martedì 11 giugno 2013

L'inno al Sole scritto da quel grande filosofo e poeta che fu Giuliano Imperatore

Inno al Sole di Flavio Giuliano Imperatore, nominato in maniera dispregiativa l’Apostata, dai cristiani per infangarne la memoria! Posted by beatrice on December 21, 2010 Canto la gloria del risplendente Dio del Sole, la bellissima progenie del possente Giove, Colui che, attraverso la vivificante fonte solare, nella sua mente creatrice nascose la forma di una triade di splendidi Dei solari; da cui le multiformi forme del mondo emersero dalla mistica tenebra nella magnifica luce, perfetta e ricolma di beni della sfera intellettiva. Salve a te! Dio oltremondano della luce divina, l’immagine più bella del bene sconosciuto: poichè, come la luce procede dall’Uno, il Dio degli Dei, il fiore senza paragone della bellezza, gli Intelligibili, con occulti raggi divini, illumina; così dai raggi di Apollo, esultando glorioso grazie al potere dell’armonia, il mondo della mente è colmato in esuberanza di luce che eleva, il Sole visibile largamente diffonde attraverso il mondo dei sensi, una luce che tutto genera, bella e divina. A Te, come Apollo luminoso, appartiene l’unire la moltitudine in unità, e molte nature generare da una sola; con vigore nella tua essenza riunire i differenti livelli delle forme secondarie; e attraverso una perfetta unica natura essenziale (natura/principio) combinare tutte le varie essenze e i poteri della generazione. Ti è proprio, tu esente dalla molteplicità, ispirare nelle forme subordinate la verità profetica; poichè verità e pura semplicità sono un’unica cosa; del preservare il potere incorrotto la tua essenza libera è la fonte. Celebri mistici poeti dei tempi passati, in canti sacri, ispirati da Te, come il Signore che scaglia la freccia costantemente ti invocavano, come Colui dall’irresistibile dominio poichè i tuoi raggi colmi di forza colpiscono come frecce, e completamente, tutto ciò che il mondo privo di misura contenga di oscuro o privo di ordine, Tu distruggi. E infine la tua rivoluzione circolare è il segno del movimento che armonizza in uno le varie nature di questo possente Tutto. Dunque, la tua prima monade luminosa, oh Dio illustre, enuncia la verità e la luce intellettuale; quella luce che, nell’essenza degli Dei, sussiste con raggi unficati e non conosciuti. La seconda distrugge tutto ciò che è confuso; e dalla tua terza l’universo è legato con perfetta simmetria e retto consenso, attraverso splendide cause e un potere armonico. Aggiungiamo che alla tua essenza, fra gli Dei mondani, è assegnato un ordine sopra-mondano, un non generato e supremo potere di comando su tutte le categorie delle forme generate, e nei sempre fluenti reami dei sensi un’ intellettuale dignità di dominio. Ti appartiene un doppio avanzamento- uno in congiunzione con gli Dei mondani, l’altro soprannaturale e sconosciuto: poichè quando il Demiurgo creò il mondo Egli fece nascere una luce nella sfera solare, non simile allo splendore delle altre sfere celesti, tratta dai più occulti recessi della sua natura, un simbolo perfetto delle forme intellettuali, apertamente annunciando, con il suo splendore, in ogni angolo di questo incredibile Tutto, la solitaria e arcana essenza di tutti i sovrani Dei sopramondani. Perciò infatti, quando i tuoi raggi adornarono il mondo, gli Dei mondani furono rapiti dalla tua vista; così attorno alla tua orbita, con zelo emulativo e sinfonia divina, Essi desiderarono danzare, e cogliere ogni abbondanza dalla tua fonte luminosa. Attraverso il tuo calore manifesto tu spingi in alto le nature corporee dalla pigra terra, ispirando un vivido potere vegetativo; attraverso una natura segreta e divina, liberi dai basici legami della materia, attraverso una natura inerente nei tuoi raggi che tutto generano Tu porti all’unione con la tua forma meravigliosa le anime esaltate che negli oscuri domini della materia terribilmente lottano per rivedere le dimore luminose: Tu colmo di bellezza, dai sette raggi, Dio sopramondano! La cui mistica essenza segretamente emette le splendide fonti della luce celeste. Poichè fra i sosvrani Dei sopramondani un mondo solare e una luce assoluta esiste, una luce che brilla come la fertile monade, superiore ai tre mondi. Sacri antichi Oracoli, così dissero, che la Tua orbita gloriosa al di là della sfera delle stelle e nell’ultimo reame dell’etere ruota. Ma nel tuo cammino, armoniosamente divino, la tua orbita quattro volte attraversa questi mondi; così rivelando (mostrando) dodici poteri di Dei luminosi, attraverso dodici divisioni della zona obliqua. Ancora colmo di forza creativa, ciascuna dividi in tre di differente livello. Così, dalla quadruplice eleganza e grazia dei tempi e delle stagioni, generate dal tuo percorso, l’umanità riceve un triplo beneficio, il perenne dono delle Grazie che muovono in circolo. Dio che tutto concedi, Tu che liberi l’anima dalle oscure catene corporee della genesis, assisti la tua stirpe, conducila sulle ali del pensiero, al di là della stretta delle terribili (illusive) mani della Natura, rapida nell’ascendere, per raggiungere il tuo mondo incantevole. Il sottile abito della mia anima perfeziona, eterea, salda e colma di luce divina, il suo antico carro da Te assegnato; nel quale avvolta, attraverso il cielo stellato, spinta dall’impulso del folle desiderio, ella precipitò fino a che, le sponde del Lete, preda dell’oscurità, infelice, raggiunse, e perse così ogni conoscenza del suo stato precedente. Oh migliore degli Dei, daimon perfetto, dalla corona fiammante, sicuro rifugio della mia anima nell’ora del dolore, il porto paterno nelle dimore luminose, ascoltami e libera la mia anima dalla punizione, la punizione che è dovuta agli errori passati, a causa dell’oscurità del Lete e del desiderio mortale. Se per lunghi anni sarò condannato a rimanere in questi terribili domini destinato all’esilio dal reame luminoso, oh, concedimi presto i mezzi necessari per raggiungere quel bene che la solitudine concede alle anime che emergono dalle onde dolorose del flutto impetuoso ed oscuro dell’illusoria materia. Così che, ritirandomi dal gregge volgare e dall’empio discorrere dell’era presente, la mia anima possa trionfare sui mali della sua nascita; spesso a Te congiunta in dolcissima unione attraverso un’energia ineffabile, possa elevarsi al di là delle più alte forme sopramondane e nel luogo supremo contemplare, emergente dalla profondità intelligibile, la trascendente, solitaria bellezza del Sole. Traduzione di Laura Mainardi

Per prepararci al Solstizio

Simbolismo dei Solstizi di Enzo Barillà Il dizionario della lingua italiana ci informa che la parola solstizio deriva dal latino solstitium, composto di sol “sole” e un corradicale di stare, sistere “fermarsi”. C’è quindi un chiaro riferimento alla stazione del sole lungo l’eclittica. Nel nostro emisfero, al solstizio d’estate l’astro viene a trovarsi alla sua massima declinazione nord (ovvero distanza rispetto all’equatore celeste) di 23½° circa, al solstizio d’inverno alla sua massima declinazione sud, sempre di 23½° circa. L’eclittica è il percorso apparente del sole nel corso dell’anno, e quando il cerchio dell’eclittica interseca l’equatore celeste nei suoi due punti, detti punto vernale (o punto gamma o primo punto dell’Ariete) e punto omega, nel nostro emisfero si verificano l’equinozio di primavera e l’equinozio d’autunno. Quella fascia del cielo delimitata da 9° a nord e 9° a sud dell’eclittica viene detta Zodiaco. «Zodiaco viene dal greco zòdia, che vuol dire segni, e questa è l’etimologia suggerita da Tolomeo nel proemio del III libro della Tetràbiblos. “E lo chiamano per soprannome Circolo delle figure animate, scriveva nel III secolo a.C. Arato di Soli. Tuttavia alcuni testi greci mettono in relazione iltermine zodiakòs con zoè, vita, e diagò, conduco, dirigo, ossia: dirigere la vita.» Riepilogo brevemente la dinamica del sole nel suo movimento apparente, come lo vediamo dal nostro punto d’osservazione terrestre. «Il sole, quindi, nel suo moto apparente annuale, taglia l’equatore celeste, ossia la proiezione dell’equatore terrestre, il 21 marzo, equinozio di primavera. In seguito sale in declinazione rispetto all’asse equatoriale per culminare sull’emisfero nord il 21 giugno, solstizio d’estate, ridiscende poi sull’equatore il 21 settembre, equinozio d’autunno. In questo modo trascorre metà dell’anno solare e metà dello zodiaco. Questa metà, che va dall’inizio del segno dell’Ariete all’inizio del segno della Bilancia, viene percorsa dal sole nell’emisfero boreale, a nord dell’equatore; mentre la seconda metà, dall’inizio del segno della Bilancia a tutto il segno dei Pesci, viene percorsa dal sole nell’emisfero australe, a sud dell’equatore. Il ciclo annuale dello zodiaco ha un preciso riferimento simbolico nel ciclo giornaliero, che è alla base della conoscenza astrologica.» Dal punto di vista astrologico, il Sole “entra” nel segno del Cancro al solstizio d’estate, e nel segno del Capricorno al solstizio d’inverno. Dopo questo primo approccio riguardante la “meccanica celeste”, un testo di Alfredo Cattabiani ci aiuterà ora a muovere i primi passi nel simbolismo. Scrive Cattabiani: «Per capire dunque il significato profondo della festa di San Giovanni Battista e delle sue usanze occorre riflettere sul simbolismo solstiziale. Ebbene, nella tradizione greca antica i due solstizi erano chiamati “porte”: “porta degli dèi” quello invernale, “porta degli uomini” quello estivo. Omero descriveva nell’Odissea (XIII, 109-112. Versione di Rosa Calzecchi Onesti) il misterioso antro nell’isola di Itaca, nel quale si aprivano due porte: “L’antro ha due porte, una da Borea, accessibile agli uomini; l’altra, dal Noto, è dei numi e per quella non passano uomini, degli immortali è la via.”» Il commento di Porfirio a questi versi oscuri lo si trova in L’antro delle ninfe laddove scrive: «Dato che l’antro costituisce l’immagine e il simbolo del mondo, Numenio e Cronio suo compagno dicono che due sono nel cielo le estremità, delle quali una non è più meridionale del tropico invernale, e l’altra non è più settentrionale di quello estivo. Quello estivo poi è nel Cancro, mentre quello invernale è nel Capricorno. Ed essendo per noi vicinissimo alla terra il Cancro, a buona ragione (il suo segno) è attribuito alla Luna che è prossima alla terra. Mentre il Capricorno, essendo invisibile più del polo meridionale, è attribuito a quello che di gran lunga è il più lontano e alto di tutti (gli astri) vaganti, cioè a Kronos. … Coloro dunque che parlano delle cose divine ponevano essere due (il numero) di questi ingressi: Cancro e Capricorno; e Platone parla di due bocche. Di queste, il Cancro è quella per cui le anime discendono, ed il Capricorno quella per cui ascendono. Ma il Cancro è settentrionale e atto alla discesa, mentre il Capricorno è meridionale e atto all’ascesa. E le parti di Settentrione sono proprie alle anime che discendono verso la generazione. E rettamente gli ingressi dell’antro volti a Borea discendono per gli uomini, mentre le parti di Meridione non sono proprie agli dèi, ma a coloro che ascendono agli dèi. Per questa ragione (il poeta) dice via non propria agli dèi, ma agli immortali, comune anche alle anime che sono per sé o per essenza immortali.» Alcuni pensieri di René Guénon, raccolti postumi in Simboli della Scienza sacra, ci aiuteranno ora a risolvere «un’apparente contraddizione, che è questa: il nord è designato come il punto più alto, e verso questo punto d’altronde è diretto il cammino ascendente del sole, mentre il suo cammino discendente è diretto verso sud, il quale appare così il punto più basso; ma, d’altra parte, il solstizio d’inverno, che corrisponde nell’anno al nord, e segna l’inizio del movimento ascendente, è in un certo senso il punto più basso, e il solstizio d’estate, che corrisponde al sud, e dove termina il movimento ascendente, è – sotto lo stesso profilo – il punto più alto, a partire dal quale comincerà quindi il movimento discendente, che terminerà al solstizio d’inverno. La soluzione di questa difficoltà risiede nella distinzione che è il caso di fare tra l’ordine “celeste”, cui appartiene il cammino del sole, e l’ordine “terrestre”, cui appartiene invece la successione delle stagioni; secondo la legge generale dell’analogia, questi due ordini devono, nella loro stessa correlazione, essere inversi l’uno dell’altro, di modo che quel che è più alto nell’uno divenga più basso nell’altro, e reciprocamente; ed è così che, secondo l’espressione ermetica della Tabula smaragdina, “ciò che è in alto (nell’ordine celeste) è come quello che è in basso (nell’ordine terrestre)”, o ancora, secondo il detto evangelico, “i primi (nell’ordine principale) sono gli ultimi (nell’ordine manifestato)”. Guénon considera la questione non di poco conto, poiché – dopo poche pagine – sente la necessità di ribadire il concetto: «la porta solstiziale d’inverno, o il segno del Capricorno, corrisponde al nord nel ciclo annuale, ma al sud in relazione al cammino del sole nel cielo; così, la porta solstiziale d’estate, o il segno del Cancro, corrisponde al sud nel ciclo annuale, e al nord in relazione al cammino del sole.» È sin troppo facile collegare il simbolismo delle due porte solstiziali al simbolismo di Giano (come ha fatto Cattabiani manifestamente attingendo a piene mani agli scritti di Guénon). Giano «ianitor che apre e chiude le porte (ianuae) del ciclo annuale con le chiavi che sono uno dei suoi principali attributi; e ricorderemo, a tale proposito, che la chiave è un simbolo “assiale”.» Ovidio in Fasti fa dire a Giano: «Tutto ciò che tu ti vedi attorno, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto è dalla mia mano chiuso e aperto a piacere. Io ho la padronanza dell’intero immenso mondo, a me solo è dato di sconvolgerne i cardini.» «Nume dalla doppia e, talvolta, anche quadrupla faccia, Giano era invocato con numerosi appellativi: Patulcius “che tutto apre” e Clusius “che tutto chiude”, Geminus “duplice” e Bifrons “bifronte”. Con queste caratteristiche Giano estendeva il suo dominio sulla duplice sfera delle entrate e delle uscite, in eterna conciliazione degli opposti: passato e futuro, avanti e indietro, interno e esterno, ecc. Giano esprime nettamente quel preciso momento di passaggio in cui passato e futuro coesistono nel presente; è dunque … anche un dio del tempo, un dio del sole che sorge e tramonta e che è quindi cosciente contemporaneamente – grazie alle sue due facce – della notte che si lascia alle spalle e del giorno a cui va incontro.» Nello stesso testo appena citato, seppur anch’esso manifestamente debitore del fondamentale lavoro di Guénon, non poteva non sottolineare il “passaggio delle consegne” da un guardiano all’altro delle porte solstiziali: mi riferisco allo spodestamento di Giano a opera dei due Santi Giovanni, il Battista e l’Evangelista. «Nel Cristianesimo sono le feste di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista a essere in rapporto con i due solstizi. … Così i due San Giovanni hanno sostituito Giano, anche se la ricorrenza solstiziale di dicembre si è andata complicando, perché alla festa giovannea si è sovrapposto lo stesso Natale e il Sole nascente è diventato, come doveva diventare, il simbolo del Cristo Bambino. La somiglianza fonetica tra Janus (Giano) e Joannes (Giovanni in latino) è evidente e porterebbe a ritenere che la collocazione delle feste dei Santi Giovanni in prossimità dei due solstizi non sia stata casuale, ma servisse non tanto a cancellare il culto arcaico, quanto a “riscriverlo” in termini cristiani. In effetti era alquanto arduo sradicare un costume tanto profondo: gli uomini vivevano i solstizi in maniera coinvolgente, ritenendoli momenti di transizione, nei quali era possibile trasformare e sviluppare la loro condizione interiore; una sorta di transito verso presupposti migliori.» Per quanto suggestivo, il brano citato non dà tuttavia ragione dell’accostamento dei due Santi al fondamentale motivo del momento di transizione solare. Ancora una volta ci soccorre il Guénon, che – piuttosto che all’assonanza tra i nomi di Janus e Joannes – punta sull’esame etimologico del nome di Giovanni, fatto risalire alla parola ebraica hanan spiegata in termini di “benevolenza”, “misericordia” e “lode”. Ne deduce quindi il grande esoterista che «di conseguenza, il nome Jahanan può significare “misericordia di Dio” e anche “lode a Dio”. Ora, è facile rendersi conto che il primo senso pare convenire in modo del tutto particolare a San Giovanni Battista e il secondo a San Giovanni Evangelista; si può dire del resto che la misericordia è evidentemente “discendente” e la lode “ascendente”, il che ci riconduce ancora al loro rapporto con le due metà del ciclo annuale.» Se il solstizio d’inverno simbolizza la mezzanotte dell’anno, il buio della notte profonda e tuttavia il tempo della rinascita del Sole, l’ascesa della luce sia interiore che esteriore, l’equinozio di primavera richiama necessariamente alla mente l’alba, il trionfo della luce e del calore solare. Se al solstizio d’estate compete l’analogia con il mezzogiorno, il punto culminante, il trionfo della luce e tuttavia l’inizio del suo declino, l’equinozio d’autunno – punto d’equilibrio come l’equinozio di primavera – porta inevitabilmente a pensare al tramonto. In effetti, sia all’equinozio primaverile che all’equinozio autunnale le ore di luce eguagliano quelle di buio, ma i piatti della bilancia pendono ora nel senso opposto: è il momento della rimonta del mondo notturno, compensato dal declino del mondo diurno. Rivolgiamo ora l’attenzione ai simboli zodiacali in senso stretto. La saggezza degli antichi ha denominato “segni cardinali” quelli corrispondenti ai solstizi e agli equinozi. Capricorno, domicilio di Saturno, esaltazione di Marte, esilio della Luna, caduta di Giove; Ariete, domicilio di Marte, esaltazione del Sole, esilio di Venere, caduta di Saturno; Cancro, domicilio della Luna, esaltazione di Giove, esilio di Saturno, caduta di Marte; Bilancia, domicilio di Venere, esaltazione di Saturno, esilio di Marte, caduta del Sole. Si nota subito la presenza costante di due pianeti – per domicilio, esaltazione, esilio o caduta – nel gioco dei segni cardinali: sono Marte e Saturno. È un caso che si trovino insieme ed esplichino la massima potenza unicamente nel segno del Capricorno? Secondo un Autore che si richiama al pensiero di Rudolf Steiner, «con l’aiuto della forza di Saturno l’Io umano, dopo la mezzanotte cosmica, si volge al mondo terrestre e compie il doloroso passo dell’incarnazione diventando sempre più denso. … Nel corso del destino Saturno porta fuori dall’elemento fisico l’elemento spirituale, il che si esprime nella risurrezione, nella vittoria sulla materia attraverso lo spirito.» E ancora: «Saturno-Luna intessono insieme i misteri di spazio e tempo morte e risurrezione, del nuotare nella corrente del tempo e del destarsi della coscienza (come immagine nello spazio).» Nella conferenza di Berlino del 22/1/1914, Rudolf Steiner accosta le 12 concezioni del mondo (Weltanschauungsnuancen) possibili all’uomo ai singoli segni zodiacali, e afferma che «questa peculiarità non è affatto arbitraria, in quanto esiste realmente un rapporto tra i diversi segni zodiacali e la Terra, analogo a quello tra le dodici concezioni del mondo e l’anima umana.» Al segno del Capricorno Steiner fa poi corrispondere lo spiritualismo. Accanto alle 12 concezioni del mondo Steiner identifica «un’altra disposizione interiore verso la concezione del mondo (Weltanschauungsstimmung).» Esse sono sette, e corrispondono ai sette pianeti classici, (Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio e Luna): Gnosi, Logicismo, Volontarismo, Empirismo, Misticismo, Trascendentalismo, Occultismo. A Saturno Steiner fa corrispondere la Gnosi e afferma: «come ogni pianeta percorre i dodici segno dello zodiaco, così la gnosi può percorrere tutti i dodici segni delle concezioni del mondo. Tuttavia la Gnosi offrirà i maggiori servizi per la salute delle anime quando la disposizione gnostica dell’anima si volgerà allo spiritualismo. Si potrebbe dire che nello spiritualismo la gnosi si trova veramente a casa propria, ed è “fuori casa” quando sta negli altri segni delle concezioni del mondo.» Il filosofo della scienza Giorgio de Santillana ritiene di dedicare un capitolo del suo classico Il Mulino di Amleto ai miti che si richiamano alla Via Lattea e scrive: «Tra una reincarnazione e l’altra, le anime degli uomini, così si pensava, dimorano nella Via Lattea. Questa concezione è stata tramandata come tradizione orfica e pitagorica inserita nel disegno più vasto della trasmigrazione delle anime. Macrobio, che ci ha fornito il resoconto più ampio sull’argomento, afferma che le anime ascendono per il Capricorno e poi, per rinascere, ridiscendono per la “Porta del Cancro”. Egli parla di segni zodiacali: le costellazioni che sorgevano ai solstizi ai tempi suoi (e ancora ai nostri) erano i Gemelli e il Sagittario: “Porta del Cancro” significa i Gemelli; anzi, Macrobio afferma esplicitamente (I, 12, 5) che questa “Porta” è il punto “in cui s’intersecano lo zodiaco e la via Lattea”.» Ho voluto riportare il pensiero di Steiner e di Santillana, nonché inserire riferimenti astrologici nel mio elaborato, a costo di sconcertare l’ascoltatore, per l’apparente mancanza di consequenzialità del discorso. E tuttavia, malgrado le discordanze, si avverte la presenza di un sottile filo d’oro che collega le concezioni dei pensatori antichi con gli studiosi contemporanei: le porte solstiziali continuano a esercitare il loro invincibile fascino perché ci parlano del destino delle anime quaggiù e dopo la morte. Ancora Santillana: «È doveroso prestare attenzione alle informazioni cosmologiche contenute nel mito antico… Non si tratta di mere proiezioni di una coscienza perturbata, bensì di tentativi di raffigurare le forze che sembrano aver partecipato alla formazione del cosmo.» E Mircea Eliade: «le immagini, i simboli, i miti, non sono creazioni irresponsabili della psiche; essi rispondono ad una necessità ed adempiono ad una funzione importante: mettere a nudo le modalità più segrete dell’essere. Ne consegue che il loro studio ci permette di conoscere meglio l’uomo, l’uomo tout court, quello che non è sceso a patti con le condizioni della Storia. Ogni essere storico porta con sé una grande parte dell’umanità prima della Storia.» Fonte: http://www.enzobarilla.eu/articoli/simbolismo%20dei%20solstizi.pdf

Personae

L’attore e la maschera di Alessandro Orlandi Salvator Rosa, La menzogna (1649 circa - Firenze, Uffizi) Socrate: “E Dio, togliendo a loro la mente, li adopera come suoi ministri, e fa lo stesso con gli oracolanti ed i divini vaticinatori, così che noi, udendoli, ci avvediamo che non sono essi, esseri umani, a dire cose mirabili, ma lo stesso Dio che per loro bocca parla a noi […] niente altro sono i poeti se non interpreti degli Dei e ciascuno è ispirato da quel Demone che lo ispira: e Dio, ciò mostrando manifestamente, per il più sciocco poeta ci cantò il canto più bello. Non ti sembra che io dica il vero?”(Platone – Jone – V) Nel teatro antico gli attori erano soliti nascondere il volto dietro una maschera che raffigurava il personaggio da essi interpretato. Questa usanza derivava direttamente dai Misteri iniziatici (ad esempio quelli Dionisiaci [1]) in cui il ruolo della maschera era ad un tempo quello di nascondere, rivelare, spaventare e trasformare. Le maschere sono, da sempre, messe in relazione col mondo dei morti e con l’Oltretomba, perché sono rigide ed inanimate come il volto di un cadavere. D’altro canto la loro eterna stasi è la condizione perché il divino possa assumere forma e rivelarsi agli uomini; le maschere sono dunque il mezzo attraverso il quale il sacro può mostrarsi, il velo che permette il collegamento tra il mondo degli Dei e quello degli uomini. Sono comiche o spaventevoli poiché ci pongono sempre di fronte ad aspetti della nostra natura colti nella loro essenzialità archetipica, atemporale, e dunque possono suscitare divertimento in chi si accorge che la maschera non è che uno specchio del profondo, ma anche paura e repulsione da parte di chi rifiuta di riconoscersi. [2] Anche oggi ogni attore di teatro, quando recita, deve mediare tra una maschera immobile, costituita dalla sua parte scritta e codificata nel testo, ed il pubblico vivo e concreto che gli sta davanti, legato all’attimo della situazione contingente. Per poter riuscire nell’impresa di far vivere il suo personaggio egli deve avere le capacità di rivolgersi ad ogni spettatore con un linguaggio particolare ed apparire vecchio ai vecchi e giovane ai giovani, malato ai malati e sano ai sani, saggio ai saggi e stolto agli stolti, facendo sì che ciascuno possa vedere nella maschera la forma che gli corrisponde. È così, raccogliendo sulla propria persona le proiezioni dei presenti, che egli risveglia le figure morte e rigide che deve mettere in scena, dando loro un’anima. Perché questa funzione di mediazione totale tra maschera e pubblico sia possibile, l’attore deve essere in grado di stabilire tra sé e chi lo guarda delle “direzioni universali”, di trascendere totalmente la propria soggettività di uomo, di dimenticare sé stesso, di essere agito più che agire, di essere parlato più che parlare, di essere mosso più che di muoversi. Egli diviene un semplice mezzo, uno strumento attraverso il quale il pubblico dialoga con se stesso. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per l’artista e l’opera d’arte. L’artista è qualcuno che cerca di catturare le essenze e richiuderle dentro la forma che da alle sue opere. Perché ciò gli sia dato egli deve avere in sé una forza creativa, demiurgica, divina, che lo renda mediatore tra le cose celesti e quelle terrene, tra le ombre e gli archetipi, tra il cristallo immobile della sua creazione e l’energia che la anima. Per rendersi degno di una tale investitura egli deve però diventare conscio che quella forza non gli appartiene, di essere solo un umile servitore che porta a compimento azioni di cui non conosce né il senso né la finalità. È ben noto che solo in tempi relativamente recenti colui che si distingue nel campo dell’arte viene fatto oggetto di forme di culto della personalità ed il suo carattere è studiato ed esaltato come se questo potesse spiegare la vitalità delle opere prodotte dall’artista. Nel medio evo i pittori, gli scultori, i musicisti ed i costruttori di cattedrali mantenevano l’anonimato e si consideravano interpreti e prosecutori di una tradizione iniziatica. Se in quel tempo era concepibile un’arte viva e popolare, che mediasse direttamente tra gli aspetti profani della vita quotidiana e la dimensione del sacro, non deve meravigliare che le opere d’arte siano oggi preda dei mercanti oppure rinchiuse nei musei, oggetto di dispute tra eruditi, con la funzione di essere solo segni ed indicatori della civiltà e della storia passata dell’uomo: se nell’artista si riconosce solo l’aspetto umano, personale ed individuale, della sua opera sopravvivrà solo il lato cadaverico della maschera. Se è vero che il mestiere dell’attore e quello dell’artista esemplificano particolarmente bene la necessità di un passaggio attraverso la parte sovrapersonale del proprio essere, questo imperativo non ha meno valore se lo applichiamo ad altri tipi di lavoro. Ogni lavoro svolto da un uomo è infatti, innanzi tutto, un servizio reso agli altri. Perché ciò avvenga non è necessario alcuno sforzo, né di volontà né di coscienza. Col suo stesso esistere ed agire ognuno di noi offre agli altri inconsapevolmente la visione della propria esteriorità, di un modo d’essere, del proprio ruolo, di un compito che è necessario che qualcuno si assuma. Che tale maschera sia allegra o truce, spaventevole o comica, benevola o malevola, attraente o repulsiva, non ha poi molta importanza. Se il lavoro viene svolto bene, e cioè in maniera impersonale, la maschera attingerà la sua energia, la sua vitalità dal “daimon” che la abita e mostrerà dunque, attraverso l’uomo che la indossa, un lato del divino. [3] Papi ed eretici, poliziotti e ladri, suore e prostitute, reazionari e rivoluzionari, banchieri e mendicanti possono svolgere egualmente bene il loro compito nel mondo. Non abbiamo, né possiamo avere, alcun controllo dell’immagine che mostriamo all’esterno, nessun volto vede la maschera che lo copre, ma è possibile diventare bravi attori della parte che dobbiamo recitare. Note 1. Cfr: il saggio di Kerenji “Uomo e Maschera” in “Miti e Misteri”; il saggio di Burckart “La maschera sacra”; il saggio di Lanza “L’attore” in “Oralità, scrittura e spettacolo”. 2. Le due etimologie proposte per il termine greco che designava l’attore (hypokrites) sono “colui che risponde” e “colui che spiega”. 3. Corrispondentemente a ciò, si parla di due stadi di evoluzione del mercurio. Uno, detto “impuro”, in cui tutte le cose vengono misurate col metro soggettivo; l’altro detto mercurio “purificato”, in cui l’uomo è mosso da intenti transpersonali. Così scrive l’alchimista Zosimo in “Apparecchi e forni”: “Accade anche che si trovino in tutti i mestieri persone che lavorano ad una stessa arte con strumenti e procedimenti diversi e ne conseguono in misura diversa l’intelligenza e la riuscita delle operazioni”. Esonet.it-Pagine scelte di Esoterismo - L’attore e la maschera

Il mistero dei misteri di Mithra

Ezio Albrile (il grande studioso italiano dell'universo religioso gnostico) IL MISTERO DEI MISTERI DI MITHRA dal sito Centro Studi La Runa Mithra era un antichissimo dio, le cui origini si possono facilmente collocare nel più arcaico pantheon indo-iranico. Nella diaspora persiana seguita alla caduta dell'Impero Achemenide per causa della vittoriosa invasione di Alessandro Magno, il culto dell'iranico Mithra, trasportato in Asia Minore, assunse i lineamenti tipici di una religione misterica, ossia di una religione di salvezza, che prometteva un destino migliore nell'altra vita dando all'uomo la speranza di poter ascendere dopo la morte attraverso le sfere planetarie, ed avere di conseguenza accesso alle beatitudini celesti. Questa religione, tra il I ed il III secolo dopo Cristo, si diffuse da un capo all'altro dell'Impero Romano in tutte le province, dal Danubio alla Spagna, dall'Africa alla Britannia. La "conquista" mitriaca dell'occidente fu però subordinata ad una condizione irrevocabile: per poter essere accolto nel mondo greco-romano il Mitraismo doveva spogliarsi della originaria morfologia barbaro-asiatica ed assumere i modi e gli stili strutturali cari alla cultura occidentale. Così infatti avvenne. Al posto delle arcane cantilene recitate dai Magi durante il trance estatico in una lingua incomprensibile (cfr. Herod. I, 132) subentrò una liturgia redatta in lingua greca (cfr. Firmico Materno, De Errore Profanarum Religionum, V) e probabilmente anche in lingua latina. Il Mitraismo conservò purtuttavia il suo spirito orientale; ma tutta la sua struttura ideologica dovette rinunziare alla tradizionale formulazione iranica, per adottare una terminologia più consona all' ambiente occidentale. Le arcaiche denominazioni delle divinità mitriache dovettero così cedere il posto agli usuali nomi delle corrispondenti divinità greco-romane e, insieme ai nomi furono adottate anche le rispettive tipologie simboliche, secondo l'iconografia religiosa ormai convenzionale nel mondo classico ed ellenistico. In questo modo 1' antica divinità iranica del cielo (cfr. Herod.1,131), che nella religione di Zarathushtra si chiamava Ahura Mazda (pahlavico, Ohrmazd) divenne Zeus, Giove; mentre il suo avversario, il principe del male Angra Mainyu (Ahriman) venne ad identificarsi con il dio degli Inferi Hades-Plutone. I1 dio di una bevanda inebriante usata dai Magi mazdei a scopo liturgico nelle loro trance estatiche, l'haoma (che di volta in volta è stata identificata con la cannabis sativa, 1'asclepias acida, l'amanita muscaria, e l'amomo), divenne Dionysos-Bacco, il dio del vino. Le divinità iraniche corrispondenti ai grandi astri del giorno e delle notte divennero Helios e Selene, Sol e Luna; l'immagine "divinizzata" della Terra fu rappresentata sotto le sembianze di Hera-Giunone; l'Acqua come Poseidon-Nettuno; e così via... I misteri mitriaci venivano officiati in grotte, spesso attigue alle catacombe dei cristiani, denominate antrum, spelaeum, o spelunca. Esse erano costituite da un portico (porticus), una sala (pronaos), una sacrestia (apparatorium), e da un ambiente culturale vero e proprio (crypta). Questa struttura architettonica era poi rifinita (come nel caso del Mitreo di Dura Europos) dalla volta del soffitto dipinta in blu e punteggiata di stelle, mentre l'arco sovrastante l'abside (istoriato con rilievi raffiguranti Mithra nell'atto di sacrificare il toro) recava dipinti i segni Zodiacali. Tale simbolismo cosmico-astrale era poi completato dalle raffigurazioni di Sol e Luna, e da una sorgente situata nell'antro; ciò peraltro corrispondeva alla descrizione della grotta mitriaca fattane da Porfirio (cfr. De Antrum Nympharum, VI) il quale menzionava sia sorgenti d'acqua che verdi alberi in fiore. Datali testimonianze (sia iconografiche che scritte) si può facilmente dedurre che lo spelaeum mitriaco rappresentasse simbolicamente il cosmo, immagine del mondo nel quale il re-salvatore Mithra si manifestava portando la luce della conoscenza e della vita. Nella personificazione di Sol Invictus, Mithra nasceva da una cava rocciosa il 25 dicembre. Egli era infatti petroghénes, cioè "nato dalla roccia", e portatore della ignea fiaccola, simbolo dell'epifania luminosa e gloriosa del dio salvatore; allo stesso modo l'iranico redentore del mondo Saoshyant si sarebbe rivelato alla fine dei tempi: materializzandosi in una forma corporea consustanziale alle stelle, all'interno di una colonna luminosa. Tale dimensione salvifica del culto, unita a speculazioni e simbologie di tipo cosmico-astrale (cfr. la struttura architettonica dei Mitrei), dava evidentemente testimonianza di una indissolubile continuità con le concezioni soteriologiche dei Magi persiani, unite a dottrine di tipo astrologico. Il simbolismo cosmico connesso ai Misteri di Mithra, non era unicamente di natura per così dire "discendente", ovverossia legato solamente al manifestarsi della divinità salvatrice nel cosmo sensibile. Esisteva, al contrario, anche una specie di gerarchia "ascendente", una ,scala (cfr. Origene, Contra Celsum, VI, 22) iniziatica che permetteva al neofito di accedere alle beatitudini divine, sottoponendolo ad un rigido rituale di iniziazione durante il quale si sarebbe realizzata la sua "divinizzazione" in terra, oltrepassando e dissolvendo le catene del fato e del tempo, emancipandosi dal dominio delle forze infere. L'iniziazione mitriaca era così strutturata in sette gradi, assimilati ad una simbologia di tipo astrale planetario (della quale molto ci sfugge), ed annessi inoltre a prove di valore e di tenacia. L'ultimo grado era quello del corvo (corax), associato al pianeta Mercurio, simboleggiato dal caduceo, e da un piccolo vaso rituale, che probabil mente rappresentava il vaso delle acque lustrali nelle quali doveva purificarsi il neofito per essere introdotto, morendo e rinascendo a nuova vita, nel sacro cosmo dell'iniziazione. Il secondo grado era quello di nymphus, lo sposo mistico, tutelato dal pianeta Venere e simboleggiato dal diadema con il quale si voleva probabilmente accennare alle simboliche nozze che l'iniziato doveva celebrare in sé stesso, riunendo in un'armonia di tipo androginico le opposte tensioni ammiche tra maschile e femminile. Il terzo grado, quello di miles (soldato), tutelato dal pianeta Marte, si riferiva forse a prove iniziatiche di tipo guerresco, visto che gli emblemi ad esso associati erano l'elmo, la lancia ed una specie di bisaccia (od otre). Questo simbolismo prettamente maschile ed igneo lo si ritrova nel successivo grado iniziatico (ilquarto), corrispondente al leo (leone), connesso astralmente al pianeta Giove e simboleggiato dal fulmine e dalla paletta con la quale, durante una prova di coraggio il cui svolgimento ci è oscuro, il mystes doveva portare od attizzare il fuoco sacro del Mitreo. Tra questi ultimi due simboli vi era poi il sistro, un oggetto rituale che fa pensare al culto romano della Magna Mater (Grande Madre), per la quale il leone era animale sacro, la cui figura era forse legata alla protezione del mystes mitriaco. Il quinto grado era quello di Perses (Persiano), rappresentato da una spada ricurva (o da una falce) e dalle spighe di grano, esso era sotto la tutela della Luna, simbolo connesso alle vicende iniziatiche del mystes sottoposto ad un ciclico percorso di morte e rinascita. Sede per eccellenza delle forme embrionali, la Luna rappresentava così la tappa obbligata del processo di rigenerazione spirituale dell'iniziato mitriaco. Il grado successivo spettava all'heliodromos (il "Corriere del Sole"), simboleggiato dalla frusta usata da Mithra nel condurre la quadriga del Sole(del quale era alleato e messaggero), dalla corona raggiante e dalla fiaccola, emblema quest'ultimo, come abbiamo visto, della miracolosa nascita del dio. L'ultimo grado infine era quello di pater (padre), a volte anche noto con l'epiteto di pater feliccisimus. Simboleggiato dal berretto frigio di Mithra, esso rappresentava la tappa finale del percorso iniziatico, nella quale il mystes mitriaco si identificava e si trasfigurava nell'immagine del dio, assimilandosi nelle sue funzioni di demiurgo e di psicopompo (traslatore di anime); attributi questi ultimi ben simboleggiati anche dalla bacchetta magica (rabdos) e dall'associazione con il pianeta Saturno. Poco o nulla si sa della liturgia sacramentale vera e propria celebrata negli spelaeum mitriaci, che forse doveva consistere in un pasto a base di pane e vino (o di altri cibi consacrati), durante la quale venivano forse intonati inni o canti di natura liturgico propiziatoria. Colpisce inoltre nell'iconografia religiosa del Mitraismo la raffigurazione di un essere divino sicuramente estraneo al pantheon classico: un essere mostruoso, alato, con testa di leone, ed il corpo avvolto nelle spire di un serpente. Esso secondo F. Cumont era una immagine del Tempo, che ogni cosa dissolve e consuma, le ali accennavano alla rapidità del suo fluire; le circonvoluzioni del serpente, la cui testa poggiava di solito sopra il capo leonino alludevano alla vicenda ciclica alla quale erano sottoposti i moti stellari ed astrali, che presiedevano all'implacabile scorrere del Tempo. Sovente questa fantastica divinità che gli antichi chiamavano anche Eone teneva in mano una o due chiavi. Questo era un riferimento al Sole, che nel suo corso quotidiano alternativamente apriva e chiudeva le due porte del cielo, ad Oriente quando si levava, a Ponente quando tramontava. Altro attributo frequente era lo scettro, simbolo del dominio sul Tempo, esercitato eternamente su ogni cosa. Questa strana immagine di divinità diffusasi in tutto l'ambito ellenistico, era un elemento totalmente estraneo al pantheon grecoromano, ed apparteneva sicuramente al nucleo originario iranico del Mitraismo. Prova di ciò era la sua relativa arcaicità, testimoniata già sin dal IV sec. a.C. da Eudemo di Rodi, discepolo di Aristotele (cfr. Damascio, Dubitationes et Solutiones, 125 bis). Il nome iranico di tale divinità era Zurván (o Zrvan). Nello Zoroastrismo ortodosso Zurván impersonava i panni di una creatura del buono Ahura Mazda (cfr. Videvdat, XIX, 13, 16). All'epoca della rinascita persiana durante il regno dei Sassanidi, quando lo Zoroastrismo divenne la religione ufficiale denominata appunto zurvanita, che, al contrario della dottrina dualistica ortodossa la quale poneva come coesistenti già sin dalle origini (ed ab aeternum) i due principi antagonisti del Bene e del Male (Ahura Mazda ed Ahriman), faceva derivare ambedue i principi da un'unica superiore ed assoluta entità precisamente da Zurván akarana, il "Tempo Infinito". Da questa misteriosa entità procedevano perciò i due "gemelli" Ohrmazd ed Ahriman, inserendo di conseguenza un netto (e... "pericoloso") dualismo ontologico fino ad allora sconosciuto all'ortodossia zoroastriana. Questa figura, in accordo poi con le sue funzioni "demiurgiche" e temporali, fu poi chiamata dai greci con il nome del loro dio Chronos (Saturno). Diffusosi il culto Mitriaco in tutto l'ambito mediterraneo (specialmente per opera di soldati, e pirati) si può facilmente supporre che l'iconografia tipica del primitivo Zurván iranico, Signore del "Tempo Infinito", si sia arricchita, specialmente in terra egiziana, di attributi zoomorfi. Nota era ad esempio l'abitudine degli egizi di raffigurare le proprie divinità in figura animale; ed attraverso un processo di assimilazione sincretistica poteva essere avvenuto che allo Zurvàn-Chronos mitriaco e divinità egizie a testa di animale come la dea leonessa Sekmeth (la "possente"), paredra del demiurgo Ptah il cui culto era celebrato nella città di Menfi. Per quanto concerneva poi il simbolismo del serpente, sempre associato a questa divinità mitriaca, bisogna inoltre ricordare che tale simbolismo (cfr. 1' Uroboros ellenistico) era tipico di religioni misteriche come la gnosi, specialmente per quanto riguardava sette come gli Ofiti (=adoratori di serpenti) i quali in esso vi raffiguravano la stessa immagine del Cristo separatosi dal Gesù psichico e carnale sulla croce, sulla quale, sempre secondo le loro concezioni, sarebbe stato immolato l'edenico serpente.Non stupisce, così, che la mostruosa figura dello Zurván mitriaco si sia con l'andar del tempo arricchita sempre più di caratteristiche ed attributi, provenienti dalle culture religiose nelle quali il culto mitriaco penetrava e faceva proseliti a tal punto, da far scrivere ad un illustre studioso come Ernest Renan: "...Se il cristianesimo fosse stato fermato nella sua espansione per via di qualche malattia mortale, il mondo sarebbe stato mitriaco"(cfr. Marc Aurèle, p. 579). Mitreo Barberini – Roma -Notare le sette stelle fissate sul mantello di Mitra che corrispondono alle sette Pleiadi legate alla costellazione del toro. Mitreo di Santa Maria Capua Vetere Mitreo di Marino (Roma) .

Rivolta contro il mondo moderno

“A lato delle grandi correnti, esistono ancora individualità ancorate nelle ‘terre immobili’. Sono, di massima, degli sconosciuti che si tengon fuori da tutti i trivi della notorietà e della cultura moderna. Essi mantengono le linee di vetta, non appartengono a questo mondo – pur essendo sparsi per la terra e spesso ignorandosi a vicenda sono uniti invisibilmente e formano una catena infrangibile nella spirito tradizionale. Questo nucleo non agisce: ha solo la funzione a cui corrisponde il simbolismo del ‘fuoco perenne’. In virtù di essi, la Tradizione è presente malgrado tutto, la fiamma arde invisibilmente, qualcosa connette sempre il mondo al sovramondo. Sono ‘coloro che vegliano’, gli egregori” . Evola -Rivolta contro il mondo moderno

lunedì 10 giugno 2013

Il frutto proibito fra Adamo ed Eva a San Zeno

Verona- san Zeno- Adamo ed Eva. Notare il simbolismo sessuale che il capitello ci manda. Adamo ha in mano un " fiore femminile", Eva invece un FIORE con il Pistillo cioè Maschile. Questo per capire che il passo della GENESI del frutto proibito, anche se la Chiesa ufficialmente lo nega, è quasi da tutti interpretato come il PECCATO DELLA CARNE. 

sabato 8 giugno 2013

Finalmente si rivaluta il Piloton

Un grazie di cuore da al comitato Fossi, rivalutare la nostra storia arcaica per merito di UMBERTO GRANCELLI Lavori al Piloton in attesa del solstizio d'estate Pubblicato Venerdì, 07 Giugno 2013 16:07 | | | Visite: 62 Il 21 giugno sarà il solstizio d’estate e al sorgere del sole sulla dorsale della Prèa Fita (pietra conficcata, appunto il Piloton) si ripeterà un evento che ha dell’affascinante e del misterioso: il sole, il Piloton e piazza Erbe (antico foro romano all’incrocio tra il cardo massimo -via cappello- e il decumano massimo - corso Porta Borsari e corso Santa Anastasia -) saranno sulla stessa linea. Per pochi istanti saranno uniti da una unica linea immaginaria che li salda perennemente ad un legame indissolubile che dimostra che il Piloton non è una semplice pietra conficcata nel terreno! Dunque un segno tangibile della nostra storia che va valorizzato e rispettato! Il Comitato Fossi Montorio, con il finanziamento del Centro Servizi Volontariato della provincia di Verona, in questi giorni, sta ultimando i lavori di restauro sia del monumento che della pavimentazione circostante per creare un’area di rispetto e per informare i tanti escursionisti sulle vicende di questa pietra cara ai montoriesi. Posso anche preannunciare che venerdì 21 giugno alle ore 4.30 del mattino ci sarà un gruppo di soci del Comitato che salirà sulla dorsale per ammirare, contemplare e fotografare il suggestivo sorgere del sole alle ore 5.04. L’iniziativa è aperta a tutti ed è gratuita. Per i meno temerari la possibilità di apprezzare la dorsale e il suo monolite e, si spera, il sole (portarsi un cappellino) sarà sabato 22 giugno 2013 alle ore 11 per l’inaugurazione con le autorità della nuova area restaurata per far godere al meglio questa misteriosa pietra. (continua) Per informazioni sul Piloton vedere il seguente link: il piloton http://youtu.be/7Eiq-FBQiHo