mercoledì 21 novembre 2012
La fine completa della prestigiosa Olivetti
Olivetti addio, chiude anche l’ultima fabbrica
Paolo Stefanini
-Adriano l'imprenditore che non aveva un buon rapporto con la politica del tempo e nemmeno con il sindacato, ala sua morte finisce anche una certa Italia prestigiosa e d'avanguardia tecnologica!-
La Olivetti I-Jet di Arnad, in liquidazione, ha ormai davanti poco più di un mese di vita. Dava lavoro a 162 persone e non tutte saranno ricollocate. A rischio sono i livelli alti e i ricercatori, perché serve manovalanza da call center. Intanto, a Ivrea, si gira la fiction su Adriano, e c’è ressa per fare le comparse.
21 novembre 2012 - 16:49
ARNAD (AOSTA) – Arnad è famosa per il lardo. L’unico lardo dop d’Italia. Ma, se lavorate in ufficio, forse avrete avuto maggior confidenza con l’altro prodotto tipico di questo Comune valdostano di 1.300 abitanti: un fax o una stampante Olivetti I-Jet.
La Olivetti I-Jet Spa, però, è in liquidazione. Così, con la fine di questo 2012, chiuderà i battenti l’ultimo stabilimento produttivo della grande azienda fondata nell’ottobre 1908 a Ivrea dall’ingegner Camillo Olivetti, poi resa dal figlio Adriano, nella seconda metà del Novecento, una protagonista assoluta dello sviluppo informatico mondiale.
Tra caldarroste e vin brulé un gruppo di lavoratori si è riunito nel parcheggio di fronte allo stabilimento. Hanno anche piazzato, in vista sulla statale 26, un lenzuolo di protesta con su scritto: «Telecom liquida la tecnologia. No alla chiusura di Olivetti I-Jet».
Visualizza I luoghi dell’articolo su Olivetti I-Jet in una mappa di dimensioni maggiori
«È una fine immeritata», dice Rinaldo Ferrarotti, uno dei lavoratori. «Per parecchi anni Olivetti è sopravvissuta grazie a noi della I-Jet, quando già tutto il resto era andato in malora. Producevamo 10 milioni di accessori all’anno, impiegando 300 persone». E poi? «Poi il nostro segmento di mercato è diventato sempre più aggressivo. A un certo punto si è deciso di chiudere il settore delle multifunzionali (gli apparecchi che fanno assieme da fax, stampante e scanner), perché lì la concorrenza era estrema. Bisognava vendere sottocosto e guadagnare negli anni con gli accessori di ricambio. Con questa scelta di politica industriale siamo scesi a 5 milioni di pezzi. Infine, quest’anno, si è deciso di uscire anche dal mercato del fax, dicendo che tanto il fax sta morendo. Sì, può darsi. Di certo, però, non c’è stato accanimento terapeutico. La spina l’hanno staccata subito. Crollo a un milione di pezzi, e fine della storia».
Il comunicato aziendale con il de profundis porta la data del 1° giugno scorso. Eccolo:
Olivetti, preso atto dell’inarrestabile e sempre più accentuato calo del mercato dei fax e della contestuale difficoltà di raggiungere, in tempi economicamente compatibili, risultati apprezzabili nei settori di mercato adiacenti dove la tecnologia i-jet avrebbe potuto essere utilizzata, ha deciso di cessare le attività industriali e commerciali nel settore e ha avviato l’iter per la liquidazione della sua controllata Olivetti i-Jet. La decisione si inquadra all’interno del piano di riposizionamento di Olivetti sul mercato dell’Information Communication Technology, avviato negli ultimi anni, che ha visto la Società proporsi in misura sempre più rilevante come solution provider nei settori tecnologicamente più avanzati di tale mercato. L’evoluzione della nuova offerta richiede peraltro una forte focalizzazione e la necessità di concentrare su di essa tutte le risorse disponibili. Olivetti, a conferma del suo impegno nei confronti delle persone coinvolte, si attiverà con l’obiettivo di individuare opportunità di ricollocazione all’interno del Gruppo, attivare azioni rivolte all’orientamento e alla realizzazione di percorsi formativi e di agevolare il reperimento di nuove occasioni di lavoro anche attraverso politiche attive di outplacement. A tal proposito è già stato avviato il confronto con le organizzazioni sindacali per individuare un piano di gestione condiviso.
«Ma quale gestione condivisa?», protesta Ferrarotti, mentre il traffico della statale rallenta nell’imboccare la rotonda dove sta scritto “Arnad – Città del lardo”. «I sindacati hanno fatto troppo poco. E noi non abbiamo notizie. L’azienda non ci dice niente, rinvia le comunicazioni su possibili acquirenti. Prima la data chiave doveva essere il 30 settembre, poi il 15 novembre… È il momento di sollecitarla in modo più energico. Cosa fanno i sindacalisti? Se si vuole bloccare la produzione dobbiamo farlo subito, altrimenti sarà troppo tardi! Sono sei mesi che ci hanno chiesto il doppio turno e produciamo a più non posso. Vogliono riempirsi il magazzino, prima di chiudere. A loro servono solo i ricambi, averne ancora a disposizione per alcuni anni, fintanto che Olivetti Spa esisterà ancora. Per il resto, comprano un po’ di hardware nel Far East; tablet come l’Olipad, chiavette e computer per Telecom».
Lo stabilimento della Olivetti I-Jet dall’area di sosta “Arnad” sull’autostrada A5
Al 31 dicembre 2011 la perdita di esercizio di Olivetti I-Jet Spa era di 6.541.527 euro (con un risultato ante gestione straordinaria di -8.823.755 euro). Con i ricavi in picchiata (-44,2%), stava erodendo il patrimonio netto (-54,6%), sceso a 5.438.977 euro. Olivetti Spa, che la controlla al 100%, ha così deciso di metterla in liquidazione il 13 giugno scorso. Ora, la fabbrica che si affaccia sull’autostrada A5 langue. Ha sussulti di superlavoro. Ma è già morta. Qualcuno è già a casa, in cassa integrazione, qualcuno in fabbrica a continuare a riempire il magazzino. Ad Arnad lavoravano 204 persone. Quarantadue, però, che fanno testine a impatto per stampanti bancarie (una produzione risicata che resterà in piedi), sono dipendenti della Olivetti Spa, e quindi non risentono di questa crisi aziendale. A essere coinvolti sono in 162 (di cui, due dirigenti). Di questi, 100 persone saranno riassorbite da Telecom (30 entro il giugno 2013, 70 entro il giugno 2014), 20 dalla Olivetti Spa di Ivrea (anche se bisognerà vedere come, perché pure lì c’è un pesante contratto di solidarietà e non si possono certo fare assunzioni). Per gli altri 42, invece, il futuro è ancora più incerto, e il loro destino è nelle mani di una società di outplacement.
«Un anno fa Telecom ha chiuso i rubinetti», spiega Enrico Monti, segretario della Fiom di Aosta. «Dal 2005 a oggi ha versato in Olivetti I-Jet circa 100 milioni di euro. Negli ultimi anni sempre almeno 10 milioni all’anno per sostenere la ricerca. Su 162 lavoratori, meno di 50 sono operai. Il grosso sono ricercatori, prototipatori. I quadri ora sono i più inferociti, perché è per loro che il futuro è più nebuloso».
«Eh sì», conferma Edy Paganin, responsabile industria del Savt, Syndicat Autonome Valdôtain des Travailleurs, il potente sindacato nato all’ombra dell’Union Valdôtaine negli anni Cinquanta, «la situazione è preoccupante per i quadri: i sesti, i settimi livelli, ad alto stipendio; quelli che fanno ricerca e sviluppo. Più sono specializzati più è difficile reinserirli, perché costano e l’azienda ha bisogno di figure meno specializzate e più a basso costo, per il caring. Sì, insomma, per call center e simili».
Anche Paganin, nella monotonia di questa crisi che si mangia tutto, dipinge la fine della Olivetti I-Jet Spa come ineluttabile e dice che, di questi tempi, 120 ricollocazioni a tempo indeterminato sono un grande successo: «Questo era l’ultimo polo produttivo di una Olivetti morta e sepolta vent’anni fa. Quando nel 2009 ci sono stati i festeggiamenti del centenario del gruppo, tutti pensavano che cessasse definitivamente già allora. Poi, per volontà degli eredi e del cda, c’è stato un nuovo rilancio con capitali messi a disposizione da Telecom, che come sappiamo controlla al 100% Olivetti. Ma qua, ad Arnad, con i soldi con cui Telecom foraggiava ricerca e sviluppo si coprivano appena le spese di gestione. La soluzione poteva essere un nuovo partner commerciale-industriale, ma le trattative non sono andate a buon fine. Si sono ventilati diversi accordi, nel tempo. Si parlò a lungo di Kodak, già nel 2008, come possibile salvatrice; poi abbiamo visto che fine ha fatto: ha chiuso… Fin dall’inizio del 2012 ci aspettavamo la brutta notizia in autunno, invece l’azienda ha anticipato i tempi e a giugno ha annunciato la messa in liquidazione. Visto che la riforma del lavoro e le mosse della Fornero stavano per travolgere tutto, ci siamo affrettati a firmare l’accordo in tempi record».
In effetti i sindacati confederali (qui la confederazione comprende anche il Savt) hanno fatto le cose di corsa per ottenere il massimo possibile prima delle riforme volute dal governo Monti. Una fretta considerata da alcuni cattiva consigliera, e che ha provocato frizioni nella Fiom. Il segretario aostano Enrico Monti ha firmato subito. Il responsabile della Fiom canavesana, Fabrizio Bellino, che essendo titolare di Ivrea, sede storica del gruppo, ha la delega nazionale su Olivetti, non ha gradito per niente. E lo conferma ancora oggi: «Ritenevamo e riteniamo che fossero necessarie condizioni più chiare, prima di chiudere la trattativa. Non solo per le 42 persone rimaste al momento a spasso, ma anche per tutte le altre 120 di cui si diceva troppo genericamente che sarebbero state riassorbite, restando sul nebuloso. Avremmo voluto attendere un po’ di più, perché le proposte dell’azienda non erano chiare e le certezze erano davvero poche. Questo non è successo e, in meno di quindici giorni, la trattativa è stata chiusa. Abbiamo messo in evidenza le nostre perplessità con i valdostani, pur nel rispetto dell’autonomia della Fiom locale. Sempre con loro e con gli aquilani (c’è una sede giù a Carsòli), per la questione Advalso (altra controllata di Olivetti passata, con cessione di ramo d’azienda, a Telecontact center) avevamo espresso dubbi simili e, a differenza loro, non avevamo firmato. Insomma, secondo noi, la cosa doveva essere gestita come discussione complessiva, di gruppo. Invece l’azienda l’ha portata sul livello locale, del singolo stabilimento (ad Arnad grazie anche alle prerogative della regione autonoma); il sindacato ha seguito l’azienda, e così ci siamo visti sfogliare in mano la margherita, con Olivetti che, in sei mesi, ha scaricato più di cinquecento persone».
«Adesso so di lavoratori in presidio che si autorganizzano», conclude. «Qualcuno si è accorto, forse troppo tardi, che le cose non erano proprio come gliele avevano raccontate, che le informazioni sono state parziali, le assemblee poche e venute solo alla fine del percorso e non all’inizio».
Il panorama industriale della Valle d’Aosta si svuota. Qua un tempo non c’erano solo monti e baite. Grazie alla presenza di acqua in quantità (la regione produce molta più energia idroelettrica di quanta ne consumi) e di minerali nel sottosuolo alpino, l’industrializzazione fu precoce. Poi, negli anni Ottanta, la prima moria: quella delle grandi aziende da migliaia o centinaia di addetti: l’Ilssa Viola di Pont-Saint-Martin, La Soie Montefibre di Châtillon, la Brambilla Filatura e la Guinzio-Rossi di Verrès… E il calo continuo di addetti anche nel gigante di Aosta, la Cogne Acciai Speciali.
La Regione autonoma intervenne, comprando le aree, i capannoni industriali, e offrendoli gratis o a bassissimo costo a chi volesse portare lavoro in Valle. Fu l’inizio di quello che gli esperti (si veda ad esempio il bel libro di Elio Riccarand Storia della Valle d’Aosta contemporanea 1981-2009) definiscono il «benessere senza sviluppo». Un sistema tenuto in piedi da finanziamenti a pioggia, «un intreccio al ribasso fra economia locale e presenza della Regione che ha contribuito a una sostanziale deresponsabilizzazione degli operatori economici». Le cause? Regole molto discutibili, per quanto implicite, che hanno assecondato le domande di agevolazione senza meccanismi di selezione, senza esplicitazione di obiettivi qualificanti, senza ammodernamento strutturale e organizzativo delle aziende.
E ora, con i tagli e le spending review, anche quel castello assistenzialista crolla. Ha fatto una brutta fine, dopo lunga agonia, la Tecdis Spa (all’inizio della sua storia joint venture tra Olivetti e Seiko per la produzione di schermi piatti a cristalli liquidi, a cui la Regione costruì la fabbrica, gliela concesse in locazione gratuita per 5 anni e, attraverso FinAosta Spa, erogò pure un mutuo agevolato per coprire fino all’80% dei costi dei macchinari). Ha chiuso il suo stabilimento di Pont-Saint-Martin la Xerox Spa (facevano stampaggio e imbustamento per le Poste; secondo i sindacati hanno poi subappaltato in Calabria). E l’elenco potrebbe continuare. Altri numeri significativi: tra gli occupati, la quota percentuale del terziario è salita dal 64,8% del 1991 al 71,1% del 2008. Ma, anche in questo caso, scarso è l’impulso del mercato. A far girar questa economia postindustriale è quasi solo la pubblica amministrazione. Burocrazia e scartoffie, altro che ricerca e sviluppo. Se i dipendenti pubblici erano 12.119 nel 1991, 15 anni dopo erano già 17.200. Ma anche qui il sistema non regge più, come dimostrano gli esuberi e le proteste degli operai forestali valdostani.
«Dai finanziamenti a pioggia siamo passati ai tagli a pioggia che aggraveranno ulteriormente l’emergenza lavoro in Valle d’Aosta», si lamenta il Pd regionale. «In particolare la mortificazione dei finanziamenti per la ricerca è un brutto segnale per le già esigue possibilità di sviluppo del nostro sistema. E una doccia fredda definitiva per la Olivetti I-Jet di Arnad». L’Union Valdôtaine, partito egemone dal dopoguerra, soffre (ha anche – fatto storico – perduto un referendum sul pirogassificatore) e scarica la sua rabbia sui tagli imposti dal governo Monti. Ormai, per l’apprezzamento ricevuto in Europa, lo paragona (in editoriali di fuoco come quello apparso sul suo organo ufficiale, Le Peuple Valdôtain, nel settembre scorso) ai successi del fascismo, tanto amato da chi, «all’estero, è convinto che gli italiani siano incapaci di governarsi con un normale regime democratico». Ecco l’editoriale:
Les lecteurs qui, sur la vague de consensus qui entoure l’actuel Président du Conseil des Ministres, s’enthousiasment des articles paraissant chaque jour dans la presse, et témoignant de la popularité dont l’actuel gouvernement italien jouirait à l’étranger, devraient lire ce que Federico Chabod écrivait: “[…] Il est bon de remarquer aussi que de l’étranger s’élèvent des voix, parfois très importantes et très autorisées, à la louange du fascisme. Il y aurait matière pour un gros volume si l’on rassemblait toutes les déclarations faites en faveur du fascisme, surtout peut-être dans le monde anglo-saxon; l’ordre règne maintenant en Italie, les trains marchent, il n’y a plus de grèves ennuyeuses”. […] Il est permis de soupçonner que les chancelleries étrangères, plutôt qu’à la capacité de M. Monti & C.ie de gouverner les Italiens, croient aujourd’hui comme alors à l’incapacité des Italiens de se gouverner par un régime démocratique normal». (clicca qui per il giornale completo).
Arnad, la scritta in patois «Na a l’Italie» non ha bisogno di traduzione
Quando hanno chiesto, a margine di un convegno, a Laura Olivetti, figlia di Adriano, cosa ne pensasse della messa in liquidazione dell’azienda di Arnad, ultimo pezzo produttivo rimasto della storica azienda, lei si è fatta scura in volto e ha risposto: «Sono molto dispiaciuta, soprattutto perché si perdono nuovi posti di lavoro. Non capisco le decisioni prese, anche se la famiglia Olivetti è fuori ormai da anni».
Proprio in questi giorni, a Ivrea, sono iniziate le riprese di una fiction su Adriano Olivetti che sarà trasmessa dalla Rai nel 2013 (la regia è di Michele Soavi, il film-tv sarà prodotto dalla Casanova Multimedia di Luca Barbareschi). Dopo il commissario Montalbano e Paolo Borsellino, a impersonare l’Ingegnere sarà Luca Zingaretti. Quando, pochi giorni fa, nella Sala Santa Marta, si è tenuto il casting per reclutare le comparse, è successo un finimondo. Una fila incredibile, del tutto superiore a ogni aspettativa. Uomini, donne, bambini; centinaia di persone si sono messe in coda sia la mattina che il pomeriggio, facendo entrare in crisi i responsabili della selezione, che a un certo punto hanno dovuto bloccare l’afflusso, invitando chi ancora non era stato schedato a inviare la richiesta via email. Appena due anni fa, per l’ultima grande produzione filmica in città (Tutta colpa della musica, con Ricky Tognazzi ed Elena Sofia Ricci) il casting era andato deserto.
Il pienone di oggi è segno, ovviamente, del grande affetto degli eporediesi per il paterno industriale e la sua eredità storica, ma anche, senza caricare troppo le tinte, campanello d’allarme della terribile crisi di una zona dove si è verificata una desertificazione imprenditoriale, e dove anche il gettone per la comparsata diventa un’occasione per fare due soldi. Forse l’ultima, postuma, offerta da Olivetti alla sua gente.
Quel che resta del Sacro. Il cristianesimo, l'etica e l'Occidente di Vito Mancuso, la Repubblica, 15/11/2012
Secondo il saggio di Galimberti sarebbe "una religione dal cielo vuoto".
Così Mancuso discute questa tesi, tra punti di vista comuni e idee divergenti.
A chi prega ogni giorno «Padre nostro che sei nei cieli» non fa probabilmente piacere veder qualificata la propria fede come «la religione dal cielo vuoto», secondo quanto recita il sottotitolo dell'ultimo libro di Umberto Galimberti appena uscito da Feltrinelli. Consapevole dell'affondo, l'autore avverte di non aver voluto essere «provocatorio e nemmeno offensivo », ma non per questo rinuncia a ribadire: «E tuttavia il cielo del cristianesimo è vuoto».
Il libro di Galimberti è ampio, sinuoso, profondo, apre e chiude scenari con magistrale disinvoltura. Il credente che lo legge può affogare, ma può anche imparare a nuotare tra pericolose correnti. Tra le questioni sollevate vi è quella del senso, se cioè questa categoria non sia solo un traballante rifugio della mente, vi è la connessione tra l'Occidente e la sua religione («l'Occidente di cristiano non ha solo le radici, ma il tronco, i rami, le foglie, i frutti, tutto è cristiano in Occidente»), vi è l'immancabile trattazione della tecnica e della psiche, la figura della fede filosofica e molte altre cose. Ma la questione decisiva è il cielo vuoto del cristianesimo. Ovvero il cielo vuoto dell'Occidente.
Per Galimberti ciò dipende dal fatto che il cristianesimo ha eliminato dal concetto di Dio la pienezza della vita. La vita infatti è bene + male, giustizia + ingiustizia, mentre il Dio cristiano è solo bene e solo giustizia, quindi strutturalmente incapace di rispecchiare la straboccante totalità della vita. Liberando Dio dalla responsabilità del male, il cristianesimo l'ha impoverito rendendolo incapace di abbracciare il tutto, così che, a differenza degli Dei greci e dell'Islam, il cristianesimo è rimasto privo della dimensione del sacro. Il sacro infatti non conosce distinzione tra bene e male, ma veicola una dimensione di fascino e insieme di terrore, in un'originaria ambiguità che rispecchia alla perfezione l'ambiguità della vita (il latino sacer significa al contempo "sacro" ed "esecrato"). Privo di sacralità, ridotto a etica, il cristianesimo non è più in grado di riempire il cielo della storia, che quindi per l'Occidente, risulta vuoto.
Tale analisi di Galimberti riprende e riattualizza la critica teologica di Nietzsche al cristianesimo. A differenza infatti dell¿ateismo antropocentrico di Marx o di Freud, l'anticristianesimo di Nietzsche si nutre di vigorosa teologia greca e accusa il cristianesimo di aver prodotto «la castrazione contronatura di Dio in un Dio soltanto del bene». Per Nietzsche però «si ha bisogno tanto del Dio cattivo quanto di quello buono», perché «che importerebbe un Dio che non conoscesse né ira, né vendetta, né invidia, né scherno, né astuzia, né azioni violente... un Dio simile non lo si comprenderebbe, a quale scopo dovremmo averlo?». Le analisi di Galimberti sul sacro sono variazioni di questo motivo fondamentale elaborato da Nietzsche per ristabilire il primato naturale della forza contro il primato innaturale dell'etica, un'operazione per la quale il filosofo tedesco riteneva di dover combattere fino alla morte il cristianesimo.
Ma Galimberti, lui, come giudica l'operazione cristiana che toglie il sacro originario dall'ambiguità etica per porre il primato del bene e della luce? Al lettore non è dato sapere, perché lìambiguità avvolge anche Galimberti, che da un lato connota negativamente la desacralizzazione cristiana: «Smarrite le tracce del sacro, attenuata con l'incarnazione la trascendenza di Dio, il cristianesimo si è ridotto ad agenzia etica »; dall'altro lato giudica il messaggio cristiano più positivamente attribuendo la responsabilità della crisi non all'idea di Dio come bene ma alla teologia basata sulla metafisica greca: «Il cristianesimo ha costruito la sua teologia non sul messaggio di Cristo, ma sulla logica e la metafisica platonico-aristotelica, che nel suo crollo ha trascinato con sé anche il Dio cristiano».
Io penso che la tesi di Galimberti secondo cui «il cristianesimo ha desacralizzato il sacro, sopprimendo la sua ambivalenza e assegnando tutto il bene a Dio e tutto il male al suo avversario » sia fondata: nel cristianesimo l'ambiguità originaria del sacro viene meno, l'immagine di Dio portata da Gesù rende impossibile un Dio dell'ira e della vendetta. L'incarnazione quale centro del cristianesimo infatti va speculativamente compresa nel senso che il valore assoluto spettante alla divinità si estende all'umanità: il sacro cioè non è più il tempio o la legge, ma si trova nei volti concreti degli esseri umani, e per questo il Nuovo Testamento giunge a dire che non si può amare Dio che non si vede se non si ama il prossimo che si vede. Nietzsche quindi ha ragione nell'attribuire a Gesù l'identificazione di Dio soltanto col bene, solo che non si tratta di una "castrazione contronatura", ma di un'acquisizione teologica decisiva, su cui si fonda l'etica dell'Occidente, soprattutto dopo la sconfitta del mostro nazifascista inebriato dalla sacralità della forza e della volontà di potenza proclamata da Nietzsche. Né si tratta, come vuole Galimberti, del "germe dell'ateismo", ma piuttosto dell'inaugurazione di un nuovo modo di pensare Dio, non più all'insegna del teismo, ma di un altro modello concettuale vicino alla mistica dell'unità, il panenteismo.
Naturalmente si è trattato di un processo lungo, incoerente (tutti sanno che il cristianesimo ha ampiamente conosciuto la violenza) e ancora in corso. Ma a seguito del Vaticano II, che ha accettato la libertà religiosa e quindi il primato della coscienza, l'acquisizione che l'unica cosa sacra è la vita libera degli esseri umani è ormai irreversibile. Oggi quindi esistono le premesse perché si compia la rivoluzione teologica di Gesù (dal teismo al panenteismo) e appaia chiaro che la più alta dimensione del sacro è l'uomo vivente immagine di Dio. Il cristianesimo è giovane, ha appena duemila anni, e forse solo adesso, sempre più libero dagli interessi del potere grazie alla secolarizzazione, sta iniziando a confrontarsi seriamente con le diversità del mondo. Forse l'avrebbe avvertito anche Galimberti se, invece di prestare tanta attenzione alle analisi di Baget Bozzo colme di invidia verso la forza politica dell'Islam e tese a suscitare ostilità verso questa grande religione mondiale, si fosse occupato anche delle dinamiche mondiali del cristianesimo, mentre non nomina autori come Bonhoeffer, Florenskij, Teilhard de Chardin, Schweitzer, Rahner, Tillich, Panikkar, Küng e movimenti come la teologia della liberazione, né dice una parola su profeti come Romero, Camara, Bello, Martini. Un po' strano per un libro che si intitola Cristianesimo.
In realtà assistiamo oggi nel mondo a una profonda trasformazione del concetto di sacro, che non intende avere più nulla a che fare con la concezione primitiva e maschilista del culto della forza e dell'arbitrio, compreso il Dio del teismo e dell'onnipotenza di alcune pagine bibliche. Oggi a risultare sacra per la coscienza è la lealtà della relazione, l'armonia che va costantemente ricercata e costruita, il volto umano di ogni razza o colore, con la profonda trasformazione del concetto di religione che questo porta con sé. Peccato però che gli uomini di Chiesa in grado di cogliere questa dinamica siano rari, mentre i più, e in questo Galimberti ha ragione, si occupano di argomenti «che ogni società civile può affrontare e risolvere da sé» e lasciano i singoli a «vedersela da soli con l'abisso della propria follia».
Galimberti conclude il suo libro chiedendosi: «È ancora in grado l'Occidente, e il cristianesimo che è la sua anima, di varcare le porte del nulla?». Quanto all'Occidente io non lo so, ma so che il cielo interiore dell'anima umana non sarà mai vuoto fino a quando vi sarà chi, all'ideologia della forza, preferisce il nobile ideale del bene e della giustizia. E so che il cristianesimo può ancora alimentare molte energie in questa direzione.
Scheda del libro: Cristianesimo. La religione del cielo vuoto, di Umberto Galimberti
martedì 20 novembre 2012
Ancora sul colonnello Guglielmo Sinigaglia Testimone della Strage di Ustica
PAZIENTE ONCOLOGICO TERMINALE: GUGLIELMO SINIGAGLIA IL TESTIMONE SCOMODO DI USTICA STA PER MORIRE
Pubblicata da Guglielmo Ludovico Sinigaglia il giorno Giovedì 15 novembre 2012 alle ore 10.42
Cari amici, di Face con molta fatica scrivo questa che presumo sia la mia ultima nota.
Da circa un mese in base agli ultimi esami ed analisi sono stato classificato “Paziente oncologico terminale”. Pertanto con il mio consenso sono stati sospesi tutte le terapie che sarebbero comunque stati degli accanimenti terapeutici. Pertanto come terapia farmacologica mi sono restate solo quelle antidolorifiche: ” Morfina e Codeina”, uniti a pochi altri farmaci.
Sono a casa visto che deputo inutile occupare un posto in ospedale che potrebbe essere più utile a degli esseri che coltivano ancora qualche speranza di sopravvivenza. Constatando che la sanità nazionale non si fa scrupoli di nessuno, pertanto effettua tagli di tutti e su tutti senza nemmeno rispettare il dolore, spingendo i medici ad andare persino contro al loro giuramento di “IPPOCRATE”.
Ovviamente essere stato il testimone di “USTICA” ed aver contratto i cancri per l’uranio impoverito farà la gioia di molti politici in particolare dei più vetusti, visto che sono talmente sozzi che nemmeno “L’inferno li vuole” perchè codesti sarebbero in grado di scalzare Lucifero dal suo trono. Ciò vale anche per tanti Generali che oltre alle imputazioni di strage e via dicendo erano anche accusati di “ALTO TRADIMENTO”. Tutti questi miserrimi trarranno un sospiro di sollievo dalla mia dipartita. Ma sono altresì certo che anche loro dovranno confrontarsi con la Dea Morte ed essa non fa sconti a nessuno. La Giustizia terrena con le sue infinite leggi è anche l’unica che riesce a perpetrare infamanti ingiustizie che ontano oltre ogni oltre popoli inermi ed inani schiacciandoli sotto dei pesi davvero insopportabili.
Pesi insopportabili delle persone “ONESTE” che mantengono integre i valori che questi manipoli schiacciano con insulsa leggerezza senza dar peso che la giustizia deve essere eguale per ogni vivente.
Io sto vivendo la miserrimia della vita, specie in questo mio ultimo tratto dove gli stenti dell’esistere sono una aberrante abituale condizione di vita. Dove anche l’onestà e la dignità sono degli optionals davvero costosi.
Nonostante ciò che ho scritto, io vi invito caldamente a non accettare svilimenti del proprio esistere ed a non esitare di pagare qualunque prezzo vi sia da pagare in nome della propria onestà.
La vita non finisce con la morte terrena. Anzi dobbiamo confidare nella nostra rinascita in un universo migliore. Non chiudete la speranza che è in voi, ma aprite i vostri cuori affinché questo tratto terreno sia fertile per ciò che potremmo trovare dopo. Non fate che l’indifferenza uccida la speranza dei nostri simili. Con la certezza che i miei stenti, i miei dolori si tramuti in serenità per tutti i miei simili viventi.
Vi ringrazio per avermi accompagnato in questi anni dove io non mi sono mai arreso e grazie anche a voi ho potuto lottare contro l’ingiustizia e la disonestà dei potenti.
Un abbraccio particolare a Francesco Di Lorenzo e Fabrizio Di Lorenzo con l’augurio che la serenità di cui hanno pienamente diritto li abbracci.
A Milica Cupic dia la forza per non desistere mai nel chiedere giustizia per sua figlia.
Un forte abbraccio a Bianca Maria Fedi per la fratellanza esternatami in modo tangibile.
A Max Gaetano che si è arrampicato anche sugli specchi aiutandomi a cercare terapie idonee a sconfiggere le mie patologie cancerogene.
A Francesco Quartanaro che ha rispecchiato quel figlio che ho tanto desiderato e mai avuto.
A Giacomo Baldi cone le sue lacrime di giovane sapienza.
A Angela Peschechera che come una sorella mi è stata vicina anche nei momenti che lei stessa aveva la morte nel cuore.
Ad Elia Bruna di Taranto impagabile in tutto il suo esistere.
A tutte le persone che mi sono state vicine nei momenti bui che mi hanno avvolto.
Un ringraziamento alle persone che scientemente mi hanno fatto del male un nome su tutti Cesare Ferrara peseudo editore di Perth in Australia che sopravvive architettando piccole ed inutili truffe sulle spalle delle persone oneste che lui aveva carpito la buona fede, lacerandogli poi l’anima.
In ultimo ma non perchè siano ultimi l’auspicio a non demordere a Francesco Carbone, al decorato Giuseppe Picone e a tutti quelli che lottano l’ingiustizia rivendicando la giustizia vera.
Guglielmo Sinigaglia
P.S. Perdonate i miei errori ortografici, ma la vista anche lei ormai mi sostiene molto poco.
Fonte: srs di Guglielmo Sinigaglia, da Facebook di Guglielmo Sinigaglia il giorno Giovedì 15 novembre 2012 alle ore 10.42 ·
Link: http://www.facebook.com/notes/guglielmo-ludovico-sinigaglia/paziente-oncologico-terminale-il-testimone-scomodo-di-ustica-adesso-è-davvero-in/457540314286994
Link: http://www.facebook.com/ustica
lunedì 19 novembre 2012
La violenza è legittima contro chi è violento
La violenza è legittima contro chi è violento
di Massimo Fini - 19/11/2012
L'eterna questione della violenza. La violenza è sempre illegittima ? Evidentemente no. È lecita quella che si oppone a un’altra violenza. Nel diritto penale di uno Stato si chiama “legittima difesa”. Nel mondo politico si considera legittima la violenza popolare quando si esercita contro un regime repressivo, dispotico, dittatoriale. Nessuno dubita che la violenza delle “primavere arabe” sia stata legittima.
Il primo a porsi la domanda è stato Seneca: è lecito uccidere il tiranno? (il filosofo pensava a Nerone, anche se sbagliava bersaglio perché Nerone è stato il più tollerante degli imperatori romani).
Comunque la risposta che si diede Seneca e, dopo di lui, si è incaricata di dare la Storia è: sì, è lecito uccidere il tiranno. È legittima, anzi necessaria, la violenza in guerra dove vale ciò che è vietatissimo in tempo di pace: uccidere. Anche se col processo di Norimberga si è affermato un principio assai ambiguo: legittima è la violenza dei vincitori, non quella dei vinti per la quale è stato creato un reato di nuovo conio: “Il crimine di guerra”. Il generale Kesselring si prese dieci anni di reclusione perché a Cassino aveva osato resistere, per otto mesi, agli Alleati. Uno dei crimini addebitati al generale serbo-bosniaco Mladic - autore di ben altri efferati delitti - è di aver assediato Sarajevo. (Ma da quando in qua, in guerra, non è lecito assediare una città nemica? Annibale assediò Sagunto per otto mesi e quando, dopo 17 anni, i Romani lo andarono a prendere nella villa dove si era rifugiato non intendevano processarlo per “crimini di guerra”, ma eliminare un nemico che ritenevano ancora pericoloso. Comunque il grande generale li anticipò bevendo il veleno che teneva da sempre racchiuso nel suo anello).
Tutte le principali rivoluzioni democratiche sono nate su bagni di sangue. Borghesi contro nobili e contadini alleati, con una certa ragione da parte di questi ultimi perché la micragnosità economica dei nuovi proprietari borghesi si rivelerà molto più pesante della svagata e arruffona amministrazione nobiliare. Durante la Rivoluzione francese furono compiute atrocità spaventose (altro che gli “stupri etnici”, si stupravano anche le morte come l'infelice marchesa di Lamballe secondo il racconto di Restif de la Bretonne). Ma nessuno dubita che quelle violenze furono legittime.
Il problema della violenza si pone oggi per le democrazie che, come ogni Stato moderno, della violenza hanno il monopolio. È lecita una violenza popolare contro un regime democratico? In linea teorica no.
In democrazia, ogni cinque anni, tu vai a votare chi pensi rappresenti meglio le tue idee e i tuoi interessi. Se non ti soddisfa, alla successiva tornata voterai qualcun altro. Che bisogno c'è della violenza? Il fatto è che quasi tutte le democrazie rappresentative non sono democrazie, ma sistemi di minoranze organizzate, di oligarchie, di caste, politiche ed economiche, strettamente intrecciate fra di loro che, nella più piena legalità formale, possono sottoporre a ogni abuso, sopruso, violenza il cittadino che a esse non si è infeudato. Non sono democrazie ma la loro, non innocente, parodia. Se, come ha auspicato Grillo, i giovani poliziotti si unissero ai loro coetanei in maglietta, contro “i responsabili che stanno a guardare sorseggiando il tè” sarebbe rivoluzione. Legittima se vittoriosa, criminale se perdente. Questo è ciò che ci insegna la Storia.
domenica 18 novembre 2012
la visita dell'emiro per spiare i leder di Hamas
Spionaggio: il Qatar ha tradito Hamas!
Ci domandiamo tutti del perché della visita dell’emiro del Qatar a Gaza?! Ecco la risposta!
Secondo fonti ben informate, durante la recente visita dell’emiro del Qatar a Gaza, le residenze di alcuni leader di Hamas sono state identificate! Informazioni affidabili da fonti locali, affermano che la visita dell’emiro e della moglie a Gaza, ha permesso agli agenti di individuare le case e gli uffici di alcuni leader di Hamas. In realtà, l’emiro e i capi della delegazione che lo accompagnava hanno offerto ai leader di Hamas penne e orologi con mini-GPS adattati ai satelliti spia israeliani. L’assassinio di Ahmad Jabari, comandante di al-Qassam, in un raid aereo sionista, lo dimostra. Un altro comandante di queste brigate è stato ucciso nella notte tra venerdì e sabato, con i suoi tre fratelli, in un attacco che ha direttamente colpito la loro casa causandone la morte. Queste analisi indicano la volontà dell’emiro del Qatar di trasferire gli abitanti di Gaza in Giordania, una volta caduta la dinastia hashemita.
Ultima notizia: il Quartier Generale di Hamas bombardato. Grazie Qatar!
venerdì 16 novembre 2012
GUGLIELMO SINIGAGLIA E IL SEGRETO DI USTICA
GUGLIELMO SINIGAGLIA, DA TENENENTE COLONNELLO A BARBONE. IL SEGRETO DI USTICA
Una delle tante storie che fanno da corona a quello che è uno dei più grossi e tutt'ora irrisolti misteri d'Italia democratica e senza nessuna sovranità. Terra di conquista dove forze straniere si permettono di scorrazzare con i loro caccia e le loro armi sofisticate arrivando ad abbattere anche un aereo civile e restare tutti impuniti con la spudorata complicità dei nostri governanti!
https://www.facebook.com/sinigaglia.guglielmo?fref=ts
si presenta cosi
Ex Ufficiale del Tuscania,ex Servizi Segreti, TESTIMONE DI USTICA costretto a fare il barbone per sopravvivere in san Babila a Milano - cercate la mia storia digitando su google: ” Guglielmo Sinigaglia”
ex Ten.Colonnello del Tuscania, ex Agente del SISMI,” servizi segreti militari”, TESTIMONE DI USTICA costretto a fare il barbone in San Babila (Milano), i ragazzi del “david icke meetup” mi aiutano per il collegamento internet.
CERCATE LA MIA STORIA DIGITANDO SU GOOGLE :”Guglielmo Sinigaglia”
GUARDATE ANCHE IL GRUPPO ” MOVIMENTO NEO BARBONICO” aderite se potete. Questo gruppo intende passare dal DIRE al FARE, grazie
Data di nascita: 11 gennaio 1953
Uomo
Guglielmo Sinigaglia interviene al Convegno DAVID ICKE Meetup – 11/09/2010
http://www.youtube.com/watch?v=EGO0pTUbof4&feature=player_embedded
Era Colonnello, ha scelto di vivere come un barbone per scampare alla morte, quando vedeva gli altri testimoni morire nei classici tragici incidenti… ha dovuto abbandonare la sua vita… leggete questa storia allucinante tutta italiana, o meglio italo/francese/inglese/americana…
La polizia tedesca
Alla luce dei fatti gravi, iniziando da Genova, per arrivare ai giorni nostri dove si è visto la reazione ingiustificata e violenta della polizia verso coloro che manifestavano per difendere i loro diritti!
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