sabato 23 maggio 2015

Le immagini dell'uomo del paleolitico nel parco del Pollino

Viaggio nella Calabria preistorica. Il Bue Primigenio della magica Grotta del Romito

di Ferruccio Cornicello
grotta-del-romitoDopo essere partiti di buonora da Bari, via Lauria (Potenza) arriviamo sulla costa tirrenica a Maratea (Potenza) e, all’altezza di Scalea (Cosenza), imbocchiamo la SS 504 Scalea-Mormanno per raggiungere Papasidero; la strada è panoramica e tortuosa e si inerpica all’interno del Parco Nazionale del Pollino, il parco naturale più grande d’Italia e fra i più estesi d’Europa, stretto fra il Mar Jonio e il Mar Tirreno. La sua superficie, di circa 200 mila ettari, si sviluppa su due regioni, Basilicata e Calabria, sulle tre provincie di Cosenza Matera e Potenza e su 56 comuni, di cui 24 in Basilicata e 32 in Calabria, fra cui appunto Papasidero.
L’attuale toponimo dell’abitato deriverebbe da un Papas Isídoros, capo di una comunità basiliana delMercurion, uno dei maggiori luoghi del misticismo dell’Italia meridionale in cui fiorì a partire dal VI° secolo il monachesimo greco-orientale, in corrispondenza di un territorio che si estendeva lungo il confine occidentale delle attuali Calabria e Basilicata. A quota m. 210 s.l.m, con i suoi 854 abitanti attuali, il piccolo paese medievale di Papasidero si sviluppa a partire da una rocca longobarda ampliata a Castello nei secoli successivi, sotto le denominazioni Normanno-Sveva, Angioina e Aragonese.Dopo poco più di mezz’ora di viaggio, attraversando una natura aspra e varia dominata da macchia mediterranea, boschi di latifoglie ma anche da piccoli campi coltivati, con la strada che corre sotto le gibbose e acuminate cime del gruppo montuoso del Pollino, scorgiamo da lontano su uno sperone il piccolo abitato di Papasidero, incastonato nella profonda valle del fiume Lao il cui alveo è tutelato dall’omonima Riserva Naturale Orientata, nel luogo che forse fu sede dell’antica subcolonia sibarita di Scidro.Decidiamo che Papasidero e il suo territorio ve li racconteremo in una prossima puntata, per cui in questa occasione sostiamo giusto il tempo di scattare qualche foto. Lasciato l’abitato, proseguiamo ancora sulla SS 504 in direzione Mormanno e dopo circa 14 km troviamo sulla sinistra il cartello che indica il “Parco Archeologico Grotta del Romito”. Imboccata l’agevole strada di campagna asfaltata di recente, che si sviluppa lungo un percorso spesso tortuoso e in discesa, dopo qualche km giungiamo alla meta in contrada Nuppolara, nel tardo pomeriggio.
Dopo aver visitato il Museo didattico, accompagnati dalla guida Teresa Pandolfi guadagniamo l’ingresso del cancello che ci introduce, per un sentiero in discesa, all’area del Romito collocata a quota m. 296 s.l.m.  sulla sinistra idrografica della valle del fiume Lao, attraversando un bel tratto di bosco di latifoglie, attrezzato anche per le soste.
L’ambiente del sito archeologico, che arriva a toccare in grotta oltre 8 m di spessore di deposito – la stratigrafia dal piano di calpestio attuale – si divide in due parti ben distinte. La Grotta vera e propria, una cavità naturale con uno sviluppo complessivo di 80 metri, composta da due sale in una delle quali si possono ammirare suggestive formazioni di stalgmiti e stalattiti; il Riparo esterno, protetto dall’aggetto di un’imponente parete rocciosa, che si estende per una lunghezza di circa 40 metri. All’interno della grotta esiste anche una galleria ancora inesplorata.Ai piedi del monte Ciagola o Ciavola, parte di un ambiente naturalistico di grande fascino e pregio, con le caratteristiche geologicamente tipiche del paesaggio carsico come grotte ripari e inghiottitoi, è collocata la Grotta del Romito. Sito di fondamentale importanza per la preistoria calabrese insieme alla Grotta della Madonna nella vicina località costiera di Praia a Mare, esso costituisce uno dei più importanti giacimenti italiani del Paleolitico superiore (40.000-10.000 anni fa) e attesta frequentazioni più recenti risalenti al Neolitico europeo (7.000 – 4.000 anni fa). La Grotta viene scoperta nella primavera del 1961 dall’allora direttore del Museo Comunale di Castrovillari Agostino Migliosu segnalazione di due papasideresi, Gianni Grisolia e Rocco Oliva. Nell’estate del 1962 iniziano i primi scavi condotti dall’antropologo e paleontologo fiorentino Paolo Graziosi. Quelli ancora in corso su basi di ricerche multidisciplinari – Sedimentologia, Palinologia, Malacologia, Archeozoologia e Paleontologia – sono condotti per conto della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Calabria e grazie al sostanziale appoggio dell’Amministrazione comunale di Papasidero, da un’equipe guidata dal Prof. Fabio Martini, ordinario di Paletnologia al Dipartimento di Scienze dell’Antichità all’Università degli Studi di Firenze nonché direttore del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria “Paolo Graziosi”.
Il sito contiene una delle più antiche e importanti testimonianze di arte rupestre preistorica in Italia, l’impressionante graffito di una figura di toro primigenio o bos primigenius, varietà di bovide estinto da secoli noto anche come uro, lungo circa 1,20 m, inciso su una grossa lastra calcarea di oltre 2 m di lunghezza collocata nella zona antistante l’ingresso della grotta. Recenti studi ne fanno risalire l’esecuzione al Paleolitico superiore ovvero a 19000 anni fa, rispetto ai precedenti che lo datavano tra gli 11000 e i 14000.Tra le zampe posteriori dell’uro a figura intera, è incisa in modo parziale un’altra figura di bovide, di proporzioni ben più ridotte e senza che questa lasci pensare ad una unica composizione.
Il Bos primigenius
Paolo Graziosi definì il graffito “la più maestosa e felice espressione del verismo mediterraneo”. L’attenzione ai dettagli anatomici e le proporzioni realiste rendono l’incisione dell’uro paragonabile, per lo stile della figurazione, al linguaggio espressivo dell’arte parietale rupestre franco-cantabrica, elementi che per importanza proiettano il sito archeologico del Romito nel più ampio contesto europeo. Di difficile interpretazione invece è la fitta rete di segni rettilinei, curvilinei, sparsi e a gruppi, di diverse lunghezze e orientamenti non associati a figure zoomorfe che compaiono su un altro enorme masso, opposto a quello su cui sono raffigurati i bovidi.
Importanti anche le sepolture ritrovate nel sito, denominate con progressione numerica di ritrovamento (Romito 1, 2 etc.), per un totale di 7 con 9 individui. Alcune di esse si trovano in Grotta altre sotto il Riparo, non sono coeve e risalgono tutte al periodo del Paleotico superiore chiamato Epigravettiano finale. Romito 1-8 sono databili tra gli 11.000 e 12.500 anni, mentre Romito 9 che è la più antica, risale a circa 17.000 anni fa.
Due inumazioni si presentano bisome, ossia riservate a due salme, altre sono a deposizione singola. Alcune hanno restituito zagaglie (punte) di osso decorate afferenti alla cosiddetta arte mobiliare della Grotta del Romito, altre resti di corna di toro. La ricorrenza di resti di uro o Bos primigenius con gli inumati Romito 1, 2 e 3 rimanda a funzioni di offerte funerarie, elementi che forniscono informazioni sull’universo simbolico, le pratiche rituali e funerarie paleolitiche. La disposizione di 6 inumazioni su 9 in prossimità del graffito del bos primigenius , “assegnano a questa immagine una valenza totemica di grande suggestione”, e conferisce all’ambiente un indiscutibile legame con il sacro.Le molteplici evidenze archeologiche restituite dal sito offrono agli studiosi numerosi elementi utili alla ricostruzione storica delle attività delle comunità di cacciatori-raccoglitori che abitarono il sito, le condizioni di vita dei gruppi umani preistorici, la loro interazione con l’ambiente e il paesaggio circostanti. Indicazioni sulla microfauna, la macrofauna e sui condizionamenti subiti dalle comunità dalle dinamiche climatiche avvenute dalla fine del Paleolitoco al Neolitico: la presenza, antecedente a 24.000 anni fa e con intermittenza, nella grotta del Romito, di un torrente che in seguito al suo prosciugamento e a interventi di bonifica ha consentito la frequentazione umana. Inoltre, dalla setacciatura del terreno di scavo nello strato C (11.000 anni anni fa) sono emersi, come per altri siti del Paleolitico superiore, dodici semi di vitaceae che per le loro dimensioni sono riferibili alla Vitis silvestris.
Parte degli altri numerosi reperti risalenti sino alle prime frequentazioni della Grotta, attestate a oltre 23000 anni fa, unitamente al calco di sepoltura e alla ricostruzione facciale di Romito 7 (individuo di sesso maschile morto all’età di 18-20 anni risalente a 12.200 anni fa) sono esposti nel piccolo Antiquarium annesso al complesso. Tra questi e tra gli altri un Palco di Cervo palmato, Cervus elaphus palmidactyloides, rinvenuto sepolto in una piccola fossa e riferibile a significati simbolico-rituali; gasteropodi bivalvi e scafopodi ovvero conchiglie marine della specie Columbella rustica e Cyclope neritea, lavorate e usate come ornamento che testimoniano altresì i contatti con il litorale tirrenico. Riferibile al periodo Neolitico è invece il ritrovamento di ossidiana che lascia ipotizzare l’area del Romito centro di scambio e transito, tra l’area tirrenica e quella jonica, del vetro vulcanico proveniente dalle isole Eolie e utilizzato per produrre punte di frecce, raschiatoi e altro.
Infine, nuovi importanti dati forniti dalle recenti ricerche condotte dal Prof. Martini riferibili al 2012 testimoniano di elementi circa l’individuazione della fase culturale definita Mesolitico (indicativamente 10.00 – 5.000 anni fa), epoca preistorica dell’età di mezzo dell’età della pietra sino ad oggi priva di informazioni per la Calabria.
Courtesy of Fame di Sud

Un testo affascinante che indaga nel mito atavico della coppa nato prima del medioevo e arrivato fino all'età moderna

La maschera e il graal
Indagine sull'archetipo della "coppa"

Collana: Biblioteca di cultura (722)
2012, pagine 34
ISBN: 978-88-7870-627-9
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Quarta di copertina
Cosa si rivela dietro l’archetipo del Grani, la Sacra Coppa del sangue di Cristo? A quali arcaici riti si ricollega il mito del prezioso Calice le cui diverse forme – coppa, libro, spada, pietra ... – sembrano palesare una connessione con la primordiale scrittura rupestre a “coppelle”?
Il messaggio tracciato mediante le piccole coppe scavate sulla roccia, simile ad un libro litico, si illuminava in particolari periodi dell’anno sotto la luce degli astri fil­trante dalle fessure delle grotte come la lama di un gladio, permettendo di interpre­tare il destino e controllare i ritmi del divenire stabiliti in base all’apparizione di par­ticolari costellazioni sulla volta celeste. Queste sono tuttora spesso individuabili nella corrispondente, perfetta disposizione delle coppelle stesse su certi massi.
A tale codice, di cui si è, ormai, smarrito il senso, alludono i misteriosi miti della lu­minosa “Parola perduta”, motivo sempre riferibile alla perfezione creativa dei primordi cui rinvia anche il nome “Eden” del Castello del Re Guardiano del Santo Graal. Sullo sfondo trapelano gli arcaici cerimoniali della Grande dea, Signora della coppa-ventre; culla-tomba; contenitore di rigenerazione come il calderone celtico dell’abbondanza o il lucente caldaio dove le sacerdotesse astrologhe, addette ai riti solari, al crepuscolo o nel transito annuale, facevano “scendere” il sole morente, di cui indossavano la maschera, per ringiovanirlo affinché risorgesse all’alba come, in origine, dal ventre della dea Nut.

La saga della Sacra Coppa, contenitore del sangue di Gesù, personificazione del “Sole invitto” come gli antichi Re Sacri, periodicamente immolati per garantire la salvezza comune, rappresenta la riattualizzazione di riti primordiali la cui confusa memoria, ancora presente nell’immaginario antropologico di tutti i popoli, si ri­propone a sprazzi perché i vecchi simboli, modellandosi sulle nuove esigenze etiche, possano suggerire le soluzioni più opportune alle specifiche problematiche di ogni tempo.

Studiosa del Sacro, Emanuela Chiavarelli ricerca nelle attestazioni di miti, riti, fiabe, tradizioni popolari, le vestigia delle forme magico-religiose suggerite all’uomo dall’approccio al divino. Autrice di saggi come Sulle tracce della scarpina perduta e II dio Asino, il mistero di un’antica divinità, scrive per le riviste «Studi Sull’Oriente Cristiano», «Psicoanalisi Forense», «Tema», «Psicoanalisi corporea». Per Bulzoni ha pubblicato Diana, Arlecchino e gli spiriti volanti. Dallo sciamanismo alla “caccia selvaggia”, (2007) e Intarsi: momenti di antropologia, (2009). Attualmente collabora con la cattedra di Antropologia Culturale presso la facoltà di Scienze politiche della Sapienza Università di Roma.

giovedì 21 maggio 2015

Un talismano inseguito dal potere

Alcune pagine tratte dal libro <<Hitler e la lancia del destino>>. Il potere esoterico dell'arma che trafisse... Di Trevor Ravenscroft




https://books.google.it/books?id=BFd...page&q&f=false

Un modo poetico per ricordare la Grande Guerra

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato
Giuseppe Ungaretti , San Martino del Carso

I Re aragonesi mumificati come mummie a Napoli

La dinastia aragonese di Napoli, si faceva mummificare e le mummie dei Re sono deposte nei sarcofagi della sacrestia della chiesa di S. Domenico Maggiore a Napoli.
Come mai la tradizione della mummificazione di chiara matrice egizia era presente a Napoli?
Lo scoprirete viaggiando con IVI.

2600 anni fa si realizzavano protesi ossee alle gambe, le nostre certezze scentifiche in crisi.....






MUMMIA CON PROTESI …E QUESTA COME LA SPIEGA IL MONDO SCIENTIFICO


Un sacerdote egizio vissuto durante la 26° dinastia ( 656 – 525 Ac) Ha suscitato molto scalpore, durante delle radiografie effettuate nel Agosto del 1995.La mummia, insieme ad altre cinque, del museo Egiziano Rosacruciano di San Josè,
California sono state analizzate da un gruppo di scienziati della Brigham Young University, per fare studi sul Dna delle mummie. Le radiografie della mummia di Usermontu, hanno mostrato, una protesi metallica di 23 centimetri, inserita nella gamba sinistra; all’ altezza del ginocchio.La protesi, di fattura moderna, è stata inserita quando l ‘ uomo era ancora in vita, e con una difficile operazione chirurgica.


Le radiografie sono state analizzate dal Dottor Richard Jackson chirurgo ortopedico presso la Brigham Young University; che ha affermato che si tratta di una protesi di realizzazione moderna del tipo, che viene impiegata oggi in chirurgia, per stabilizzare le ossa.
Il Dottor Wilfred Griggs capo del team, che stava analizzando le mummie, dichiarò di aver pensato ad una protesi moderna, inserita non più di 100 anni fa per bloccare la gamba alla mummia, e di non aver mai visto una protesi simile su una mummia.
Nel mese di Novembre alla mummia vennero fatte ulteriori analisi per svelare il mistero, Il Dottor Wilfred Griggs
Era convinto che l’ operazione fosse avvenuta in vita al sacerdote.
Dalle analisi è emerso che la protesi, è stata inserita della gamba del sacerdote Usermontu quando questi era vivo;
la protesi è in puro ferro, e grazie ad una sonda inserita nella parte posteriore del ginocchio è emerso la presenza tutt’ attorno alla protesi, di un cementificante, resinoso per fissare la protesi all’ osso.
Il Dottor Wilfred Griggs affermò quindi “con grande sorpresa non ci sono più dubbi, si tratta di un antico, intervento chirurgico” ed ha aggiunto, ” queste sono tecniche biomeccaniche moderne che non avremmo immaginato potessero essere conosciute dagli antichi egizi ” La tecnica era talmente avanzata da permettere la rotazione della gamba e il fissaggio all’ osso tramite un cementificante. Sono tecniche altamente, avanzate di uso moderno
Ma non è ‘ l unico esempio di protesi, antiche
Sempre in Egitto, è stata trovata una protesi, un dito artificiale, realizzato in cuoio e legno, al piede di una mummia
Di una Nobile Egiziana. Attualmente in mostra al museo egiziano del Cairo.
Secondo il ricercatore Jacky Finch la protesi risalirebbe al periodo tra il 1069 e il 664 Ac
Una protesi simile, è stata ritrovata in un’ altra mummia presso il British Museum,
Archeologi inglesi dopo aver analizzato entrambi gli oggetti, hanno dichiarato
Che servivano per agevolare i loro proprietari nella camminata.

mercoledì 20 maggio 2015

I resti umani utilizzati come medicine

QUEI CADAVERI UTILIZZATI PER FARNE MEDICINE


E' possibile curare un gran numero di disturbi utilizzando parti del corpo dei cadaveri? Certo che no. Eppure in un passato non troppo lontano - oggi questa cosa ci fa sorridere - i morti venivano correntemente usati per la preparazione di presunti farmaci. Un esempio? La polvere ottenuta dallo sbriciolamento delle ossa del cranio si credeva fosse utile nella trattamento delle malattie del cervello. E' questo il caso dei martiri di Otranto. I ricercatori dell'Università di Pisa, guidati dal professor Gino Fornaciari, hanno svelato il mistero del cranio con 16 fori presente tra le reliquie dei santi. Lo studio ha individuato le ragioni della trapanazione multipla incrociando le analisi sui resti con i testi di storia della medicina: le parti del cranio furono utilizzate per preparare farmaci utili contro le malattie del cervello. 




Mistero risolto: buchi nel cranio per ottenere polvere d’osso 
«Inizialmente -spiega la dottoressa Valentina Giuffra, una delle autrici dello studio- abbiamo preso in considerazione diverse ipotesi tutte però poco convincenti. Ad esempio una procedura per ricavare reliquie in forma di polvere d'osso non era plausibile, considerando le migliaia di ossa, appartenenti ai martiri che potevano essere facilmente prelevate. Diversi testi descrivono l'uso di polvere di cranio umano come ingrediente per la cura dell'epilessia e di altri disturbi per i quali non esisteva una spiegazione razionale». La testa era considerata la parte più importante del corpo umano, un capolavoro della creazione, depositaria di forze spirituali invisibili che si conserverebbero anche dopo la morte. Il cranio di Otranto rappresenta un'evidenza unica di trapanazione effettuata per ottenere polvere d'osso da usare come ingrediente in preparazioni terapeutiche. «Le lesioni -prosegue l'esperta- sono il risultato di una trapanazione multipla effettuata con uno strumento dotato di una grande punta arrotondata. Questo tipo di strumento non poteva produrre rondelle ossee ma solo polvere d'osso». 


Mummie per qualsiasi farmaco: dalle pene d'amore alle paralisi 
Una procedura curiosa, quella della preparazione del farmaco a partire dal cranio, che non rappresenta di certo una novità. A partire dal 1400 circa la medicina ufficiale utilizzava regolarmente parti del corpo dei morti per produrre "pozioni" curative. In particolare la "materia prima" più pregiata per la preparazione dei "farmaci" era la mummia dell'antico Egitto. Da alcuni scritti della fine del 1500, ad opera del medico Pier Andrea Mattioli, si evince che le popolazioni arabe attribuivano alle mummie molte virtù come la cura delle paralisi, dell'epilessia, dell'emicrania e di molti altri disturbi. Non solo, se l'estratto di mummia veniva aggiunto ad acqua e menta era possibile curare anche le delusioni amorose.






Il business delle false mummie 
Anche se oggi stentiamo a credere a questa singolare procedura nel passato, la cieca fiducia nei rimedi prodotti dall'utilizzo dei cadaveri raggiunse una popolarità tale che in Egitto cominciarono gli arresti dei trafugatori di mummie. Non solo, vista l'estrema diffusione, anche in Europa iniziarono a fiorire i commerci di false mummie: invece che corpi provenienti da antiche sepolture si vendevano agli europei cadaveri disidratati e opportunamente preparati. Un commercio particolarmente fiorente in Francia dove i corpi degli impiccati venivano trafugati e rivenduti a prezzo salato, dopo opportuna preparazione, spacciandoli per vere mummie egizie. Fortunatamente con il passare dei secoli e l'avvento della medicina moderna la pratica di preparare farmaci utilizzando i cadaveri è andata scemando. L'ultima comparsa è datata 1911 a Vienna: a quel tempo era ancora possibile acquistare in farmacia estratti ottenuti da vere o presunte mummie.