mercoledì 26 dicembre 2012

I Dogon e il misterio di Sirio

Le straordinarie conoscenze astronomiche dei Dogon Sirio, la stella più luminosa della Costellazione del Cane Maggiore, appare basso sull'orizzonte poco prima dell'alba, sotto la Costellazione di Orione in direzione Sud, nei mesi di Luglio ed Agosto: mesi che sono appunto chiamati della "canicola". La sua breve distanza dalla Terra, appena 8,6 anni luce, gli assegna il secondo posto dopo il Sole come astro più luminoso del cielo. Gli antichi Egiziani, non avendo conoscenze astronomiche tali da poter legare la luminosità alla distanza, gli conferirono una notevole importanza nella loro cosmologia, spiandone con trepidazione nella seconda metà di Luglio la sua levata eliaca, in pratica il momento in cui l'astro sorge poco prima del Sole. In quel periodo avvenivano, ed avvengono tuttora, le benefiche e preziose inondazioni del Nilo il cui limo, ricco di minerali e humus, fertilizzava i terreni dell'Egitto, garantendo raccolti abbondanti nei campi. Ma gli Egiziani, non sapendo distinguere un legame di causa ed effetto da una semplice coincidenza temporale, pensavano che il sorgere di Sirio (Sothis) provocasse le tanto auspicate inondazioni, ed i loro sacerdoti, gli unici depositari delle conoscenze dell'epoca, parlavano di: "Sothis, il creatore di tutte le cose verdi che crescono". Anche l'adozione degli anni bisestili deriva dalle osservazioni di Sirio da parte degli antichi astronomi, i quali scoprirono che l'intervallo tra una levata eliaca e l'altra non è precisamente di 365 giorni, bensì di 365 giorni e 6 ore; scoperta che permise di correggere il calendario con la riforma che Giulio Cesare decretò nel 45 avanti Cristo. Oggi, grazie alla fisica nucleare e ad una migliore comprensione della dinamica stellare, sappiamo che Sirio è una stella di colore bianco con una temperatura superficiale di 8.000 - 10.000 gradi centigradi ed una magnitudine pari a - 1,4; mentre il Sole arriva ad una magnitudine di -26,9. La magnitudine misura la luminosità di una stella, e ad un basso valore numerico corrisponde un'elevata brillantezza dell'oggetto celeste. Nell'Ottocento le osservazioni di Sirio misero a dura prova i nervi degli astronomi, i quali erano notevolmente seccati dal fatto che la stella non stava ferma nel cielo, ma vibrava impedendo così di ottenere delle buone osservazioni. Queste vibrazioni consentirono nel 1844 al matematico tedesco Friedrich Wilhelm Bessel di ipotizzare la presenza di una stella compagna molto pesante che, oltre a ruotargli intorno, causava quelle seccanti perturbazioni. < Sirio A - Sirio B Quest'ipotesi fu brillantemente confermata da Alvan G. Clark, che la notte del 31 Gennaio 1862, mentre provava un nuovo obiettivo ottico costruito dal padre, riuscì a scorgere nelle vicinanze di Sirio una debolissima stella, diecimila volte meno luminosa. Negli anni seguenti un'attenta osservazione di Sirio B permise di scoprire che il suo periodo di rotazione intorno a Sirio A è di 50 anni, con masse rispettivamente di 0,9 e 2,3 masse solari. Periodo di rotazione di Sirio B intorno a Sirio A Ma c'era un grosso problema legato a Sirio B: una stima della temperatura superficiale dava un valore paragonabile a quella di Sirio A; quindi molto meno luminosa ma altrettanto calda. Come poteva Sirio B, con una massa molto più piccola, essere caldo quanto Sirio A? All'epoca l'enigma sembrava insolubile, mentre oggi sappiamo che Sirio B ha una massa spaventosamente densa: un milione di volte la densità dell'acqua. Nonostante questa elevata compressione la materia si trova allo stato gassoso, mentre ad alte pressioni la materia normale tende a solidificare. Un gas così compresso, denominato "degenere" o "superdenso", è estremamente resistente ad un'ulteriore compressione, perchè esercita esso stesso una fortissima pressione verso l'esterno: ed è questa enorme pressione ad impedire il collasso gravitazionale di Sirio B. La stella non può più subire un'ulteriore compressione, necessaria ad innescare il violento ciclo di fusione nucleare al suo interno: quindi è destinata a splendere solo a spese della sua energia interna, andando incontro ad una lenta ma inesorabile morte termica. Le stelle composte di questa materia "degenere" sono chiamate "nane bianche", e Sirio B è stata la prima nana bianca ad essere scoperta dagli astronomi. Dopo questa lunga premessa entrano in scena i Dogon, una tribù che vive a Mandiagara dal 3.200 A.C., 300 Km a sud di Timbuctu, nella regione africana del Mali, la cui cosmologia ricca di conoscenze astronomiche "moderne" lasciò sbigottiti i primi antropologi, Marcel Griaule e Germane Dieterlen, che li studiarono dal 1931 fino al 1952. La regione africana del Mali Dopo una speciale riunione religiosa, quattro dei loro massimi sacerdoti presero la "decisione politica" di svelare i segreti di Sirio ai due estranei, segreti che vengono tramandati oralmente di generazione in generazione dalla notte dei tempi, in quanto i Dogon non hanno mai sviluppato un linguaggio scritto. Per essi la stella più importante È la minuscola ed invisibile Sirio B, che chiamano "po tolo" (stella po); dove con il termine "po" viene indicato il seme del cereale che in Africa viene denominato "fonio" ed il cui nome botanico ufficiale È "digitaria exilis". Il chicco po, sconosciuto in Europa ed America, per i Dogon rappresenta il seme più piccolo conosciuto, quindi risulta naturale per loro utilizzare lo stesso nome per indicare la stella più piccola nel cielo. I Dogon, agli ormai stupefatti antropologi, disegnarono accuratamente l'orbita di po tolo intorno a Sirio A: non un'orbita circolare come sarebbe naturale pensare, ma un ellisse, di cui Sirio A occupa uno dei fuochi, spiegandogli anche che po tolo impiega 50 anni per percorrere la sua orbita. Come mai i Dogon non collocarono Sirio A al centro dell'ellisse, o in un altro punto qualsiasi? Perché lo piazzarono in uno dei due fuochi, dimostrando di essere in possesso di cognizioni astronomiche assolutamente inconcepibili per una popolazione primitiva e sprovvista di una preparazione scientifica adeguata, cognizioni che noi occidentali abbiamo imparato faticosamente sui banchi di scuola, studiando le leggi del moto planetario enunciate da Giovanni Keplero? Rappresentazione della 2a Legge di Giovanni Keplero Questi "primitivi" sapevano che la Terra ruota sul proprio asse, generando un apparente movimento delle stelle da est ad ovest, pertanto erano liberi dalle illusioni dei nostri avi europei, i quali credevano che il cielo e le stelle girassero intorno alla Terra. Lo stupore dei due antropologi raggiunse il massimo quando i sacerdoti Dogon dissero che tutte le loro conoscenze astronomiche gli erano state trasmesse dal "Nommo", un essere anfibio proveniente da Sirio, il quale arrivò sulla Terra a bordo della sua nave spaziale atterrando in una nuvola di fuoco e fiamme, per il bene dell'umanità. Quando ebbe finito la sua opera di civilizzazione il Nommo suddivise il suo corpo fra gli uomini affinchè se ne cibassero, fece bere il suo sangue, e donò tutti i suoi principi vitali. Subì anche il sacrificio della crocifissione ad un albero, necessario per poter purificare la Terra. Morì e resuscitò, promettendo di ritornare in futuro. Rappresentazione del Nommo (Oannes) Nella figura si vede a sinistra il Nommo (Oannes) che indossa un un copricapo a forma di pesce, forse una rozza rappresentazione di un "essere" con tuta spaziale? Mentre a destra si vede un oggetto che galleggia sull'acqua, che potrebbe essere una rappresentazione della nave spaziale con la quale il Nommo arrivo sulla Terra. Confrontando il copricapo a forma di pesce del Dio Oannes e l'attuale copricapo papale si è portati a concludere che la religione mitraica attinse a queste antiche conoscenze di "Dei tecnologici" che venivano dalle Stelle, utilizzando infatti lo stesso copricapo che verrà successivamente nel corso dei secoli "inglobato" all’interno della tradizione cattolica con l’attuale "Mitra" cristiana. Confronto tra il copricapo del Dio Oannes e l'attuale Mitra papale, indossato da Giovanni (Oannes) Paolo I E' soltanto una coincidenza che molti Papi della Chiesa Romana hanno scelto il nome "Oannes" (Giovanni), oppure è un'ulteriore tassello che avvalora l'ipotesi di "Dei tecnologici" che arrivarono con le loro navi spaziali sulla Terra in tempi remoti? A questo punto mi assale un dubbio atroce: se il bagaglio culturale dei Dogon risale al 3.200 A.C., quindi ben 1.200 anni prima della nascita di Cristo, non potrebbe essere che ... ... ... Qui mi fermo lasciando ai lettori l'ardua risposta. Giovanni Zavarelli

La preghiera del cuore dell'antico Egitto e lo Yoga l'esperienza del Sacro

ESICASMO E YOGA: La magia originale della preghiera COMPARAZIONI E RAFFRONTI 1. COMPARAZIONI Il primo, che io sappia, a tentare un raffronto fenomenologico fra yoga e esicasmo fu Mircea Eliade nel capitolo III della sua tesi di dottorato: Yoga. Essai sur les origines de le mystique indienne, che si trasformò, in seguito,* nel volume: Le Yoga. Immortalitè et libertè. Nel 1952, il celebre bizantinologo Endre von Ivanka pubblicò sul periodico della “Società tedesca di studi orientali” una recensione al I volume della traduzione inglese della Filocalia: Writings from the Philokalia on Prayer of the Hearth, curata Kadloubovsky e Palmer (1951). In questo articolo Ivanka pone agli studiosi il problema se l’influsso indiano sull’esicasmo si debba imputare alla diffusione della Vita di Barlaam e Josaphat, che, come abbiamo già visto, non era altro che la traduzione greca del Lalitavistara buddhista. In quelo stesso anno, il gesuita Bernhard Schultze pubblica su “ORIENTALIA CHRISTIANA”, il periodico del Pontificio Istituto di Studi Orientali, un’analisi sulla preghiera di Gesù. Egli nota un parallelismo indiano di un concetto esicastico, fino ad allora, mai considerato. Schultze rileva che l’esicasmo tende all’unione dello spirito e del cuore, per attuare la “guardia del cuore” (Kardiake prosoche). L’attenzione (nepsis) che ne consegue, permette al praticante di essere libero in una totale disponibilità, che non può che condurlo a Dio. Egli afferma che questo procedimento ascetico somiglia a un’operazione dello yoga buddhista. Con ogni probabilità egli allude a una delle “porte” che, secondo il buddhismo, immettono nella pratica del cammino verso il “risveglio”: l’attenzione alle respirazioni (anapasmrti), il preliminare ascetico che deve essere praticato da coloro in cui predomina il ragionamento (vitarka). Continua qui: Flavio Poli
Raffigurazione di Orante

martedì 25 dicembre 2012

Oggi una grande festa: il compleanno Mitra e Cristo e di altri 9 Dei

Dei nati il 25 dicembre Il 25 dicembre è la data di nascita di moltissimi dei. Ecco un breve elenco: il dio Tammuz unico figlio della dea Ishtar nell'antica Babilonia;
il dio Oro nell'antico Egitto;
il dio Mithra, noto con l'appellativo di salvatore nell'antica Persia;
il dio Quetzalcoat, nell'antico Messico.
il dio Bacab, che si credeva messo al mondo da una vergine di nome Chiribirias, nello Yucatan;
il dio Huitzilopochtli, nell'antico regno azteco;
il dio Freyr, in Scandinavia;
il dio Bacco, nell'antica Grecia;
il dio Adone, nell'antica Siria;
il dio Ati, nell'antica Frigia noto anche come "Salvatore" e simbolizzato con un agnello.
Preghiera a Mithra "Per te, Dio del sole, silenzio di luce nel giorno e corone aureole di gioia che intrecciano ghirlande furenti di fuoco e di santità, nell'eterno cerchio del tempo, nel lento trascorrere delle stagioni con te sbocciano spighe di grano fatate, si alzano e abbassano le fiaccole della vita e della morte. Il corvo diventa leone attraversando la porta dell'Oltre, pane e vino l'ultima cena di Mithra prima dell'ultimo viaggio, ad incendiare ruote di carro fatate verso il Sole eterno e splendente. Falci di luna proteggono la purezza del miele, cogli il vento e salvaci dalla tenebra senza speranza. Rosso è il tuo viaggio attorno al cielo, per divenire luce e poi notte, per divenire vita e poi morte sotto i mille anelli di Saturno e del tempio dell'oro. Per te, supremo fra gli dei nell'invernale gelido alito solchiamo la terra avida di seme e di vita, stringiamo le nostre fuggevoli vite fino al tramonto del male." Il culto del dio Mitra, divinità di origine persiana le cui prime tracce risalgono al 1300 a.C. ma probabilmente molto anteriore, è uno dei culti orientali che tramite il mondo ellenico si diffusero a Roma in alternativa alla religione ufficiale. La leggenda narra che il dio decide di venire al mondo incarnandosi nel ventre di una vergine, e vede la luce in una grotta. I festeggiamenti per la sua nascita avvenivano il 25 dicembre (vale la pena ricordare che la Chiesa ha accettato solo nel IV secolo, più o meno nel 335 DC, tale data come effettiva data di nascita di Cristo) e, sempre secondo la leggenda, Mitra avrebbe abbandonato il mondo terreno per tornare in cielo 33 anni dopo essersi incarnato. Il Dio decide di incarnarsi al fine di sconfiggere il male cosmico e morale, salvando così il genere umano. Nell'iconografia la divinità viene spesso rappresentata insieme a due personaggi, detti i dadofori o portatori di fiaccole: i loro nomi erano Cautes e Cautopates, ed erano talmente legati al dio da costituire in pratica un'unica divinità, il triplice Mitra. Il primo dei due porta la fiaccola alzata, l'altro abbassata: rappresentano il ciclo solare, dall'alba al tramonto, e allo stesso tempo il ciclo vitale: il calore luminoso della vita e il freddo gelido della morte. Somiglianze con il cristianesimo: Le analogie con la religione cristiana non sono solamente legate ad una delle due leggende relative alla sua nascita, alla durata della sua incarnazione e alla sorta di aureola che il Sole gli dona. Il culmine del cerimoniale era un banchetto a base di pane (prodotto a partire dal grano, cioè dal midollo del toro) ed acqua (o forse vino, prodotto dall'uva, cioè dal sangue del toro). Anche in questo caso, la somiglianza con il rito cristiano dell'eucarestia è molto spinta. Il rituale mitraico prevedeva sette gradi di iniziazione: Corax, Crypticus, Miles, Leo, Perses, Heliodromus e Pater. Chi raggiungeva il grado più elevato, quello di Pater (che è lo stesso appellativo con cui ci si rivolge ad un sacerdote cristiano), era colui che officiava i riti, era considerato il rappresentante della divinità in terra, indossava un berretto ed un vestito rossi (come i cardinali) ed aveva un bastone da pastore con la punta ricurva (la mitra, appunto) come simbolo della propria posizione.
Uno dei tanti mitrei di ROMA Il luogo si trova in una delle gallerie sotterranee destinate ai servizi delle Terme di Caracalla e rappresenta un unicum anche per la presenza di una fossa rettangolare profonda 2,5 metri, fossa sanguinis, in cui veniva praticato il sacrificio del toro

domenica 23 dicembre 2012

L'imperatore Giuliano morto a 33 anni, ucciso da mano cristiana

L’IMPERATORE GIULIANO (Flavio-Claudio), detto l’apostata dai cristiani, nacque a Costantinopoli il 6 novembre del 331. Solo lui e il suo fratello Gallo (l’uno di 6, l’altro di 12 anni) scamparono nel 337 alla carneficina della loro famiglia, i cui mandanti restarono ignoti, ma che fu ordinata quasi sicuramente dai figli di Costantino. Furono giudicati troppo gracili dai giustizieri e li lasciarono in vita perché, secondo loro sarebbero morti da lì a poco. Giuliano fu allevato nel cristianesimo da Eusebio vescovo di Nicomedia; ma le crudeltà commesse contro di lui dai cristiani, gli fecero prendere in odio la nuova religione. L’imperator Costanzo lo mandò in esilio prima a Cesarea in Cappadocia, poi a Nicomedia. Giuliano ottenne però il permesso d'andare a studiare ad Atene; colà strinse amicizia con alcuni sofisti, si volse all'astrologia, alla magia, ed a tutto ciò che riguardava il neoplatonismo e il paganesimo. Giuliano, a vent'anni, (dice Ammiano Marcellino) era «di media statura, con i capelli lisci, un'ispida barba a punta, con begli occhi lampeggianti, segno di viva intelligenza, le sopracciglia ben marcate, il naso diritto e la bocca piuttosto grande, con il labbro inferiore pendulo, il collo grosso e curvo, le spalle larghe, ben fatto dalla testa ai piedi, così da essere eccellente nella corsa». Rientrato in grazia dell’Imperatore, fu nominato nel giorno del suo compleanno dell’anno 355 governatore delle Gallie e creato cesare. Quasi fosse una reincarnazione di Caio Giulio Cesare, riportò parecchi vantaggi sui germani, e li disfece in una grande battaglia ad Argentorato (l’odierna Strasburgo). Giuliano in questo periodo era ormai solo. Suo fratello Gallo, dopo un governatorato infausto e insanguinato in Oriente fu giustiziato nel 354, sua moglie Elena (sorella di Costanzo), una cristiana devota, e da cui ebbe due figli nati morti, era scomparsa a Vienne, in Gallia nel 360[1]. Costanzo, che lo temeva, avendo voluto togliergli una parte delle sue milizie, ma i soldati irritati si ribellarono e dichiararono Giuliano Imperatore l’anno 361. Egli era allora a Lutezia (Parigi), dove ordinariamente risiedeva. Costanzo, che aveva firmato un armistizio cogli odiati Persiani, si mosse contro Giuliano, ma, alla vigilia della guerra civile, una febbre violentissima assalì Costanzo e morì a Mposucrene il 5 ottobre, nominando il cognato suo successore a guida dell’Impero. Giuliano fu riconosciuto senza contrasto da tutto l'Impero. Allora rinunziò apertamente al cristianesimo, e istituì una tolleranza universale; riedificò i templi dei pagani, ed adempì egli stesso alle cerimonie di Pontefice Massimo. Dopo aver dato ordine alle faccende dell’impero, abbandonò Costantinopoli per muovere ad Oriente contro i Persiani, tolse ad essi la città di Ctesifone e fece rapide conquiste; Ma i Persiani, vista la supremazia dell’imperatore Giuliano preferirono darsi ad azioni di guerriglia, dando assalti improvvisi per poi fuggire. Fu presso Samara, di mattina che l’ultimo grande imperatore romano, sempre al fianco dei suoi uomini, rimase ferito dall’alto da un soldato a cavallo, dato che Giuliano stava combattendo in piedi[2]. Il sospetto che sia stato colpito da un suo soldato, mi fa pensare che possa esser stato un cristiano[3]. Accusa del resto già mossa pochi anni dopo la sua morte. La battaglia dove l’Imperatore riportava la sua ultima vittoria avvenne il 26 giugno 365 e nella notte, nonostante le cure del medico Oribasio di Lidia, il trentaduenne Imperatore, moriva dopo due anni non compiuti di regno. Era l’anno 1116 dalla fondazione di Roma.
Il dipinto è titolato: Il Convito di Giuliano di Edward Armitage [pittore vittoriano 1817-1896], quadro del 1875. ------------------------------------------------------------------------------------- L'uccisore dell'Imperatore Giuliano Mercurio fu fatto santo ed è passato alla storia come San Mercurio. La cattiveria cristiana e tale che arriva a santificare un assassino.

Discussioni teologiche di Evola

Brano molto conosciuto ma sempre utile da ricordare.
GESÙ NON È IL TIPO DI UN DIO. (Da Imperialismo Pagano) Circa il Cristo, prescinderemo dal problema puramente storico. Considereremo il Cristo soltanto come un tipo, come il modello ideale che il cristianesimo ha saputo proporre per l’umanità. E porremo questo problema: è, un tale tipo, divino? È tale che non si possa pensarne uno più alto? Da questo punto di vista, l'essere il Cristo effettivamente esistito o meno, è cosa di assai secondaria importanza. Si deve rilevare però la preesistenza del mito del Cristo al cristianesimo: nella sua forma gnostica, onde il Cristo si identifica all'"Uomo interiore e celeste", esso fu già una dottrina dei Misteri mediterranei, òrfici e caldaici. In proposito vanno ricordate recenti teorie, come quelle del Couchoud, audaci ma pur fondate almeno quanto le ortodosse, che ricostruiscono il progressivo enuclearsi e trasformarsi di questo mito a partire dagli ideali messianici e indicano le precise circostanze storiche, psicologiche e polemiche che hanno portato a corporizzarlo, fino a concepirlo in un personaggio pensato come reale e come apparso ad un certo momento. Ad ogni modo noi, mantenendo il criterio di ricercare ciò che nel cristianesimo vi è di specifico, dobbiamo assumere il tipo Cristo in funzione soltanto del Cristo storico-evangelico, in quanto che circa le ulteriori speculazioni cristologiche, specie patristiche, ove è indubbio l'influsso della civilizzazione ellenistica e del gnosticismo, ripetiamo che i cristiani non hanno nulla di originale: essi hanno semplicemente carpito qualche briciola dell'insegnamento sapienziale balbettandola in pessima lingua e cercando di rivestirvi, per i bisogni della loro causa, fatti storici d'importanza e d'autenticità d'altronde assai relativa. Riportandoci allora nell'ordine della coerenza interna della concezione evangelica, già le basi sono infide. I pagani cominciavano col contestare lo stesso presupposto per l'intervento del Cristo quale salvatore, cioè la possibilità del peccato originale. E che! – esclamava Celso - se un comandante sa farsi obbedire dai suoi soldati e un capobanda dai suoi accoliti, è imaginabile che Dio onnipotente non sia stato capace di ciò rispetto al solo uomo che egli abbia direttamente formato? Ma sia anche concesso questo: Come Dio, nella sua giustizia e nella sua bontà, ha potuto aspettare tanti secoli prima di intervenire per ricondurre a sé i peccatori? E perché in quel dato momento, e non in un altro? Ne basta: Che rapporto ragionevole può esservi fra le sofferenze di Gesù e i delitti dell'umanità? Come un male - il sacrificio del Figlio - aggiunto ad un male, può cancellare quest'ultimo? Come Dio, onnisciente, poteva ignorare che inviando il Figlio suo fra gli uomini, lo inviava fra malvagi che dovevano macchiarsi di un nuovo e più terribile delitto uccidendolo? E se non lo ignorava, perché lo ha fatto? Dio è onnipotente: gli sarebbe bastato di perdonare e di annullare direttamente con un suo verdetto i peccati di coloro che l'avevano offeso, dato anche che ne provasse un qualche risentimento, cosa che è indegna di un Dio: il sacrificio del Figlio come espiazione per l'umanità presupporrebbe una responsabilità di Dio stesso rispetto a qualcun altro al disopra di lui, ovvero il riscatto come una legge a cui egli stesso sia tenuto a piegarsi - il che, pertanto, lo riduce ad una caricatura di Dio. Ma Celso vedeva bene la precisa ragione per tutte queste incongruenze: si è che il "sacrificio per l'umanità" è una semplice invenzione escogitata a fine di travestire luminosamente la fine ignominiosa, null'affatto degna di un Dio, di Gesù; a fine di far credere, trasformando la necessità in virtù, che questa fine non fu il risultato di forze, di contro a cui Gesù si mostrò impotente, ma invece un disegno divino da lui liberamente assunto per amore degli uomini. I cristiani sapevano bene che questa fine non poteva non ripugnare ai pagani, non poteva non proibire loro di riconoscere in Gesù un uomo-Dio, tanto gloriosi erano i miti in cui essi erano usi a ritrarre il modello ideale dell'umanità. L'espediente dell'"espiazione", congiunto al sovvertimento e al capovolgimento di tutti i valori tradizionali e affermativi, servì loro per tentare di trarsi d'impaccio. Ma il gioco non riuscì con i pagani, come non riesce con noi. Gesù non è per nulla il tipo di uomo, di cui non si può pensarne uno più alto e nobile. Gesù non è della razza degli uomini-iddii. Un uomo-Dio, per noi come per i Romani, non può essere un giustiziato, un crocifisso: non può essere colui che a Getsemani indugia in sentimentalismi e implora sospirando che gli sia evitato, se possibile, l'amaro calice; non può essere colui che, predicando la fede, alla fede viene meno nel momento supremo, disperando del Padre; non può essere chi, incapace a persuadere, sa soltanto suggestionare e moralizzare con visioni apocalittiche a base di stridore di denti e di pianti, e épater le bourgeois con qualche fenomeno sopranormale appreso dalla magia degli Egizi; non può essere chi non rispetta gli uomini con la pretesa di esser lui, o l'irrazionale fede in lui, quella liberazione che ogni vero uomo deve invece conquistarsi da sé e a nessuno permettere che gliela dia; non può essere chi sente il bisogno di proclamarsi ad ogni istante Messia e figlio unico del Supremo, ignorando che la prima massima non di Dèi, ma soltanto di aristòcrati, è di essere senza ostentazione. E per aver netto il senso della differenza, non occorre riferirsi ai tipi mitici dei Semidii pagani - basta riferirsi a qualcuno dei loro uomini. Già quanto più luce che non nel Galileo vi è nella figura di Socrate e dello Spoudaios plotiniano, che calmi ed impassibili si fanno incontro alla morte e alla sciagura, nel chiaro sapere che esse sono nulla rispetto alla fiamma che arde in loro, rispetto alle loro anime superbamente domate! E Epitteto, che al padrone che gli torceva il braccio,sorridendo avvertiva: "Guarda che lo romperai" - e, avendolo rotto: "Tè l'ho detto: l'hai rotto!". "Quanto più 'umano', quanto più vicino a noi, è invece il Cristo!" si dirà. Vicino a voi, non a noi. Ripetiamolo: questa è la mentalità cristiana: l’umano diviene un valore - non se ne vergognano, ma lo adulano, se ne gloriano. Epperò l'"umanità" del Cristo, che è ciò stesso che ce lo fa respingere, in loro diviene titolo di superiorità e motivo di accettazione. Nelle loro menti intrise di passione, i tipi classici appaiono freddi, immobili, senza vita, senza "infinito". Ignorano che questa freddezza significa dominio, fuoco magnificamente contenuto; ignorano che questa immobilità è quella di un moto infinito contratto nel potere di darsi un limite assoluto; ignorano che questa apparente mancanza di vita è l'esaltazione stessa della vita in una forma trascendente e incorruttibile. Noi sospettiamo di tutte le pseudo-virtù del Cristo e dei suoi seguaci, poiché in esse troppo ci dice di semplice travestimento di necessità. Anche noi conosciamo la rinuncia; anche noi conosciamo il sacrificio, la dedizione, il perdono e, come già dicemmo, l'amore. Ma la rinuncia non è permessa a chi non ha: è permessa al Buddha che giovane, bello, regale, tutto arridendogli, dice no al mondo - è permessa allo yogì che, nell'aspirazione a suprema liberazione, si scioglie dai poteri di cakravartì (Signore universale) a cui, con il suo sforzo, è giunto - ma i cristiani troppo poco posseggono per permettersi un simile lusso. E il Cristo stesso, che pur non disdegnava talvolta le messe in iscena, invece di fuggire prima e poi farsi catturare, nella chiara visione degli eventi futuri non avrebbe dovuto disdegnare di presentarsi lui stesso, calmo, dinnanzi ai suoi accusatori, immobilizzarli, far balenare loro la visione dei poteri con cui avrebbe potuto annientarli, e solo dopo mettersi a loro disposizione: allora la sua fine sarebbe stata purificata da quel lato di ignominia, che irrepugnabilmente le conviene; e la procedenza dal volere riscattativo del Padre (per quanto incomprensibile questo sia), sarebbe stata più credibile, nel "Figlio dell'Uomo". Del pari, la cessazione dell'affermazione non è permessa a chi non è capace di affermazione, ne l'umiltà a chi non conosce le altezze, ne l'amore a chi non conosce la condizione della solitudine e dell'inaccessibile essere individuale, ne il perdono a chi non conosca prima la forza che sa imporre rispetto e giustizia. Non vi siano equivoci, su questo punto: manca la prova, nel Cristo e nel cristianesimo, perché tutti i "valori" in proposito, anziché di là dall'uomo, siano prima, al di qua dell'uomo vero e virile. E in quanto un tale uomo è ancora un avvenire lontano per la gran parte dei mortali, la predicazione delle cosiddette "virtù cristiane" non può avere che il senso di un incitamento alla degenerescenza, che va duramente contrastato. Lungi dall'avere il significato ora indicato, esse poggiano tutte sul dualismo, l'incompatibilità, la reciproca esclusione di ordine naturale e ordine sovrannaturale, di immanenza e trascendenza - sia nella persona del Cristo, sia nella dottrina in generale. Lo "spirito" è trascendenza, ed è incompatibile con i valori di questo mondo e del suo demoniaco reggitore: qui è il mondo, là lo spirito, e gli eroi secondo ordine terreno divengono borghesi in confronto a coloro che, abbandonandolo, anelano alla "salvazione". Anche qui, la dottrina è una superstizione fomentata da ignavia. Il dualismo è un errore metafisico ed è un errore morale. La concezione più alta non è quella che dello spirito fa l'"altro" rispetto alla materia e al mondo, ma quella che lo pone nella materia e nel mondo come Signore e invisibile condizione dell'una e dell'altro. Allora come il mondo è il corpo dello spirito, così lo spirito non è veramente che nello splendore di un corpo trasfigurato, di un corpo che si faccia atto, testimonianza della sua essenza vivente. Epperò la via ad esso non è ascesi, distacco, fuga dalla realtà, fede sognante nel Padre e nel "Regno dei Cieli", astratta separazione di naturale e di sovrannaturale, di potenza e spiritualità, ma è invece l'immanente risoluzione del mondo nel valore, spirito che va a fare della realtà, piegata alla sua legge, l'espressione stessa della perfezione della sua attualità. La realtà del mondo va riconosciuta e, a dir vero, come quella del luogo istesso ove da un uomo può trarsi un Dio, dalla "terra" un "Sole". Tale visione del mondo avevano i Misteri alla Mithra; questo senso della vita fu portato dalla tradizione pagana e mediterranea e da essa, di contro all'oscura tragedia del Golgota, scaturirono gli Imperi come gloriose realtà stringenti insieme immanenza e trascendenza, luce divina e luce di vittoria. E così Celso, portando i Giudei dinnanzi a coloro che, identificata Roma alla "Prostituta di Babilonia", minavano le basi della sua grandezza con una propaganda secreta ed illecita di diserzione, di astensione, di sovvertivismo, mostrava l'assurdo di riconoscere il loro Messia in Gesù: il Messia del primo profetismo era il mito glorioso del "Signore degli eserciti", atteso affinchè, alla testa di un popolo eletto, portasse l'Impero mistico della giustizia e dello spirito fra le genti di questo mondo. Ma questo ideale di forza e di luce del popolo ebraico era decaduto col decadere di questo popolo stesso; dileguando le speranze politiche, esso indietreggiò in astratte forme finché la bruta contingenza delle cose reagì su di esso e lo plasmò perentoriamente trasformandolo nel tipo opposto dell'"espiatore" e del "salvatore" secondo i valori di umiltà, di amore e di sacrificio, fino a poterlo ravvisare nella figura di un demagogo seminiziato e rivoluzionario, finito sulla croce.

Buon Natale in Vaticano

Insegnate la bontà, il perdono, l'amore verso Dio e gli uomini. Dovete pagare le tasse come pagano tutti i cittadini e comportarvi solo con un minimo di etica senza tanti discorsi inutili e superflui! VERGOGNATEVI!!!!!! Ripreso da Dagospia 1- LA SCONVOLGENTE LETTERA DELL’ARCIVESCOVO VIGANÒ INVIATA A E CONTRO IL SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE (NON ASPETTAVA NIENT’ALTRO CHE FARLO FUORI) - 2- APPRODATO ALLA GUIDA DELL’ENTE CHE CONTROLLA LE GARE E GLI APPALTI DEL VATICANO, VIGANÒ SCOPRE FURTI NELLE VILLE PONTIFICIE COPERTI DAL DIRETTORE DEI MUSEI VATICANI, FATTURE CONTRAFFATTE ALL’UNIVERSITÀ LATERANENSE, INTERESSI DI UN MONSIGNORE IN UNA SOCIETÀ CHE FA AFFARI CON IL VATICANO, AMMANCHI PER CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO AL GOVERNATORATO E FRODI ALL’OSSERVATORE ROMANO - 3- IL MONSIGNORE DETRONIZZATO NON SCRIVEVA SOLO DI FALSE FATTURE E AMMANCHI MILIONARI. NON LANCIAVA SOLO ACCUSE DIFFAMATORIE SULLE TENDENZE SESSUALI DEI SUOI NEMICI MA SOPRATTUTTO METTEVA NERO SU BIANCO I RISULTATI DI UNA VERA E PROPRIA INCHIESTA DI CONTROSPIONAGGIO DENTRO LE MURA LEONINE. E NON SOLO SPIATTELLAVA I RISULTATI, MA SOSTENEVA CHE LE SUE FONTI ERANO PERSONAGGI DI PRIMISSIMO LIVELLO COME DON TORREGIANI, MONSIGNOR FISICHELLA E MONSIGNOR CALCAGNO
1- IL VATICANO IGNORÒ LE TRUFFE E I REATI CHE L'ARCIVESCO VIGANÒ DENUNCIÒ AL CARDINALE BERTONE CON UNA LETTERA RISERVATA Marco Lillo per il "Fatto quotidiano" CARLO MARIA VIGANO Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all'Università Lateranense a conoscenza addirittura dell'arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l'evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all'Apsa - rivelati dal suo stesso presidente - e frodi all'Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C'è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. "Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all'egoismo" aveva detto nel giorno dell'Immacolata del 2006 Ratzinger. Eppure il Papa non ha esitato a sacrificare l'uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l'arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell'ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a "Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano", praticamente al primo ministro del Vaticano. Quando scrive a Bertone l'8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato. BERTONE PAPA BIG Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da ‘'Gli intoccabili'', che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa. L'arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli). Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all'appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell'8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili. MONSIGNOR PAOLO NICOLINI Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi. E peccato anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto. Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno. RINO FISICHELLA Infine minacciava: "I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell'ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale". Una minaccia ancora valida nonostante l'oceano separi l'arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto. CARTE DI CREDITO FATTURE FALSE TRAFFICI E COMPLOTTI Da "il Fatto quotidiano" Domenica, 8 maggio 2011 Sua Eminenza Reverendissima Il Sig. Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Città del Vaticano. Nella lettera riservata che Le avevo indirizzato il 27 marzo 2011, che affidai personalmente al Santo Padre attesa la delicatezza del suo contenuto, affermavo di ritenere che il cambiamento cosi radicale di giudizio sulla mia persona che Vostra Eminenza mi aveva mostrato nell'Udienza del 22 marzo scorso non poteva essere frutto se non di gravi calunnie contro di me ed il mio operato (....) GIANLUIGI NUZZI ed ora, dopo le informazioni di cui sono venuto in possesso, anche in sincero e fedele sostegno all'opera di Vostra Eminenza, a Cui è affidato un incarico così oneroso ed esposto a pressioni di persone non necessariamente ben intenzionate (....) con tale spirito di lealtà e fedeltà che reputo mio dovere riferire a Vostra Eminenza fatti e iniziative di cui sono totalmente certo, emerse in queste ultime settimane, ordite espressamente al fine di indurre Vostra Eminenza a cambiare radicalmente giudizio sul mio conto, con l'intento di impedire che il sottoscritto subentrasse al Card. Lajolo come Presidente del Governatorato, cosa in Curia da tempo a tutti ben nota. Persone degne di fede hanno infatti spontaneamente offerto a me e S.E. Mons. Corbellini, Vice Segretario Generale del Governatorato, prove e testimonianze dei fatti seguenti: 1 - Con l'avvicinarsi della scadenza di detto passaggio di incarichi al Governatorato, nella strategia messa in atto per distruggermi agli occhi di Vostra Eminenza, vi è stata anche la pubblicazione di alcuni articoli, pubblicati su Il Giornale, contenenti calunniosi giudizi e malevole insinuazioni contro di me. Già nel marzo scorso, fonti indipendenti , tutte particolarmente qualificate - il Dott. Giani (Domenico Giani, ex finanziere ed ex agente dei servizi segreti italiani nel Sisde poi nominato direttore dei servizi di sicurezza e Ispettore Capo della Gendarmeria del Vaticano Ndr) MARCO SIMEON il Prof. Gotti Tedeschi (Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, l'istituto finanziario del Vaticano, Ndr) il Prof. Vian (Gian Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano Ndr) e il Dott. Andrea Tornielli, all'epoca Vaticanista di Il Giornale, - avevano accertato con evidenza uno stretto rapporto della pubblicazione di detti articoli con il Dott. Marco Simeon, almeno come tramite di veline provenienti dall'interno del Vaticano. A conferma, ma soprattutto a complemento di tale notizia, è giunta a S.E. Mons. Corbellini e a me la testimonianza, verbale e scritta, del Dott. Egidio Maggioni (ex presidente della società pubblicitaria SRI, Socially Responsible Italia Spa in rapporti di affari con il Vaticano Ndr), persona ben introdotta nel mondo dei media, ben conosciuta e stimata in Curia, fra gli altri, dal Dott. Gasbarri (direttore amministrativo di Radio Vaticana, Ndr), da S.E. Mons. Corbellini e da Mons. Zagnoli, già responsabile del Museo Etnologico-Missionario dei Musei Vaticani. Il Dott. Maggioni ha testimoniato che autore delle veline provenienti dall'interno del Vaticano è Mons. Paolo Nicolini, Delegato per i Settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani. La testimonianza del Dott. Maggioni assume un valore determinante in quanto egli ha ricevuto detta informazione dallo stesso Direttore de Il Giornale, Sig. Alessandro Sallusti, con il quale il Maggioni ha una stretta amicizia da lunga data. ALESSANDRO SALLUSTI 2 - L'implicazione di Mons. Nicolini, particolarmente deplorevole in quanto sacerdote e dipendente dei Musei Vaticani, è confermata dal fatto che il medesimo Monsignore, il 31 marzo scorso, in occasione di un pranzo, ha confidato al Dott. Sabatino Napolitano, Direttore dei Servizi Economici del Governatorato, nel contesto di una conversazione fra appassionati di calcio, che prossimamente oltre che per la vittoria del campionato da parte dell'lnter (previsione errata purtroppo, Ndr), si sarebbe festeggiata una cosa ben più importante, cioè la mia rimozione dal Governatorato. (...) 3 - Sul medesimo Mons. Nicolini sono poi emersi comportamenti gravemente riprovevoli per quanto si riferisce alla correttezza della sua amministrazione, a partire dal periodo presso la Pontificia Università Lateranense, dove, a testimonianza di S.E. Mons. Rino Fisichella (presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione Ndr) furono riscontrate a suo carico: contraffazioni di fatture e un ammanco di almeno settantamila euro. ALBERTO TORREGGIANI Cosi pure risulta una partecipazione di interessi del medesimo Monsignore nella Società SRI Group, del Dott. Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato L'Osservatore Romano, come confermatomi da Don Elio Torreggiani (direttore generale della Tipografia Vaticana Ndr) per oltre novantasettemila Euro e I'A.P.S.A., per altri ottantacinquemila, come assicuratomi da S.E. Mons. Calcagno (presidente dell'Apsa, l'Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, Ndr). Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che Mons. Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta SRI Group, per un massimale di duemila e cinquecento euro al mese. 4 - Altro capitolo che riguarderebbe sempre Mons. Nicolini concerne la sua gestione ai Musei Vaticani. (...) volgarità di comportamenti e di linguaggio, arroganza e prepotenza nei confronti dei collaboratori che non mostrano servilismo assoluto nei suoi confronti, preferenze, promozioni e assunzioni arbitrarie fatte a fini personali; innumerevoli sono le lamentele pervenute ai Superiori del Governatorato da parte dei dipendenti dei Musei (...). GOTTI TEDESCHI 5 - Poiché i comportamenti sopra descritti di Mons. Nicolini, oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità, sono perseguibili come reati, sia nell'ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale. 6 - Per quanto riguarda il Dott. Simeon, pur essendo per me più delicato parlarne atteso che dai media risulta essere persona particolarmente vicina a Vostra Eminenza, non posso tuttavia esimermi dal testimoniare che, da quanto personalmente sono venuto a conoscenza in qualità di Delegato per le Rappresentanze Pontificie, il Dott. Simeon risulta essere un calunniatore (nel caso a mia precisa conoscenza, di un sacerdote) e che lui stesso è OMISSIS Ndr. Tale sua OMISSIS, Ndr mi è stata confermata da Prelati di Curia e del Servizio Diplomatico. Su questa grave affermazione che faccio nei confronti del Dott. Simeon sono in grado di fornire i nomi di chi è a conoscenza di questo fatto, compresi Vescovi e sacerdoti. 7 - A tale azione di denigrazione e di calunnie nei miei confronti ha contribuito anche il Dott. Saverio Petrillo, che si è sentito ferito nel suo orgoglio per un'inchiesta condotta dalla Gendarmeria Pontificia - atto questo dovuto a seguito di un furto avvenuto l'anno scorso nelle Ville Pontificie di cui il medesimo Dott. Petrillo non aveva informato né i Superiori del Governatorato né la Gendarmeria. GIAN MARIA VIAN A provocare poi una sua ulteriore reazione contro di me, è stata la decisione presa dal Presidente Cardinale Lajolo (e non da me), di affidare la gestione delle serre delle Ville al Sig. Luciano Cecchetti, Responsabile dei Giardini Vaticani, con l'intento di creare una sinergia fra le esigenze di questi ultimi e le risorse disponibili nelle Ville Pontificie, il cui debito di gestione annuale raggiunge i 3 milioni e mezzo di euro. MONSIGNOR DOMENICO CALCAGNO 8 - Non stupirebbe poi nessuno se anche qualche altro Direttore del Governatorato avesse voluto formulare delle critiche nei miei confronti, attesa l'azione incisiva di ristrutturazione, di contenimento degli sprechi e delle spese, da me operata secondo i criteri di una buona amministrazione, le indicazioni datemi dal Cardinale Presidente e i consigli gestionali della società consulente McKinsey. Non ho tuttavia prove in tale senso (...) Ritengo quanto sopra esposto sufficiente per dissipare le menzogne di quanti hanno inteso capovolgere il giudizio di Vostra Eminenza sulla mia persona, sull'idoneità a che abbia a continuare la mia opera al Governatorato (....) Ho ritenuto mio dovere farlo, animato dallo stesso sentimento di fedeltà che nutro verso il Santo Padre.

sabato 22 dicembre 2012

LA DIMENSIONE EURASIATICA DEL NATALE

:::: Ali Reza Jalali :::: 21 dicembre, 2012 :::: Ci avviciniamo a quella che è considerata la principale festa della cristianità, ovvero il Natale di Gesù Cristo. D’altronde molti commentatori religiosi, sia in ambito cristiano, sia in altri contesti, ritengono la data del 25 dicembre una sorta di convenzione, visto che la data precisa della nascita di Gesù Cristo non è identificabile in modo preciso. In questa sede non intendo soffermarmi su queste discussioni, ma semplicemente mostrare come lo spazio eurasiatico, prima di essere un’entità geografica, prima di poter divenire uno spazio geopolitico coeso, sia una casa comune di popoli e di culture diverse, indubbiamente peculiari e non omologabili in modo semplice, ma aventi radici comuni molto forti. Ciò è dimostrato non solo, ma anche, da una serie di usanze comuni, che, pur avendo cambiato nome e forma durante lo scorrere dei secoli e dei millenni, hanno mantenuto una continuità storica innegabile. Una di queste usanze, o per meglio dire festività, è proprio il Natale. Non è una novità affermare che la festa del Natale di Gesù Cristo è stata probabilmente mutuata dalla festività romana del “Sol Invictus”; ciò ovviamente non vuol dire che, come alcuni erroneamente sostengono, Gesù Cristo non sia esistito, ma semplicemente che la sua data di nascita non è sicura, e che, verosimilmente, le autorità del clero per evitare di dover abolire una festa fortemente sentita dalla popolazione originariamente pagana, l’abbiano “trasformata” in una festa cristiana, facendo diventare il “Natale” di Cristo. Ma anche questo non è il punto del discorso. Pochi infatti sanno che l’origine della festività romana del “Sol Invictus” è da riscontrare nelle tradizioni di molti popoli del continente eurasiatico, dall’India all’Irlanda, e che soprattutto in Iran questa festa ha radici molto antiche, che non si sono esaurite nemmeno oggi. Infatti proprio in questi giorni gli iraniani festeggiano il “loro” Natale, e non ci riferiamo evidentemente al Natale festeggiato dai cristiani iraniani, ma ad una festa denominata in farsi “Yaldà”: letteralmente “Natale”. Questa festa segna il “Natale” del Sole, visto che dal solstizio del mese di dicembre nell’emisfero boreale le giornate si allungano e tendono a “crescere” giorno dopo giorno. “Yaldà”, quindi, è una festa che gli iraniani festeggiano dai tempi più remoti; ma la parola deriva non da una radice farsi, bensì siriaca. Il sapiente persiano Biruni, vissuto intorno all’anno 1000 d. C., descrisse questa tipica festa iranica come il “Grande Natale” (Yaldà-e Akbar) o il “Natale del Sole” (Yaldà-e Khorshid). Questa ricorrenza è stata poi oggetto di studi e analisi da parte di molti studiosi, che hanno notato come tra essa e altre feste simili, celebrate dai popoli europei, vi sia una chiara continuità. D’altro canto, con le sue caratteristiche originarie, si è mantenuta in modo diffuso solo in Iran, mentre nei Paesi europei e nel mondo cristiano ha “mutato” forma e nome diventando il “Natale” che noi tutti conosciamo. Nella cultura dell’antica Persia, soprattutto nell’epoca preislamica, possiamo trovare dei riferimenti a questa festa, che secondo alcuni preannunziava l’arrivo dell’anno nuovo, esattamente come oggi il Natale della cristianità occidentale cade pochi giorni prima dell’inizio del nuovo anno. La parola “anno” per gli antichi persiani, era “sareda”; nel persiano moderno invece il simile vocabolo “sard”, indica il “freddo”, confermando quindi l’ipotesi secondo cui l’inizio dell’anno coinciderebbe con il “Yaldà”, ovvero col “Natale del Sole”, momento in cui inizia anche la stagione del freddo, ovvero l’inverno. D’altronde non si può negare nemmeno il fatto che nella cultura tradizionale persiana l’anno nuovo coincide con il primo giorno della stagione primaverile, il celebre “Nowruz”, “nuovo giorno”. Quindi il termine “sareda”, che indica l’anno nella lingua avestica (lingua nella quale è scritto l’Avesta, testo sacro per gli zoroastriani) e che, come detto, vuol dire “freddo”, più che indicare l’inizio del freddo, potrebbe riferirsi invece alla fine della stagione fredda, ovvero il termine dell’inverno e l’inizio della primavera. I festeggiamenti della notte di “Yaldà” sono tra le più importanti tradizioni iraniane. Siccome questa è la notte più lunga, e la notte è caratterizzata dal buio, ed esso era per gli antichi persiani simbolo di Ahriman (Satana) e dei demoni, essi accendevano dei falò per allontanare le tenebre e la malvagità. Inoltre venivano apparecchiate delle tavole con vari tipi di frutta, fresca e secca, come un dono per Ahura Mazda (Dio). C’era pure chi aspettava il mattino per vedere l’arrivo del sole, recitando preghiere. Tutte queste usanze, sono rimaste intatte attraverso i secoli, e ancora oggi gli iraniani, custodi di una delle più antiche civiltà del mondo e dell’Eurasia, festeggiano il “Natale del Sole”, la notte di “Yaldà”. Ci sono tracce visibili ancora oggi di tali fenomeni in Irlanda, per non parlare poi della sopracitata festività nell’antica Roma. Il Natale, quindi, ha antiche origini che accomunano diverse nazioni dell’Eurasia, in diversi periodi storici. Ciò non è un fatto sottovalutabile, visto che un’alleanza tra nazioni non può essere vera e completa, se non ci sono credenze comuni e radici culturali forti. Notiamo infatti come le alleanze tra Stati siano spesso frutto di considerazioni tattiche e non della convergenza su una comune visione del mondo. Affinché si possa instaurare un ordine mondiale basato sul rispetto dei popoli sovrani, più equo di quello attuale, che si fonda sulla prevaricazione e sull’oppressione, è necessario fare un salto di qualità, e non fermarsi solo a vantaggi di breve periodo. I popoli dell’Eurasia hanno molto in comune, ma la propaganda atlantista vorrebbe farci credere che i valori condivisi tra le due sponde dell’Atlantico settentrionale sono molto più forti dei legami esistenti tra le nazione dell’Europa e dell’Asia. Un’analisi accurata della storia ci aiuta a comprendere come l’origine dei popoli europei sia da riscontrare, sia dal punto di vista sia etnico sia linguistico, in territori che si collocano a oriente rispetto all’Europa occidentale. Basterebbe qui citare il mito (che trova riscontro nella realtà storica) di Enea, ricollegabile direttamente alla fondazione della civiltà italico-romana ed europea. In fondo, non era forse Enea un asiatico, essendo originario della penisola anatolica? I presunti legami culturali tra l’Europa e l’America settentrionale sono in realtà una forzatura ideologica, costruita su presupposti quali il liberalismo e il libero mercato. Come possiamo basare una civiltà comune su un’idea economica e materialista? Le grandi civiltà del passato, e sarà lo stesso anche in futuro, sono principalmente delle civiltà spirituali, che basano la propria ragion d’essere sul primato dello spirito, non certo dell’economia. Se la divinità di un popolo non è metafisica, ma è il “capitale”, e se il modello economico è finalizzato a se stesso anziché all’emancipazione dell’uomo, allora quella che abbiamo dinanzi a noi non è nemmeno una civiltà. L’Europa e l’Asia sono state storicamente legate, non solo nel senso che tra questi continenti c’è un evidente continuum territoriale, ma perché i popoli dell’Eurasia hanno sempre avuto, da secoli e da millenni, e non solo negli ultimi due secoli, un intenso legame storico. Tutti i grandi popoli di questo “macrocontinente” hanno una loro dimensione europea ed asiatica, e ciò da millenni, non da pochi decenni. Basterebbe dire che il ceppo linguistico indoeuropeo ha le sue tracce vive in lingue come il persiano, l’italiano, il tedesco ecc. Lo stesso possiamo dire per lingue come il turco, l’azero, l’ungherese ecc. Per non dire poi delle parole arabe entrate nel vocabolario linguistico europeo ed italiano, come “zero”, dall’arabo “sifr”. Il Natale ci mostra che tutti i popoli dell’Eurasia sono parte di una comune civiltà primordiale, basata sulla preminenza della spirito sulla materia. Ciò non vuol dire azzerare le diversità, ma renderci conto che abitamo una grande casa comune che ha una storia millenaria. Nessun popolo, da solo o creando alleanze basate su un effimero tornaconto, potrebbe protrarre la propria esistenza lungo una storia che, lungi dall’essere arrivata alla propria conclusione, sta dimostrando che l’alleanza dell’Eurasia e di tutti i popoli oppressi del mondo è una realtà possibile, e non l’immaginazione di qualche sprovveduto. Cogliamo quindi l’occasione per augurare un buon Natale a tutti, sia che si tratti del Natale cristiano, sia che si tratti del “Natale del Sole” di memoria iranica ed indoeuropea. Condividi!