venerdì 20 giugno 2014

Un santo con radici magico pagane. San Cipiano

 
Il Santo che si venera con questo nome fu, prima di convertirsi al cristianesimo, uno dei maghi più famosi che siano esistiti al mondo. Nato in Antiochia tra la Siria e l’Arabia, da padre ricchissimo ed autorevole. San Cipriano esercitò tutte le arti magiche fino a quando al suo trentesimo compleanno decise di convertirsi al Cristianesimo.Era un Mago potente, scrissi molti libri di Magia e grazie ai suoi incanti ottenne esiti strabilianti tanto che faceva rimanere il mondo a bocca aperta proprio grazie alla sua strabiliante potenza di riuscire ad ottenere qualunque cosa egli volesse. Comunicava con gli spiriti infernali i quali l’obbedivano ogni qualvolta egli gli richiedeva aiuto per ottenere qualcosa, riuscendo in questo modo a produrre potentissimi incanti.

Egli riusciva a dominare coloro che gli stavano accanto e non ed è proprio a questo che deve la sua conversione al Cristianesimo, che avvenne tramite un fortuito caso, un avvenimento d’amore. Adesso vi racconto questa storia….

In Antiochia v’era una ragazza chiamata Giustina, molto graziosa ma anche tanto ricca. Era stata allevata seguendo la religione pagana, ma ascoltando le prediche di un diacono che descriveva in maniera amaliante la nuova religione, cioè quella di Cristo, decise di convertirsi convincendo in un secondo momento anche il padre a seguire questa nuova dottrina.
unragazzo di nome Aglaide si innamorò perdutamente di lei, così decise di chiedere la sua mano. La ragazza lo rifiutò in quanto fece voto di castità per amare in maniera totale Cristo e quindi professare in maniera pulita la sua Fede. A questo rifiuto il ragazzo non si rassegnò, così disperato, si rivolse a San Cipriano domandandogli di aiutarlo a conquistare con un potente sortilegio la ragazza.
San Cipriano ascoltò il ragazzo e quindi decise di aiutarlo sfoderando la sua vasta gamma di sortilegi d’amore anche quelli più potenti, chiedendo aiuto agli spiriti maligni per aiutarlo a far cedere la ragazza.Ma ahimè! Qualunque sforzo o incanto fu vano, Giustina era intoccabile perchè si era posta sotto la protezione della Santa Vergine, era aiutata dalla divina grazia di Gesù e inoltre portava sul palmo della mano destra il segno della croce di San Bernardo che da sola basta ad annientare qualsiasi genere di fattura ( questa croce è la famosa croce che portano i templari, chiunque portava disegnata questa croce nel palmo della sua mano non veniva attaccato dalle arti magiche, era un potentissimo talismano).
San Cipriano carico di ira invocò Lucifero domandandogli per quale ragione egli fu vinto da una così delicata creatura. E si rivolse al Dio degli inferi in questo modo: << Da che dipende oh genio d’Averno che tutta la mia potenza sia umiliata da una debole donna?Non puoi tu che eserciti onnipossente demonio, sottometterla al mio comando? Dimmi subito quale amuleto ella utilizzi che le da la forza di resistere al mio comando e quindi di vincermi!>>. Lucifero obbligato dal volere del divino gli rispose: <>. San Cipriano forse già colpito dalla grazia divina gli disse:<< Se è così come tu dici, fin d’ora ti rinnego e mi faccio discepolo di Cristo!>>
La conversione fu così sincera che egli andò giubilante al martirio per ascendere poi nella schiera dei Santi.
 
Anche se annoverato fra i santi cristiani, riuscì a portare con se la potenza della magia rossa legata all'innamoramento e all'incantamento
 
Preghiera a San Cipriano:
Cipriano tu che hai il potere
fa che dimentichi e lasci in
un colpo solo qualunque
moglie o donna che abbia in
testa e si dichiari a me in
modo che tutti lo sappiano.
San Cipriano allontana da
“nome della persona desiderata” qualunque
donna e che io possa
averlo in ogni momento da
oggi e ora, che lui desideri
stare al mio fianco, che abbia
la sicurezza che io sia la
donna perfetta per lui. Che
“nome della persona desiderata” non possa vivere
senza di me e che
“nome della persona desiderata” abbia sempre la
mia immagine nella sua
mente. Ovunque esso sia e
con chiunque il suo pensiero
sarà per me. e Coricandosi
mi dovrà sognare e al
risveglio pensi a me, non
dovrà mangiare ma pensare
a me,dovrà pensarmi in tutti i
momenti della sua vita. Che
mi possa amare
veramente,sentire il mio
odore, toccarmi con amore,
che “nome della persona desiderata” voglia
abbracciarmi,
proteggermi,amarmi 24 ore
al giorno ogni giorno,in
modo che anche io possa
amarlo e che lui senta
piacere anche solo sentendo
la mia voce. San Cipriano fa
che “nome della persona desiderata”b senta un
desiderio di me fuori dal
normale, come mai per
nessun’altra persona sente e
sentirà. Che voglia giacere
solo con me e che abbia solo
desiderio per me,che il suo
corpo appartenga solo a me
e che abbia pace pace solo
con me. Ti ringrazio San
Cipriano per questo lavoro
che farai per me e ti offro la
divulgazione del tuo nome
come ricompensa per aver
addomesticato “nome della persona desiderata”
e averlo fatto innamorare di
me, facendolo diventare
carino,fedele e pieno di
desiderio per me”.
Pregate per tre giorni e
divulgate il nome di S. Cipriano in tre posti diversi.
Abbiate fede .

giovedì 19 giugno 2014

L'alternanza della memoria: La Torre o Magliocco



Magliocco,La Torre e l'aeroporto di Comiso : so bene che il fattaccio è passato in carrozza e che l'argomento può considerarsi di "scarso interesse mediatico" nell'Italia di oggi ma,assieme a pochi altri,ritengo non possa "scomparire nel nulla".
Antefatto : da sempre (1939-giorni nostri) l'aeroporto di Comiso (Rg) è stato titolato alla medaglia d'oro (piú 2 d'argento ed 1 di bronzo) gen. Vincenzo Magliocco,eroe dell'aviazione morto in Etiopia nel 1936.
La titolazione non è stata mutata neppure dopo la "liberazione" e quando lo scalo di Comiso è stato convertito da militare a civile,in varie fasi e date.
Nel 2007 la giunta di sinistra di Ragusa ribattezza Pio La Torre lo scalo,dedicandolo al segretario regionale del Pci assassinato dalla mafia nel 1982.
Ribaltata la situazione al comune di Ragusa il nome Vincenzo Magliocco ritorna ad indicare l'aeroporto di Comiso.
Ma,tornata al potere la sinistra,il terzo tempo vede rimesso in sella Pio La Torre.
Lo scorso 7 giugno,alla presenza del Presidente del Senato e di altri politici (tutti di appartenenza Pd) viene ufficialmente ribaltata la "nuova"titolazione all'eroe dell'antimafia al posto di quella "vecchia" dedicata a Magliocco.
Inoltre,assieme ad una campagna mediatica celebrativa dei meriti civili (che non metto in discussione) di La Torre,si è pure massacrata la figura del generale Magliocco per renderne la memoria perlomeno "indegna"di essere ricordata ulteriormente.
Si è scritto (ed a quanto pare pure parlato in televisione) che trattavasi di un "gerarca" fascista  e pure massacratore di etiopi innocenti in guerra,contrapponendone la (presunta) "brutalità" alla attività "pacifista" di La Torre quando a Comiso stazionavano i Cruise americani.
Ad oggi...fine della storia.
Governando il Pd (in Italia e Sicilia) la buonanima di La Torre si gode il suo "luogo della memoria" in quel di Comiso.
"Degradato" di fatto sul campo (d'aviazione) il generale Magliocco starà forse riflettendo,ovunque si trovi,sulla validità delle motivazioni che lo portarono a sacrificare la vita in una sperduta località dell'Etiopia nel lontanissimo 1936.
Se arriverà alle stesse conclusioni cui sono arrivato io (l'Italia di oggi è un stato di m...) sicuramente farà pervenire a Grasso (e con lui a Crocetta,al sindaco di Ragusa,all'Enav,alle associazioni d'arma,ai media ed alla Rai) la medaglia d'oro al valor militare piú le altre due di supporto.
Per buttarle nella latrina piú vicina....

Grazie per l'attenzione.
Vincenzo Mannello

Un magistrato impunito che nonostante tutto fa cariera ed entra in politica

Il pm d’aula del processo Tortora diventa assessore alla legalità a Pompei

Le scelte sbagliate del neo sindaco Nando Uliano

di Dimitri Buffa - 17 giugno 2014 18:39
Diego MarmoA volte ritornano. Anzi purtroppo non se ne sono mai andati. Come Diego Marmo. L’ex pm d’aula del processo di primo grado contro Enzo Tortora, l’uomo che osò parlare dell’innocente presentatore come di “un cinico mercante di morte”. Marmo, dopo una carriera in magistratura che lo ha visto arrivare fino al ruolo di procuratore capo di Torre Annunziata, adesso è stato scelto come “assessore alla legalità”. Dal neo eletto sindaco Nando Uliano, divenuto primo cittadino a Pompei cinque giorni fa con una lista civica dopo avere militato per anni nel Pd.
Non vi è chi non veda il paradosso di nominare un controverso magistrato, uno di quelli che fece un grave errore, senza mai pagarlo, nel valutare la posizione di Enzo Tortora, determinandone anche la condanna in primo grado in uno degli episodi più tragici della malagiustizia italiana dal dopoguerra a oggi, a un ruolo così simbolico.
 La malagiustizia e la legalità infatti non vanno di certo d’accordo.
Molti forse non ricorderanno la figura di certo non particolarmente simpatica di Diego Marmo.
Che era stato anche procuratore aggiunto di Napoli, prima di assumere la titolarità di quella di Torre Annunziata.
Per fortuna che di recente, da un annetto a questa parte, ci ha pensato il docufilm di Ambrogio Crespi, “Enzo Tortora, una ferita italiana” – proiettato in mezza Italia e in almeno due o tre sedi europee (tra cui l’Europarlamento nella sala dedicata a Altiero Spinelli, dove anche Tortora sedette come deputato nel lontano 1984 eletto nelle liste del Partito radicale con oltre 500 mila voti) -  a rinfrescare la memorie e a smuovere le coscienze di chi era troppo giovane o troppo distratto per ricordare i tristi episodi di quegli anni.
E nel docufilm in questione, nelle prime scene, ci stanno  i filmati di epoca in cui è ritratto proprio Diego Marmo durante la sua requisitoria al processo di primo  grado mentre chiedeva la condanna del presentatore. Con quei toni retorici e apocalittici e con quella frase infelice su citata. Forse il sindaco di Pompei avrebbe fatto bene a vedersi quel docufilm prima di nominare Diego Marmo assessore alla legalità.
- See more at: http://www.campania24news.it/2014/06/17/il-pm-daula-del-processo-tortora-diventa-assessore-alla-legalita-a-pompei-46968/#sthash.WHt0Jvt9.dpuf

I capelli: le radici del cielo

                                                   

CAPELLI SONO MEGLIO DI UN'ANTENNA RADAR
I capelli vengono da sempre mitologicamente e simbolicamente identificati con la personalità e talvolta addirittura con l'anima di colui a cui appartengono o appartenevano, così come le unghie delle dita erano considerate nelle svariate culture come una parte dell'essere umano, da cui ci si può certo separare ma che sono cresciute pur sempre dallo stesso corpo. L'usanza di conservare un ricciolo dei capelli dei bambini, la magia d'amore effettuata col ricciolo del patner, il portare lo scalpo e le tsantsa o la moderna magia Voodoo, tutti questi usi si basano sulla credenza che un pezzettino di personalità e la sua speciale energia resti conservata nei capelli. Quanto forte fosse questa credenza lo dimostra il fatto che nel medioevo agli uomini messi alla berlina venivano spesso tagliati i capelli. Soprattutto la chiesa sembrava tenere le forze magiche insite nei capelli, visto che il papa in persona, per spodestarlo, dovette tagliare i capelli a Dagoberto II, aspirante al trono merovingio, che era stato fatto prigioniero; alle donne veniva ripetuto che la loro chioma era piena della forza delle streghe e doveva perciò restare coperta, e gli inquisitori si adoperavano per tagliare i capelli della loro vittima prima della tortura per infrangere il suo presunto potere magico.
A causa dei suoi capelli anche la Regina di Saba, uno dei prototipi delle madonne nere, cade in discredito negli scritti islamici posteriori, in cui re Salomone riconosce spaventato che la donna ha le gambe ricoperte di peli: il segno di una potenza fortemente magica.
(tratto da "Madonne Nere il mistero di un culto")
(di Petra Van Cronemburg)
E' nota la forza che Sansone aveva nei capelli, come è nota la sua lotta contro i Filistei e di come la sua passione per una donna di nome Dalila portò la morte per lui e tutti i filistei.
La sua forza serviva a combattere i filistei, Sansone divenne così simbolo dell'eroe cristiano per eccellenza, dotato di forza, ma costantemente tentato dalle donne. Proprio una di loro, Dalila, fu la sua rovina: era una spia dei filistei che fece innamorare di se Sansone, fino a fargli rivelare il segreto della sua forza. Dalila tagliò durante la notte i capelli di Sansone, che perse così la sua forza e venne facilmente catturato dai filistei, il quale lo legarono a una ruota per macinare la farina. Questo fino a quando i capelli di Sansone non ricrebbero: appoggiandosi alle colonne della casa dove i filistei stavano festeggiando disse "Muoia io con tutti i Filistei". E così fu.
http://it.wikipedia.org/wiki/Sansone
Tutte le donne che si erano integrate nella Vril (di Hitler) che fu mantenuta fino al maggio 1945, avevano lunghi capelli. Esse credevano che i loro capelli lunghi avrebbero agito come antenne cosmiche per ricevere comunicazione aliena da altre dimensioni.
http://harmakis.net/archives/199
“Mi ricordo benissimo di una sera in cui mio marito tornò a casa portando con sé un raccoglitore ufficiale molto consistente. Dentro c’erano centinaia di pagine di certi studi commissionati dal governo. Era shockato dal suo contenuto. Quel che lesse in quei documenti cambio’ radicalmente la sua vita. Da quel momento in poi mio marito, conservatore di mezza età, lascio’ crescere i suoi capelli e barba senza piu’ tagliarseli. Ma non è tutto: il VA Medical Center glielo lascio’ fare ed altri uomini molto conservatori del suo staff seguirono il suo esempio. Quando lessi i documenti capii perché”.
http://ragazzaindaco.blogspot.it/2013/06/capelli-lunghi-meglio-di-un-antenna_4709.html
"Per quanto concerne il fatto di non radere i capelli, ciò è molto importante. Il cervello dell'uomo è come una grossa trasmittente, capace d'inviare una moltitudine di onde e di pensieri ben precisi. La telepatia, infatti, non è altro. Ma questa specie di trasmittente ha bisogno di antenne. Le antenne sono i capelli e la barba. Onde l'importanza di non radere il sistema pilifero di un essere che dovrà servirsene. Avete certamente notato che molti vostri sapienti avevano dei capelli molto lunghi e portavano la barba. Come pure i profeti e i saggi. Ora capite meglio il perché". Strano quindi che il profeta Eliseo fosse calvo (2 Re 2:23). Anche Claude Vorilhon è quasi calvo, e questo è un grosso problema, infatti, come facciamo ad essere certi che i messaggi che "Rael" riceve sono attendibili? Prima di clonare gli uomini (altra iniziativa "Raeliana"), perché non cercano di inventare qualcosa per prevenire la caduta dei capelli?
http://www.infotdgeova.it/rael.htm
A questo punto una domanda, e non tanto per sottolineare che a parlare di spiritualità sono quasi sempre gli uomini e molto meno le donne o che quasi tutti i "rappresentanti" di dio in terra sono per lo più calvi quindi "per forza maggiore poco connessi", ma perchè quasi tutti gli uomini sono privi di "queste antenne" mentre è rarissimo se non impossibile trovare donne calve??

mercoledì 18 giugno 2014

Un'intervista fondamentale, per comprendere Verona, di un archeologo volutamente emarginato dal potere

 
Intervista all'archeologo Hudson che da vent'anni conduce importanti campagne a Verona
Giornale L'Arena - settembre 2002

Archeologia come contributo importante alla conoscenza della storia di Verona antica. Lei è stato protagonista delle principali campagne di scavo degli ultimi vent'anni. Quali sono i risultati principali e cosa rimane da fare?
"È stata fatta una grande operazione di acquisizione di materiali e di dati sulla storia della città. Rispetto a vent'anni fa, oggi si sa molto di più sull'evoluzione di Verona. Sappiamo che il periodo romano non può essere considerato come una specie di monolite, come una lunga epoca d'oro. La città ha raggiunto la sua massima espansione nel II secolo dopo Cristo e in seguito ha iniziato a ritirarsi. Abbiamo scoperto case suburbane, al di fuori delle mura, presto sostituite da necropoli che con l'avanzare degli anni si avvicinano progressivamente alla città. Sono stati a tal proposito molto importanti alcuni scavi recentemente compiuti in occasione del rifacimento dei sottoservizi. È il caso di via Mazzini, dove siamo riusciti a ricostruire tracce romane fondamentali, raccogliendo dati da piazza Bra a piazza Erbe. Ciò ha permesso di trovare le mura di Gallieno, che non erano fino ad allora state documentate nel loro braccio settentrionale, quello che chiudeva l'anello tra l'Arena e via Alberto Mario. Si è notato che la costruzione di queste mura ha comportato l'abbandono e lo smantellamento di certi monumenti, come nel caso di un tempio posto all'altezza della farmacia Due Campane. Molte strade furono seppellite e interrotte dalle stesse mura, che furono costruite con materiali sottratti ad altre strutture e riutilizzati. Poi si è riusciti a documentare la storia della basilica romana, l'edificio pubblico che faceva parte dei monumenti attorno al foro, compreso nell'isolato tra via Mazzini, via Quintino Sella e via Pellicciai. Parliamo di una struttura datata 220-230 d.C., quando fu aggiunta un'abside ad una struttura che fino ad allora era più semplice, rettangolare".
Siamo entrati subito nello specifico della ricerca archeologica. La data citata corrisponde al periodo dei Severi, noto per la turbolenza politica dell'impero romano. In quegli anni Verona era ancora in espansione?
"Direi di no. C'era semmai una certa attenzione a riqualificare i monumenti attorno al foro. I lavori compiuti in via Mazzini ci hanno permesso anche di monitorare il pianale del foro di piazza Erbe. Abbiamo documentato una parte del portico attorno al foro e una casa alto-medievale del VII secolo costruita sul lastricato del foro. Questa costruzione dimostra un forte arretramento delle tecniche edilizie. L'edificio fu costruito con materiale romano riutilizzato, non più legato da malte, ma solo da terra". Perché nel III secolo inizia il degrado di Verona? "Hanno pesato fattori economici e politici. Si può pensare a una crisi economica e ai timori legati alla sicurezza dell'impero e quindi anche di alcune città. Se infatti all'interno delle mura l'assetto urbano si mantiene su ottimi livelli, all'esterno le case vengono progressivamente abbandonate. È il segnale di un inizio di decadenza". Ha parlato della decadenza prima ancora che della nascita della Verona romana. Che indicazioni ha tratto sulla formazione del centro storico e sull'origine stessa della città, all'epoca dei suoi primi scavi, quelli al cortile del Tribunale? "Si è potuto stabilire innanzitutto che non c'era stata una fase preromana in quella zona. È molto difficile pensare ad una presenza umana organizzata precedente alla fondazione romana all'interno dell'ansa dell'Adige. La storia di colle San Pietro è completamente diversa. É sul colle e attorno al colle che va cercata l'origine sia della Verona preromana che della stessa città romana".
All'arrivo dei romani, nel 148 avanti Cristo, anno della costruzione della strada Postumia, dentro l'ansa dell'Adige dunque non c'era niente?
"C'è qualche reperto da qualche altra parte che potrebbe anche ipotizzare frequentazioni stagionali, ma sarebbe stato comunque difficile creare un insediamento nell'ansa dell'Adige senza creare argini al fiume. Vi sarebbero state alluvioni più volte all'anno e questo avrebbe reso la vita difficile a tutti. Una delle prime cose che i romani fecero, furono proprio gli argini per prevenire le piene. Ma il fatto più importante dello scavo al Tribunale stava nella sua vastità. Si trattò dello scavo urbano più esteso mai fatto prima in una città italiana. Abbiamo lavorato su circa 1500 metri quadrati e ciò permise di poter vedere la fisionomia del costruito in tutta la sua interezza. Non c'era solo grande quantità di materiale, ma grande qualità di dati da rilevare. Abbiamo così potuto scavare tre aree con caratteristiche diverse. Abbiamo visto che l'interno del cortile del Tribunale era ad esempio al centro di un isolato romano e non confinava con alcuna strada. Via Dante e una parte del Mercato Vecchio presentavano invece monumenti collegati al foro. Il cortile del Tribunale era in sostanza una zona di abitazioni private. Molti storici, osservando le fotografie aeree di Verona, hanno notato che ancora oggi si riesce a ricalcare l'attuale edificato sul tracciato romano preesistente. Questo significa che c'è stata continuità di insediamento fino a un certo punto, e che le strade sono state mantenute. In via Dante siamo riusciti a vedere come le strade si sono conservate. Non è una conservazione perfetta: è l'insieme di diversi momenti storici. La strada rimane, ma viene ristretta alla fine del periodo romano a sette metri dai 12 precedenti e viene costruito un muro che è la facciata di più case che rimarranno in uso dal VI secolo fino alla fine del XII, quando viene costruito il palazzo del Mercato Vecchio, il primo palazzo comunale. Per la prima volta abbiamo verificato lì come si conserva l'allineamento di una strada attraverso i secoli. Una conservazione molto dinamica, perché ci sono stati più momenti di intervento. Il muro cui ho accennato è uno dei fronti più vasti di case alto medievali mai trovati in Europa ed è un muro molto leggibile".
Cos'altro uscì da quello scavo?
"Potemmo monitorare l'evoluzione delle case romane. In certi punti abbiamo trovato quattro o cinque pavimenti romani, uno sull'altro. Questo dimostra la grande vivacità edilizia dell'epoca romana. Le cose tesero invece a fossilizzarsi nel IV secolo, già prima della caduta dell'impero. Si nota che in quell'epoca certi ambienti vengono abbandonati e che diverse strutture mostrano problemi di staticità. Si passa dai pavimenti in mosaico alla terra battuta, dal riscaldamento centralizzato al focolare. In quello scavo c'è la storia della città romana fino al suo declino inesorabile".
Ma ci sarà anche la storia successiva. L'arrivo dei barbari. E su, lungo i secoli, fino agli Scaligeri...
"Il declino edilizio testimonia un ripetersi di crisi economiche, ma direi anche un generale peggioramento della situazione sanitaria, che ridimensiona la popolazione. Pestilenze e malattie sono documentate. È chiaro che in questa zona, dal V secolo fino alla fine del VI, abita molta meno gente, anche per problemi di sicurezza. Va poi rilevato l'enorme incendio, datato intorno al 590 d.C., che ha distrutto la maggior parte di Verona. I longobardi governavano da poco sulla città. Ci sono testimonianze archeologiche di questo incendio sia in via Dante che nel cortile del Tribunale. Dopo quell'incendio, quasi tutte le strutture romane vengono abbandonate e si passa a situazioni completamente diverse. Quella del cortile del Tribunale diviene ad esempio zona di sepolture: abbiamo trovato qui due tombe longobarde e oggetti di corredo. In seguito qui non verranno costruite più strutture fino alla prima metà del IX secolo. Poi verrà la ripresa; attorno al X secolo si costruirà qui una casa piuttosto fragile, probabilmente metà in legno e metà in muratura. E verrà costruito il cimitero collegato a Santa Maria Antica, all'interno del cortile, attorno al XII secolo. Verrà in seguito abbandonato. Una parte sembra diventare un grosso cortile aperto, una parte sembra diventare un laboratorio artigiano per metalli e il resto diviene una piazza che appartiene ad una delle arti dei Tetili. Nello scavo si vede poi l'arrivo degli Scaligeri, che in un primo momento si insediano in un angolo dell'isolato, edificando l'attuale palazzo nel 1363, con tanto di giardino, l'attuale piazza Viviani".
Quindi quello scavo riassume la storia della città .
"Certo, documenta la storia di Verona dal primo insediamento romano nell'ansa del fiume, intorno al 50 a.C., agli scaligeri".
Un altro grande scavo è quello fatto in occasione dei lavori per i Mondiali di calcio del '90. Quale fu il risultato?
"Gli scavi furono più d'uno. A Porta Nuova non abbiamo trovato nulla. Sotto, c'è solo ghiaia. A Porta Palio abbiamo trovato quasi 600 tombe romane, il 90 per cento di defunti cremati, il resto inumati. Le tombe sono datate tra le fine del primo secolo a.C. e il IV secolo d.C. A cavallo della via Postumia, all'esterno della porta, è stata rinvenuta una superficie in ciottoli poco prima di via Albere. Da Porta Palio sono emersi corredi notevoli, oggetti di ceramica di tutto il periodo romano, vetri intatti, cosa rara in uno scavo".
Che impressione ebbe da quelle tombe?
"La cosa strana è che non c'erano tanti monumenti funebri. Forse le tombe più importanti erano più vicine alla città. Ma è anche vero che i monumenti sono stati asportati nel tempo, già nello stesso periodo romano, per essere riutilizzati in altre strutture della città. La necropoli era molto vasta e si trovava nei pressi di una zona produttiva. Da Porta Palio all'attuale area del Lux c'erano tombe, oltre abbiamo documentato la presenza di una fornace romana. Altre attività artigianali dovevano svilupparsi lungo la Postumia che entrava in città da lì".
A proposito di Postumia, cosa è emerso dagli scavi in corso Cavour?
"Corso Cavour fu scavato nel '98 per conto dell'Agsm. Fu un lavoro di documentazione meticolosa della strada romana e delle piccole zone poste ai suoi fianchi che riuscimmo a indagare. Fino ad allora eravamo abituati a vedere due o tre lastre alla volta. In questo caso, grazie alla grandezza dello scavo, potemmo invece osservare tutto il lastricato. Sono così state confermate certe tecniche costruttive; la parte centrale della carreggiata era in pietra molto più dura rispetto a quella dei marciapiedi". È vero che era larga ben 14 metri?
"Sì, era più larga delle altre strade e del normale. Aveva 14 metri verso Porta Borsari, circa 16 metri all'altezza di Castelvecchio, quasi un'autostrada dell'antichità".
Se lei potesse decidere, dove scaverebbe in questo momento a Verona?
"Mi piacerebbe indagare su un sito nella parte bassa di colle San Pietro, per vedere l'origine e lo sviluppo di quella parte di città. È molto difficile trovare qualcosa; bisogna aver fortuna per trovare il punto adatto nel quale scavare. Uno scavo lì potrebbe darci un'idea di quanto è vecchio l'insediamento umano a Verona. La città è nata sicuramente lì. Potrebbero arrivare molte conferme o molte smentite sulla Verona di Catullo, che è vissuto prima dell'urbanizzazione interna all'ansa. Sarebbe interessante capire qualcosa sui lavori di terrazzamento del colle per la costruzione del Teatro romano, che bene o male sconvolsero la zona".
La zona del Teatro romano e di Santo Stefano è dunque la culla di Verona preromana e dei primi cento anni di storia romana della città. È così?
"Direi di sì. Un insediamento organizzato era presente sul colle parecchi anni prima dell'edificazione della Postumia. E i romani avrebbero costruito la loro Verona dapprima solo sul colle. La prima data che testimonia la presenza romana dentro l'ansa del fiume è attorno al 45 a.C., quindi quasi un secolo dopo la costruzione della Postumia. Le campagne di scavo eseguite dentro le mura testimoniano quindi abbastanza bene la storia romana. La città, qui, non ha più tanti segreti. Se si riuscisse a sfruttare, a studiare fino in fondo, tutto ciò che abbiamo già acquisito si arriverebbe ad un ottimo risultato. Vicino a Santo Stefano c'è però ancora una porta da scoprire, dopo porta Leoni, porta Borsari e la porta di via Redentore. E non sappiano praticamente nulla su eventuali mura di epoca romana sul colle San Pietro".
Insomma, resta da svelare il segreto dell'origine della città.
"In un certo senso è così, ma ci sono diversi indizi. Villaggi e capanne seminterrate scavate nella roccia, ad esempio. Ma non è ancora stato trovato nulla di fondamentale".
Cosa può dire un archeologo ai politici e ai responsabili dei musei veronesi perché il risultato degli scavi di cui abbiamo parlato sia usufruibile?
"Ci sono grandi quantità di materia già usufruibili per mostre ed esposizioni. Per esempio, i corredi delle tombe romane, tutti restaurati. Questo materiale è nei magazzini della Soprintendenza, qui a Verona".
Le piace l'idea di un museo della città?
"Mi piace, ma bisognerà vedere chi lo farà e come. Vorrei non parlarne, perché l'argomento non mi compete. Tuttavia credo sarebbe opportuna una buona discussione tra tutti gli enti che si occupano della materia, ossia Comune e Soprintendenza, tra Musei civici e mondo accademico, sul taglio da dare ad un ipotetico museo della città. A Verona c'è poi un problema: i temi sarebbero infiniti. Ho spesso l'impressione che la città non rifletta abbastanza sull'enorme importanza del suo patrimonio storico. O forse ci riflette troppo. E così non succede niente". di Antonio Felice Da Shakespeare in giù, gli inglesi sembrano portar b ene a Verona. Al "gran bardo" dobbiamo il mito di Giulietta, che ai veronesi più snob fa arricciare il naso, ma che costituisce il richiamo turistico principale della città. All'archeologo Peter Hudson - alto, robusto e rosso come un antico guerriero normanno - e ai suoi scavi ventennali, dobbiamo la conoscenza di aspetti fondamentali della storia di Verona e una tale quantitità di reperti archeologici in grado da soli di costituire la base di un museo della città degno di tal nome. Il progetto langue, così come vivono un momento di stasi le ricerche che potrebbero svelare in via definitiva i segreti dell'origine di Verona. Per questo, assume un certo significato l'intervista di questa pagina, che testimonia, con una certa ampiezza, quanto la ricerca archeologica abbia fatto fino ad oggi. Hudson ha consegnato agli storici e ai responsabili del patrimonio artistico antico una messe di dati e reperti impressionante. La città - è stato dimostrato in modo inoppugnabile - si è sviluppata per quasi un secolo in epoca romana fuori dall'ansa del fiume; è nata in sinistra Adige ed è entrata nell'ansa solo quando i romani sono stati in grado di realizzare argini sicuri e mura robuste. La Verona di Catullo, dove il poeta ebbe i natali nell'84 avanti Cristo, cinque anni dopo l'ingresso della città nel sistema amministrativo romano come colonia e ben 64 anni dopo l'arrivo delle legioni al seguito dei costruttori della via Postumia, non si sviluppava dunque ancora dentro l'ansa, ma solo nella zona intorno al colle San Pietro, sulla pendice del teatro romano (non ancora costruito) e nella zona della futura chiesa di Santo Stefano. Ciò smonta molti luoghi comuni. La ricerca archeologica, che ha messo ordine nell'evoluzione della città dalla sua fondazione entro l'ansa fino all'alto Medioevo, avrebbe bisogno oggi di ricevere slancio per salire sul colle dove Verona è nata e per togliere l'ultimo velo alla nascita di una città storica tra le più ammirate d'Europa.
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sabato 14 giugno 2014

Anche la lega coinvolta con il fiume di denaro del MOSE


«Tangenti alla Lega in Veneto?
E' il vecchio romanzo di Belsito»

 
di Alvise Fontanella
VENEZIA - Nel fiume di milioni che filtra dalle dighe mobili del Mose nuotavano in molti, almeno stando al quadretto delineato dalla pubblica accusa: dalla Guardia di Finanza al Magistrato alle Acque, ministri e giudici contabili, Forza Italia e il Pd, Galan, Chisso e Marchese. Ma Zaia, no. Il governatore e la sua Lega escono immacolati dall’inchiesta sul Mose. Ma ci pensa L’Espresso a ripristinare a viva forza la par condicio del fango. Il settimanale piazza una bella foto di Luca Zaia insieme al titolo «Tangenti alla Lega in Veneto». L’indagine, naturalmente, non riguarda il Mose, ma è invece un capitolo, ripescato al volo, del vecchio romanzo di Francesco Belsito, il tesoriere di Bossi, quello dei diamanti in Tanzania.

Sono stati infatti - molti mesi fa - il cassiere Belsito e il suo consulente Stefano Bonet a tirare in ballo il segretario della Liga Veneta, Flavio Tosi, e il suo predecessore Gian Paolo Gobbo, accusandoli di essere almeno a conoscenza di un presunto canale illegale di finanziamento del Carroccio in Veneto, alimentato dalla Siram, una multinazionale dell’energia: i denari transitavano, secondo Bonet, da Enrico Cavaliere, uomo di fiducia di Tosi. Ma Belsito dichiarò di avere, in un’occasione, «parlato» anche alla presenza di Zaia e di Gobbo di un milione in arrivo dalla Siram che Bossi avrebbe attribuito «ai veneti». Zaia se ne indigna con L’Espresso: «Dispiace - scrive il governatore - che non abbiate ritenuto di confrontarvi con me prima di procedere alla pubblicazione dell'articolo cui viene accostata maliziosamente una mia fotografia».

Zaia ricorda che le accuse di Belsito sono vecchiotte e già pubblicate l’anno scorso da Repubblica, «un quotidiano del vostro gruppo». E il giorno stesso «ho denunciato Belsito per calunnia». «Avrete notato che neppure il signor Belsito osi dire che io abbia ricevuto una qualche remunerazione, e che non sono stato raggiunto da nessun avviso di garanzia». Anche per Gian Paolo Gobbo vale lo stesso discorso: le accuse di Bonet alla base della "inchiesta segreta" di cui L’Espresso scrive oggi, le ha già tutte smentite a dicembre, quando la notizia apparve la prima volta.
Tosi annuncia querele. «Notizie infamanti, senza uno straccio di prova, nei miei confronti. La macchina del fango costruita con notizie false e non verificate continua la sua attività senza che nessuno intervenga».