita opinione pubblica cattolica». Da quell’anno, il 1960, il gesuita diventerà «l’Arpa di Fellini», il «padre de La dolce vita», il gesuita stregato da quel «Cagliostro di Fellini» – così secondo l’Osservatore Romano>. La pellicola venne infatti vietata dal Centro Cinematografico Cattolico e durissimo fu il giudizio de La Civiltà Cattolica, una vera condanna.

In soccorso di padre Arpa arriverà inaspettatamente il cardinale di Genova, Giuseppe Siri: «Questa Dolce vita bisognerebbe farla vedere ai miei seminaristi del quarto anno di teologia, perché si rendessero conto di quanto è brutto il mondo». Solo a distanza di tanti anni, nel 2003, il cardinale Carlo Maria Martini ha raccontato «le sue personali impressioni» su quel film che fece scalpore, dandone una «lettura positiva» e non di censura: «Ricordo che confidai a padre Angelo nella mia veste certo di critico incompetente che era necessaria una lettura maggiormente valutativa dell’opera. Egli accolse con gratitudine le mie riflessioni e mi disse che le avrebbe comunicate a Fellini stesso». Ma è proprio sul tema della fede che il regista, in tante chiacchierate a Roma e sul litorale di Ostia, confidò all’amico gesuita di credere nell’aldilà, nonché l’ammirazione per Papa Giovanni XXIII (su cui aveva ipotizzato di fare un film): «Vedi, Angelo, questa Chiesa la possiamo e la dobbiamo criticare ma credo che dobbiamo essere onesti. L’uomo ha bisogno di una mediazione tra lui e il Maestro. In quest’ottica la Chiesa costituisce una grande e fortunata presenza». Padre Arpa sarà accanto all’amico Federico nelle ultime ore di vita e assieme al cardinale Achille Silvestrini il 31 ottobre 1993 ne celebrerà i funerali nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma. Ma anche in seguito continuerà a difenderlo e a ribadire – come già aveva fatto padre Taddei – «quel rigurgito di grazia e di redenzione» presente nel finale de La dolce vita.

Spie in Vaticano

Padre Felix Morlion

UN PERSONAGGIO DA CONOSCERE: PADRE FELIX MORLION.




-Articolo tratto dalla"NUOVA ALABARDA" http://www.nuovaalabarda.org/index.php

Ci sono dei libri che, anche se non riescono a diventare dei best-sellers dovrebbero invece essere letti e conosciuti da tutti. Uno di questi è “Come nasce la repubblica” curato da Nicola Tranfaglia con note (fondamentali per l’approfondimento del testo) di Giuseppe Casarrubea (ed. Bompiani). Si tratta di una vera e propria miniera di informazioni e notizie tratte dagli archivi statunitensi sul Regno del Sud prima e sulla Repubblica italiana poi, da cui si riesce a capire che, a parte i padri costituenti, la repubblica ebbe anche, alla nascita, delle levatrici, ma soprattutto dei padrini che la tennero a battesimo.
Tra i molti nomi noti si trovano anche altri meno conosciuti ma che meritano uno sforzo di ricerca. È il caso di un personaggio che viene citato solo tre volte nel libro, in una corrispondenza tra don Luigi Sturzo (fondatore del Partito Popolare prima e capo spirituale della DC poi) ed Earl Brennan, capo del settore italiano dei Servizi informativi statunitensi: si tratta di padre Felix Morlion, domenicano dell’Ordine dei passionisti. Don Sturzo scrisse che gli premeva molto che il personaggio che conosceva “molto bene” raggiungesse il nostro paese perché intendeva affidargli “alcuni compiti di carattere sociale e religioso da svolgere in Italia”. In risposta Brennan sollevò alcuni dubbi in merito alle intenzioni del domenicano, al che Sturzo rispose immediatamente inviando tre plichi che evidentemente cancellarono ogni dubbio; infatti furono trasmessi al referente italiano e Morlion poté giungere in Sicilia prima e poi risalire la penisola fino a Roma, come richiesto da don Sturzo.
Ma chi era Felix Morlion? Una breve ricerca in internet permette di capire che è un personaggio di indubbio spessore.
Morlion giunse negli USA dopo l’arrivo dei tedeschi nella sua patria, il Belgio, dove era ben noto, essendo stato tra i fondatori dei centri cinematografici cattolici belgi; fu anche, leggiamo nel sito socialistregister.com, uno dei componenti del COPAC (Centro di propaganda anti comunista fondato dal visconte Charles Terlinden), che aderì ai CAUR (Comitati d’Azione per l’universalità di Roma) collegandosi in tal modo economicamente e politicamente con il fascismo italiano. Il COPAC lavorava inoltre a stretto contatto con un’altra associazione belga, la SEPES (Società di studi politici, economici e sociali, teniamo a mente questa denominazione, n.d.r.), una specie di servizio segreto di propaganda e “intelligence” anticomunista fondata nel 1925, che negli anni ‘30 lavorò in stretto contatto con il governo tedesco. Nel sito prima citato troviamo anche uno studio di Rudi van Doorslaar sull’attivismo anticomunista in Belgio dal 1930 al 1940, dove leggiamo che le attività del COPAC erano direttamente collegate a quelle della SEPES e che lo stesso Morlion dirigeva le “shock brigades”, paragonabili agli “squadristi” italiani. 
Il risultato concreto di queste attività fu che, quando i nazisti ebbero invaso il Belgio, il materiale raccolto dai due gruppi portò all’arresto ed alla deportazione di molti comunisti locali e di rifugiati tedeschi che avevano trovato riparo soprattutto ad Anversa.
Morlion (secondo qualcuno grazie all’aiuto di un ufficiale della Gestapo) espatriò e si stabilì in Inghilterra, dove continuò ad interessarsi di una delle sue creature, il centro Pro Deo, che ebbe sede prima a Lisbona e poi a New York: un vero e proprio centro di “intelligence” gestito a livello mondiale, che poneva una particolare attenzione verso i paesi del Sud America. Dall’Inghilterra Morlion trasportò conoscenze ed affari negli USA, dove cominciò a collaborare con i servizi consapevoli del fatto che i cattolici, avendo cappellani militari su tutti i fronti e chiese dappertutto, sono uno dei principali canali informativi esistenti. Dagli USA, aiutato, come abbiamo visto, da don Sturzo, Morlion si spostò in Sicilia e poi a Roma, sempre portando con sé il centro Pro Deo che divenne, a Roma, uno dei principali centri informativi del Vaticano. Qui le strade del prete si incrociarono ancora più strettamente con la politica democristiana, infatti suo segretario particolare fu per un periodo il futuro senatore Giulio Andreotti (una foto dei due è reperibile in rete). 
Morlion continuò ad occuparsi di lotta contro il comunismo: nel 1954, in contemporanea con analoghe iniziative gestite da Edgardo Sogno e dai Comitati Civici filo democristiani (e forse non scollegato da esse), inviò una lettera a 1.000 industriali italiani chiedendo fondi a sostegno di un’iniziativa pilota il cui scopo era di “infierire un nuovo colpo al comunismo” e per creare e moltiplicare “centri di addestramento costituiti onde fornire alla libera impresa e agli schieramenti politici uomini integralmente preparati e permeati di dinamismo cristiano, atto ad arginare la invadente propaganda marxista tra le masse operaie”. La circolare viene pubblicata il 7 agosto 1954 sul quotidiano “L’Unità”. 
Secondo Daniele Biacchessi (in retedigreen.com) nel 1947 anche il nazista Haas (poi coinvolto nel caso Priebke) sarebbe entrato alle dipendenze di Morlion, che sembrerebbe pure coinvolto in alcuni passaggi della gestione vaticana delle ratlines, gestite da alti prelati croati e tedeschi. Consideriamo che Morlion era favorevole ad una soluzione “franchista” per l’Italia, cioè la presa di potere di un partito come la Falange spagnola, che operasse un controllo assoluto su tutto e fosse legato a doppio filo con la curia. Del resto una soluzione del genere sarebbe stata auspicata anche da parte della Democrazia cristiana dell’epoca, come dimostrano i documenti riportati nel libro di Tranfaglia citato prima.
Successivamente la Pro Deo divenne un’università privata che sollevò l’interesse di numerosi industriali italiani e si trasformò nella tuttora esistente LUISS (Libera Università internazionale di studi sociali); ricordiamo che già nel periodo belga Morlion si interessava di studi sociali. Della LUISS, collegata al Gotha dell’industria italiana e della parte politica cattolica più osservante, faranno parte nel tempo (come allievi o come docenti) anche nomi importanti dei servizi italiani ed internazionali: dal generale Carlo Jean (intimo di Cossiga) al generale Pollari.
Nel 1968, a Roma usciva un giornale, il “Mondo illustrato”, sul quale scriveva Mino Pecorelli, che pare vi avesse anche investito di suo. Questo giornale pubblicò la foto di Morlion a fianco di Andreotti in un articolo in cui si anticipavano, per il numero successivo, rivelazioni relative a soldi, sesso, servizi, affari loschi all’ombra del Vaticano. Ma il numero successivo non vedrà mai la luce. Si insinua che Pecorelli avesse ricevuto una notevole somma per cessare le pubblicazioni e “sparire” per un po’ dalla circolazione, ma non smise di scrivere e, tempo dopo, dopo aver nuovamente promesso rivelazioni spettacolari su Moro, Andreotti e altre realtà democristiane, fu ucciso da persone ancora oggi avvolte nel mistero con un’arma particolare che utilizza proiettili di tipo speciale, in dotazione esclusiva pare delle forze speciali della NATO. 
Il nome di padre Morlion appare anche nelle inchieste sulla scuola Hyperion di Parigi, quella che per lungo tempo era stata sospettata di essere il centro direttivo delle Brigate Rosse e che ebbe anche, per pochissimo tempo all’epoca del sequestro Moro, una sede a Roma. Sembra che Morlion avesse intercesso presso il governo francese che poneva difficoltà ad autorizzare l’apertura della scuola in quanto gli insegnanti erano per la maggior parte “rifugiati politici” inseguiti in Italia da mandati di cattura. 
Altre tracce di Morlion si trovano poi nella vicenda dell’attentato di Alì Agca a papa Woityla. L’attentatore infatti disse che l’ordine di agire gli fu dato a Roma in appartamento di via Pola 12 (residenza di un certo Antonov, addetto all’ambasciata di Bulgaria) che descrisse nei particolari, disegnandone, pare, anche una piantina dettagliata. Solo un particolare non corrisponde: una porta, che Agca descrisse come scorrevole, a scomparsa nel muro, risultò invece essere normale. Il lato curioso di questa “confusione” è che la descrizione di Agca corrisponde invece perfettamente all’appartamento sottostante che è uno degli appartamenti di proprietà dell’università Pro Deo, in uso a Morlion. Chi fece queste rivelazioni, in sede di commissione Mitrokhin, fu Giulio Andreotti, che citò a testimone il senatore Consolo che gli aveva parlato della vicenda della piantina. Il tutto finì con una battuta di spirito e sembra che nessuno abbia inteso aprire un’inchiesta su questa strana combinazione. 
Di Morlion parla anche Gaia Cenciarelli nel suo libro sulla scomparsa di Emanuela Orlandi (“Extra Omnes, l’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”, ed. Zona).
Nel “Covert action information bulletin”, pubblicazione fondata dall’ex agente CIA Philip Agee, reperibile in vari siti internet, vi sono dei riferimenti che collegano Morlion al Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), relativamente a finanziamenti e onorificenze conferiti prima della guerra ad ambienti filonazisti, e nel dopoguerra a nazisti “riciclati”, come Reinhard Gehlen, passato dai servizi nazisti ai servizi USA prima e tedesco occidentali poi. Infine, Morlion appare tra i fondatori del Center For Economic And Social Justice (CESJ) che annovera numerosi alti prelati, componenti della finanza internazionale e varie personalità di spicco, aventi in comune idee conservatrici e l’essere favorevoli al libero mercato. 
Padre Morlion, servitore discreto di 5 papi ed attivo in molti campi non sempre ecclesiastici, morì nel 1987. Ebbe parte attiva, come abbiamo visto, in gran parte della storia dell’Italia repubblicana, ma manca una biografia che metta in luce un personaggio così importante.


Va ad integrare un antecedente articolo uscito sempre su questo blog

domenica 26 luglio 2015

Il non fare



"Il disordine del mondo in certe giornate appare quasi soverchio, tanto che si dispera di arginarlo. Allora riordino la scrivania, la biancheria, gli attrezzi del giardino, ma in fondo lo faccio controvoglia. Di questo stato d'animo fa parte anche l'intuizione che tutto quanto intraprendiamo e accumuliamo andrà distrutto. La cosa migliore, in giornate simili, sarebbe mettersi a letto e, soprattutto, non incominciare niente di nuovo." (Ernst Jünger, 16 agosto 1939)