sabato 26 aprile 2014

Sognando di ritornare nel Tibet

CUNEO: Saluzzo la mostra fotografica “Sognando casa” per raccontare gli ultimi testimoni di un Tibet libero

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Dal 8 al 17 Aprile. Palazzo di Città del Comune di Saluzzo; martedì 8 alle 17 inaugurazione e presentazione; giovedì 17 alle 18 dibattito pubblico e video.
In occasione del 55° anniversario della Rivolta di Lhasa (10 marzo 1959) – una data particolarmente significativa per i tibetani poiché ricorda l’inizio ufficiale della diaspora del Dalai Lama e del suo popolo dal Tibet occupato – la Comunità tibetana in Italia ed il Nonviolent Radical Party, promuove e organizza un’iniziativa dal titolo “SAVE TIBET/SALVIAMO IL TIBET”.
L’iniziativa si compone di due eventi – Mostra fotografica di Samkyil Delek “SOGNANDO CASA – Gli ultimi testimoni di un Tibet libero”, visitabile da martedì 8 a giovedì 17 aprile nel corridoio basso di Palazzo di Città, sede del Comune di Saluzzo, negli orari di apertura al pubblico del palazzo municipale. Alle 17 di martedì 8 inaugurazione e presentazione.
Conferenza pubblica “SAVE TIBET/SALVIAMO IL TIBET”, con la proiezione di una parte del video-documentario “L’ALTRO TIBET” della regista Bianca Pasquini , a seguire il dibattito con esperti e rappresentanti della Comunità tibetana. Presso la Saletta Sant’Ignazio già sacrestia dell’ex-Convento Gesuita ora palazzo municipale, giovedì 17 aprile alle ore 18,00.
E’ prevista la partecipazione del fotografo Samkyil Delek e di rappresentanti della Comunità tibetana. L’obiettivo generale è di sensibilizzare l’opinione pubblica saluzzese alla causa tibetana, sul modello delle molte iniziative intraprese in questi anni dalla Comunità anche con il sostegno dell’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet e dell’Associazione per il Tibet e i Diritti Umani del Consiglio regionale del Piemonte. L’obiettivo specifico è invece di promuovere il sostegno a progetti concreti per la diaspora tibetana in India
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Una serie di possibili progetti umanitari, infatti, sono stati illustrati dal Ministro degli Affari Interni del Governo tibetano in esilio signora Dolma Gyari nella sua visita in Piemonte (Torino e Cuneo) il 10 dicembre scorso, Giornata internazionale dei Diritti Umani. L’iniziativa culturale ha anche l’obiettivo particolare di valorizzare e sostenere, diffondendone la conoscenza nell’opinione pubblica, la lotta nonviolenta tibetana e l’approccio del Dalai Lama per l’autonomia del suo popolo.
In particolare si intende agevolare l’intervento di aiuto a favore di una piccola comunità di 16 anziani profughi di Dalhausie (India) per il miglioramento delle loro difficili condizioni di vita, attraverso opere di risanamento e ricostruzione delle case-stanza in cui abitano. Il progetto è stato messo a punto dal “Central Tibetan Relief Committee” che ne seguirà e controllerà la realizzazione.
Il Comitato è un organismo caritatevole – riconosciuto a livello internazionale – che si occupa del welfare degli esuli del Tibet in India, il suo Direttore è S.S Il XIV^ Dalai Lama, Tenzin Gyatso L’intera iniziativa è promossa ed organizzata dalla “Comunità Tibetana in Italia”, che è un’associazione ONLUS senza scopo di lucro composta dai Tibetani residenti sparsi in Italia, ed è dedita a preservare e promuovere la ricca identità culturale tibetana e a far conoscere in Italia la grave situazione politica del Tibet.
L’iniziativa è sostenuta dall’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet .


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mercoledì 23 aprile 2014

Come nasce la leggenda di San Giorgio e il drago

SAN GIORGIO E IL DRAGO: LE ORIGINI DELLA LEGGENDA

Giorgio è il santo uccisore di draghi per eccellenza. Eppure le più antiche rappresentazioni del martire-cavaliere ci raccontano tutta un’altra storia.

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In quanto simbolo del paganesimo e del male, ildrago è un personaggio frequente nelle storie dei santi medievali. La lista dei santi sauroctoni – cioè uccisori di draghi – è infatti molto lunga: Teodoro, Silvestro, Margherita e Marta (che però si limitò ad ammansire il mostro) sono solo i più famosi. A questi si aggiunge l’arcangelo Michele, alla guida della battaglia contro il drago apocalittico.
Tra gli uccisori di draghi, tuttavia, nessuno ha riscosso tanta venerazione popolare quantosan Giorgio, scelto come patrono dall’Inghilterra e dal Portogallo.
Della sua vita non ci sono notizie storicamente fondate, se non che fu un soldato originario della Cappadocia, martirizzato sotto Diocleziano. Le storie che lo riguardano sono quindi il risultato di elaborazioni medievali, che si arricchivano progressivamente di dettagli.
L’iconografia tradizionale di Giorgio è legata al suo miracolo più celebre, quello appunto dell’uccisione del drago. L’episodio, come viene riportato nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, è noto: per tenere lontano un mostro che infesta la città libica di Selem, gli abitanti estraggono a sorte giovani vittime da dargli in pasto; quando il sacrificio tocca alla figlia del re, compare san Giorgio a cavallo, che neutralizza il drago (la scena immortalata dagli artisti); quindi invita la principessa a legare la cintola al mostro, ora mansueto, per condurlo in città; di fronte al miracolo, il re e l’intera popolazione si convertono; e il drago viene finalmente ucciso.
Dal XII secolo in poi la scena della lotta contro la creatura demoniaca è frequentissima in tutta Europa, ed è testimoniata in pittura…
… in scultura…
… e in miniatura.
In Occidente l’iconografia del santo si basa quasi prevalentemente su questo episodio (gli altri miracoli e il suo martirio sono rappresentati raramente) e l’attributo caratterizzante di san Giorgio diventa il drago.
Non sempre però il nostro martire equestre è stato rappresentato così. In origine, anzi,non c’era traccia di draghi nelle storie del santo, e tanto meno nell’iconografia.
La più antica rappresentazione di san Giorgio risale alla prima metà del X secolo e si trova in Armenia, nella chiesa della Santa Croce eretta sull’isola Akdamar. Qui un bassorilievo mostra tre santi a cavallo, e tra questi c’è anche Giorgio, raffigurato mentre trafigge con la sua lancia non un drago, bensì una figura antopomorfa. Gli altri due cavalieri sono san Sergio che uccide un animale feroce (al centro), e san Teodoro alle prese – lui sì  - con un drago (a sinistra).
San Giorgio e il drago
Nella cattedrale di Nikortsminda (inizio XI secolo) in Georgia, la scena si ripete: sulla sinistra Teodoro neutralizza un drago-serpente, mentre a destra Giorgio colpisce una figura umana.
San Giorgio e il drago
All’epoca infatti il santo sauroctono per eccellenza era Teodoro di Amasea, santo soldato noto a partire dal VII secolo per aver sconfitto un essere mostruoso. Ecco spiegato perché, nelle rappresentazioni altomedievali, la figura del drago è associata in esclusiva a lui. Nei secoli seguenti san Teodoro continuerà a essere affiancato dal drago (come la statua sulla colonna in piazzetta San Marco a Venezia) ma l’iconografia sarà minoritaria.
Fino all’XI secolo nelle storie su san Giorgio non c’era invece alcun riferimento all’uccisione di un drago: il santo era venerato semplicemente come soldato-martire che aveva convertito i popoli infedeli. Per questo fino ad allora l’immagine tradizionale che lo rappresentava era di un cavaliere intento a trafiggere un uomo, simbolo delpersecutore pagano e dell’eresia.
La credenza che anche Giorgio avesse fronteggiato un mostro prese corpo in Oriente proprio in questo momento, forse sulla spinta delle stesse rappresentazioni figurative.
Negli affreschi e nei rilievi orientali infatti il santo era sempre affiancato da Teodoro, in lotta con il (suo) drago: una prossimità che a un certo punto indusse gli artisti a farconvergere verso il mostro entrambi i santi, fino a che Giorgio non “assorbì” del tutto il tema figurativo del drago. La prima testimonianza è in Cappadocia, nella chiesa di Santa Barbara a Soganli (XI secolo).
San Giorgio e il drago
Contemporaneamente, intorno all’immagine di san Giorgio che uccide il drago iniziò a definirsi una storia vera e propria, che si faceva tanto più ricca di particolari quanto più il culto del santo si diffondeva.
I primi testi che narrano l’episodio risalgono alla fine dell’XI secolo e contengono già tutti gli elementi che conosciamo: il mostro lacustre, la principessa salvata, l’addomesticamento del drago condotto in città, la conversione del popolo.
La storia di san Giorgio e del drago si stava diffondendo, ma avrebbe mantenuto ancora a lungo una dimensione locale, circoscritta alle regioni orientali, se non fosse stato per leCrociate. I cristiani si identificarono facilmente nel santo vittorioso che aveva liberato una terra in mano agli infedeli: come santo protettore dei crociati, nessuno era più adatto di san Giorgio.
Ma anche un altro fattore potrebbe aver contribuito al successo del santo tra i soldati pellegrini: la visione, a Bisanzio, di una grande tavola dipinta raffigurante un sovrano che trafigge un drago, schiacciandolo sotto i suoi piedi. L’immagine era posta davanti al vestibolo del Palazzo imperiale e rappresentava l’imperatore Costantino trionfante sulla “tirannia degli empi”, simboleggiata da un drago-serpente. L’iconografia aveva goduto di grande fortuna ed è plausibile che i crociati ne avessero visto un esemplare, poi sovrapposto all’impresa del santo sauroctono.
In tempi rapidissimi il culto di san Giorgio si diffuse in tutta Europa, e con esso la rappresentazione del cavaliere che uccide il drago (in Inghilterra la prima immagine è dell’inizio del XII secolo). Mentre in Oriente il mostro aveva un aspetto simile al serpente, la versione esportata dai crociati aumentava di dimensioni e acquistava zampe e ali, trasformandosi nel drago che tutti noi conosciamo.
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lunedì 21 aprile 2014

Gustavo Rol il mago di corte della famiglia Agnelli

          


E' utile comunque ricordare che il padre Vittorio Rol (o Roll) aprì e diresse la sede della Banca Commerciale, inoltre testimoniò a favore degli Agnelli

Il vizietto degli Agnelli.Luigi Cipriani, Il vizietto degli Agnelli 

"La storia della famiglia Agnelli è costellata di connessioni col potere politico ufficiale e coi poteri occulti, massoneria, servizi segreti, a cominciare da quando la famiglia entrò in possesso della Fiat nel 1906.."

La storia della famiglia Agnelli è costellata di connessioni col potere politico ufficiale e coi poteri occulti, massoneria, servizi segreti, a cominciare da quando la famiglia entrò in possesso della Fiat nel 1906.

Il 23 giugno 1908 Giovanni Agnelli (nonno dell'attuale presidente della Fiat) divenuto dal 1906, a seguito di un aumento di capitale, azionista di maggioranza della Fiat, venne denunciato dal questore di Torino per "illecita coalizione, aggiotaggio in borsa e falsi in bilancio". Nel rapporto dell'autorità di pubblica sicurezza Agnelli veniva segnalato come il maggiore indiziato delle manovre fraudolente in borsa che avevano turbato il mercato dei valori e arrecato danni rilevanti ai portatori di azioni. I mezzi fraudolenti consistevano nell'avere provocato nel 1905-1906 enormi ed ingiustificati rialzi delle azioni Fiat, sia col suddividere le primitive azioni, sia col porre dal marzo 1906 in liquidazione la Fiat per ricostruirla immediatamente dopo con un moltiplicato numero di azioni, sia con l'ingiustificato assorbimento dello stabilimento Ansaldo. Il rapporto di questura proseguiva affermando che Agnelli aveva dichiarato nel biennio del 1906 utili consistenti che furono poi distribuiti nel 1907, epoca nella quale la Fiat si trovava già in una crisi che la portò sull'orlo del fallimento.

Il capo del governo di allora Giolitti vegliava sul destino di Agnelli, al quale nel 1907 aveva concesso la croce di cavaliere al merito del lavoro. Il 29 novembre 1908 lo stesso ministro della giustizia Orlando intervenne, con una pesante ingerenza nei confronti della magistratura torinese, affermando che "un'azione penale nei confronti di Agnelli avrebbe avuto conseguenze negative sulla nascente industria nazionale, in particolare piemontese": regione d'origine del primo ministro Giolitti.

A un anno dalla denuncia il perito nominato dal tribunale, professor Pietro Astuti, confermava gli indizi della questura affermando che le scritture stipulate da Agnelli nel 1906 occultavano operazioni personali a scapito della società, e che le operazioni di borsa dovevano configurarsi come un vero e proprio aggiotaggio al fine di procurare fortissimi e ingiustificati profitti. Il 23 agosto 1909 Agnelli venne rinviato a giudizio per rispondere di aggiotaggio e truffa. Con la benevola attenzione del ministro Orlando e con ricorsi vari Agnelli riuscì a rinviare il processo sino al 21 giugno 1911, mentre già nel 1909, dopo le dimissioni, era tornato all'incarico di amministratore delegato della Fiat. Il 22 maggio 1912 il tribunale mandava assolto Agnelli e a nulla valse il ricorso del pubblico ministero, il quale nel giudizio di secondo grado si trovò di fronte, come difensore di Agnelli, l'ex ministro Orlando e come testimoni a favore di Agnelli i dirigenti della Banca commerciale di Milano, Vittorio Roll e Lodovico Toeplitz.
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Il Sacro Bosco di Bomarzo o Parco dei Mostri

IL PARCO DEI MOSTRI DI BOMARZO
di Gianni Pittiglio


A pochi chilometri da Roma, sulla via Cassia, alle falde del Monte Cimino, sorge Bomarzo (Viterbo), antico centro etrusco (Polimartium) dominato dal cinquecentesco Palazzo Orsini opera del Vignola. 
All’interno del grande parco prende vita il cosiddetto “sacro bosco” dalle stravaganti statue colossali, commissionato nel 1552 dal principe Pier Francesco Orsini, detto Vicino, a Pirro Ligorio, per l’amore nei confronti della moglie Giulia Farnese. 
E’ seguito un lungo oblio durato fino al XX secolo quando, dal 1954, prima Tina Severi Bettini e quindi suo marito Giovanni Bettini lo hanno gestito e riportato in buone condizioni, rendendolo fruibile al pubblico che qui approda da ogni parte del mondo per ammirare un’opera unica nel suo genere. 
Le sculture di Bomarzo sono dislocate in un percorso all’interno del giardino che si rivela come una wunderkammer all’aperto. Tutte, probabilmente, all’origine si collegavano ad un unico discorso organico che coinvolgeva la personalità di Giulia Farnese e di Pier Francesco Orsini. 
Molti giardini cinquecenteschi si fondavano sul teatro che era una fonte primaria di ispirazione: architetture scenografiche, colpi di scena, prospettive. Tutti questi elementi spiccano anche a Bomarzo, dove, però, in luogo della prospettiva unificata rinascimentale viene preferita la veduta per stazioni propria della processione medievale.


Il Sacro Bosco

L’ingresso al giardino di Bomarzo è costituito da una semplice porta merlata, unica “normalità” tra le bizzarrie formali che introduce. Chiaro il senso di una scelta di questo tipo: il visitatore, ignaro di cosa lo aspetta non deve presagire nulla. Varcata quella soglia ogni criterio razionale viene messo in scacco lasciando via libera alla fantasia più sfrenata. Ci si trova così di fronte a sfingi, elefanti, divinità classiche, giganti, draghi, orchi. 
Splendido il gruppo di “Ercole e Caco” con l’eroe che viene colto nell’atto di squartare il figlio di Vulcano, reo di avergli rubato due tori, prendendolo dalle gambe. Un gesto terribile che segna la vittoria del bene sul male, della virtù sulla frode. 
Poco più avanti in una piccola valle si vede una tartaruga che trasporta una donna in piedi su una sfera. La donna ha i caratteri di una vittoria alata. Ancora più in basso è posto un masso rappresentante una balena a fauci spalancate pronta ad inghiottire la preda. Lì vicino Pegaso pronto a spiccare il volo. Il tutto è riconducibile ad una rappresentazione astrologica: sotto il ciglio del torrente, che rappresenta la divisione tra i due emisferi, figura la costellazione della Balena, e a suo riscontro, nel nostro emisfero, fra essa e i Pesci, appare la piccola costellazione della Tartaruga. Il celebre poeta Manilio nel suo “Astronomica” del I secolo d.C. scrive: «Quando, sorti i Pesci, il loro ventunesimo grado, sull'orizzonte illumina la Terra, Pégaso si inclina, volando al cielo» (V,628-630). 
Per quanto riguarda altre sculture legate alla cultura classica, qua e là compaiono Nettuno, Venere, Cerere, Proserpina, il mascherone con Giove Ammone, le tre Grazie, Cerbero, una Ninfa dormiente, Echidna e una delle Furie. 
Le statue che meglio danno il senso della diversità di questo parco sono quelle che secondo l’immaginario collettivo appartengono alla tradizione fantastica. Su tutti la testa a bocca aperta dell’Orco, gigantesca e con all’interno un intero tavolo da banchetto; ma ancora un Drago che combatte contro un cane, un leone ed un lupo. 
Di grande effetto il mastodontico Elefante sormontato da una torre e con un legionario stretto nella proboscide: secondo Pirro Ligorio l’elefante è animale che “discerne il bene dal male”. Allo stesso tempo per gli antichi è l’incarnazione dell’eternità: la sua presenza nel parco è ulteriore conferma della volontà di superare i limiti della morte terrena. 
Da simbologie così elevate si passa di colpo all’ennesimo gioco che contrappone realtà a finzione: componente teatrale che è dominante nelle stravaganze manieristiche. In una radura trova spazio un’intera architettura di fantasia realizzata: una casa pendente, nata così per lasciare di stucco il visitatore, in cui è possibile passeggiare con ovvi problemi di equilibrio. 
Tutto ciò che sorprende e meraviglia è a Bomarzo, secondo un dettame tradizionalmente legato a G.B. Marino, ma evidentemente in voga sin dal Rinascimento. 
Non manca il fattore encomiastico legato agli emblemi familiari: in un angolo del giardino sono posti su dei piedistalli due piccoli orsi (=orsini) che reggono tra le zampe la rosa romana e lo stemma Orsini. C’è, inoltre, chi ha visto nel Pegaso scolpito nei pressi della grande Tartaruga la volontà di celebrare l’unicorno dell’emblema Farnese cui apparteneva Giulia, moglie del principe. 
La visita al parco si chiude con il Tempio dedicato a Giulia Farnese: un edificio classico, senza particolari bizzarrie formali. L’aula del tempio, sormontata da una cupola, è introdotta da un pronao a quattro file di colonne, chiuse in alto da un timpano interrotto centralmente da un arco. L’aula e la cupola, che Vicino Orsini paragonava a quella di S. Maria del Fiore, sono di forma ottagonale. Tale struttura rimanda alla simbologia resurrezionale: il tempio, infatti, venne edificato alla morte di Giulia Farnese. 
Per chi volesse approfondire il tema delle interpretazioni delle singole sculture del parco segnaliamo lo scritto dello studioso tedesco H. Bredekamp (“Vicino Orsini e il Sacro Bosco di Bomarzo”, Roma 1989).


Stravaganze e capricci

Il giardino di Bomarzo nasce come Villa delle meraviglie a ridosso del paese in cui risiedeva il Principe Orsini. L’ambito culturale in cui se ne concepisce la realizzazione è connesso a quella tendenza verso il fantastico che caratterizza il Manierismo. Sono questi gli anni in cui sono in voga le stravaganze più ardite che fanno infuriare i classicisti inorriditi da tante “licenziosità”. 
In architettura sorgono giardini che sono vere e proprie sfide tra la natura e l’arte: Boboli a Firenze, Palazzo Farnese a Caprarola, per citarne solo due tra i più famosi, presentano grotte finte che nascondono l’artificio fatto di tubi e di stalattiti trasportate. Ma a questo periodo risalgono anche Palazzo Te a Mantova, Pratolino a Firenze, Villa Giulia a Roma, Villa d’Este a Tivoli, celebri esempi di residenze estive caratterizzate da fontane con giochi d’acqua, labirinti, congegni semoventi, ecc. 
Il mondo mostruoso gioca un ruolo di primo piano all’interno di questa tendenza generalizzata, e, come ha notato Pinelli (“La bella maniera”, Torino, 1993), entra persino nelle città. Alla forma, basilare fino ad allora, si contrappone il concetto di metamorfosi con le opere di Ammannati e Buontalenti a Firenze; degli Zuccari a Roma a Palazzo Zuccari; Sebastiano Serlio idea addirittura un ordine “bestiale”. Il fenomeno viene avvertito anche in altre nazioni: in Spagna si parla si “estilo monstruoso” nel nord-Europa di “rollwerk” o “beschlagwerk”. 
Tali follie artistiche si riscontrano anche in pittura: ha grande successo un pittore come l’Arcimboldo che dipinge raffigurazioni con ortaggi e frutti a sostituzione dei tratti somatici, ma, soprattutto, dominano le decorazioni a grottesca riprese dalle pitture nella Domus Aurea. Amate da Montaigne, che le ammira per la libertà da ogni tipo di regola, tali ornamenti sono allo stesso tempo avversate da Vasari che le definisce “una spezie di pittura licenziose e ridicole molto”. Chiunque le affonti nei numerosi trtattati dell’epoca non può fare a meno di considerarle pitture oniriche, per Daniele Barbaro “picturae somnium” (1556), per G.B. Armenini “chimere” (1586).
Anche Pirro Ligorio, l’artista a cui si deve il Parco dei Mostri di Bomarzo, è molto attratto dalle grottesche e da tutto ciò che appare terribile e capriccioso. Ciò che affascina Ligorio, però, è la possibilità di dare un senso a quel che sembra completamente irrazionale. Una specie di logica che studiosi come Chastel hanno ricollegato ai geroglifici: un sistema di segni densi di significato. 
Pirro Ligorio è un architetto di grande fama nella seconda metà del ‘500: a lui viene affidata la direzione dei lavori vaticani dopo la morte di Michelangelo, e frutto della sua arte è la bellissima “Casina di Pio IV” che sorge nei giardini vaticani, nata per Paolo IV Carafa nel 1558 e decorata tre anni dopo sotto il papa Medici. 
Anche qui, come a Bomarzo, alla base del progetto è il gioco intellettuale che fonde elementi della cultura classica, temi astrologici, valenze simboliche molto complesse.

Dal sito ARTE.IT il motore di ricerca dell'arte | Nexta

domenica 20 aprile 2014

Il gioco delle parole unite alle immagini

L'equivoco delle  parole unite alle immagini: un augurio può essere inteso come male-dizione

sabato 19 aprile 2014

La Chiesa di Roma, ha cercato per tanto tempo di ignorarlo, ma ora che è morto lo "ricorda" Vittorio Messori

Messori tenta maldestramente di "rovinare" la figura dello storico che ha dedicato tutta la seconda parte della sua vita a scrivere un'opera monumentale che solo il titolo ci da l'esatto tono dei suoi sforzi terreni per far luce su di una religione che ha lasciato dolore e brutalità per imporre il suo credo. Oggi tutto è molto edulcorato, anzi la Chiesa di Roma ha scelto la via obbligata del "volemose bene", ma è una mossa strategica per trovare consensi popolari, come dire che sotto le pecorelle si nascondono lupi. L'opera omnia di Deschner si intitola: STORIA CRIMINALE DEL CRISTIANESIMO.
Certo esistono dei passi e delle ricostruzioni discutibili, ma l'impostazione generale sembra buona. i libri pubblicati fino ad ora sono una decina di circa 200 pagine l'uno, un'opera monumentale e colma di aneddoti poco conosciuti riguardanti gli eventi legati alla storia della chiesa di Roma


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Punti di vista: Karlheinz Deschner, ex prete, ex tutto…
https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgRqrMEQsHE6ZMgMLcNbrtXzd-4ZbG8o0GjbIyQjJLkiOsZ3Dnhw-0D3gQ0Cm4BSsnVdnztImul3v9cuQg9S3WunJbxY7zq3C7sByPhUt8WCRKq-jHC-IgSpHeewPl6D2l3H72ZcOcV6Wfj/s200/Karl+Deschner.jpgIn Germania è assai noto, mentre da noi non è mai riuscito a sfondare: tradotto, sì, ma da piccoli editori con scarsa distribuzione. Parlo di Karlheinz Deschner, naturalmente un ex-seminarista o ex-prete, ormai sull'ottantina, che, dopo aver rotto con la Chiesa, si è dedicato a un'opera maniacale, da vero erudito tedesco, cui ha dedicato la vita intera. È una sorta di enciclopedia in più volumi che, in tedesco, ha un suono ancora più inquietante: Kriminalgeschichte des Christentums, cioè "Storia criminale del cristianesimo".
Il progetto è specificato nei risvolti di copertina: dimostrare come «il cristianesimo sia la quintessenza della barbarie, della violenza, del fanatismo, dell'intolleranza, della brama di potere». Precisando ancor di più: «Un'indagine completa, attraverso venti secoli, per provare che persecuzione dei diversi, umiliazione della donna, oppressione dei deboli, odio teologico, delirio missionario, condanna del libero pensiero, superstizione, ostilità contro la scienza, repressione della gioia di vivere appaiono non già come sporadici, degeneri frutti di una pianta in sé sana e benefica, ma come connotati stabili e consustanziali al cristianesimo». Rifiuto radicale, dunque, di quelle che Deschner chiama «le tardive, reiterate scuse di un pontefice»: è la pianta in quanto tale che va sradicata, i suoi frutti sono sempre tossici. Non c'è, non può esserci un «cristianesimo buono».
L'intenzione di questo tedesco è particolarmente aggressiva ma il suo progetto non è certo isolato, si ripresenta ad ogni generazione in Occidente sin dal Settecento. Quando, in qualche modo, fu ripresa l'altrettanto virulenta ostilità pagana, alla Celso per intenderci. Non a caso in queste occasioni nacque, e poi rinacque, l'apologetica.
Sono dispute con le quali da sempre mi confronto ma, lo confesso, senza mai scandalizzarmi o sorprendermi. Posso seccarmi, magari (moderatamente) arrabbiarmi se - come spesso capita - le notizie sono false, i dati manipolati, le informazioni ambigue.
Per esempio: apro del tutto a caso uno dei volumi (ogni frase, del resto, esigerebbe una replica) e trovo che Deschner scrive: "Ulderico Zwingli, una volta sgozzato, venne squartato, bruciato e, per disonorarlo, alle sue ceneri vennero mischiati escrementi di maiale». Calma! Le cose vanno spiegate e inquadrate, così suonano false. Zwingli è, come si sa, il più fanatico dei riformatori, nonostante prenda inizialmente spunto da quel personaggio tutto sommato ambiguo, ruffianamente pacifista ed ecumenico che è Erasmo da Rotterdam. Anche Lutero e Calvino non scherzavano quanto ad aggressività, ma Zwingli è convinto che la Riforma debba trionfare necessariamente con le armi alla mano, impugnate dagli stessi religiosi, non soltanto appoggiandosi ai Principi e lasciando a loro la guerra. Tanto per dire: quando quell'ex-prete di Zurigo fu ucciso in battaglia, Lutero esclamò: "Zwingli ha avuto la morte di un assassino». Aggiungendo poi: "Zwingli ha minacciato con la spada, dunque ha avuto la mercede che si meritava. Se Dio l'ha ricevuto nella sua grazia, avrà fatto un'eccezione alla regola indicata dalla sua Parola». Non si dimentichi che chi parla qui è fra' Martino, l'uomo che incitò alle stragi dei contadini quando, avendo il solo torto di prendere sul serio la sua predicazione e di trame le conseguenze, impugnarono le armi. Persino il durissimo Calvino disapprovò severamente l'incitazione alla violenza che caratterizzava l'insegnamento zwingliano.
Il redde rationem, per questo distruttore, più che riformatore, che nulla lasciava in piedi del cristianesimo anteriore, giunse quando pretese che i cantoni svizzeri protestanti impedissero il passaggio nel loro territorio delle carovane che da sempre portavano ai cantoni cattolici i rifornimenti alimentari di cui avevano bisogno per sopravvivere, vista la povertà dell'agricoltura di montagna. Di fronte a questo embargo che ne minacciava la sopravvivenza stessa, gli svizzeri restati fedeli a Roma unirono le truppe, marciarono contro gli zurighesi e ne distrussero l'esercito nella battaglia di Kappel, l'11 ottobre 1531. Zwingli, fedele alle sue idee dell'intervento diretto degli ecclesiastici I nella violenza, partecipò al combattimento, indossando la corazza e maneggiando un'ascia e una mazza. Ferito e disarcionato, non fu riconosciuto e fu ucciso con un colpo alla gola da un fante avversario. Quando ci si rese conto di chi fosse, ci si ricordò che l'Imperatore lo aveva fatto condannare a morte in contumacia per le rivolte che aveva fomentato contro le autorità costituite. L'Imperatore, dico, non le gerarchie ecclesiastiche. Comunque, secondo le leggi civili allora vigenti, il suo corpo fu consegnato al boia che, a scopo di ammonizione, procedette - come da uso crudele allora vigente presso tutti gli Stati - allo squartamento e all'abbruciamento. Il tutto senza alcun coinvolgimento diretto della Chiesa: come "laica" era stata la guerra (una questione di vita o di morte per i cantoni cattolici), "Iaica" fu la conclusione, con la fine del capo dell'esercito sconfitto. Questi i fatti reali: dunque, quanto scrive Deschner è fuorviante. Occorre reagire, così come di fronte alle infinite deformazioni in cui ci si imbatte in questa e in altre opere.
Reagisco, dunque: ma ne faccio una questione di serietà storica, non lo spunto per un'indignazione etica né motivo di stupore che qualcuno possa avere della fede e dei fedeli una visione così negativa. In fondo è giusto, è normale che sia così.
Non dimentichiamo mai che, per preservare la nostra libertà, il Dio cristiano, secondo l'icastica espressione pascaliana, «ha dato abbastanza luce per credere e ha lasciato abbastanza ombra per negare». La Chiesa è il mistero del Corpo di Cristo e, al contempo, un'istituzione che deve vivere nel mondo: come tale, è soggetta a critica, non sempre e non del tutto ingiustificata. C'è chi si ferma alla struttura, solo il credente può scorgere la Realtà vera dietro di essa. E, già che siamo a Pascal, aggiungiamoci un'altra sua osservazione illuminante: «Le cose ci appaiono vere o false a seconda del punto di vista dal quale le si osserva». E il punto di vista della fede è spesso antitetico, comunque diverso, da quello del "mondo".
È una consapevolezza che mi ha accompagnato particolarmente proprio in questo periodo in cui ho lavorato attorno a un libro singolare che, ne sono certo, susciterà compiacimento nel lettore credente e sdegno in quello incredulo. Autore del volume è Edgardo Mortara. Ma sì, proprio il bambino ebreo "rapito" da Pio IX in quanto, battezzato furtivamente da una domestica quando sembrava in punto di morte, secondo il diritto canonico (che era allora anche legge civile: siamo nella Bologna del 1858) doveva essere allevato cristianamente. Almeno sino ai 18 anni, quando della sua vita avrebbe fatto ciò che voleva. Ne nacque un immenso clamore, quel "caso Mortara" che fu gonfiato non solo dalle comunità ebraiche di tutta Europa e dell'America, non solo dalla massoneria, ma anche da politici come Cavour che vi videro un'ottima occasione per denunciare l'anacronismo e la barbarie del potere temporale del Papa. È passato quasi un secolo e mezzo ma il "caso Mortara" è usato ancora come arma da guerra, anche per ricatto nel dialogo con gli ebrei: non vi pentirete mai abbastanza voi cattolici, non ci chiederete mai abbastanza scusa, voi che siete arrivati a strappare i bambini dalle braccia delle madri israelite! Si è cercato in tutti i modi di contrastare la beatificazione di Pio IX, nell'autunno del Duemila, gridando allo scandalo: elevare agli altari un "santo rapitore"! L'AntiDefamation League degli ebrei americani è giunta a comprare una pagina intera del Washington Post per ammonire Giovanni Paolo Il a non procedere alla glorificazione di un suo predecessore così turpe. Numerosi, poi, i cattolici "adulti e aperti" che mettono Mortara nel pesante passivo di una Chiesa che, come si sa, soltanto con il Vaticano Il avrebbe scoperto che cosa sia davvero il Vangelo.
Del celebre affaire si è dunque parlato, e si parla tuttora, fin troppo, ma con una singolarità: ci si è concentrati sempre e solo sugli inizi della vicenda, dimenticando il resto.
Che non è indifferente, visto che il bambino "rapito" volle farsi sacerdote, anzi monaco nell'Ordine del Canonici Regolari, assumendo come nome di religione quello di Pio, in omaggio a quello che venne, e viene, presentato come suo carnefice e verso il quale, invece, non cessò di elevare inni di riconoscenza e di affetto. Per salvare la sua libera scelta religiosa, giunse a scappare nottetempo dalla Roma occupata dai Piemontesi, nel 1870, e non volle rientrare in Italia per non prestare servizio militare nell'esercito di uno Stato che non riconosceva. In grado di predicare in cinque o sei lingue, sospinto da una fede ardente, visse una vita religiosa ricca e piena, morendo in odore di santità sulla soglia dei novant'anni, mai cessando di lodare la Provvidenza che, per mano della ragazza che lo aveva battezzato e di Pio IX che lo aveva difeso, gli aveva permesso di entrare in una Chiesa che amava in modo appassionato.
Di tutto questo (che è poi ciò che conta) non parlano mai quelli che ancora strumentalizzano il "povero bambino". AI massimo, ne fanno un cenno sbrigativo, magari dicendo che proprio questa vita così integralmente cattolica del Mortara è un'aggravante per la Chiesa: a tal punto ha saputo plagiare una persona! Ecco un buon esempio di "sindrome di Stoccolma": il sequestrato, cioè, che finisce coll'identificarsi con la causa dei sequestratori.
Stanco di questa sorta di tormentone (rinnovatosi di recente anche per la polemica giornalistica sui presunti battesimi a bambini ebrei sotto il pontificato di Pio XII) e sapendo che il padre Pio Edgardo Mortara aveva scritto una sua autobiografia che però era circolata solo tra i suoi confratelli, mi sono messo alla ricerca del testo. Non è stato difficile, ne ho rintracciato una copia - in una sorta di ciclostile d'epoca - là dove era più logico che fosse: e, cioè, nell'archivio romano dei Canonici Regolari. Il religioso italiano scrisse in spagnolo, visto che allora si trovava nei Paesi Baschi per costruirvi un santuario al Sacro Cuore, una delle tante opere da lui realizzate. Ho dunque proceduto alla traduzione del testo, vi ho aggiunto qualche nota e ho scritto alcune decine di pagine, una sorta di piccolo saggio di presentazione e di commento. Il tutto uscirà da Mondadori il prossimo giugno.
Se ne accenno qui non è soltanto perché si tratta, credo, di un'opera di giustizia e di verità: sembra incredibile che da quasi un secolo e mezzo pontifichino, indignati, gli infiniti, spesso pelosi difensori del povero rapito e dei suoi sventurati genitori, ma che non sia mai stata data la parola al diretto interessato. L'autore stesso lo dice, in queste sue pagine: «Sinora si è parlato di Mortara. Lasciate che, adesso, sia Mortara stesso a parlare». Ed è un discorso, il suo, radicalmente opposto a quello portato avanti da quei "difensori" sospetti.
Ma ne parlo anche perché, come dicevo sopra, questo è un caso esemplare che dimostra come ammirazione e sdegno possano convivere davanti alla stessa vicenda. Tutto dipende, per usare le parole stesse di Pascal, du point de vue. Pio IX era convinto fosse suo sacro dovere allevare cristianamente chi, con il battesimo, era divenuto, ex opere Lo,Jerato, figlio della Chiesa. Ebrei, massoni e laici in genere consideravano invece una superstizione oscurantista - che poteva portare alle peggiori barbarie, come lo strappare un bambino alla sua famiglia - la convinzione cattolica che il battesimo provocasse una mutazione misteriosa ma reale nel battezzato.
Alle imprecazioni, agli insulti, alle minacce, alle proteste diplomatiche perché restituisse il settenne Edgardo ai genitori, il Papa rispondeva - e non poteva fare diversamente - «non possumus». Dall'altra parte si replicava col sarcasmo e con le beffe, oltre che con l'indignazione, per un convincimento così assurdo: un po' d'acqua e qualche parola pronunciate da una serva che determinavano il destino, temporale eterno, di una persona! Ma, andiamo nell'epoca del progresso, nel secolo della modernità ancora con queste fisime da Medio Evo!
Ebbene, nella loro prospettiva, questi accusatori non avevano torto. Né aveva torto Pio IX nella sua, di prospettiva. Il "punto di vista" che cambia tutto. Chi si occupa di apologetica non dovrebbe mai dimenticare l'avvertimento di Gesù, per il quale «non tutti capiscono queste parole, ma solo coloro cui è dato». Non banalizziamo la fede, aggredendo coloro che, non avendola, non possono comprenderne le conseguenze.
Tanto per continuare a riflettere sulla storia della Chiesa e sulle istruzioni per l'uso per chi voglia comprendere e maneggiare quella storia. È essenziale, mi pare, un'avvertenza del cardinal Giacomo Biffi. La trascrivo dunque così come sta: «La Chiesa è un caso unico, sta a sé anche perché al tribunale della storia tutti gli altri protagonisti sono latitanti. O meglio, si è nella impossibilità di convocarli perché ormai irreperibili. I processi a loro carico sono tutti archiviati: i possibili imputati sono estinti. Sono tutti scomparsi, tranne la Chiesa, che è la sola viva, che è tuttora se stessa, che è ancora quella che ha attraversato due millenni di storia. È, dunque, il solo imputato al quale possa essere presentato il conto di tutte le epoche». Da qui, anche, l'accanimento. Con chi prendersela se tutti gli altri sono scomparsi? Ma proprio in questa unicità risiede il mistero di questa realtà che chiamiamo, appunto, "Chiesa".
(Fonte: Vittorio Messori, Il Timone, N. 42, ANNO VII, pag. 64ss

venerdì 18 aprile 2014

L'esoterismo in Fellini e Olivetti

I CHING, FELLINI E OLIVETTI

Federico Fellini e Adriano Olivetti, due uomini molto diversi, ma accomunati da un analogo interesse per la psicoterapia junghiana e per I Ching, che amavano consultare spesso.

Pietro Citati, nel raccontare del suo intenso rapporto d'amicizia con Fellini, scrive: «Entrambi credevamo che, come dice Amleto, ci sono molte cose tra cielo e terra che la nostra filosofia ignora. ... Ma una cosa ci divideva profondamente. Lui sognava, io non sognavo. Lui mi regalò l'I Ching con le istruzioni per l'uso: io lo misi da parte senza guardarlo nemmeno».Federico Fellini dunque credeva moltissimo nel «Libro dei Mutamenti », lo consultava come oracolo e ciò continua ad apparire stravagante a tutti coloro che usano prevalentemente l'emisfero cerebrale sinistro, quello razionale e tipicamente maschile, per comprendere il mondo. Fellini era davvero consapevole che ci sono molte cose ignorate tra Cielo e Terra, perché tra il Cielo e la Terra c'è l'Uomo, ma, a differenza di Citati, voleva scoprirle per altre strade.

Anche un altro grande innovatore moderno e creativo come Adriano Olivetti usava servirsi, nei momenti delicati e prima di effettuare scelte o prendere decisioni, di metodi ritenuti «poco ortodossi» dai più, come l'oroscopo e la lettura della mano; egli era pure un grande studioso dell'antroposofia di Steiner.
Come Fellini, Adriano Olivetti sfruttava molto l'emisfero cerebrale destro, quello più femminile, intuitivo, emotivo e sognante. Non a caso, erano ambedue in analisi da Ernst Bernhard, l'allievo di Carl Gustav Jung che portò in Italia il pensiero e i metodi junghiani, e che annoverava tra i principali strumenti di lavoro, il Libro dei Mutamenti, l'Astrologia, la Chirologia. Come tutti i pazienti di Bernhard, pure Fellini ed Olivetti ebbero familiarità con I Ching e oroscopi.

Da Jung a I Ching
Bernhard scrive dell'I Ching: «Lo si interroga per il bisogno di interrogare un'istanza sopra-personale che sa più di noi, e alla quale ci rivolgiamo in una situazione cui non siamo capaci di far fronte con la sola facoltà di penetrazione della nostra persona». Fellini ed Olivetti pertanto, così come il loro analista, erano molto attenti alla legge di analogia (le cose che si assomigliano, dicevano i cinesi, sono regolate dalle stesse leggi) e dedicavano molto tempo allo studio delle metafore contenute nella vita di tutti i giorni che, essi, indagavano anche con l'ausilio di un oroscopo o dell'oracolo.

La metafora indica, come scrive Giuseppe Maffei, un trasporto di senso da un significato ad una altro significato: se ci fate caso, in Grecia, i camion dei trasporti hanno scritto sopra «metaforai». L' I Ching e l'Oroscopo Astrologico usano un linguaggio simbolico, sono una raccolta di metafore che, grazie ad un trasporto di senso, «descrivono compiutamente l'intera avventura umana», come diceva Fellini del Libro dei Mutamenti.
Comprendere questo linguaggio analogico è, secondo Bernhard, «un'arte in cui bisogna esercitarsi e che s'impara veramente solo dalla propria esperienza e dal frequente uso dell'I Ching».

A tale proposito, per quanto concerne la mia esperienza personale, posso aggiungere che, la prima volta che ho avuto tra le mani l'I King (come vent'anni fa si scriveva) attraversavo un momento di grande sofferenza, una sorta di «cacciata dal Paradiso Terrestre». Ebbene, la compagnia e la frequentazione di questo Libro straordinario mi hanno davvero sostenuto, accendendomi qua e là qualche luce per poter vedere meglio.

Il segreto degli oracoli Sapere che personaggi differenti tra loro, ma al tempo stesso simili, come Fellini e Olivetti sentivano l'insopprimibile bisogno di frequentare questa dimensione esoterica della vita può aiutare a sentirci (noi che facciamo uso di oracoli ed astrologia...) meno stravaganti. E può, sicuramente, aiutare anche molti scettici a sfatare alcuni diffusissimi luoghi comuni e sbarazzarsi di persistenti pratiche, legate ad una concezione superstiziosa ormai psicologicamente superata, dei concetti di «divinazione», «oracolo», «oroscopo ».

Gli scettici e gran parte del mondo della cosiddetta «Scienza Ufficiale» si chiedono come è possibile che oracoli ed oroscopi oggi possano funzionare, permettendoci di entrare in contatto con il momento, con l'hic et nunc, con la divinità, con la natura, con gli déi, con il tao. Questo del funzionamento è un argomento su cui sono stati scritti fiumi d'inchiostro e che richiederebbe molto spazio e tanta conoscenza ulteriore da acquisire per essere affrontato.

Non tutto si può provare Oppure, forse, ne richiede pochissimo di spazio se ci si accontenta, come capita a me, della risposta che Jung, citato da E. A. Bennet, dette ad un autore che gli scrisse dicendo che l'astrologia (una delle figlie di Jung era astrologa) non poteva essere provata: «Ma l'ho sempre saputo! Che senso ha dirmi che non può essere provata? Certo che no! Ciò che voglio sapere è perché funziona, poiché è stupefacente quanto possa rivelarsi utile. Se si vuole, non diversamente dall'I Ching, è priva di senso; tuttavia può essere del tutto pertinente: e allora? Naturalmente non è possibile provare sempre le cose. Ma ci può essere un altro tipo di verità; e può esser vero in base a qualcosa di cui non siamo a conoscenza. Quindi, se siamo ragionevoli, diciamo che non sappiamo come funziona; ma certamente può fornire un insight straordinario del carattere». Jung è sempre stato uno studioso interessato all'esperienza e non  alle prove o alle dimostrazioni, come invece chiedono gli «scientismi », che confondono la teoria con la verità e per i quali esiste l'assurda equazione: «dimostrato uguale vero, non dimostrato uguale falso!»


Articolo tratto da Terra Nuova - Luglio/Agosto 2009