sabato 12 luglio 2014

I pellerossa che combatterono a fianco della Germania nazista


 

Storia poco conosciuta e portata alla ribalta del pubblico, a seguito
di documenti top-secret declassificati, relativi a volontari
pellerossa che combatterono nelle ultime fasi della 2^ guerra mondiale
tra le file delle Waffen SS o SS combattenti.
Bandiera ufficiale del German-American Bund

Secondo documenti top secret, declassificati agli inizi del XXI
secolo, sembrerebbe che nativi indiani d’America, chiamati comunemente
pellerossa, avrebbero fatto parte di un costituendo reparto delle
Waffen SS o SS combattenti. Da documenti finalmente resi pubblici,
sembra che le SS avrebbero costituito sul finire della seconda guerra
mondiale un reparto da esplorazione, denominato ufficialmente come
“Aufklarung Reiter Kompanie “Chief Sitting Bull”. Ma come si era
giunti a tanto?

Ebbene, nativi indiani d’America che erano stati forzatamente
arruolati come coscritti nell’Esercito americano dell’ US Army, furono
catturati dalla Wehrmacht durante le battaglie di Kasserine in Africa
settentrionale, a Monte Cassino in Italia e in Normandia. Questi
pellerossa gradirono molto entrare a far parte delle Waffen SS con la
speranza che il Terzo Reich uscisse vincitore prima in Europa e poi
andasse alla conquista dell’America per distruggere il governo della
banda di Roosevelt che consideravano plutocratico, con il fine ultimo
di poter edificare una nuova nazione autonoma di indiani d’America.

Il loro leader era il capo Cherokee Standing Bull, il cui avo era Toro
Seduto. Standig Bull cercò invano di avere un incontro con il Fuhrer
per essere nominato il gauleiter o governatore di un indipendente
Cherokee-land ma invano, perché  il fuhrer si trovava all’epoca in
Prussia. Chief Standing Bull ebbe però il gradito onore di avere un
incontro con il Reichsfuhrer delle SS Himmler. Dopo tale colloquio,
venne costituito un reparto di cavalleria da esplorazione di “braves”
o “guerrieri pellerossa” e Chief Standing Bull fu nominato
Braves-Sturmbannfuhrer o “maggiore dei pellerossa” da Himmler in
persona.

Viene riferito che tale unità di guerrieri pellerossa incorporati
nelle SS furono impiegati durante l’offensiva delle Ardenne ed essi
andavano alla ricerca soprattutto di scalpi degli americani fatti
prigionieri. Sembra che alcuni prigionieri statunitensi furono salvati
addirittura da uomini della Gestapo.
Poi furono impiegati nella battaglia di Berlino contro i sovietici.
Solo 30 pellerossa sopravvivranno a tale battaglia, incluso Chief
Standing Bull che fu anche un testimone delle nozze tra Eva Braun e
Hitler in quegli ultimi caotici giorni del Terzo Reich.

Sapendo che i sovietici avevano catturato i pellerossa, il presidente
USA Truman li richiese a Stalin che fu ben contento di sbarazzarsene.
Così i 30 pellerossa rimpatriarono negli USA e nel 1947 furono
giudicati da una corte marziale militare per tradimento. Solo nel 1995
saranno perdonati dal presidente Clinton.

Gabriele Zaffiri -  http://www.crimelist.it


Tortura e uccisione di Ipazia per ordine di "san" Cirillo, ai tempi di Diocleaziano (Non era Diocleziano l'Imperatore al ttempo, ma è citato per "provocazione")

San Cirillo, il torturatore – Scrive A.L.M.: "La Chiesa il 
27 giugno ha commemorato San Cirillo, "dottore della 
Chiesa" (defunto nel 444 d.C.) che condannò a morte la 
scienziata e filosofa Ipazia, ad Alessandria d'Egitto. Nasce 
in quell'epoca il cosiddetto "Medioevo cristiano", 
caratterizzato dall'oscurantismo religioso e dalla
oppressione del Papato. Ipazia fu massacrata e il 
suo corpo ridotto letteralmente a brandelli da una 
massa di fanatici, ciascuno armato di un pezzo di vetro 
o coccio, che dovettero infierire sul cadavere il segno 
di fede e di sottomissione alla Chiesa. Ancora oggi Ipazia 
è l'emblema della libertà di pensiero e di ricerca 
scientifica, della razionalità filosofica, della indipendenza 
ed emancipazione della donna, contro il buio della mente 
rappresentato da tutte le religioni cosiddette "rivelate".
 La Chiesa festeggi pure il suo malvagio "dottore", io 
invece ricordo la splendida figura di Ipazia, simbolo di 
tutte le donne colte, intelligenti e libere...."


La storia di Ipazia:

“Commento di Teone di Alessandria al Terzo 
Libro del Sistema matematico di Tolomeo. Edizione 
controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia”
Questa l’intestazione al III libro del Sistema 
matematico di Tolomeo, scritto da Teone di 
Alessandria, padre della filosofa e matematica 
Ipazia.  Lui  la introduceagli studi matematici 
ma lei non si limita allo studio e diventa anche
insegnante, come testimoniano le parole di Filostorgio 
(suo contemporaneo e biografo): “Introdusse molti alle scienze matematiche” e l’elogio che ne tesse Pallada 
è forse il più bello e il più intimo: ” Quando ti vedo mi 
prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa 
astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni 
tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro 
incontaminato della sapiente cultura”.
Ipazia ha fatto importanti scoperte sul moto degli astri, 
raccolte nel testo “Canone astronomico” così da renderne 
pubblica la conoscenza anche ai suoi contemporanei. 
Considerata la terza caposcuola del Platonismo da 
Socrate Scolastico, ha dimostrato che tra la scienza 
matematica e la sapienza filosofica c’è uno stretto legame, 
e la studiosa Gemma Beretta traccia un quadro lucido e 
dettagliato dell’opera che questa filosofa ha lasciato ai suoi contemporanei e a tutte le successive generazioni di uomini 
e donne che hanno calpestato la stessa terra e guardato lo 
stesso cielo:
“Quando tracciava una nuova mappa nel cielo, Ipazia 
stava indicando una traiettoria nuova, e al tempo stesso 
antichissima, per mezzo della quale uomini e donne del 
suo tempo potessero imparare ad orientarsi sulla terra e 
dalla terra al cielo e dal cielo alla terra senza soluzione di 
continuità e senza bisogno della mediazione del potere 
ecclesiastico…
Ipazia insegnava ad entrare dentro di Sé (l’Intelletto) 
guardando fuori (la volta stellata) e mostrava come procedere 
in questo cammino con il rigore proprio della geometria 
e dell’aritmetica che, tenute l’una insieme all’altra, 
costituivano l’inflessibile canone della verità”.
Ipazia: matematica ma anche filosofa.  Inventrice, pare 
di un astrolabio piatto, di un idroscopio e un aerometro. 
Ipazia anche guida spirituale, come testimonia una 
intensa ed intima lettera scritta da Sinesio, Vescovo 
di Cirene,  indirizzata a lei, maestra pagana: ” Detto 
questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla 
stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, 
mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quantì 
altri mai onorato! …. E se c’è qualcuno venuto dopo di 
me che ti sia caro, io debbo essergli grato perché ti è caro, 
e ti prego di salutare anche lui da parte mia come amico 
carissimo. Se tu provi qualche interesse per le mie cose 
bene; in caso contrario, non importano neanche a me”.
Ipazia è stata una donna seguita dai suoi contemporanei, 
dal popolo come dalle più alte cariche cittadine, come 
riportano Socrate Scolastico ” A causa della sua 
straordinaria saggezza, tutti la rispettavano 
profondamente, e provavano verso di lei un 
timore reverenziale”, e Damascio ” Il resto della 
città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, 
e i capi ogni volta che si prendevano carico delle questioni 
pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei”. Secondo il 
parere di questi due illustri filosofi e diretti testimoni di 
Ipazia, grazie a lei si era realizzata nel concreto la “politeia” 
in cui erano i filosofi a decidere le sorti della città.
Ancora Beretta sottolinea l’innovazione contenutistica degli insegnamenti di Ipazia, nel sostenere che ” Ipazia 
affiancava ad un insegnamento esoterico un insegnamento 
pubblico, simile a quello dei sofisti moralizzatori del I 
secolo” e ” … spiegava tutte le scienze filosofiche a 
coloro che lo desideravano”.
Nel 391 d.c. Teodosio dichiara il Cristianesimo religione 
di Stato, e l’anno successivo viene promulgata una legge 
speciale contro i riti pagani.  Ipazia occupa la cattedra di 
filosofia, ereditata dal padre; Cirillo diventa Vescovo e 
rappresenta il massimo del potere ecclesiastico.
Durante il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, 
l’unico modo che il Vescovo ha di controllare le menti 
è quello di spodestare il filosofo, e Cirillo non perde 
tempo per organizzare l’eliminazione fisica della sua rivale.
Ipazia cade vittima di un’imboscata mentre faceva ritorno 
a casa, la colpiscono con dei cocci e la smembrano. 
Gettano pezzo per pezzo il suo corpo nel fuoco perché 
non ne restasse traccia. Il santo Cirillo, pur essendo 
considerato il principale architetto della ingiusta e violenta 
sparizione di Ipazia, non ha mai pagato, neanche 
moralmente, la sua colpa.  Un esimio collega della filosofa d’Alessandria, Voltaire, le dedicherà pensieri di solidarietà 
e definirà la sua fine una “condanna ingiusta”, frutto di “
un eccesso di fanatismo” e l’irlandese John Toland le 
dedica un saggio ” Ipazia, ovvero la Storia di una 
Dama assai bella, assai virtuosa, assai istruita e perfetta 
sotto ogni riguardo, che venne fatta a pezzi dal clero di 
Alessandria per compiacere l’Orgoglio, l’Emulazione e 
la Crudeltà del loro Vescovo, comunemente ma 
immeritatamente denominato San Cirillo”.
Angela  Braghin




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Mio commentino: "Che queste cose siano avvenute e 
continuino ad avvenire, in conseguenze del propagarsi 
delle religioni monoteistiche di origine semita, non desta 
meraviglia nelle menti capaci di discriminazione analitica. 
Infatti basti vedere le ripetute professioni di odio 
espresse dal dio giudeo contro tutti gli altri dei e contro 
gli altri popoli che non fossero il suo e si capisce quali 
sarebbero state le conseguenze, sempre più cruente, 
nelle successive azioni delle sette di ispirazione biblica. 
I giudei, prima, ed i cristiani, dopo, e per finire i 
musulmani, portarono alle estreme conseguenze 
quell'odio verso l'altro dissimile da sè, diverso nel 
pensiero, però, solo nel pensiero. Infatti queste cosiddette 
"religioni" monoteistiche non sono assolutamente tali ma 
semplici ideologie razziste. Altro che "amore"... qui l'amore 
si esercita solo verso i propri kit and kin (e mai termine 
inglese fu più azzeccato)" - Paolo D'Arpini  

Il significato di Dharma, in parole spicce

Un Amico mi ha chiesto cosa sia il Dharma. Premesso che non è un argomento che si possa esaurire in un post, qui cerco di spiegarne il significato in modo semplice e con poche parole, se qualcuno volesse integrare l'argomento con un intervento sarà benvenuto.

             

Bisogna innanzitutto dire che la parola Dharma dal Sanscrito धर्म deriva dalla radice “dhri” ovvero “ciò che sostiene“. 


Dharma dunque è “ciò che sostiene e sostiene tutto ciò che è“. Più sinteticamente Dharma è quell’insieme di Leggi Naturali (ovvero stabilite dal Divino e non dall’uomo) che “sostengono” l’ evoluzione spirituale degli Esseri Viventi i quali, se evoluti, hanno il dovere di applicare all’attività e ai comportamenti sociali quotidiani. 


Quando la forza benefica del Dharma viene meno a causa delle azioni negative della maggior parte degli esseri umani, quando la Giustizia degli uomini non verrà più riconosciuta come valore universale ma applicata in base all’interesse, all’opportunismo dei singoli a favore dei pochi, anche il suo potere si indebolisce, l’evoluzione si blocca dando luogo ad una involuzione che inevitabilmente sfocerà nel degrado dei costumi, e nella trasgressione di ogni legge umana e morale: si verrà dunque a creare una situazione degenerativa, in cui anche gli Esseri Umani di buona volontà, verranno loro malgrado trascinati all’interno in un perverso meccanismo che sprofonderà tutto il Genere Umano nel baratro dell’ignoranza e della malvagità. 


Tutto ciò metterà in pericolo non solo l’Umanità, ma anche l’armonia del Creato. Perché ogni volta che il Dharma entrerà in decadenza per mano degli Uomini, anche l'equilibrio della Natura ne verrà coinvolto e disturbato, il percorso evolutivo si bloccherà lasciando spazio alle forze del male e del caos. Per questo motivo considero disonesto da parte di coloro che si professano Buddisti o Induisti violare le leggi naturali e Cosmiche per perseguire la ricerca del benessere psicofisico attraverso la materialità fine a sé stessa, e non attraverso la Spiritualità applicata alla "materialità".

 Grace Ārya Tārā

Il furto della reliquia del prepuzio di Gesù, una maniera rocambolesca per far scomparire una reliquia imbarazzante

La  storia di una reliquia scomoda fatta scomparire in maniera maldestra...................



* Il Santo Prepuzio è forse la reliquia di Cristo più curiosa. L’unico prepuzio riconosciuto ufficialmente (1907) sarebbe stato quello conservato ed esposto nel giorno di Capodanno a Calcata paese del viterbese, il parroco ne denunciò il furto nel 1970. Pare ne esistano altri tredici esemplari conservati nelle cattedrali di mezza Europa. La reliquia era venerata nella funzione, poi abolita, che ricordava la circoncisione di Gesù, avvenuta l'ottavo giorno dopo la nascita.



“La sacra pellicina era sicuramente diventato un reperto scomodo, infatti se negli anni precedenti veniva portato in processione ed attirava centinaia di devoti provenienti da tutto il Lazio, già alla fine degli anni ‘70 era stato rimosso dal Sancta Sanctorum della chiesa parrocchiale e al momento della scomparsa (avvenuta nel 1982 o nel 1983? La data è incerta...) - come dichiarato dal parroco - «veniva conservato sopra un vecchio armadio della sua camera da letto». Ma veniamo al dunque, di quel Prepuzio di Cristo - volatilizzato nel nulla - Va sottolineato che oltre alla ipotetica scomparsa dovremmo preoccuparci di dove sia finito l’intero corpo di Gesù... che secondo la tradizione Cristiana è asceso al cielo... ma, secondo la storia susseguente, privato di una piccola parte... “



Paolo D'Arpini



Il giallo della reliquia

ombre sataniche dietro il furto del "sacro prepuzio" ?

------------------------- PUBBLICATO -----------------------------
CALCATA . 
Si tinge di giallo il furto del sacro prepuzio di Gesù. Dietro la scomparsa della preziosa reliquia, nel 1984, dalla chiesa dei santi Cornelio e Cipriano a Calcata, nel Viterbese, ci sarebbe la mano di una fantomatica setta satanica. A sottrarre il frammento di pelle recisa al Bambinello durante la circoncisione, sarebbero stati due affiliati ad un gruppo che pratica la magia nera nelle caverne di Monte Soratte. Era stato lo stesso parroco di Calcata, don Dario Magnoni, a denunciare il furto ai carabinieri di zona all'indomani di una "strana visita" in sacrestia. 
Secondo il religioso "un uomo e una donna di mezza età , ben vestiti e con l' accento settentrionale", chiesero "con insistenza" di poter adorare la reliquia e poi, nottetempo, la prelevarono dal suo nascondiglio: una vecchia scatola per scarpe piena di bambagia, chiusa in un mobiletto nella casa del parroco, che conteneva la preziosa teca cinquecentesca. Dopo dieci anni di ipotesi e congetture, la "rivelazione". 
A farla è Riccardo Ferlazzo Ciano, che sta per pubblicare un libro sull'argomento. "Questo testo . racconta l' autore . è il risultato di oltre un anno di indagini sul posto". Ma gli abitanti di Calcata . mille anime arroccate su una suggestiva rupe "a forma di tronco mozzato", fra scogliere tufacee orlate di lecci . cadono dalle nuvole. "Sette, riti satanici... sembra fantascienza . commenta il sindaco socialista Luigi Gasperini . mai sentito parlare di queste storie. Che nella zona ci sia qualcuno di altre religioni è vero. Ma tutt'al più vanno in India a venerare i loro "Sai Baba" (ndr: uno dei più celebri santoni indiani). E poi, chi è questo Ferlazzo?". 
Il paese, già spaccato in due dalla legge del 1935 che inseriva Calcata nell'elenco dei paesi da abbandonare perché a rischio di frana, adesso si divide sul caso della sacra reliquia. Nella parte antica, dove dopo il trasferimento degli abitanti storici si e' insediata una singolare comunità formata da una sessantina di intellettuali ed ambientalisti ad oltranza, è foltissimo il partito degli scettici. 
"Sono tutte fantasie . esordisce polemico Paolo D'Arpini, presidente del Circolo vegetariano, fulcro culturale e alimentare di Calcata vecchia . scordatevi le sette. Qui nessuno ha mai creduto al furto. Forse a Calcata nuova, dove c' e' ancora chi crede all' asino che vola". Giù, al paese nuovo, c' è chi bisbiglia di una colletta organizzata dagli anziani per pagare un investigatore, che riporti in parrocchia "la sacra carne di Gesu' ". 
Il sindaco smentisce: "Non ne so nulla. Se è successo, è stato ad insaputa del Comune". A dare man forte all'ipotesi delle sette sataniche ci si e' messo anche monsignor Marcello Rosina. "Non e' un caso che proprio in quegli anni . dichiara l' ex vescovo di Civita Castellana che dieci anni fa intervenne sulla vicenda . nella zona furono compiuti furti di ostie e oggetti sacri. Episodi che s' inquadrano nelle ricorrenti voci di allora, secondo le quali nelle grotte dei dintorni si celebrassero riti basati sulla profanazione di oggetti di sacro culto". 
Ma a memoria d' uomo (e di sindaco) gli unici furti denunciati in paese riguardano "una mucca e qualche pecora". E due asini, che appartenevano alla moglie dell'architetto Paolo Portoghesi. La convinzione più diffusa è che si sia trattato di una sparizione voluta dalla Chiesa per togliere dalla circolazione una "reliquia imbarazzante": troppi gli esemplari sparsi per l' Europa. 
A supportare questa tesi c' è ancora una dichiarazione di monsignor Rosina. "Si tratta comunque di reliquie incerte . conclude il prelato . alle quali la Chiesa non ha mai dato molto peso. Una disposizione del Sant'Uffizio del 1900, invitava alla cautela nel culto della reliquia di Calcata, attorno alla quale si sono poi sovrapposte nel corso dei secoli molte leggende". 
La reliquia del prepuzio, considerato il piu' importante resto corporale di Gesù, anche se uno dei piu' discussi dalla Chiesa, veniva portata in processione per le vie di Calcata nella festa dei patroni. Il 1 gennaio, ricorrenza della circoncisione di Gesù, nella parrocchia dei Santi Cornelio e Cipriano era possibile visitare la reliquia che "a chiunque vi si accostasse in purità di cuore concedeva l' indulgenza plenaria". Per arrivare fino al Calcata, il piccolo tabernacolo era passato dalle mani di Maria a quelle di San Giovanni, fino a Carlo Magno e Leone III. Durante il Sacco di Roma, nel 1527, fu rubato da un soldato dei Lanzichenecchi e nascosto in una grotta di tufo nei pressi di Calcata, dove la reliquia sarebbe stata ritrovata nel 1557.
Monica Guerzoni
Pagina 39
(14 novembre 1993) - Corriere della Sera


Santuari cristiani su santuari pagani

Capo Colonna: dal culto pagano di Hera a quello di Maria Theotokos


                                                                                     Pasquale Attianese

A 12 km circa da Crotone, sul promontorio oggi chiamato Capo Colonna, assolato ed arido d’estate, flagellato dai venti e dai marosi nella stagione invernale, é situato l’antico tempio di Hera Lacinia. In realtà del venerando santuario greco è superstite, purtroppo, ben poca cosa: una sola colonna di stile dorico-arcaico e poche rovine rose ed erose dal tempo inesorabile che passa su tutte le umane cose. Ed è un vero peccato, in quanto la distruzione di tutti gli edifici pubblici, sacri e privati presenti nell’antichità greca e romana, é andata sempre più incrementandosi per mano di quell’incredibile creatura che osa definirsi raziocinante: vale a dire l’uomo. Prova ne sia che leggendo qua e là tra le cronache medioevali, vi si trova che il tempio era intatto fino al principio del 1500. Ma Don  Pedro di Toledo, governatore di Crotone per conto di Carlo V, non avendo a sua disposizione pietra per edificare il castello e rafforzare il porto, ritenne molto opportunamente e, aggiungiamo noi malauguratamente, aiutato in questo da alcuni nobili del tempo, di servirsi per i suoi fini di riutilizzare i blocchi della costruzione greca e di quelle di parecchie altre rovine esistenti nella Crotone dell’epoca. I recenti scavi sono serviti a riportare alla luce molte meraviglie, tra le quali l’ormai famosissimo diadema aureo, rinvenuto tra le rovine del cosiddetto edificio B, a pochi passi dalla colonna, e sotto pochi centimetri di terra.  Tutto ciò ha contribuito a dare al promontorio una sacralità di primo ordine, che non solo era già preesistente all’arrivo dei coloni greci, ma si è via via sempre più rafforzato passando dal culto pagano a quello cristiano.
  E’ interessante in ogni caso, anche se necessariamente per sommi capi, esaminare in che modo si è passati dal culto per una divinità dell’Olimpo greco, alla particolare venerazione dei Crotonesi antichi e moderni per la Madonna del capo, definita Odigitria ( = che indica la retta via) e, ancor meglio, “Theotokos” ( = genitrice di Dio ). Un autore latino, Servio, ci viene incontro per quanto riguarda l’origine del tempio pagano ( in “Ad Aeneados”, III, 552 ) quando scrive : “Si dice che il tempio di Giunone Lacinia venne chiamato cosi dal nome del re che lo aveva fatto edificare, secondo altri dal ladrone Lacinio, che lì Ercole aveva ucciso e dopo aver purificato l luogo, edificò il  tempio”.
   Un altro autore greco, Diodoro Siculo, narra: “ Herakles spintosi con i buoi verso l’Italia, si dirigeva lungo il litorale e, dopo aver ucciso Lacinio che gli aveva sottratto alcuni capi di bestiame, colpì mortalmente l’amico Kroton, anche se non volontariamente. Pentito ed amareggiato lo seppellì con grandi onori, allestendo una magnifica tomba. Predisse poi agli abitanti del luogo che colà, nei tempi a venire, sarebbe sorta un’illustre città con lo stesso nome del morto”.( Diodoro Siculo di Agirio, lib. IV, 24,7) .
  Dai brani riportati di Servio e Diodoro Siculo si evince subito che l’origine del tempio sia collegata con il mito di Herakles, quello stesso che tanta parte ha avuto nella storia della Magna Graecia e, più in particolare, di Crotone. E’ chiaro, però, che l’origine del santuario non può essere ascritta ad Eracle, anche se nella leggenda vi deve essere per forza un piccolo nucleo di originaria verità.
   Una testimonianza più attendibile la si rinviene in Lycofrone, l’autore dell’Alexandra. In essa viene enunciato un fatto che potrebbe far risalire all’origine storica  del tempio. Questo poeta ellenistico ci fa capire che preesisteva a quello di Hera un culto più antico, autoctono, anteriore alla venuta dei coloni greci, dedicato ad una dea “ Portatrice di armi”. E’ evidente che tale culto fosse indipendente dalla città di Crotone. Vale a dire: i coloni capeggiati da Miscello di Ripe, ecista di Crotone, lo trovarono già presso gli abitanti del posto e credettero bene lasciarlo intatto, sovrapponendogli, però, una divinità dell’Olimpo Greco, appunto Hera, considerata la madre di tutti gli dèi. Considerato altresì che il tempio era distante da Crotone, era necessario difenderlo e fu per tale motivo che  nel VI e nel V  sec. av. Cr. venne rinforzato in maniera adeguata.  Il riconoscimento e l’identificazione di questo culto si può fissare ai primi decenni del VI secolo av.Cr. , quando, cioè, pare sia stata decretata l’erezione del tempio monumentale e di una conveniente e solida cinta di mura protettive.
  Grandissima era la considerazione del tempio presso tutti i popoli limitrofi e non solo quelli. Ed ogni anno nel mese di Maggio, si teneva l’adunanza di tutti popoli della lega Italiota. Ma sentiamo cosa ci dice Tito Livio, storico romano, nell’Opera “Ab Urbe condita”, lib. XXIV, 3, 3-7) :”Il nobile tempio, più illustre della stessa città, distava sei miglia, santo per tutti i popoli intorno. Un bosco sacro, cinto da una fitta foresta e da alti alberi di abete, ebbe nel mezzo rigogliosi pascoli, dove ogni genere di bestiame sacro alla dea pascolava senza la guida di alcun pastore; separatamente le greggi, secondo la loro specie, tornavano di notte alle rispettive stalle, giammai violati dalle insidie delle fiere e nemmeno dalla frode degli uomini. Perciò, con i grandi proventi di quel bestiame venne fusa e consacrata una colonna d’oro massiccia. Il tempio divenne inclito non solo per la santità, ma anche per le ricchezze. E vi attribuiscono alcuni miracoli, come per lo più avviene per luoghi tanto insigni. E’ fama che nel vestibolo del tempio vi fosse un altare la cui cenere nessuno vento avrebbe potuto muovere.” Anche Plinio il Vecchio ( in “Naturalis Historia” lib. II -107) riferisce il medesimo particolare.  L’Interpolatore di Servio ( in “Ad Aeneados”, III, 52) riferisce un altro fatto strano che succedeva al Capo Lacinio :” In questo tempio si dice che avvenisse questo di miracoloso e cioè se qualche fedele avesse inciso il proprio nome con un ferro su una tegola, quella scrittura sarebbe rimasta tanto a lungo quanto fosse durata la vita di chi aveva scritto.”
  Ma sentiamo ciò che dice il grande Cicerone nel “De Divinatione”, I, 24,48 : “Celio scrive che Annibale, volendo portar via la colonnina d’oro che era nel tempio di Giunone Lacinia, l’avesse fatta bucare ed avendola trovata solida, stabilì di prenderla. Nella quiete della notte vide Giunone che gli prediceva di non attuare il suo proposito e lo minacciava che se avesse fatto altrimenti, sarebbe stata sua cura fargli perdere anche l’altro occhio col quale vedeva bene. Questa visione non fu tradita da quell’uomo intelligente. Pertanto con quell’oro che aveva fatto bucare, fece fondere una giovenca che collocò in cima alla colonna”.
  Ancora Cicerone, nel “ De Inventione”, II, I,I, narra :” I Crotoniati, allora, vollero arricchire di pitture famose il tempio di Giunone, che veneravano particolarmente. Così chiamarono Zeusi di Eraclea, pagandolo a caro prezzo. Costui dipinse tutti i muri del tempio”.  Altrove viene riferito il particolare che il grande maestro, avendo in mente di dipingere Elena di Troia, avesse scelto per modelle cinque bellissime fanciulle della città e di ognuna di esse prese la parte migliore del corpo.
  Come si vede, dunque, tra le poche fonti riportate, ma tante altre lo confermano, il tempio di Capo Colonna rivestiva non solo funzione massima di culto, ma anche storica. Si tramanda che il duce Cartaginese, nella seconda guerra punica, quando stava per tornarsene a Cartagine, si sia lungamente fermato presso il promontorio e Tito Livio (“ Ab Urbe condita” lib. XXVII, 46, 16) scrive :” Il comandante dei Punici trascorse un’estate presso il tempio di Giunone Lacinia e qui dedicò alla dea un altare sul quale, in lettere greche e latine, narrò le sue imprese”.

  Tralasciando di parlare delle tante spoliazioni subite dal luogo sacro, vi è da dire che anche quando i Romani presero possesso di Crotone , nel 196 circa av. Cr., il tempio continuò ad essere tenuto in altissima considerazione, anzi i Duumviri che reggevano il Municipio di Crotone, abitavano proprio sul Capo. Il grande santuario venne rinforzato con marmi di Luni e tutto il recinto rinforzato in epoca repubblicana con muri ad “Opus reticulatum”.  Il culto della dea pagana Hera, identificata dai Romani con Giunone, venne soppiantato dalla venerazione per la Madonna negra in epoca Bizantina e da qui diventata Maria, madre di Gesù, in epoca cristiana. Volendo meglio puntualizzare questa Ipostasi ( = sovrapposizione di culti ), è necessario aggiungere che sotto la chiesetta attuale del Capo, durante gli scavi di pulizia della fornace attigua e, più precisamente, nella parte a strapiombo sul retro, nel 1993, si rinvenne l’abside della primitiva chiesa sottostante, che insisteva su una stanza romana con muri ad opus reticulatum di età repubblicana. Tale costruzione attesta in modo inoppugnabile che il culto della Madonna di Capo Colonna era  molto sentito anche in epoca medioevale tra il V ed il VII sec. d. Cr.

  Dovendo fornire anche l’origine del culto cristiano, mi corre l’obbligo di dare altre notizie più recenti. La tradizione cattolica tramanda che S. Luca era molto abile a tracciare immagini  ed in moltissimi posti è possibile rinvenire  una raffigurazione della Santissima Vergine  Madre del Signore attribuita a S. Luca.  Una di queste immagini il Santo dipinse nei nostri luoghi e, secondo l’agiologia popolare, proprio a Capo Colonne . E’ la figura di Maria di Nazareth, nel sublime atto materno di donare al Divino Figliolo l’alimento della vita. Il volto non era ancora ben delineato, perché San Luca voleva dare allo sguardo una profonda espressione di vita, di soavità e di mistero. Un sonno profondissimo lo colse accanto al suo lavoro e allorché si risvegliò egli vide con sommo stupore che gli occhi ed il sorriso della Santa Vergine erano già compiuti proprio come egli pensava e voleva. Si inginocchiò e pregò, perché quell’impronta non era opera umana, ma divina. Il neofita cristiano, Dionigi l’Areopagita raccolse la Sacra Immagine e la pose sul trono del tempio che aveva visto per secoli svolgere il culto della dea pagana ormai in disuso. La poneva, quindi, a custodia e protezione delle anime e della città più vicina al capo Lacinio, vale a dire Crotone. Ma questi lidi, in tempi più tristi, furono oggetto di continue scorribande saracene, avide di preda e rabbiosamente contrarie ad ogni simulacro cristiano. La Santa Immagine della Madonna, rapita dai miscredenti, resiste ad ogni tentativo di distruzione, facendo acuire la rabbia. Decidono, quindi, di dare alle fiamme il dipinto, ma le fiamme nulla possono contro la Sacra raffigurazione, se non quello di affumicarla solamente. Insolentiti da questo fatto, gli infedeli buttano a mare il quadro, ma le onde fecero approdare il dipinto nella città di Crotone, dove da allora ebbe altari ed onori. Questa tradizione, anche ai nostri giorni, non si è mai incrinata. Si è mantenuta intatta nei secoli. Le madri crotoniati di un tempo erano solite narrare ai figli :”Com’Essa vinse le fiamme e la rovina a cui volevano dannarla, così Crotone, protetta da Lei, ha sempre vinto tutte le rovine ! “
  Volendo fornire qualche ragguaglio storico più oggettivo non abbiamo, purtroppo, alcun documento che ci possa dar lumi sull’origine del quadro. La figura è sicuramente di origine bizantina, specie nelle parti meglio conservate e di fattura genuina: la testa della Santa Vergine fino al sommità del petto, il volto del S. Bambino e l’insieme della sua figura. Il resto mostra le tracce di chiari rifacimenti posteriori. La mano destra, che dovrebbe sostenere con l’avambraccio il corpo del Bambino, ha una posizione innaturale. Il braccio nemmeno si suppone, data la posizione della mano. Il manto dalle spalle ai piedi è una sola macchia scura, alla quale, sul davanti, è tracciato l’orlo più chiaro che, nelle volute, dovrebbe seguire l’andamento delle pieghe del drappeggio del manto. Non vi è alcuna traccia di doratura. In tutta la figura, oltre i toni carnicini scuriti e quella linea di giallo offuscato, appaiono i toni rossi della veste del Bambino. Sotto l’azione di luce  bianca violenta, guizzano riflessi verdi e rossi, qua e là sul manto. Manca il fondo, che, dal più lontano ricordo tramandato, è stato una lamina metallica, di rame dorato dapprima e poi d’argento com’è attualmente. Il dipinto non è su tavola, ma su tela a trama assai grossa, come si poté verificare allorché  si appose la preziosa corona. Allora fu necessario consolidare tutto il dipinto, rafforzando con tela ed altri accorgimenti l’intera parte posteriore.  Le lingue metalliche, attorno alla figura, che testimoniano le fiamme da cui fu avvolta l’Immagine ad opera dei Saraceni, furono sovrapposte in epoche successive, ma non sono tracciate sul dipinto: esse vogliono essere testimonianza del miracolo. A dire del dott. Raffaele Lucente, grande studioso crotonese degli anni ‘30, non si può ritenerla opera originale del primo periodo del cristianesimo, né sembra conservata com’era in origine. Infatti le pitture mobili bizantine sono tutte su tavola e comunque dipinte con tecnica diversa da quella che appare dal nostro sacro quadro nelle attuali condizioni.  Si sa che nel XII secolo, esattamente tra il 1000 ed il 1300 giungevano fino a noi, commerciate dall’Oriente, tavole dipinte, a soggetti sacri. Le invasioni saracene dei nostri territori iniziarono nel IX secolo, verso l’anno 890 susseguendosi nelle varie epoche.
  In un periodo non precisabile, al Capo Lacinio genti immigrate dall’Oriente portarono con loro una sacra immagine della Madre del Redentore, opera originale bizantina. Sul promontorio costruirono un saccello, assai semplice, che aveva anche funzione di asilo. In effetti la chiesetta, formata da un vano centrale, con due annessi laterali all’esterno, a scopo di rifugio, aveva la forma tipica dell’architettura semplice orientale. Tutti e tre i vani avevano il tetto a cupola emisferica. In qualche incursione, gli invasori oltre al saccheggio, presero di  mira le sacre immagini, distruggendo ed incendiando il piccolo santuario. La sacra tavola, manomessa e danneggiata, ma difesa dai Cristiani locali, fu trasportata a Crotone, dove fu messa al sicuro; per opera di qualche esperto ed ingegnoso artista, venne trasportata  con sapienti accorgimenti su letto di grossa tela rafforzata da mastici e poi completata così come si presenta nelle attuali condizioni. Perciò il dipinto è un abilissima trasporto della Immagine, che invece avrebbe dovuto essere a mezzo busto, reso più grande con il completamento della figura in piedi. Infatti la traccia del drappeggio non è riferibile allo stile bizantino. Non si deve nemmeno escludere che il quadro, nel corso del tempo, abbia subito successivi ritocchi o restauri, per le avarie certamente manifestatesi e dovute alla pittura eseguita con mezzi il più delle volte inadeguati. Quindi, accettando tutti i dati fin qui forniti, si ricava che il dipinto è un’opera bizantina restaurata ( oppure apografata) nel XV secolo. Quello che è certo che nel XVI secolo era già venerata.  Né ci possono essere di aiuto gli archivi monastici o quelli della Curia, questi ultimi, infatti, furono certamente distrutti dall’incendio che devastò l’Episcopio e la Cattedrale nel XVI secolo, così come ci viene attestato nei Reali diplomi esistenti nell’archivio di stato in Napoli.
Questa carenza di fonti storiche, giova a tener sempre viva ed eguale la tradizione leggendaria, tanto cara ai fedeli Crotonesi e del circondario. Perciò la Sacra Opera rimane testimonianza di vicende remote, avvolte nel mistero, ma sature di misticismo e di fede. Al cuore degli umili e dei credenti è manifesto segno di protezione divina. E questo stato di fatto viene annualmente dimostrato, nel mese di Maggio, dall’imponente e solenne pellegrinaggio della terza Domenica del mese, durante il quale decine di migliaia di persone si raccolgono in preghiera sotto il quadro della Madonna negra, ma bellissima e taumaturga.


Crotone, 6 Maggio 1997

Santuari arcaici del Veneto legati alle acque calde

La storia. Calalzo il santuario celtico paleoveneto e le terme

a
calalzoNoi dimentichiamo. Uno dei peggiori difetti del nostro popolo è quello di dimenticare: di non essere capace di soffermarsi a considerare il proprio passato, recente o remoto che sia, perché distratto dall’affannoso presente. Mentre il presente ricapitola il passato e ne riceve spiegazione e conferma. Invece, noi siamo inclini a trascorrere accanto alla nostra storia, come passeggeri sovrappensiero. Fermiamoci, qualche volta: ed avremo la possibilità di contemplare le meraviglie che precedettero quest’epoca di grigiore e di fanfaluche.

Andate a Calalzo, per esempio: sarebbe località degna comunque di visita per la sua intrinseca piacevolezza, ai piedi del gigante Antelao, lambita dal celebre lago, che è tanto bello in tutte le stagioni. Ma Calalzo nasconde anche un mistero: una bellezza antichissima, che pochi fortunati conoscono e che ci parla di un passato estraneo alle rotte abituali della storia. Perché a Lagole di Calalzo, a pochi passi dal lago, sorge una collinetta boscosa, che nasconde un sito di straordinario fascino e di formidabile importanza archeostorica: un santuario celta paleoveneto, dedicato ad un

 culto lustrale. Perchè il santuario è, in realtà, una bellissima sorgente termale solforosa, da cui scaturiscono acque salutifere, che striano la pietra di ruggini e formano polle in cui ancora oggi è possibile bagnarsi: un luogo straordinario e pieno di una poesia senza tempo, che ha restituito stupendi reperti votivi, statuette, spade, monili, che coprono un arco che va dal III° secolo a.C. al IV d.C., quando l’originario culto veneto, forse di tipo guerriero o legato alla fecondità femminile, era da tempo stato sostituito da quello di Apollo.
Da questo piccolo gioiello, nascosto tra gli alberi di Lagole, emana ancora un senso di sacro e di mistero, legato anche alla tradizione delle “Anguane”, creature acquatiche del mito dolomitico, la cui credenza arriva quasi ai nostri giorni. Dunque, se una volta si esortavano gli Italiani alle storie, oggi è lecito esortarli alla memoria: memoria dei luoghi e delle cose, dei manufatti e delle impronte che i  nostri antenati hanno impresso, ahimè delebilmente, nella nostra terra.
Calalzo trattiene e protegge uno scampolo importante di questa memoria, che merita, certamente una deviazione, una sosta, una riflessione: perché questa memoria non muoia per sempre.
A cura di Marco Cimmin