venerdì 20 aprile 2012
TRATTATO DELLE LEGGI di Gemisto Pletone
Le Leggi o Il Libro delle leggi del maestro platonico di Mistrà è la somma delle sue dottrine sapienziali, religiose, politiche e sociali, e costituisce la sintesi della sua opera e del suo magistero, così come dell’azione a cui si dedicò per tutta la vita.
Il ruolo che Pletone rivestì per il Rinascimento greco, e specialmente per il Rinascimento italiano, fu fondamentale, egli consentì la trasmissione dei misteri platonici agli umanisti impegnati nella restituzione della civiltà romana classica, i quali poterono usufruire nuovamente di una conoscenza metafisica integrale già in parte restaurata da Petrarca, grazie alla ricezione mediata del platonismo attraverso Cicerone e Agostino. Approfondita da altri umanisti con l’apporto parziale di maestri greci giunti in Italia, la conoscenza e la trasmissione completa del platonismo in Italia fu resa possibile da Pletone, grazie al suo soggiorno a Firenze prima e in diverse parti d’Italia poi.
Il maestro di Mistrà trovò un ambiente filosofico assai condizionato dall’aristotelismo, perciò volle riportare l’equilibrio, il retto rapporto che deve sussistere fra il maestro Platone e il suo discepolo Aristotele. Ma l’opera di Pletone va oltre la trasmissione dei misteri platonici e si colloca nel contesto universale della catena della Sapienza Divina Eterna, della quale egli fu principale esponente in terra ellenica, oltreché fondamentale presenza anche in terra italiana. Con l’azione di Pletone, il Rinascimento italiano viene compiutamente ricollegato alla catena aurea della sapienza originale dell’umanità e alla religione primordiale da essa procedente.
Le Edizioni Victrix danno pubblicazione della traduzione dell’opera originale di C. Alexandre del 1858, senza aggiungere apparati critici e storici, e attenendosi il più possibile all’originale, seguendo anche la traduzione del testo greco delle Leggi, che Alexandre fece compiere ad un giovane professore di logica del suo tempo, A. Pellisier, che glielo chiese espressamente e a cui diede seguito. La nostra opera editoriale, oltre a tutta la revisione delle parti originali, per la parte redazionale, aggiunge anche la traduzione dal greco rinascimentale delle appendici raccolte da Alexandre, mai comparse in traduzione italiana fino ad oggi. Con questo apporto rendiamo pienamente fruibile, anche ad un pubblico non necessariamente esperto di greco e della materia filosofica, l’accesso alla grande opera del maestro ellenico.
Giorgio Gemisto Pletone
Trattato delle Leggi
Indice
Presentazione
Nota editoriale
Saggio introduttivo di L.M.A. Viola
Prefazione di C. Alexandre
Trattato delle Leggi di Giorgio Gemisto Pletone
Riassunto delle dottrine di Zoroastro e di Platone
Appendici
In Uscita a Maggio
Victrix Edizioni
Collana Religio Romana
formato 17x24
pg.528
testo greco a fronte
appendici tradotte in italiano
39,50 €
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carnevale festa inversa legata all'asino
E' la grande festa inversa...
... Sappiamo che, durante tutto il Medioevo, in Francia si officiavano cerimonie religiose strane ma assai gradite al popolo, come la festa dei pazzi con una processione che partiva dalla chiesa e lì ritornava con i suoi dignitari, i suoi fedeli, il suo popolo. Il popolo rumoroso, malizioso, scherzoso, pieno di traboccante vitalità, di entusiasmo e di foga si riversava nella città dai sobborghi e dalle popolate colline scendeva per ritrovare la gioia e unirsi, fra il sacro e il profano, in processioni come nella “Festa dei Pazzi” o nella “Processione della volpe” o nella “Festa dell’asino”. Liturgie colme di entusiasmo e di grandissima partecipazione, dove giovani e vecchi, donne e bambini, erano coinvolti e liberi di esprimere e sfogare la loro gioia di vivere e la loro sessualità.
Sappiamo anche del “riso pasquale”: lo si è praticato per secoli nelle chiese. Infatti, in certi paesi di lingua tedesca, durante la messa di Pasqua, i predicatori solevano incitare il popolo concelebrante a ridere (per la resurrezione di Cristo) sonoramente, anche ricorrendo a pantomime oscene e a storielle ambigue. Risus pascalis, riso pasquale, veniva chiamata questa usanza.
Ancora, secondo un rituale pagano come la “Festa degli innocenti” del XIV secolo, il Vescovo stesso era solito giocare a palla con i chierici... e ricordo anche lo strano "Gioco della Pelota", praticato nella navata di Saint-Étienne, cattedrale d’Auxerre, e che scomparve, poi, intorno al 1538. Giorni inversi, dove non esistevano più le gerarchie: la "Festa del Papà del Gnoco", a Verona, era colma di queste inversioni di ruoli, affinché il popolo si sentisse libero e senza condizionamenti; in una sorta paese della cuccagna, dove la penuria alimentare e il peccato erano dimenticati per un giorno.
Le feste di tipo carnascialesco, come quelle dei folli, si svolgevano spesso in chiesa, finché non furono soppresse nel XVII secolo; l’asinade era legata alla festa dei folli, la trasgressione delle regole fra tragico e grottesco. Il tragicomico liberava l’individuo dalle sue paure verso l’incerto futuro: la fame, le malattie, la precarietà della vita, l’insicurezza continua, l’oppressione e la paura della morte superata con l’eros.
Ordine e disordine, ma il caos è la sorgente segreta della vita; il sesso genera anarchia, ma anche liberazione. I pagani lo capivano assai meglio di noi. Lasciavano uno spazio all’anarchia nelle loro ben ordinate vite.
Nel medioevo il folle porta sempre una cuffia da cui spuntano le orecchie d’asino e stringe in mano una clava. Il nesso fra asino e sacro è sottolineato da una delle tradizioni più discusse: il “Festum Asinarum”, solennizzato soprattutto in Francia, dove addirittura un arcivescovo, Pierre de Corbeil, scrive i versi che si cantano durante il rito.
E’ chiamata anche messa dell’asino o festa “ragliata”. La domanda che poniamo dopo tutte queste storie è: nelle due processioni veronesi si portava alla venerazione della città Cristo o l’asino? ...
Tratto da "Nascita di una città tra architettura, mistica e metafisica
L'origine remota del carnevale veronese
L'origine remota del Carnevale Veronese secondo le teorie del grande studioso scaligero Umberto Grancelli, fautore del grande testo sulla rinascita e rifondazione della città "nova" di Verona; voluta dal nascente Impero Romano e attuata sotto precisi dettami esoterici.
IL CARNEVALE VERONESE
Non è fuor luogo ammettere che il Carnevale Veronese trovi le sue origini nelle antiche corse dei Palio, sancite dallo Statuto Albertino e che trovano magistrale eco nel canto XV dell'Inferno della Divina Commedia. "E parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde'' Narra la tradizione, riportata dagli storici dell'umanesimo, che Ezzelino, dopo aver vinto la fazione dei Sanbonifacio, rientrò a Verona nella prima domenica di Quaresima del 1208 con entusiasmo e con giostre e tornei; si stabilì che ogni anno si corresse il Palio, al quale per rinnovati trionfi accorrevano molti onorati cavalieri e nobilissime dame da molte parti d'Italia. Umberto Grancelli, in una dissertazione apparsa su Vita Veronese nel 1954, lanciava l'ipotesi che il Carnevale Veronese abbia origini ben più remote dalle corse dei Palio, facendolo risalire all'epoca pagana, e che la manifestazione dei Bacanal trovi analogia con gli antichi riti dei ciclo di Cerere Demetra. Adriano Valerini scrive in Le bellezze di Verona: "in qual parte non si leggono i dotti scritti di Tommaso Da Vico, nuovo Esculapio?". Doveva essere anche una personalità preminente nella vita pubblica veronese, perché il 15 gennaio 1528 lo troviamo alla testa di quella famosa cavalcata di gentiluomini che andò incontro al Vescovo Giammatteo Giberti, che giungeva da Roma per prendere possesso della Diocesi di Verona. Narra il Dalla Corte che in seguito alle replicate inondazioni dell'Adige, avvenute nel 1520 e nel 1531, e alle devastazioni commesse dalle truppe tedesche nel veronese, mentre infuriava la guerra in Lombardia tra Carlo V e Francesco I, Verona rimaneva oppressa da una terribile carestia. "Il 18 giugno 1531 corse gran pericolo la città nostra per sollevazione dei popolo cagionata per non aver voluto i pistori, cresciuto il calmíero, far pane, né vendere il tutto, ma lo tenevano nei cassoni serrato; e scriversi che il grano era venduto a soldi quaranta al minale; e così gran numero di gente corse alla piazza, e spezzarono detti cassoni, e misero a sacco il pane, e fecero altri disordini; ma riuscì con assai manco male di quello che da principio era stimato, bastonando a quel furioso popolo d'essersi sfogato solamente contro i pistori, come cagion sola di tutto il male". Per prevenire ogni tentativo di rivolta, furono eletti alcuni cittadini; vuole la tradizione che fra questi vi fosse il Da Vico, per opera del quale ebbe inizio il Bacanal del Gnoco, facendo distribuire al popolo di S. Zeno, nel venerdì ultimo di Carnevale, pane, farina, burro, formaggio e vino. Vuole ancora che Tommaso Da Vico lasciasse per testamento un legato, affinché la distribuzione dei generi alimentari venisse fatta tutti gli anni al popolo di S. Zeno nel giorno di venerdì grasso, detto Venerdì Gnocolar. Gli storici hanno provato molta soddisfazione a rovistare nelle vecchie carte per poter trovare il documento. Così anche nei riguardi del Da Vico ebbero buon gioco: il testamento esiste e si trova presso la sezione di Verona degli Archivi di Stato, porta il n. 128, dettato il 13 maggio 1531 presso il notaio Bonifacio di Sebastiano Dalla Mano. Tre pagine con scrittura minuta, fitta e quasi illeggibile; in esso, il dott. Tommaso Da Vico fu Bartolomeo, degente a letto ma sano di mente, dispone di essere sepolto vicino alla chiesa di S. Zeno, adiacente al grande tavolo di pietra dove banchettavano i poveri nel giorno di Venerdì Gnocolar. Ancor oggi esaltiamo un veronesissimo fenomeno che può dirsi unico nella storia dei Carnevale, dopo secoli di scenario carico di brio; intendiamo mantenere un patrimonio costantemente carico di straordinaria vitalità. Indubbiamente siamo un pregio, un'immagine di autentica cultura; le invettive a volte ci hanno danneggiato ma, nel contempo, ci hanno dato l'energia per trovare la forza di continuare. Oggi questo Carnevale lo dobbiamo approfondire e studiare per esercitarlo, lo spirito che ci anima è imbevuto di passione e di logica, siamo nelle vantaggiose condizioni di misurarci con tutti nella ragione, mentre sulle origini dei Carnevale ci reputiamo progenitori a cui, con tipica espressione, spetterebbe il titolo di creatori in termini eruditi. Continuando con prestanza il nostro lavoro, alleviando le sofferte attese del Carnevale nostro dove la latitanza non deve esistere, chi ancora ci attende nel mirino della delusione deve abbassare il tiro perché la gente ha tuttora bisogno di ritrovare la gioia nel vivere. Ormai la viva attesa di nuovi eventi ha invaso la nostra responsabilità, come autentici custodi, inseguendo il futuro se vogliamo avere il diritto di vivere e lasciare una completa definita realtà in mano ai posteri. Perciò allontaniamo ogni disagio ad abbattere le barriere che hanno impedito, ritardando la nostra prestanza nelle sofferte attese del Carnevale.
giovedì 19 aprile 2012
E' scomparso Renzo Sommaruga
Questa mattina ho appreso dalla moglie della scomparsa di Renzo Sommaruga.
E' usuale che i grandi artisti siano "dimenticati" temporaneamente in vita, ma che con la loro morte riaccendono la curiosità e finalmente la loro Opera venga finalmente tolta dalla momentanea dimenticanza. Renzo Sommaruga ha collaborato nella sua attività di stampatore ed incisore con letterati come come Pier Paolo Pasolini, Lionello Fiumi, Salvatore Quasimodo(cito a braccio solo quelli che ora ricordo) ed artisti in genere: Campigli, Fontana, Berrocal e molti altri della scena del Secolo Breve.
Il motivo per cui ho conosciuto e mi sono innamorato di questo illustratore (uso un termine improprio dato che Renzo fu sopratutto un Artista legato all'incisore e stampa attraverso torchio, non a caso, amico e collaboratore di Giovanni Mardersteig che nel 1948 fonda la stamperia Valdonega) legato indissolubilmente alle "vedute" di Verona sulla falsariga dell'Iconografia Rateriana. L'antico o meglio l'arcaico rivisto e rivitalizzato con l'occhio ed il cuore dell'artista contemporaneo.
Senza dubbio un grande è scomparso:
lunga ed eterna vita alla sua opera e alla sua arte.
martedì 17 aprile 2012
Fra Oriente e Occidente
Così scrisse in tarda età Giuseppe Tucci: “Quando la Legge che governa le cose, sia essa il Dharma degli Indù e dei Buddisti, oppure il Tao dei Cinesi, comincerà ad indebolirsi, allora i salvatori scenderanno sulle rovine dell’Universo spento per ravvivarlo e risuscitarlo nella sua primordiale valenza. Non mi vergogno di confessare che anch’io la penso così; che la scienza non sia d’accordo con me non me ne importa nulla perché presto maggior fede ai miei maestri con i quali ho tante volte discusso nei loro eremi in cima alle montagne tibetane, chiusi o murati nelle proprie inaccessibili celle, che non sapevano chi io fossi ma non ignoravano che un pellegrino dell’occidente sarebbe un giorno venuto a cercarli e a trovarli nella loro volontaria segregazione in attesa del finale dissolvimento nella suprema Luce” (in R.GNOLI, Ricordo di Giuseppe Tucci, Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, Roma 1985, pp.38-39).
lunedì 16 aprile 2012
La Via Michelita, antecedente alla Via Lattea
SULLA VIA DI SAN MICHELE ARCANGELO
Un'antica via di pellegrinaggio, santuari disposti lungo una direttrice misteriosa e la figura di un arcangelo protettore e guerriero sono gli elementi fondanti che caratterizzano il mistero della Via Michelita, un'antichissima rotta di pellegrinaggio che toccò i principali paesi dell'Europa antica. Questa curiosa via di pellegrinaggio si è rivelata nel corso delle ricerche qualcosa di estremamente più vasto e profondo. Oggi quasi del tutto dimenticata se non per i tre importanti e monumentali monasteri che ancora raccontano le antiche gesta e peregrinazioni di migliaia di fedeli. La Via Michelita è un enigma storico unico nel suo genere per la precisione, non tanto geometrica quanto spaziale, con cui i tre eremi sono stati costruiti. Sorvolando la nostra Europa, il principe delle schiere celesti, con la sua armatura scintillante e le sue ali possenti, pare abbia scelto i luoghi più suggestivi, e in certi casi inaccessibili, ove apparire e far erigere in suo nome santuari destinati al culto. Suggestione e mistero sembrano pervadere le chiese e le abbazie che portano il suo nome, non solo per il fascino e la bellezza che sembrano promanare, ma anche perché collegate da una linea ideale che prese il nome di Via Sancti Michaelis, una via di pellegrinaggio tra le più antiche e battute nel passato assieme alle consorelle Santiago de Compostela, Roma, la Terra santa e non ultima la Via Francigena. A fianco dei tre santuari noti dedicati all'arcangelo e costituenti i tre centri fondanti della Via Michelita, sono stati identificati altri punti posti in asse con la stessa immaginaria diagonale tracciata "dalla spada" di san Michele. Con la sua arma scacciò, secondo la leggenda, Lucifero dal Paradiso lasciando impressi sulla Terra i segni del suo gesto purificatore. Proprio in concomitanza di tali luoghi, nei secoli, san Michele sarebbe apparso a devoti e fedeli chiedendo che venissero eretti santuari in suo nome.
Lo spunto per questa ricerca nacque diversi anni fa quando, casualmente, ci si accorse della strana correlazione dei tre principali santuari europei in cui viene venerata la figura dell'arcangelo. Non eravamo stati certo i primi a notare questa curiosa linea che sembrava tagliare in due l'Europa, ma la possibilità di aver visitato i tre luoghi aveva fatto nascere la volontà di ripercorrere i precedenti viaggi, nonché di poter comprendere meglio il significato recondito della loro natura. Solo successivamente ci saremmo accorti di altre locazioni che ampliavano tale diagonale celeste comprendendo l'importanza che questo cammino di pellegrinaggio rivestì nei secoli. Come le prime cattedrali gotiche rispecchiarono specularmente la trasposizione della costellazione della Vergine in Terra, così la Via Michelita, l'arcana via di pellegrinaggio fu non solo un cammino di speranza, ma anche un percorso di iniziazione, una via di illuminazione attraverso cui giungere ad un contatto con il divino.

Enrico Baccarini
Il culto michelita, assieme alla sacra via che oggi porta il suo nome, si diffonde in Europa lungo un'ipotetica asse diagonale che unisce la francese Mont Saint Michel alla Sacra di San Michele in Piemonte fino a giungere a Monte Sant'Angelo in Puglia. Nel suo dipanarsi osserviamo anche come nel tratto italiano buona parte dello sviluppo della Via Michelita sembri associarsi con quello della ben più nota Via Francigena, costituendo quasi una cerniera ideale tra le due proprio nell'abbazia della Chiusa, meglio nota come Sacra di San Michele in Val di Susa. La prima nozione storica pervenutaci di un cammino che porti questo nome può essere verosimilmente fatta risalire all'870 d.C., a cui risale la data della prima testimonianza certa di un pellegrinaggio al santuario di Mont-Saint-Michel e alla tomba di Sant'Oberto effettuata dal monaco Bernardo, autore del testo Itinerarium. Nella forza della fede dei pellegrini nacque così la Via Sancti Michaelis, uno tra gli itinerari di pellegrinaggio più importanti per la devozione nell'antichità. Della sua memoria e delle sue tracce ci rimangono però oggi solo flebili barlumi ondeggianti nella brezza del tempo. La Via Michelita costituiva l'ossatura e il fulcro stesso di questi cammini, si poneva come la matrice fondante della stessa idea di "viaggio" inteso come percorso di crescita, di evoluzione spirituale, di ricerca interiore. Tale cerca, come veniva definita nel periodo rinascimentale, originava spesso da un bisogno interiore, da una domanda o dubbio, come anche da una percezione che l'individuo si poneva davanti alla necessità di iniziare un cammino, di scoprire un percorso. Assistiamo così alla proliferazione di santuari e pievi dedicate all'Arcangelo Michele, piccole chiese, come quella di Montesiepi nei pressi della più nota abbazia di San Galgano (SI) dove ancora oggi si conserva quella "spada nella roccia" infissa dal Santo senese, oppure anche di edifici più elaborati come la chiesa di San Michele in Foro a Lucca, fino a veri e propri complessi abbaziali come la chiesa di Sant'Angelo in Formis presso Capua (LT).
Abbiamo osservato l'importanza che la figura di san Michele riveste all'interno del mondo cristiano, la sua storia e i significati che gli furono attribuiti fin dalle sue prime manifestazioni. Il tempo non ha cancellato la sua memoria, né eroso le tracce che la sua spada, all'alba dei tempi, avrebbe lasciato sulla Terra nell'atto di scacciare Satana, l'angelo ribelle, dal paradiso. San Michele si pone come il baluardo, dopo Dio, nella lotta alle tenebre e al maligno. Nel corso della ricerca rileviamo come i santuari a lui dedicati, incomprensibilmente disposti lungo una direttrice diagonale, non comprendano solamente le abbazie di Mont Saint- Michel e le due italiane, ma anche un numero estremamente più vasto di santuari a lui dedicati. Ricerche inglesi mostrano come questi stessi santuari si affianchino, e siano speculari, a precedenti culti solari in cui la figura/divinità predominante sembra essere il dio Apollo. Nasce così, a fianco della Via Michelita, la Linea Michelita con ben 15 locazioni: Skellig Michael (Irlanda), St Michael's Mount (Cornovaglia, UK), in Francia Mont Saint-Michel, Bourges; in Italia la Sacra di San Michele, Castiglione Garfagnana (LU) e il Monte Gargano (FG); in Grecia Kerkyra, Corfù, Delfi, Atene, Delos, Lindo; il Monte Carmelo in Palestina. Non è inverosimile pensare che il tutto possa connaturarsi all'interno di una geometria sacra di cui si sono perse le origini ed in cui la sovrapposizione di templi e figure non ha fatto altro che preservarne la memoria ai posteri. A tutto ciò si deve aggiungere che esiste un'altra linea michelita, tutta inglese che ripercorre non meno di una decina di luoghi sacri. Come può essere spiegata razionalmente la presenza di queste strutture dedicate all'Arcangelo Michele su uno stesso allineamento per migliaia di chilometri? Perché questa ipotetica linea giunge fino al Monte Carmelo? Gli studi non sono ancora conclusi, ma l'ipotesi che una antica sapienza si sia preservata nel tempo e nello spazio sembra oggi più che mai una certezza.

La "linea di San Michele" in Inghilterra
Stralcio da un articolo di Enrico Baccarini, Il Giornale dei Misteri n° 464 (ottobre 2010)
La spoliazione e lo sterminio dei prussiani

Profughi prussiani vittime delle "marce della morte"
LA SPOLIAZIONE E LO STERMINIO DEI PRUSSIANI[1]
Uscito il n°61 (aprile 2012) della Revisionist History Newsletter di Michael Hoffman
“Prussia: The Lost Country” [Prussia: la nazione perduta]
Un’intera nazione venne espropriata ai tedeschi, dopo 700 anni di appartenenza, e smantellata. “Sette [cento] anni di storia vanificati dopo una guerra perduta”. Michael Hoffman presenta un profilo storico revisionista della Prussia orientale, dalla sua conquista nel 1255 da parte dei Cavalieri Teutonici, alla Riforma, alla guerre napoleoniche, alla prima guerra mondiale, fino all’olocausto inflitto alla Prussia nel 1944-45 da parte della RAF e dei sovietici, e oltre.
In questo excursus storico, Hoffman affronta la questione della resistenza degli aristocratici prussiani a Hitler, e traccia il profilo di eroici leader e scrittori prussiani quali Agnes Miegel e Hans Graf von Lehndorff. La storia della Prussia post-bellica, dal 1945 in poi, è il resoconto di uno degli atti di trasferimento di popolazione e di pulizia etnica più massicci della moderna storia occidentale. In termini di estrusione di persone non è paragonabile a nulla di quanto sperimentato dai giudei sotto i nazisti, ma in Occidente non si sa quasi nulla di tutto ciò. Hoffman libera dal dimenticatoio questa misconosciuta storia dei prussiani.
1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://revisionistreview.blogspot.it/2012/04/dispossession-and-mass-murder-of.html
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