venerdì 27 dicembre 2013
Le SS naziste e gli esercizi spirituali dei Gesuiti
GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI GESUITI
Pubblicato il 27 dicembre 2013 da Savitri
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GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI GESUITI
di Fortunato Pavisi
Trieste, 1 ottobre 1946
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1 – Oscura origine degli esercizi
Due cose distinguono la Compagnia di Gesù da ogni altro ordine religioso:
- l’esenzione dalla preghiera in comune;
- la pratica degli esercizi spirituali.
Ogni ordine religioso ha come regola principale l’obbligo per i suoi affiliati di partecipare alla preghiera in comune, di assistere collettivamente all’ufficio divino. L’orazione in comune dà il senso della fratellanza e riscalda la vita del sentimento. La Compagnia di Gesù, fin dal suo sorgere, ha ottenuto l’esenzione dalla preghiera collettiva. Tale fatto dimostra chiaramente che essa è un ordine religioso del tutto speciale, unico e stante a sé nel grembo della Chiesa cattolica, non fondato sulla vita del sentimento. Il gesuita sta solo, dal punto di vista del sentimento, dentro il suo ordine; egli è sentimentalmente isolato dagli altri suoi confratelli.
La pratica degli esercizi spirituali manca del tutto negli ordini religiosi; essa è esclusiva dei gesuiti. Bisogna tener presente che i comuni esercizi religiosi, come sono conosciuti dalla maggior parte dei fedeli, sono tutt’altra cosa che gli esercizi praticati dai gesuiti. I fedeli o gli aderenti di altri ordini religiosi, quando vogliono edificare la loro anima con i cosiddetti esercizi spirituali, si ritirano per qualche giorno in convento, ascoltano in comune dei sermoni e alla fine fanno la confessione generale e si accostano al banchetto eucaristico. Niente di tutto ciò nelle pratiche spirituali della Compagnia di Gesù, come vedremo nel corso di questa conversazione. Il gesuita fa i suoi esercizi singolarmente e in segreto, nel modo che il suo Maestro ritiene più adatto al suo sviluppo spirituale. Come vedremo, gli esercizi spirituali dei gesuiti sono un mezzo efficace e quasi infallibile per ottenere in breve tempo quell’esperienza diretta dei mondi soprasensibili che noi chiamiamo immaginazione. L’antroposofo, pur non potendo accettare le pratiche dei gesuiti, resta tuttavia grandemente sorpreso dinanzi alla profonda conoscenza esoterica sulla quale esse si basano.
Ciò fa sorgere il problema dell’origine degli esercizi spirituali dei gesuiti. Dirò subito che quest’origine è avvolta nel più profondo mistero. I biografi di Ignazio di Loyola, pur seguendo la sua vita passo per passo, non sono riusciti a scoprire il minimo indizio rivelatore dell’origine degli esercizi. I padri della Compagnia di Gesù sono naturalmente dell’opinione che il santo fondatore del loro ordine abbia concepiti gli esercizi sotto la diretta ispirazione del Cielo. Gli storici obiettivi hanno formulato le più svariate ipotesi. Tra queste vale la pena di citare quella di Hermann Müller, il quale dice: “Negli esercizi di Ignazio di Loyola troviamo chiare tracce dei procedimenti gnostici propri delle sette mussulmane”.
L’affermazione può sembrare avventata e sospetta in bocca di un avversario, ma un dottissimo dominicano, profondamente versato in questioni di mistica e di ascesi, a proposito degli esercizi ignaziani si esprime in modo quasi simile: “Io li trovo così inusitati, così strani, così poco simili a tutte le pratiche spirituali in uso nella Chiesa, che li ritengo addirittura di un’altra religione”.
Ignazio di Loyola porta nella Chiesa cattolica qualcosa che non ha precedenti nella sua storia. Donde l’abbia tratto , è un mistero, come del tutto misteriosa, nonostante i suoi cento e più biografi, è la figura di Ignazio di Loyola.
Una cosa è certa. Quando nel 1535, all’età di 30 anni, Ignazio di Loyola lascia la professione delle armi e giunge a Parigi per darsi agli studi, egli è già completamente padrone di una tecnica e di un metodo iniziatico perfetto in tutti i suoi particolari. Tanto è vero che si pone subito alla ricerca di persone che stima mature per accogliere le sue dottrine basate su procedimenti interiori. La sua casa diventa in breve un ritrovo di fedeli. Ciò suscita i sospetti dell’Inquisizione e per ben quattro volte lo studente spagnolo viene citato a comparire davanti al Tribunale della Chiesa. D’allora in poi diventa estremamente guardingo nello scegliere i suoi amici. Mette al corrente solo i più intimi delle pratiche che egli ha escogitate per il perfezionamento interiore e coloro che hanno compiuto gli esercizi diventano quasi sempre fanatici seguaci del Maestro.
Ignazio di Loyola è un soldato nato. Dopo essere stato comandante di una compagnia al servizio del re di Spagna, assume il comando di una compagnia di militi religiosi, sottoposti a rigida disciplina e a cieca obbedienza.
Dopo queste poche premesse di ordine storico, passiamo all’esame degli esercizi spirituali dei gesuiti, come venivano praticati subito dopo la fondazione della Compagnia.
2 - I rapporti tra maestro e discepolo
Il novizio della Compagnia, o qualunque altra persona anche al di fuori della stessa, senza distinzione di sesso, purché ritenuta adatta, riceveva un istruttore spirituale. Il rapporto tra l’istruttore e l’allievo era quello che in antichi tempi correva tra il guru e il bhakta. Al novizio si richiedeva una fede cieca nel Maestro. Questi non dava alcuna spiegazione sul perché delle norme che dettava e sul risultato pratico che da esse si poteva sperare. Tutte le istruzioni venivano date in privato, personalmente e a voce. All’allievo non era lecito prendere appunti; doveva sforzarsi di mandare a memoria quanto apprendeva dalla viva voce del Maestro. Durante il tempo degli esercizi gli era persino proibito di leggere: tutto ciò che giungeva alla sua anima doveva passare attraverso la viva voce del Maestro. Durante le pause poteva leggere opere scelte dall’istruttore.
Il magistero iniziatico era strettamente riservato. L’istruttore guidava il discepolo durante il periodo della preparazione, ma il ritiro, che durava quattro settimane e che comprendeva la vera e propria iniziazione, avveniva sotto la guida del Maestro superiore. Il numero di questi Maestri superiori fu, in ogni tempo della Compagnia, molto limitato.
Gli istruttori della preparazione sono invece più numerosi, ma con ciò non è detto che da essi non si richieda una profonda conoscenza della psiche umana. Il periodo della preparazione è più o meno lungo secondo le disposizioni interiori del soggetto; può durare da poche settimane a molti anni.
In che cosa consiste, nelle sue linee generali, questa preparazione? Il novizio deve imparare ad abnegare completamente la sua vita interiore. Per ogni uomo la vita interiore è un fatto personale; l’allievo gesuita invece non deve possedere un mondo proprio. La sua anima deve essere esposta completamente allo sguardo critico dell’istruttore. Fin dal primo momento, il novizio deve abituarsi a sottostare alle tre regole fondamentali che lo condurranno rigidamente durante tutto il tempo della sua appartenenza alla Compagnia, cioè, nella maggior parte dei casi, fino alla morte.
La prima regola stabilisce il rendiconto di coscienza al superiore. Per rendiconto di coscienza s’intende l’esposizione totale del contenuto interiore del soggetto, non soltanto qual è al momento attuale, ma come si andato gradatamente formando dall’età della ragione. Il novizio deve dare conto della sua anima ogniqualvolta il suo istruttore lo richieda. Non si deve confondere questo rendiconto di coscienza con la Confessione. Il confessore è vincolato dal segreto sacramentale; l’istruttore può a suo arbitrio disporre del contenuto animico del suo allievo, sia per guidarlo meglio sulla via del Signore, sia per metterlo al servizio che più conviene a tutta la Compagnia.
Leggiamo ora il 2° paragrafo del 1° capitolo delle “Costituzioni”:
“I novizi siano avvertiti ch’essi non devono tener nascosta alcuna tentazione, ma devono rivelarla al loro istruttore, avendo cura che tutta la loro anima gli sia intieramente manifesta, non solo per quanto riguarda i difetti, ma anche le penitenze, mortificazioni, devozioni e virtù, il tutto con la pura intenzione d’essere guidati come si vorrà condurli, senza cercar di procedere di propria iniziativa, ma seguendo le istruzioni di coloro che per essi tengono il posto di Cristo Nostro Signore”.
Da questo paragrafo risulta che il novizio deve completamente abnegare dalla propria volontà. La sua volontà è quella del Maestro che per lui occupa il posto di Gesù Cristo.
La seconda regola stabilisce la mutua delazione dei falli commessi. La pratica della denuncia si svolge in due modi; secondo il primo modo ognuno ha l’obbligo di riferire al superiore in segreto quanto sa sul conto degli altri. In parole crude ciò si chiamerebbe “fare la spia”, ma i gesuiti hanno una propria morale che riguarda le leggi dell’evoluzione spirituale.
Nel secondo modo la denuncia vien fatta davanti a tutti i confratelli e alla presenza dell’interessato. Ogni due settimane – almeno ciò avveniva agli inizi della Compagnia – i confratelli si riunivano e ciascuno a turno doveva accusare le mancanze che aveva rilevate negli altri e dire qual era la sua opinione sul conto dei confratelli. È da notare però che nessun inferiore poteva accusare un superiore.
Oltre a questo, in ogni casa di gesuiti, c’è un cosiddetto “sindaco occulto” che fa la spia per conto del Padre provinciale.
La terza regola dispone la correzione reciproca dei difetti. Secondo questa terza regola fondamentale della Compagnia di Gesù, ciascuno deve richiamare l’attenzione del singolo confratello sui difetti ch’egli ha notato in lui. “Tu sei pigro”, “tu sei bugiardo”, “tu sei ipocrita” e così via.
È stato osservato che queste tre regole, le quali formano l’abito caratteristico del gesuita: vacuità interiore, delazione e indiscrezione, vanno contro tutte le leggi morali che guidano la vita degli uomini nel mondo.
A questo proposito, bisogna notare che ogni mondo ha una propria etica. Nel mondo dei sensi la coscienza altrui è sacra e intangibile. Nel mondo nel quale entriamo dopo varcata la soglia della morte, la coscienza non ci appartiene più: il corpo astrale si dispiega tutt’intorno e il suo contenuto viene offerto allo sguardo di tutti.
I gesuiti, nella loro educazione interiore tengono conto, magari in un modo che il vero occultista non può approvare, delle leggi del mondo spirituale.
Nel libro “L’Iniziazione” di Rudolf Steiner c’è un capitolo dedicato alla calma interiore. Il contenuto di questo capitolo corrisponde alla preparazione dei procedimenti iniziatici gesuitici: l’oggettivazione della coscienza. Ma mentre nell’iniziazione gesuitica questa oggettivazione avviene davanti al Maestro “che sta in luogo del Cristo”, nella via iniziatica rosicruciana ha luogo davanti all’Io Superiore che è il Cristo stesso. Le conseguenze di tale fatto sono evidenti. Il gesuita serve gl’interessi della Compagnia incarnata nel Maestro, il rosacroce iniziato si pone al servizio di tutta l’umanità rappresentata dal Cristo.
Il periodo di preparazione viene accompagnato nelle scuole gesuitiche dalla più assoluta castità e astinenza di certi cibi. Su ciò non occorre spendere molte parole. Ogni occultista sa che questi sono mezzi puramente tecnici per svincolare almeno in parte il corpo eterico dalle strettoie del corpo fisico. Per conseguire questo risultato, oltre a questi mezzi, il gesuita usa anche la scossa psichica! Questa viene ottenuta mediante il rapido cambiamento della disposizione dell’anima. L’allievo viene invitato ad immergersi per un giorno in una tristezza mortale, pensando a tutte le cause d’affanno che ha provate nella vita, alle sciagure che lo hanno colpito e che ancora lo attendono, alle terribili malattie che possono coglierlo distruggendo il suo corpo e tormentandolo come un dannato, agli incidenti che possono piombare su di lui. Deve, per esempio, vedersi stritolato da un carro mentre attraversa la via e provarne tutta l’angoscia. Il giorno dopo deve sforzarsi di realizzare in sé uno stato del tutto opposto. La sua anima deve riempirsi della più travolgente allegrezza, deve vivere solo nella gioia e nella felicità.
Questi esercizi acutizzano in tal modo la sensibilità del soggetto che durante lo stato di depressione spasima come in agonia, il corpo è scosso da brividi violenti e si copre di freddo sudore, mentre nello stato euforico delira come un ubriaco e si abbandona a trasporti estatici. Queste convulsioni fisiche, questi sudori freddi, queste angosce psichiche sono un segno che i vincoli tra gli arti corporei sono alquanto allentati e che si può procedere alla vera e propria iniziazione. È da tener presente che durante il periodo preparatorio il novizio è stato sottoposto alla disciplina della concentrazione interiore; ha dovuto fare ogni giorno cinque meditazioni di dodici minuti ciascuna: due nella mattinata, due nel pomeriggio e una di notte interrompendo il sonno. L’occultista sa che soprattutto questa ultima è di particolare efficacia, perché dà la padronanza sul corpo astrale. Anche il discepolo rosicruciano viene invitato a fare le sue meditazioni immediatamente prima di addormentarsi e subito dopo il risveglio.
Quando, a giudizio dell’istruttore, il novizio gesuita è maturo, viene condotto nel cosiddetto ritiro, dove, sotto la guida di un Maestro superiore, avrà la possibilità di avere dirette esperienze spirituali. Nel linguaggio dei gesuiti il periodo della preparazione si chiama purgazione, mentre il tempo del ritiro prende il nome di illuminazione.
3 – Il ritiro
Seguiamo ora il discepolo gesuita nel suo ritiro, dove rimarrà per quattro settimane. Dopo un digiuno prolungato e in uno stato di quasi completo esaurimento fisico, viene condotto in una cella sotterranea. Il Maestro gli dà le ultime istruzioni e poi lo lascia. La luce si spegne e la cella piomba nell’oscurità e nel silenzio più completi. Il discepolo ha avuto modo di adagiarsi su di un giaciglio e aspetta in preghiera. “Anima di Cristo – egli dice – io abnego da me stesso per consacrarmi completamente alla tua gloria”.
Poco dopo in un canto della sua cella s’accende un tenue lume, come una sfera che mandi una fioca luce crepuscolare. Il novizio volge là il suo sguardo e resta immobile. Ciò lo aiuta nella concentrazione. Il suo spirito entra in meditazione. La caducità di ogni cosa creata si dispiega terribilmente davanti allo sguardo interiore del discepolo. La salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, la gloria e l’infamia, la felicità e la sventura, una vita di cent’anni o una vita troncata nel suo fiore, sono una stessa cosa e non hanno alcun valore di fronte alla vita eterna nello spirito. Perciò ogni desiderio è vano e ogni atto di volontà personale è inutile. Dappertutto è presente la morte.
Che cosa avviene ora? Il discepolo si sente come incartapecorito, il suo cuore non batte più, il suo sangue ha cessato di fluire per le vene. Egli sente soltanto il suo scheletro, è come concentrato nelle sue ossa. Davanti lui si rizza un enorme orribile teschio, cresce continuamente di misura, riempie tutto l’universo.
Il discepolo non è però atterrito. La sua anima si è fatta di ghiaccio ed è piombata nella più assoluta indifferenza.
La visione sparisce ed entra il Maestro. Il discepolo dice: “La mia volontà è inutile. Da ora in poi seguirò soltanto la tua volontà, come il cieco segue la mano di colui che lo guida”.
Il Maestro risponde: “Vi è una sola volontà: la volontà del nostro Capo. Essa è la volontà di Dio”.
Ciò che noi abbiamo qui concentrato in poche righe riassuntive, si svolge in realtà in circa una settimana. Durante tutto questo tempo il discepolo rimane isolato e non riceve che la visita quotidiana del Maestro, che si sofferma presso di lui circa un quarto d’ora e gli dà le istruzioni verbali sul contenuto delle meditazioni.
Dopo che ha avuto luogo l’immaginazione della morte, il Maestro ordina di cambiare l’oggetto della meditazione. Durante la seconda settimana, il discepolo medita sui suoi peccati e sulle pene dell’inferno. Seguiamolo anche questa volta. Eccolo là, pallido e affranto, prostrato sul suo giaciglio. Il suo corpo, esausto dal lungo digiuno, è coperto di freddo sudore, ma la sua anima è lontana. Il discepolo passa in rassegna tutti i peccati commessi durante la vita. Sa che per ogni peccato mortale si è meritato l’inferno. Improvvisamente si sente avvolto da una nera nube temporalesca, dal cui seno escono lampi sinistri e fragorosi tuoni. Egli trema per lo spavento e getta un grido: la nube si è fatta di sangue. Egli cammina sotto una pioggia di sangue, affonda in un mare di sangue. Prova un terribile senso di soffocazione e si trova circondato da diavoli mostruosi che lo assaltano con i loro tridenti e lo gettano nel fuoco eterno. Il fuoco lo investe, gli frigge le carni, lo tormenta in modo indicibile. Il discepolo urla come un pazzo, chiama aiuto con le deboli forze che ancora gli rimangono. Entra il Maestro. Il discepolo non sa più se è vivo o se è morto.
“Maestro – grida – Maestro, io sono dannato nel fuoco dell’inferno”.
“Ti salverai dall’inferno, se ti porrai al servizio di Cristo Re”, risponde grave il Maestro ed esce.
Un certo senso di sollievo entra nel discepolo, ma le sue carni bruciano ancora e soffre terribilmente. Appena dopo due o tre ore, il senso di bruciore scompare ed egli può assopirsi.
Nel tempo che segue, il suo spirito entra in un nuovo ordine d’idee. Egli si vede come un antico cavaliere errante, protetto da una pesante armatura e armato di spada. Va di paese in paese per debellare i nemici di Dio e per stabilire su tutta la Terra il regno di Cristo. Improvvisamente risuonano trombe d’argento e rullano tamburi. Le nubi si squarciano e l’imperatore del mondo appare in tutta la sua magnificenza. Ha la corona sulla testa, il manto sulle spalle e la spada in mano. Si siede sul trono e proclama. “Io sono il Cristo, il re del mondo. Chi non è con me, è contro di me. Chi non raccoglie con me, getta al vento. Chi non mi obbedisce, è il mio nemico. Nel primo giorno del mio regno, ricordatevi che vi ho assunti nella mia milizia e che vi ho arruolati sotto il mio stendardo”.
La contemplazione lentamente dilegua e il discepolo torna in sé. Sente però ancora addosso il peso dell’armatura. Egli è forte e agguerrito. Quando entra il Maestro, gli dice: “Io sono un soldato del re Cristo”. Il Maestro lo ammonisce: “Chi vuol combattere per Cristo, deve entrare nella nostra Compagnia. Chi sarà con noi sulla Terra, avrà parte di gloria nei Cieli”.
Allora il discepolo viene rapito in estasi. Il suo spirito si eleva nelle altezze e ha la contemplazione della gloria di Dio. Angeli e santi circondano osannanti il trono della maestà divina e nel coro celeste è egli stesso. La sua anima è piena di beatitudine.
Quando torna in sé dallo stato di assorbimento interiore, ogni segno di stanchezza è scomparso dal suo corpo. Si sente fresco come una rosa appena sbocciata. Quando rivede il Maestro, non trova le parole per esprimergli la sua riconoscenza. Si getta tra le sue braccia e con quell’abbraccio testimonia che ormai egli appartiene, anima e corpo, per la vita e per la morte, alla Compagnia di Gesù. Non è più un discepolo, è un illuminato. Tra qualche anno sarà egli stesso un Maestro. Un solo pensiero occuperà d’ora in poi la sua anima: la sua felicità personale, la sua salute temporale ed eterna, i suoi sforzi per ottenerla, dipendono unicamente dalla sua fedeltà alla Compagnia di Gesù. Egli è divenuto un gesuita irremovibile e fanatico. Non ha più una sua volontà, la sua volontà è quella del Generale della Compagnia.
Dobbiamo immaginare il gesuita come una roccia spirituale isolata da tutto il resto del mondo. Ci si forma l’opinione di solito che il gesuita è al servizio del Papa e della Chiesa. In teoria è così, in pratica no. Il gesuita serve soltanto la sua Compagnia e il suo Generale. Non gli è nemmeno lecito avere rapporti con gli altri uomini della Chiesa, se non è per ordine del Generale e nel senso che questi comanda.
Ora chiediamoci: tutti i gesuiti sono passati attraverso l’iniziazione che abbiamo descritta e appartengono nell’ambito del loro stesso ordine, alla setta degli illuminati?
Evidentemente no. Non ogni uomo è senz’altro adatto per essere sottoposto a un tanto pericoloso sistema d’iniziazione. Tutti i gesuiti fanno gli esercizi preparatori, ma se questi non danno l’esito sperato, l’istruttore non insiste per la loro prosecuzione.
Alcuni, pur essendo stati giudicati maturi per l’iniziazione, non sono stati in grado di superarla, e allora la prova è stata sospesa. Si è dato anche il caso che l’iniziando ha bensì avute delle immaginazioni, ma non quelle richieste dal metodo ignaziano. Così, per esempio, una donna, dopo la meditazione sulle pene infernali, anziché avere l’esperienza da noi descritta, ha visto una chiesa in vetta d’un monte e una lunga processione di gente con un cero acceso in mano che la stava raggiungendo. Il Maestro ha sospeso senz’altro la prova, perché questa non si svolgeva nel senso desiderato e quella donna è stata eliminata dalla Compagnia senza pietà. A questo proposito notiamo che l’appartenenza alla Compagnia non è mai sicura. Chiunque, in qualunque momento, quale sia il grado, può essere espulso dalla Compagnia ad assoluta discrezione del Generale.
Fare gli esercizi in modo giusto e praticare il ritiro nel senso voluto non sono dunque cose facili. Soprattutto nei primi tempi della Compagnia, quando il metodo ignaziano non era stato ancora corroborato dalla pratica e dall’esperienza, e mancava un’esatta tecnica procedurale, il ritiro ha causato profondi danni morali e materiali a molte anime. Molti dal ritiro sono usciti, non illuminati ma neuropatici o completamente pazzi. Questo per il fatto che la Compagnia contava moltissimi postulanti e un esiguo numero di Maestri veramente pratici. Secondo l’opinione di Ignazio di Loyola, ai suoi tempi vi erano soltanto cinque Maestri sui quali si poteva fare pieno affidamento per la buona riuscita degli esercizi. Oggi il magistero iniziatico, nel seno della Compagnia, è strettamente riservato a qualche raro padre versato e provato in un’arte così difficile. Soltanto pochi e promettenti allievi vengono condotti attraverso la completa trafila dell’iniziazione. Essi sono destinati a formare il potentissimo Stato Maggiore della Compagnia. Ciononostante gli esercizi costituiscono il fondamento essenziale dell’Istituto ignaziano.
Precisiamo che non il singolo sceglie la Compagnia, ma i gesuiti stessi con acutissimo discernimento scelgono i loro futuri adepti. Vediamo ciò in un caso davvero singolare. A Parigi, Ignazio di Loyola aveva fermato la sua attenzione su un suo giovane compatriota, Gerolamo Nodal da Maiorca, un nobile che studiava per entrare in seguito nella carriera ecclesiastica e conquistarsi qualche canonicato ricco di prebende. Dette subito incarico ai suoi seguaci di “lavorare la vigna” dell’anima del giovane spagnolo, ma le loro suggestioni furono vane e Gerolamo Nodal si rifiutò di sottoporsi a pratiche ed esercizi che non conosceva e che non erano in uso nella Chiesa. Allora intervenne lo stesso Ignazio, ma con non migliore risultato. Gerolamo posò la mano sul Vangelo e disse: “Ecco chi voglio io seguire, e non te che vai dove io non so. Lasciami in pace e va per la tua strada. Addio”.
Ignazio di Loyola non insistette; andò per la sua strada. Passarono anni. Un giorno, mentre si trovava nel suo possesso di Valdemosa, a tre leghe da Palma, Gerolamo Nodal ricevette la visita del suo amico Don Filippo Cervello, vicerè di Maiorca, il quale lo mise al corrente delle ultime notizie che aveva mandate da Roma l’ambasciatore spagnolo. Gerolamo Nodal apprese così che la Compagnia fondata da Ignazio di Loyola aveva grandemente prosperato, ch’era stata approvata dal Pontefice e che aveva stabilito la sua sede a Roma. Ne fu profondamente turbato. Decise tosto di partire per Roma, senza però un piano prestabilito su ciò che intendeva fare. A Roma fu ricevuto da Ignazio di Loyola con estrema, ma finta freddezza. Tuttavia da quel momento i gesuiti non lo abbandonarono per un istante. Nodal ripeteva: “Io sono un pesce che non s’impiglia nella vostra rete”. Ma s’impigliò spinto da curiosità, accettò di sottoporsi agli esercizi. Fu condotto per il ritiro in una casa solitaria ed ebbe due Maestri eccezionali: lo stesso Ignazio e Gerolamo Domenech, il più abile degli istruttori. La prima settimana passò nel modo previsto ma quando, dopo la contemplazione delle pene infernali, si trattò di fare la meditazione detta “dell’elezione”, Gerolamo Nodal cadde in deliquio. Il suo corpo fu assalito da violenta febbre, il volto divenne cadaverico e mutò espressione, gli occhi si fecero vitrei e sbarrati, l’intelligenza disparve.
Ignazio di Loyola fu preso da spavento. Disse: “Ecco un pazzo in più e un illuminato di meno”. Si sbagliava, però.
Il sopire di Gerolamo Nodal durò undici giorni. Il 23 novembre 1545, alle 6 e ½ di sera, nel diciottesimo giorno del ritiro, Gerolamo Nodal rientrò in sé. Era un altro, mutato persino nella fisionomia. Lo spirito era agile e il corpo non serbava alcuna traccia delle sofferenze trascorse. Chiese penna e calamaio e stese l’atto di appartenenza cieca ed assoluta all’Istituto ignaziano. Gerolamo Nodal fu per la Compagnia un acquisto formidabile. In poco tempo ascese al grado maggiore. A un suo cenno si aprivano tutte le porte. Ministri, ambasciatori, vescovi, nunzi, cardinali, principi e persino sovrani lo riverivano e gli obbedivano. Gerolamo Nodal fece della Compagnia di Gesù una potenza mondiale.
Ignazio di Loyola aveva visto bene quando aveva posato l’occhio sul giovane studente parigino. Qui abbiamo un esempio del modo con il quale i gesuiti scelgono la loro gente. A Vienna, nella seconda metà del secolo XIV, vi fu una serie di misteriose sparizioni di uomini eminenti per posizione sociale ed intelligenza. Qualcuno di essi, poi ricompariva alla luce come aggregato o affiliato alla Compagnia di Gesù, mantenendo naturalmente il più assoluto silenzio sui casi occorsigli. Tuttavia un po’ alla volta la verità venne a galla. I gesuiti sequestravano gli uomini che parevano loro adatti, li trasportavano in una casa di campagna, li rinchiudevano in celle senza finestre, li facevano digiunare per una o due settimane, li suggestionavano con i più appropriati mezzi e li trasformavano in fedeli servi dell’idea gesuitica. La Compagnia smentì ufficialmente queste voci definendole ridicole, ma il Padre Polomeo nelle sue “Cronache della Compagnia di Gesù” annota. “I nostri uomini migliori sono venuti a noi dal mondo per questa via. Essa pertanto mi sembra il miglior mezzo per accrescere il numero delle reclute veramente serie”.
Se si deve credere alla testimonianza degli autori, ancor oggi i gesuiti non disdegnano di procedere per queste vie traverse. A Hermann Müller un eminente personaggio politico tedesco fece un giorno la seguente confessione: “Qualche anno fa fui irretito dai gesuiti. Feci i miei esercizi con tutta coscienza e buona fede. Dopo trenta giorni di pratiche, condotte con straordinaria potenza suggestiva, non ero più padrone né del mio corpo né della mia anima. Ero, nel vero senso della parola, allucinato e persuaso che solo entrando nella Compagnia di Gesù potevo raggiungere il mio fine terrestre e celeste. Dovette passare più di un anno prima che potessi riprendere il mio equilibrio e liberarmi dall’idea che, se volevo salvare la mia anima dalla dannazione eterna, dovevo farmi gesuita”
Per concludere questo cenno informativo e non critico sugli esercizi spirituali dei gesuiti, dobbiamo dire che il metodo iniziatico di Ignazio di Loyola, pur essendo rapido, concentrato e straordinariamente efficace, pecca contro il maggior bene dell’uomo: la libertà. A buona ragione possiamo chiederci fino a che grado l’illuminato gesuita è un iniziato e fino a che grado è un posseduto. Ma a prescindere da queste considerazioni di ordine morale, dobbiamo essere persuasi che coloro che agiscono nel mondo con potenza e con piena consapevolezza dello scopo da raggiungere, siano essi gesuiti o massoni, sono tutti passati attraverso una educazione occulta. Senza scienza iniziatica non si può agire proficuamente nel mondo. Coloro che negano ciò sono destinati a diventare con facilità i ciechi strumenti delle cosiddette potenze occulte del mondo. Una di queste è lo stesso gesuitismo. Il gesuita non veste sempre l’abito talare. Gli aggregati della Compagnia, uomini e donne, personaggi politici influenti o umili uscieri di banca, vivono ed agiscono inosservati. La potenza della Compagnia sta appunto nel fatto che la maggior parte della gente ignora questa potenza. Anche i cenni che oggi ho dato sui procedimenti iniziatici dei gesuiti, parranno incredibili. Eppure sono autentici perché li ho tratti da un’opera seriamente documentata di un gesuita spagnolo: don Michele Mir. Michele Mir fu allevato dai gesuiti e rimase nella Compagnia dall’infanzia all’età matura. Uscito dalla Compagnia per divergenze a quanto pare politiche, divenne un paladino dell’autorità papale menomata, a suo modo di vedere, dai privilegi e dalle esenzioni carpite dai gesuiti. Ciò richiama la nostra attenzione sul fatto che nella stessa Chiesa cattolica vi è una vigorosa corrente che tenta di opporsi al gesuitismo. Esiste un Papa bianco e un Papa nero. Il Papa bianco è qualche volta un santo; il Papa nero è sempre un iniziato. Da ciò la sua potenza.
giovedì 26 dicembre 2013
Ordinarie raccomandazioni senza pudore
IL CASO
«Avvantaggia la vincitrice,
il concorso va annullato»
Polemica sul settore Cultura del Comune. Esclusa fa ricorso contro la compagna di Colasio
L'assessore alla Cultura Andrea Colasio (archivio)
PADOVA — A leggerne il testo sembra una delle tante beghe tra dipendenti comunali. Un concorso interno, la graduatoria che non soddisfa uno degli esclusi, il ricorso. Eppure il ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avanzato da Serena Cecilia Campagnolo, sta facendo discutere tutto Palazzo Moroni. L’istanza chiede l’annullamento dei risultati del concorso pubblico bandito dal Comune di Padova lo scorso 4 ottobre per tre posti a tempo indeterminato da funzionario culturale e sfociato nella graduatoria definitiva (risultante da una determinazione dirigenziale firmata il 24 dicembre 2010) che ha visto vincitrici Francesca Veronese, Elisabetta Gastaldi e Valeria Vettorato. Il Comune di Padova, sicuro della correttezza del proprio operato, ha deciso di resistere dando mandato all’avvocatura civica lo scorso 28 aprile. La particolarità che tanto sta facendo discutere Palazzo Moroni? Che la prima classificata, la dottoressa Francesca Veronese, titolata archeologa e grande esperta della via Annia, sia la compagna dell’assessore alla cultura Andrea Colasio. «Le voci che corrono mi amareggiano molto - ribatte Colasio ben a conoscenza della questione -. Sarei un pazzo a negare questa relazione, ma sono due cose che non c’entrano nulla. Il concorso è stato fatto secondo le procedure proprie dell’amministrazione, nelle quali non ho messo bocca, e la commissione giudicante ha valutato le prove e i curricula di un regolare concorso. Solo quelli dovrebbero essere oggetto di discussione».
Ma andiamo con ordine. Nel ricorso straordinario al Presidente della Repubblica stilato dall’avvocato Nicola Zampieri (procedura utilizzata perché i termini per presentare ricorso al Tar erano già scaduti), Serena Campagnolo contesta la sua esclusione dalla prova orale in una trentina di pagine. Va detto che non è la prima volta che la Campagnolo impugna una decisione del Comune di Padova. Nel 2009 infatti aveva già fatto ricorso al Tar per contestare la selezione pubblica per l’assunzione a tempo determinato (di tre anni) di un funzionario culturale al museo archeologico. La vincitrice? Sempre Francesca Veronese. Colasio allora - era il 2009 - siedeva alla Camera dei deputati e non aveva ruoli nell’amministrazione comunale. Ma veniamo all’ultima selezione. Campagnolo contesta la legittimità della commissione giudicante «in quanto il dottor Davide Banzato, capo settore Musei e Biblioteche del Comune è stato nominato presidente della commissione nonostante avesse l’obbligo di astenersi in quanto lo stesso aveva posto in essere un comportamento mobbizzante nei confronti della ricorrente, causato dalla circostanza che la dottoressa Campagnolo aveva impugnato il provvedimento (quello del 2009, ndr) con cui lo stesso aveva nominato la dottoressa Veronese.
Inoltre le altre due componenti della commissione (Franca Pellegrini e Roberta Parise) lavoravano con due delle tre vincitrici dagli anni 2002-2003 per cui non garantivano certo l’imparzialità e la segretezza (tanto che la dottoressa Gastaldi e la professoressa Pellegrini hanno redatto insieme un saggio sul restauro della pala del Romanino)». Ma il punto forse più contestato è il tema della prova scritta nella quale la Campagnolo è stata bocciata. «La dottoressa Veronese ha maturato il massimo punteggio riportando informazioni descrittive forse fin troppo dettagliate della piccola ara votiva, scelta dalla Commissione come oggetto della prova scritta, nonostante la stessa fosse bene a conoscenza della circostanza che la candidata sarebbe stata favorita in quanto aveva avuto modo di studiare i materiali della via Annia, progetto che ha coordinato per il Museo dal 2006». Colasio non vuole entrare più di tanto nel merito. Lui con il concorso non ha avuto nulla a che fare. Ma da referente del settore all’interno della giunta fa notare che «la contestazione relativa al tema scelto, la via Annia è priva di fondamento: innanzitutto perché la sezione sulla via Annia costituisce ormai il 75% del museo, e secondo perché il titolo dello scritto è stato estratto a sorte tra svariati titoli disponibili. Detto questo: hanno vinto tre candidate che già lavoravano nella macchina comunale, guardate i titoli, le pubblicazioni, la competenza. Sono i documenti che parlano. Io non ho fatto parte di nulla, sono rimasto assolutamente terzo rispetto a questo concorso. Se la dottoressa Campagnolo crede di essere stata esclusa ingiustamente è legittimo che faccia ricorso. Sarà l’ente competente a giudicare l’operato della commissione che sono sicuro essere stato corretto».
Luca Barbieri
10 maggio 2011(ultima modifica: 13 maggio 2011)
10 maggio 2011(ultima modifica: 13 maggio 2011)
Con il restauro nuove scoperte sulla piramide Cestia
di Laura Larcan
Natale arriva anche per la Piramide Cestia, l'unica piramide in stile egizio conservatasi a Roma (I sec. d.C.). Yuzo Yagi, l'imprenditore giapponese titolare della Tsusho Limited, leader nel settore tessile, e distributore della Moncler per il mercato asiatico, dona 1 milione di euro per completare il restyling del monumento romano. Ancora. Il suo "secondo" milione. Della serie: non lascia, .........
Trovate a questo indirizzo l'articolo completo.
ROMA è una città unica colma di testimonianze, di monumenti, di pietre che per millenni si sono stratificate e ora lentamente, come un libro eterno, ci forniscono notizie per conoscere la storia immensa dell'Urbe.
ROMA è una città unica colma di testimonianze, di monumenti, di pietre che per millenni si sono stratificate e ora lentamente, come un libro eterno, ci forniscono notizie per conoscere la storia immensa dell'Urbe.
Una colpa attroce che nessuno può cancellare
Papa Innocenzo IV nella Bolla Ad extirpanda ammette la liceità della tortura.
Ad Extirpanda (dal latino: "Per estirpare") è una bolla pontificia emessa il 15 maggio 1252, ad opera di papa Innocenzo IV e di validità confermata sia da papa Alessandro IV il 30 novembre 1259 sia da papa Clemente IV il 3 novembre 1265. Tema di questa era la prima approvazione pontificia della tortura come strumento di ottenimento della confessione del reo, in particolare nei processi dell'Inquisizione. Questa approvazione è dichiaratamente rilasciata per fronteggiare l'insorgere dei numerosi movimenti eretici del XIII secolo; l'atto prende infatti il nome da uno dei suoi passaggi iniziali, che indicando la finalità della decisione recita:

Ad Extirpanda (dal latino: "Per estirpare") è una bolla pontificia emessa il 15 maggio 1252, ad opera di papa Innocenzo IV e di validità confermata sia da papa Alessandro IV il 30 novembre 1259 sia da papa Clemente IV il 3 novembre 1265. Tema di questa era la prima approvazione pontificia della tortura come strumento di ottenimento della confessione del reo, in particolare nei processi dell'Inquisizione. Questa approvazione è dichiaratamente rilasciata per fronteggiare l'insorgere dei numerosi movimenti eretici del XIII secolo; l'atto prende infatti il nome da uno dei suoi passaggi iniziali, che indicando la finalità della decisione recita:
| (LA) « Ad extirpanda de medio Populi Christiani haereticae pravitatis zizania... » | (IT) « Per estirpare la maligna diffusione della pravità eretica da mezzo al popolo Cristiano... » |
La bolla concede, per la prima volta, all'inquisitore la possibilità (praeterea Potestas) di avvalersi di un servizio personale di uomini e con la sua promulgazione lascia ad esso libera competenza e territorialità, nonché la scelta degli strumenti a disposizione, per estorcere la confessioneeretica, fra cui la tortura.
| « (26) Teneatur praeterea Potestas, seu Rector omnes haereticos,quos captos habuerit, cogere citra membri diminutionem, et mortis periculum, tamquam vere latrones, et homicidas animarum, et fures sacramentorum Dei, et Fidei Christianae, errores suos expresse fateri, et accusare alios haereticos, quos sciunt, et bona eorum, et credentes, et receptatores, et defensores eorum, sicut coguntur fures, et latrones rerum temporalium, accusare suos complices, et fateri maleficia, quae fecerunt. » |
| (Canone 26 della Bolla) |
La decisione papale segue di pochi mesi l'assassinio dell'inquisitore generale di Milano, Pietro da Verona, ad opera dei catari nel bosco di Farga, a Seveso, il 6 aprile dello stesso anno, nel sabato successivo alla Pasqua, prima della domenica In Albis.
Pietro Martire (da Verona) era un inquisitore importante figlio di Catari, fu prematuramente tolto ai suoi genitori e avviato forzatamente al seminario, allevato a perseguitare gli eretici. I Veronesi non lo ebbero mai in simpatia difatti La chiesa di San Giorgetto fu intitolata a Pietro martire, ma i Veronesi ostinatamente continuarono a chiamarla San Giorgetto.
vox populi vox dei!L'oceanica sapienza di Osho, profeta inascoltato dei nostri giorni infelici
“Il sesso, non mi stancherò mai di ripeterlo, deve essere un mezzo di crescita spirituale. Ma lʼumanità sembra sprofondare
sempre più in basso, sembra incapace di uscire dallʼabisso in cui è caduta. (...) Io affermo che questa crisi è essenzialmente dovuta alla volgarità del nostro approccio, sia teorico che pratico, con il sesso. Il sesso ha perduto da gran tempo la sua sacralità originaria. È degenerato in unʼossessione meccanica. Il senso di riverenza che lʼuomo nutriva nei suoi confronti ormai è perduto. E questa attitudine denuncia una sottile violenza. Il sesso non è
più unʼesperienza dʼamore, né un ponte verso il sacro, né una forma di meditazione. Questa è la causa per cui lʼumanità sta precipitando in un abisso sempre più profondo. (...)
Una via per uscirne, voglio ripeterlo ancora una volta, consiste nel trasformare il sesso, lʼatto procreativo, in una porta sul samadhi. Un atto sessuale illuminato può aprire quella porta. È giunto il momento di osare aprirla".
(Osho)
I 12 giorni dove il tempo si ferma
Dodici giorni magici fra cui il mondo degli inferi si incontra con il mondo dei morti, un legame che esula dal mundus, in questo caso l'azione e lasciata più al rito e alla maschera. In questo tempo sacro si animano le entità che il mondo pagano sapeva dominare e guidare verso la salute del popolo, fisica e mentale.
L'articolo sotto riportato parla di "Babbo Natale" e le sue origini, ma quello che sopratutto mi interessa emerga, sono i riferimenti a quei giorni magici, da Natale all'Epifania, dove il tempo si ferma, è il momento della celebrazione dei GRANDI MISTERI a Eleusi e nei Maggiori Santuari Ellenici
SANTA CLAUS NEL "CICLO DEI DODICI GIORNI": UNA LETTURA ANTROPOLOGICA
[...] In realtà, l'ascendente diretto di Santa Claus è un personaggio storico, il vescovo Nicola di Mira, vissuto forse nel IV secolo d.C. ma il cui culto assunse un certo rilievo in Oriente nel VI secolo e in Occidente (Roma e Italia meridionale, Germania, Francia e poi Inghilterra) a partire dal IX, fondandosi su un sostrato di religiosità pagana e nascendo probabilmente dal processo di cristallizzazione delle feste collegate al solstizio d'inverno, che nell'antica Roma erano presiedute da Saturno. I Saturnali venivano celebrati nella settimana tra il 17 e il 20 dicembre, prolungandosi in epoca imperiale fino al 24: era questa una fase liminare e potenzialmente rischiosa, connessa con la morte e la rinascita simbolica del Sole, il cui culto venne introdotto nella seconda metà del III secolo e istituzionalizzato daAureliano con la festa del Dies natalis invicti solis, fissata il 25 dicembre. Qualche giorno dopo iniziavano le feste in onore di Giano e della dea Strenia, nel corso delle quali era pratica usuale lo scambio di doni. Nel timore che i nuovi culti ostacolassero la diffusione del cristianesimo, la Chiesa romana stabilì in quella stessa data la ricorrenza della nascita di Cristo, agevolando di fatto confluenze e sincretismi tra riti pagani e festività cristiana.
Tempo di marginalità che la festa sottraeva al divenire storico, quello che lo storico delle religioni Arnold van Gennep ha definito il "ciclo dei dodici giorni" – composto da quelli compresi tra Natale e Capodanno – era un periodo di sospensione dal quotidiano e di inversione e rovesciamento dei ruoli, quindi anche di rafforzamento dei tabu: come segnala l'antropologa E. Stefania Tiberini, nei Saturnali così come nel culto a San Nicola la ricorrenza solstiziale segnala una presenza della morte che si esorcizza nell'elargizione di offerte di doni ai bambini in ragione della loro posizione pre-sociale e pre-iniziatica, e dunque più vicina al nodo problematico della non-vita. I bambini sarebbero dunque un varco nella barriera che divide i morti dai viti, e le questue infantili – elemento ricorrente in queste celebrazioni, così come nella statunitense festa di Halloween e nel Día de los Muertos del Messico – sembrano confermare questa adiacenza della morte al mondo dell'infanzia, sancendo una relazione di complementarietà tra esistenze terrene e presenze che popolano l'aldilà.
Thomas Nast, Santa Claus (1881)
Mediatore di questa precaria alleanza sembra farsi anche Santa Claus, corruzione olandese di Sanctus Nicolaus (ma noto nel mondo germanico come Niklaherr, Samichlaus, Sanda Klaus) e versione esportata in America dalle migrazioni dal XVII secolo: e se in Europa settentrionale e nel Nord Italia in quel periodo nell'iconografia di questo personaggio risaltano ancora gli attributi vescovili (il manto rosso, la mitra sul capo), come ha segnalato M. Belpoliti "San Nicola è anche un santo che ha molte facce, discendente dagli spiriti che accompagnano il corteo di Hellequin, il cacciatore che rapisce i bambini e guida il corteo dei morti nelle notti invernali". In Austria Sankt Nikolaus era accompagnato da Krampus, o Knecht Ruprecht negli altri paesi germanici, essere maligno dotato di due minacciose corna sul capo, di una lingua che gli penzolava dalla bocca e di un sacco in cui imprigionava i bambini capricciosi; tratti e comportamenti comparabili ricorrono frequentemente nelle tradizioni folkloriche dell'Alto Adige e del Tirolo.
Americanizzandosi, Santa Claus perde il suo doppio negativo e con esso tutti gli attributi ambigui che in Europa lo connotano come severo garante del processo di inculturazione infantile. Storicamente, questa flessione semantica asseconda il processo di affermazione della vita privata e la crescita del ruolo economico e sociale della famiglia, innestandosi nelle prime fasi dell'industrializzazione e della formazione e consolidamento delle borghesie cittadine. Non è un caso che Santa Claus dismetta in questo stesso periodo gli antichi panni ecclesiastici per assumere le fiabesche fattezze di un vecchio barbuto e grasso, dunque icona di opulenza, serenità e benessere: così lo tratteggia nel 1863 su «Harper's Weekly» la penna del disegnatore statunitense Thomas Nast, dando un volto propriamente statunitense a quel generoso distributore di doni che già Charles Dickens aveva ritratto nel 1843 nel suo celebre Canto di Natale.
Da prodigo dispensatore di piccole gioie, Santa Claus inizia progressivamente ad assumere le fattezze di un vero dio delle merci negli anni Trenta, grazie a una campagna pubblicitaria senza precedenti che la Coca-Cola Company ideò per ovviare al divieto – generato da diversi procedimenti penali e da campagne denigratorie sulla presenza di sostanze nocive nella bevanda – di utilizzare a questo scopo immagini di bambini. Il disegnatore di origini svedesi Haddon Sundblom ipercaratterizzò il complesso di segni già allestito da Nast, creando il peculiare codice simbolico che sostanzia l'iconografia contemporanea di Santa Claus.
Più che soggiogato dall'ideologia del consumismo, Babbo Natale ne sembrerebbe dunque uno dei prodotti più riusciti. "Espressione di un codice differenziale che distingue i bambini dagli adolescenti e dagli adulti" (Lévi-Strauss, Babbo Natale suppliziato, in Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino 1967, p. 59) e mediatore dei conflitti intergenerazionali, nel processo di mutamenti e risignificazioni lungo il quale la sua identità si è strutturata egli a tutt'oggi disciplina le richieste infantili, incoraggiandone gli eccessi ma circoscrivendoli entro uno spazio temporale ridotto. Sul versante macrosociologico, sovrintendendo al protocollo festivo delle donazioni natalizie, garantisce il perdurare di questa forma occidentale di potlatch che alimenta l'industria del consumo, ma allo stesso tempo riafferma la connotazione familistica e affettiva dello scambio di beni, che rafforza la memoria sociale rendendo i beni materiali cosa diversa da quelle "stampelle a sostegno di uno storpio" che secondo la definizione di Ivan Illich sono le merci.
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