domenica 18 marzo 2012

Destini paralleli: Raffaele Mattioli e Adriano Olivetti

Riportato dal bolog di Andrea Caracini pubblicato domenica 5 febbraio 2012






Raffaele Mattioli e Adriano Olivetti.
Due italiani illustri del 900: il grande finanziere e il grande industriale.
Due umanisti e mecenati con un approccio eretico alla cultura e alla vita (e la cui “eresia” ha suscitato, non del tutto a torto, la diffidenza dei cattolici, almeno di quelli di un certo tipo[1]).
Due eccentrici, rispetto all’establishment italiano, di cui pure hanno fatto a lungo parte.
Ma anche, in ultima analisi, due servitori dello stato, due patrioti con un’idea di Italia e con un progetto specifico – l’indipendenza nazionale della finanza, per don Raffaele, l’eccellenza informatica e scientifica, per Adriano – incompatibili con la mediocrità richiesta dall’establishment suddetto.
Per questo sono stati spazzati via, sia pure con tempi e modi diversi (Olivetti sembra sia stato addirittura ucciso, come vedremo più avanti).
Per evidenziare il parallelismo del loro destino, invece di scrivere un articolo, mi limiterò alla riproduzione di alcune citazioni.
Utilizzerò come fonte delle mie citazioni due articoli: quello di don Curzio Nitoglia intitolato RAFFAELE MATTIOLI ED ENRICO CUCCIA: IL POTERE DELL’ALTA FINANZA[2] (che recensisce il libro di Giancarlo Galli “Il banchiere eretico. La singolare vita di Raffaele Mattioli”, Rusconi editore) e quello pubblicato sul sito “BYE BYE UNCLE SAM” intitolato Adriano Olivetti: l’italiano “pericoloso”[3] (le cui informazioni sono tratte dal libro “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore). I grassetti nel testo sono miei.




Raffaele Mattioli:

«Il nazionalismo fu la sua prima “eresia”, al cospetto dell’establishment. Per esso il banchiere non deve avere una patria, la sua patria è il mondo. “Per Mattioli, invece, la Patria (con la maiuscola) è l’Italia (…), è stato a Fiume con D’Annunzio”.

«Come crociano, Mattioli era liberale, ma seguiva in campo economico la scuola keynesiana, essendo favorevole all’intervento dello Stato nell’economia, una eresia per i liberisti puri alla von Hayek o alla Milton Friedman. Cuccia in ciò lo ritiene un liberale anomalo.

«Mattioli favorì, in contrasto con Giuseppe Toepliz che lo aveva aiutato nella sua scalata delle cime dell’Alta Finanza, il passaggio della Comit dalla sfera privata all’IRI: la sfera pubblica…Mattioli decise di servire il regime [fascista] senza perdere la dignità, cercando una motivazione ideologica elevata: il keynesismo ossia l’intervento dello Stato in economia e preparandosi ad un imprecisabile ma ineluttabile post-fascismo.

«Mattioli aveva cercato di trasformare la Comit nella banca “italiana” per eccellenza: invece l’Istituto di piazza Scala, passata sotto il virtuale controllo di Cuccia-Mediobanca (il figlio che divora il padre!), scivolerà lentamente nelle mani straniere…della Banque Lazard di Parigi-Londra-New York.

«Secondo il Galli «che Otto Joel e Giuseppe Toepliz fossero in “odore di massoneria”, è opinione abbastanza corrente, sebbene da nessuna parte si trovino precisi riscontri. Quanto a Mattioli il suo nome non compare nemmeno nei pamphlet più arditi, a differenza di quanto è accaduto ad Enrico Cuccia o Cesare Merzagora. (…) “Essendo un crociano, papà non poteva avere per la massoneria che l’atteggiamento di disprezzo del Maestro”, sottolinea il figlio Maurizio.





«Il 22 aprile 1972, Raffaele Mattioli, dopo quarantasette anni di “servizio”, lascia la carica di presidente della Comit. Gli succede Gaetano Stammati. […] Galli commenta: «E qui veniamo al nodo della questione. L’isolamento di Mattioli, non potendo più contare sul sostegno dell’establishment finanziario che fa ormai riferimento alla Mediobanca di Enrico Cuccia…col quale Mattioli è in crescente frizione […] Secondo il Galli, Mattioli non “aveva saputo capire la mutazione genetica in atto nel capitalismo che ha travolto il keynesismo, inteso come primato dell’interesse pubblico su quello individuale, dell’interesse collettivo su quello delle…lobbies”. E non aveva gli appoggi (ebraico-americani) che salveranno Cuccia”.
«Mattioli era un fautore del “capitalismo ordinato”, come lo chiama Galli, Cuccia invece era fautore di un “capitalismo proteso verso la rivincita”.

«Sia Mediobanca (Cuccia) che Comit (Mattioli) dipendono dall’IRI, vale a dire dallo Stato. “Se non che mentre a Mattioli ciò sta bene, a Cuccia no. E gli sforzi che fa per sottrarsi alla sua tutela sono incessanti.

«Mattioli e Cuccia sono agli antipodi per quanto riguarda la loro attitudine verso le grandi famiglie imprenditoriali. Mattioli (il dominus della Comit) restò sempre un “servitore dello Stato”, mentre Cuccia (il dominus di Mediobanca) si schierò subito in loro favore. Così durante il regno dell’“ultimo Mattioli” i capitalisti “vanno a Cuccia”... o meglio ancora da Cuccia, poiché il Quartiere Generale della finanza italiana ha cambiato indirizzo e timoniere.

«Cuccia riesce a portare nel suo “salotto” oltre al fior fiore dell’imprenditorialità italiana (dagli Agnelli ai Pirelli) la potentissima Banque Lazard che opera lungo l’asse Parigi-Londra-New York, mettendo a profitto l’amicizia che ha stretto durante la famosa missione del ‘42 con il grande banchiere ebreo Andrè Meyer. Da quel momento Mediobanca è, nei fatti, ben più “internazionale” della Comit. Una connotazione che si farà sentire. Quando, negli anni Ottanta, alcuni politici tenteranno di estromettere Enrico Cuccia da Mediobanca, a differenza di quanto si verificò con Mattioli, scendono in campo a suo sostegno i potentati esteri oltre che quelli nostrani. E i politici sono obbligati a ripiegare, accettando successivamente (1988) la “privatizzazione” di Mediobanca. Perché gli “amici” di Cuccia si chiamano Lazard e Deutsche Bank”». .

Conclusione?

«La finanza italiana è stata ceduta così al “proconsole” (Cuccia) degli “stranieri” (i Lazard). L’economista Sergio Ricossa ha scritto: “Mediobanca è quasi tutto nella finanza privata italiana, è quasi nulla nella finanza internazionale”».
FINE DELLE CITAZIONI TRATTE DALL'ARTICOLO DI DON CURZIO NITOGLIA



Adriano Olivetti:

«Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.

«L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.

«La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell'informatica moderna, ma si intreccia anche alle dinamiche della guerra fredda.

«A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.

«Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.

«In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.

«Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.

«A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.

«Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità
interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.

«Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea».

Fiat, Pirelli, Mediobanca…un film già visto. Conclusione?

«Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%».


Adriano Olivetti

Molto interessante anche il commento di un lettore al suddetto articolo:

«Mi presento : sono un pensionato assunto nel 68 presso la Olivetti di Ivrea come impiegato tecnico elettronico e quindi la realtà che voi presentate l’ho vissuta sulla mia pelle. A detta dei dipendenti interni, voce di popolo, Adriano Olivetti non è morto per cause naturali ma è stato lasciato morire dopo un attacco di cuore molto sospetto, vedi anni dopo un certo Aldo Moro morto in circostanze simili. Quello che posso affermare con sicurezza, detto in parole povere, per la Olivetti ciascun dipendente era un ESSERE UMANO da trattare in modo opportuno, per la Fiat ogni dipendente era un NUMERO e basta da gestire come tale. Concludo ancora con una nota sugli eporedioti (cittadini di Ivrea) che fino a quando Berta filava se ne fregavano di tutto compreso il Movimento Comunità e quando i soliti noti si sono dati da fare per distruggere l’Azienda hanno collaborato da perfetti burattini. Non ricordo esattamente la data , anni 70 credo, un altro progettista è morto in un incidente stradale sospetto,se vi possono interessare altri particolari relativi alla gestione De Maledetti sarò ben lieto di darveli».
FINE DELLE CITAZIONI TRATTE DALL'ARTICOLO DI "BYE BYE UNCLE SAM"




Conclusione generale

Fino a quando l'Italia continuerà a essere "la Bulgaria della NATO" le rimarranno preclusi sia il benessere economico che il progresso scientifico, come già evidenziato più volte su questo blog. Ricordo al riguardo almeno i seguenti post (in questi casi, repetita juvant):

L'Italia dell'Ulivo: lo scemo del villaggio globale
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/09/litalia-dellulivo-lo-scemo-del.html

Dal Rapporto 41 alla cacciata di Rubbia: lo sfacelo del nucleare all'italiana
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/12/dal-rapporto-41-alla-cacciata-di-rubbia.html

Silvio Berlusconi: da Cesare a Piccolo Cesare?
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/07/silvio-berlusconi-da-cesare-piccolo.html

Tutti quei politici che parlano di "innovazione" e "ricerca" e, nel contempo, continuano a sostenere l'attuale collocazione atlantica dell'Italia mentono sapendo di mentire.

Un’ultima annotazione a proposito dei banchieri Lazard. Li abbiamo sentiti aleggiare anche nella – molto più recente – vicenda editoriale del “Fatto Quotidiano”, come ne scrissi nel post del 2 dicembre 2010 (dopo le – ampie – citazioni suddette non mi sembra inopportuna un’autocitazione, per concludere il post di oggi):

Da Antonio Padellaro ad Antonio Padellaro: la maledizione dell’Italia che non cambia mai
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/12/da-antonio-padellaro-ad-antonio.html



«Lazard..., anche questo nome non mi è nuovo. La reminiscenza in questo caso non si riferisce tanto al nome in sé, quello dell’onusta e altolocata banca d’affari, quanto a una certa liason con certi personaggi di casa nostra. Anche qui, poi mi sono ricordato: ma sì, mi sembrava che nella proprietà del Fatto Quotidiano il fatidico marchio c’entrasse in qualche modo. Come ha scritto Luca Telese nel suo blog, tra i soci promotori del “Fatto” c’è anche la casa editrice Chiarelettere, con il 16% del capitale. Uno dei soci di quest'ultima è il banchiere Guido Roberto Vitale, presidente della banca d’affari VITALE & ASSOCIATI, già presidente di Lazard Italia dal 1997 al 2001. La presenza, a quanto pare solo indiretta, di Vitale nel “Fatto” aveva suscitato qualche mese fa il malumore di diversi lettori (che ne temevano un peso ben più incombente), come si può constatare dai commenti al detto pezzo di Telese. È probabile, se non certo che, come asserisce quest’ultimo, l’influenza di Vitale sul “Fatto” sia “pari a zero”: quello che qui mi preme sottolineare è l’indubbia comunanza di idee tra questi soggetti editoriali. Comunque, a leggere i curricula dei membri più autorevoli del team della banca Vitale, il passaggio alla Lazard sembra un “must”: Orlando Barucci (Consulente Lazard Parigi dal 1992 al 1993), Daniele Sottile (sino al 2001 Director e membro del Consiglio di Amministrazione di Lazard Italia), Riccardo Martinelli (Associate presso Lazard Italia dal 1994 al 1996, Paola Tondelli (dal 1997 al 2000 Director di Lazard Italia)».



[1] Sugli aspetti “sulfurei” di Mattioli vedi l’ampio ritratto che ne fa Blondet nel suo libro Gli Adelphi della dissoluzione: http://www.ibs.it/code/9788881552344/blondet-maurizio/gli-adelphi-della.html . Sul “socialismo magico” di Olivetti vedi il volume di Valentino Cecchetti IL «SOCIALISMO MAGICO» IN G. NOVENTA E ADRIANO OLIVETTI LETTORI DI RUDOLF STEINER (un grazie per la segnalazione di questo testo a Marco Massignan): http://www.slsi.it/sito/immagini/pubblicazioni%20libri/01-CECCHETTI%20SOCIALISMO%20MAGICO.pdf
[2] Pubblicato sul n° 51 di Sodalitium, luglio 2000, pp. 28-45, ripubblicato in rete in forma non integrale, con il titolo Mattioli e Cuccia, all’indirizzo: http://www.doncurzionitoglia.com/mattiolcuccia.htm
[3] http://byebyeunclesam.wordpress.com/2011/07/28/adriano-olivetti-italiano-pericoloso/

sabato 17 marzo 2012

Parole della bibbia, cariche di violenza



Qualsiasi commento è superfluo!

Levitico 26
«7 Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi per la spada. 8Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila, e i vostri nemici cadranno davanti a voi per la spada».

Numeri 21
«3 Il SIGNORE ascoltò la voce d’Israele e gli diede nelle mani i Cananei; Israele votò allo sterminio i Cananei e le loro città e a quel luogo fu messo il nome di Corma».

Numeri 25
«16 Poi il SIGNORE disse a Mosè: 17 «Trattate i Madianiti come nemici e uccideteli, 18 poiché essi vi hanno trattati da nemici con gli inganni mediante i quali vi hanno sedotti nell’affare di Peor e in quello di Cozbi, figlia di un principe di Madian, loro sorella, che fu uccisa il giorno del flagello causato dall’affare di Peor».

Deuteronomio 7
«22 Il SIGNORE, il tuo Dio, scaccerà a poco a poco queste nazioni davanti a te. Tu non potrai distruggerle d’un colpo solo, perché le bestie della campagna si moltiplicherebbero a tuo danno. 23 Il SIGNORE tuo Dio, invece, le darà in tuo potere e le metterà in fuga con grande scompiglio finché siano distrutte. 24 Ti darà nelle mani i loro re, e tu farai scomparire i loro nomi di sotto il cielo; nessuno potrà resisterti, finché tu le abbia distrutte».

Primo libro di Samuele
«Così parla l’Eterno degli eserciti: Io ricordo ciò che Amalek fece ad Israele quando gli s’oppose nel viaggio mentre saliva dall’Egitto. 3 Ora va’, sconfiggi Amalek, vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene; non lo risparmiare, ma uccidi uomini e donne, fanciulli e lattanti, buoi e pecore, cammelli ed asini».

mercoledì 14 marzo 2012

“Dante antisemita e islamofobo. La Divina Commedia va tolta dai programmi scolastici"


Il quadro legato ai Fedeli dell'Amore a cui apparteneva Dante

Dante e i Fedeli d'Amore
PUBBLICATO DA ADMIN IL MERCOLEDÌ, MARZO 14, 2012

Premessa

L’organizzazione (giudaica) Gherush92, consulente dell’ONU, ha dichiarato “Dante antisemita e islamofobo. La Divina Commedia va tolta dai programmi scolastici”. Ne ha dato notizia nei giorni scorsi il “Corriere della sera”, riportando le affermazioni di questa benemerita setta mondialista nell’articolo seguente: http://www.corriere.it/cultura/12_marzo_12/divina-commedia-eliminare-gherush92_674465d8-6c4e-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml . Non è il caso di ribattere alle ridicole accuse di soggetti che vomitano parole sotto l’usbergo dell’ONU per infamare la figura e l’opera del Sommo Poeta, sommo non soltanto per aver “inventato” la lingua italiana, ma per aver dato all’umanità l’opera poetica più “divina” che uomo possa concepire.


Desideriamo ribadire la nostra “fedeltà d’amore” per Dante pubblicando la “lettura” che presentammo alcuni anni fa all’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo in occasione dell’inaugurazione dei corsi di letteratura italiana. E’ uno scritto dedicato allo studio di Reghini sui Fedeli d’Amore e in cui il pitagorico fiorentino dimostra che il cristianesimo di Dante era di facciata, mentre sotto “il velame delli versi strani” Dante non faceva che affermare una visione imperialista e pagana, confermata dal fatto che il “maestro” che elesse e a sua guida nella Commedia non è il patriarca Abramo, o il profeta Maometto o il giudeo convertito Paolo di Tarso, ma il pagano, imperialista e romano Virgilio. (roberto sestito)



Nel 1928 Arturo Reghini, fiorentino come Dante, attirava l’attenzione degli studiosi della Divina Commedia sull’opera di Luigi Valli “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”, libro che inaugurava, nel campo degli studi danteschi, una nuova, interessante e affascinante via di ricerca sulla lingua del sommo poeta e sulla misteriosa setta esistita a Firenze nel XIII° secolo.

Citando ampi brani dello scritto di Arturo Reghini intitolato: IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FEDELI D’AMORE apparso sulla rivista UR con lo pseudonimo Pietro Negri, ci occuperemo di un argomento che oggi come allora ha avuto scarsi approfondimenti, nonostante abbia suscitato e continui a suscitare in Italia e in Europa una varietà di commenti e a sollevare appassionati dibattiti. Come avviene in casi come questi, da una parte troviamo gli scettici che reagiscono irritati di fronte alle novità e i negazionisti per partito preso, dall’altra i ricercatori assetati di verità: in una riedizione in chiave moderna dei guelfi e ghibellini essi si combattono senza esclusioni di colpi.

Lo stesso Luigi Valli, nel 1926 (due anni prima della pubblicazione del “Linguaggio Segreto”) aveva già messo in subbuglio l’ambiente letterario conservatore con il libro “La chiave della Divina Commedia”; procedendo felicemente lungo la linea interpretativa tracciata dal Foscolo, seguita dal Rossetti, dal Perez, dal Pascoli, era riuscito a porre in evidenza trenta simmetrie tra l’Aquila e la Croce ed a rintracciare, almeno in parte, sotto il velame delli versi strani la dottrina nascosta di Dante.

Secondo il Valli, il pensiero di Dante abilmente occultato nel suo linguaggio, sarebbe sinteticamente questo: la Croce si è dimostrata impotente a redimere di fatto l’umanità, e non può redimerla da sola. Occorre il concorso dell’Aquila, ossia dell’autorità e della giustizia imperiale; occorre ristabilire l’Impero, ritogliere alla chiesa l’infausta dote datale da Costantino; avrà fine senz’altro la corruzione del clero e l’umanità, grazie alla doppia virtù della croce e dell’aquila potrà finalmente salvarsi.

Dante denunciava apertamente i predicatori di ciance che non possedevano il verace intendimento dato da Cristo al suo primo Convento, e pensava all’intervento dell’Aquila imperiale per salvare l’umanità. Questa concezione ardita e per quei tempi eterodossa inspirava non solo gli scritti ma l’azione stessa di Dante, intesta a realizzare il programma con l’intervento dell’Ordine del Tempio prima e dello stesso Imperatore poi.

Seguendo il filo di questo studio, la storia e le lotte di quei tempi, oggetto de “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”, prendono un aspetto inaspettato ed insospettato. Con un lavoro paziente, metodico ed imponente l’autore, riprendendo l’opera incompresa e negletta di Gabriele Rossetti, dimostra l’esistenza nella letteratura italiana degli inizi di un linguaggio segreto, di un gergo settario, il gergo dei Fedeli d’Amore. Ne decifra il senso, l’allegoria dottrinale settaria e politica e riporta alla luce un movimento, ispirato alla tradizione italica, pitagorica e neo-platonica.

Di conseguenza, i poeti d’amore (tra i quali eccellono Dante e Cecco d’Ascoli), gli scrittori del “dolce stil novo”, che sembravano perduti nel canto di un loro amore assurdo, manierato e inconsistente, si trasformano in paladini della loro Fede Santa.

L’amore di cui ardeva il cuore dei Fedeli d’Amore ricorda i versi mistici della poesia persiana e quelli del “Cantico dei Cantici”. Gabriele Rossetti lo fa discendere dal mistero dell’amor platonico che, nonostante la trasparente bellezza e la sublime perfezione, continua ancor oggi a sollevare curiosi dubbi e indecenti interrogativi.

Il Valli ha dimostrato che la rosa, il fiore, la donna, l’unico oggetto di questo amore sotto vari nomi, è l’intelligenza attiva che innamora di sé l’intelletto possibile; è, come canta Dino Compagni nella poesia L’Intelligenza:

L’Amorosa Madonna Intelligenza

Che fa nell’alma la sua residenza

Che con la sua beltà m'ha innamorato

o, come Dante, che al principio della Commedia parla della

... divina potestate, la somma sapienza e il primo amore,

ponendo il suo amore in una triade simile alla sephirot della Cabala: kether, cochma, binah, ossia la Corona, la Sapienza e l’Intelligenza, sulla quale alcuni secoli dopo Tommaso Campanella costruirà la sua Metafisica.

Se questa è la donna, la domina dei Fedeli d’Amore, appare logico che Francesco da Barberino nei suoi “documenti d’Amore” ponga la docilitas, la docilità, per prima tra le dodici virtù che l’Amore deve risvegliare.

Questa verità era conosciuta fin dai tempi più antichi, perché ne troviamo l’impronta in più di una lingua. In latino (e in italiano) la parola disciplina ha il duplice senso di scienza e di costrizione. Alla voce discere che significa apprendere, è dunque intimamente legato il concetto che nel linguaggio cristiano denominava disciplina il tenore rigoroso di vita e la regola monastica dei religiosi. La voce docile che esprime la mansuetudine di carattere, la remissività dell’animo, viene dal verbo docere che vuol dire insegnare; è docile, cioè atto ad essere istruito, chi è docile di carattere. La passività della coscienza è dunque conforme alla docilità di carattere. Nè questa conformazione si limita all’antichissima sapienza italica che Vico ricercava nelle origini della lingua latina.

La parola sanscrita yoga , il metodo, la regola, la pratica per raggiungere la conoscenza è affine alla parola jugum di cui parla Gesù nel Vangelo (Matt.II, 24-30).

Luigi Valli riteneva che Gabriele Rossetti, nella sua imponente opera in 5 volumi su “Il Mistero dell’Amor platonico nel Medio Evo”, attingesse alla conoscenza di antiche tradizioni segrete e soprattutto allo studio sistematico del gergo settario medievale.

Abbiamo veduto che l’Amore è l’Intelligenza attiva ed è, dice Dante nell’ultimo verso della Commedia, l’Amor che move il sole e l’altre stelle.

Nell’intelletto possibile del Fedele d’Amore questa intelligenza è desta ed attiva, mentre nel profano è dormiente e inoperosa. Conseguentemente, nel gergo settario dormire significa essere nell’errore, essere lontano dalla verità. E’ il simbolismo usato da Dante negli ultimi canti del Purgatorio, in cui all’immersione nel fiume Lete, il fiume del sonno e dell’oblio, segue quella nell’Eunoé, in virtù della quale, come pianta novella (neo-fita) rinnovellata di novella fronda, Dante diviene puro e disposto a salire alle stelle, ossia capace si ascendere al “regno dei cieli”.

Com’è noto si tratta di un simbolismo pagano, adoperato da Virgilio e da Platone, e che si ritrova nell’orfismo e nei misteri eleusini. Ivi al fiume Lete che travolge la coscienza degli uomini, è contrapposta la fresca sorgente della Memoria o la virtù mnemonica del melograno, che dona il risveglio e l’immortalità.

L’anamnesi platonica, il ricordo, si identifica con la conoscenza e, di conseguenza, la verità, la a-leteia, si ottiene con la negazione, col superamento del Lete. Il conseguimento della verità è una conquista della coscienza sopra il sonno e la morte; occorre mantenere la continuità della coscienza attraverso il sonno e la morte.

L’amore ha dunque la capacità di sottrarre il neo-fita al sonno e alla morte, dando al Fedele d’Amore una vita nuova.

Ciò si raggiunge per gradi di perfezionamento successivo, come è provato nei “Documenti d’Amore” di Francesco da Barberino, dove nei primi gradi il Fedele d’Amore è rappresentato trafitto dal dardo d’amore e negli ultimi è rappresentato con delle rose in mano.

Interessanti analogie ci è dato di scoprire inoltre tra il simbolismo dei Fedeli d’Amore con l’ermetismo e l’alchimia, ciò che prova certamente un legame poco esplorato tra le confraternite medievali e le correnti sapienziali italiane.

L’affinità tra il simbolismo d’amore e quello ermetico ed il legame tra le due tradizioni risultano manifeste per la presenza del Rebis ermetico in uno dei disegni che illustrano i “Documenti d’Amore” di Francesco da Barberino.

La figura del Rebis o androgino ermetico riprodotta dal Valli risale al tempo di Dante, ma la più antica rappresentazione dell’ermafrodito ermetico e la sua connessione con l’alchimia viene attribuita a Zosimo di Panopoli filosofo vissuto tra il III° e il IV° secolo dell’era volgare.

Altre concordanze col simbolismo e con la terminologia alchemica si ritrovano nei versi di un oscuro poeta d’amore, Nicolò dei Rossi, il quale in una sua canzone esprime i gradi e la virtude del vero amore. Questi gradi sono quattro: il primo si chiama liquefatio, che si oppone – dice il de Rossi – alla congelazione; il secondo grado si chiama languor, il terzo zelus e nel quarto l’amore attinge il punto sommo mediante l’estasi o excessus mentis.

Si comprende dunque come una delle più importanti opere della letteratura d’amore, il “Roman de la Rose” (di cui il “Fiore” è la versione italiana dovuta quasi sicuramente a Dante), tratti esplicitamente di alchimia e venga catalogato nella letteratura alchemica. Questa rosa cantata con così commovente accordo da tutti questi poeti, a cominciare da Ciullo d’Alcamo, la candida rosa dantesca, è evidentemente affine, se non identica, alla rosa ermetica dei Rosacroce.

Tutti i dantisti inoltre ammettono, anche quando non lo comprendono, un valore notevole al simbolismo numerico contenuto nei versi della Divina Commedia. Basti ricordare l’importanza data da Dante al tre ed al nove e con quanta frequenza il nove ricorra nella Vita Nuova. Il Valli cita dei versi in cui Jacopo da Lentini, anche questi rimatore d’amore manifesta il medesimo grado di padronanza della numerologia riferita alla poesia amorosa.

Dante nella Via Nuova fa morire Beatrice nel nono giorno del mese di giugno del 1281, avendo cura di specificare che in Siria il mese di giugno è il nono e che Beatrice era morta quando lo perfetto numero nove volte era compiuto nel terzo decismo secolo,ossia nel 1281. Per quanto riguarda l’81 Dante aveva scritto nel “Convivio”: Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse maturato... vivette ottantun anno...” considerata l’età ottimale per morire.

Scrive Gabriele Rossetti nel “Il Mistero dell’Amor Platonico” (V° Vol. pag.1626): “... poichè 81 era perfezione, secondo l’età per Platone, secondo il secolo per Beatrice. Dante dunque, (se vogliamo stare alla lettera) volle indicare che la sua Beatrice nove si partì nell’anno 81 di quel secolo, quando il perfetto numero (9) era compiuto nove volte (81) in quel centinaio (Vita Nuova), cioè nel 1281”.

Vale la pena infine accennare all’unica Fenice di cui si fa un continuo parlare nella letteratura amorosa del Medio Evo, che come dimostra il Valli, rappresenta i Fedeli d’Amore e la tradizione spirituale da essi incarnata, sempre rinascente in mezzo alle fiamme che di volta in volta la divorano.

La purpurea fenice, simbolo alchemico dell’opera al rosso, vive tra le fiamme del fuoco filosofico, come il Fedele d’Amore ardendo di santo zelo, lo zelus di Niccolò de Rossi, rinasce alla vita nuova mediante l’excessus mentis.

Amore e il cor gentile sono una cosa...

dice Dante prendendo da Virgilio lo bello stile che si esprime con il latin sangue gentile.

Per concludere questa lettura che affronta solo in maniera sintetica un movimento filosofico ed esoterico di portata universale, mi è doveroso ricordare che è stato Dante nel Convivio a sostenere che nel linguaggio allegorico fossero quattro i sensi da considerare, corrispondenti forse ai quattro gradi della setta.

Di questi quattro significati il più importante, a mio vedere, è l’ultimo, ossia il senso anagogico.

Naturalmente questo senso speciale che si riferisce al perfezionamento spirituale dell’uomo, non può essere inteso e talora semplicemente intraveduto fuori dall’esperienza personale: intender non lo può chi non lo prova, dice Dante. Ed è per questo che esso è sfuggito quasi sempre all’attenzione di coloro che si sono occupati sin ora dei Fedeli d’Amore.

A differenza del senso che potremmo chiamare sinagogico, dove, per esempio dormire significa allegoricamente vivere nell’ignoranza, nell’inerzia dell’intelletto, moralmente significa non partecipare al lavoro della setta, anagogicamente la incoscienza durante il sonno, l’incapacità a raggiungere la coscienza estatica.

Il senso anagogico è necessariamente nascosto sotto il velo del simbolismo, e per interpretarlo occorre possedere l’esperienza degli stati di coscienza cui si riferisce e la conoscenza dei simboli tradizionalmente adoperati per indicarli. Per questa ragione il vero e supremo significato del linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore rimane e rimarrà sempre un mistero per tutti coloro che dormono e seguiteranno a dormire.

martedì 13 marzo 2012

Gustavo Rol Il Grande Mago





Un dipinto fra i tanti di Gustavo Rol


Ma 20 anni fa avevamo tutti la senzazione che si stava consumando una grave ingiustizia verso Rol. C'è da osservare che quel "disperato" di Piero Angela non solo è ancora lì ( con il suo programma insopportabile), ma ha piazzato anche il figlio.
Il potere della famiglia: e poi dicono che la mafia è presente solo al sud!
Anche in Rai esiste una mafia legata ai Augias, Ferrara l'obeso, i Buttiglione, i Berlinguer, i Rauti-Alemanno e Bernabei-Giovanni Minoli.
Nessun cognome è casuale

Però anche il Tg5 non è da meno.
Barbara Parodi Delfino (erede Visconti di Modrone e ex moglie di Luca di Montezemolo e Paolo Mieli), Costanza Calabrese (figlia dell’ex giornalista Pietro), Giulio De Gennaro (figlio dell’ex capo della Polizia Gianni), Carlotta Adreani (figlia dell’amministratore delegato di Publitalia Giuliano), Silvia Santalmassi (figlia del giornalista Giancarlo), Valentina Loiero (figlia dell’ex presidente della regione Calabria e ex ministro Agazio).
E mancavano da questa edizione Donata Scalfari, Lella Confalonieri, Chiara Geronzi e potremmo continuare per almeno un’altra decina di nomi.
Fa più notizia questo nepotismo non casuale occasionale ma sistematico? No. Ormai è una caccia al nome che nemmeno più fa arrabbiare ma mi ricorda uno dei motivi per cui le notizie sono preconfezionate ed in maniera disinvolta prendono "per il culo" le persone.
Rol, che non ha mai fatto notizia, uomo solitario e schivo, era un precursore dei tempi e visse la realtà come indissolubilmente composta da
spirito e materia: nei suoi dipinti emergono nuovi dinamismi e si può intuire come solo la
concezione di una realtà soggettiva possa aprire all'uomo l'accesso a nuove ed
inaspettate risorse.

Per l'osservatore che non vuole condividere questa visione, suggeriamo di vivere questa esperienza "come se" fosse così, cercare il proprio punto attrattore, lasciarsi trasportare

dai chiaroscuri confusi di alcune ricorrenti figure, scoprire il dettaglio minuziosamente

curato o vedere il quadro nella sua globalità, immaginare il destino dei suoi personaggi ed

il significato simbolico dei soggetto proposto, seguire i segni di pennello che paiono parole di un linguaggio sconosciuto, memorizzare i colori e tornare successivamente ad osservarli.

Curiose sono le opere di Gustavo Rol, il pittore che dipingeva con soli tre colori chissà perché amava ricordarlo.

Questi quadri sono l'apoteosi e la sintesi di un pensiero intramontabile, la potenza dell'umano e delle sue doti oracolari , l'immersione nel di-venire dove il passato e il futuro si condensano magicamente ed inesorabilmente nel presente. Solo il grande "ierofante" può agire nel presente, gli sciocchi solo nel passato e nel futuro.
Rol una vita spesa per la conoscenza e questo ci avvicina all'Uranico, ma sopratutto al divino. Siamo nulla, siamo polvere, però inesorabilmente pensante e questo ci eleva! Ecco l'epitafio della tomba di Cocteau: "Je reste avec vous". e aggiungo -Touiours- che calza perfettamente!

domenica 11 marzo 2012

Fiume meglio del '68





L'impresa fiumana è stata e ha rappresentato l'evento più febbrile, glorioso, gioioso e dionisiacamente fulgido della Storia d'Italia del Novecento, senz'altro fu quello con maggiori valenze ed implicazioni rivoluzionarie. Il residuo della Dalmazia Veneziana aveva lasciato una stragrande maggioranza di italiani che in Fiume vedevano la città cardine e di riferimento alle popolazioni legate al mare della costa Dalmata.

Le stranezze della storia


bandiera della Reggenza del Carnaro

La Reggenza italiana del Carnaro fu un'entità statuale proclamata dal poeta , militare e politico Gabriele D'Annunzio l'8 settembre 1920 nella città di Fiume (ora in Croazia).
Tale stato, che doveva il suo nome al golfo omonimo in cui era situato, fu riconosciuto unicamente dall'Unione Sovietica e fu sostituito dallo Stato libero di Fiume nel dicembre dello stesso anno.
Antonio Gramsci, tramite il "Legionario Fiumano" e comunista, il tenente Bruno Giordano, tentò anche di prendere contatto col D'Annunzio per trasformare la sua impresa in una rivoluzione in Italia; anche Lenin dichiarò che D'Annunzio, a causa della sua notorietà e personalità, era l'unico in grado di poter sostenere una rivoluzione proletaria nella penisola, non a caso la Russia Sovietica fu l'unico Stato a riconoscere il "Libero Stato di Fiume", fondato da Gabriele D'Annunzio secondo le indicazioni del sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris.

venerdì 9 marzo 2012

L'arte è magia liberata dalla menzogna



L'effetto Stendhal: ovvero l'aspetto terapeutico dell'arte figurativa e in genere che genera stati particolari perché parla direttamente al cuore.

Ci sono delle cose che realmente sanno portarci sull'orlo delle lacrime, emozionarmi in maniera sincera, questi spesso son particolari che direste inutili, piccole cose che ci sanno toccare da vicino e ferire come fossero fendenti.
Questo potere alle volte si scatena anche con il semplice osservare un'opera d'arte figurativa, ma anche l'immergersi in una poesia.
L'amore, lo studio, la curiosità sono i motori della conoscenza che dovrebbe poi continuare a gestire anche quella parte di esistenza svolta in ambito lavorativo...ma la realtà è prosaica e brutale, e da qui sono passati tutti gli artisti: dover conciliare l'I-Dea con la contingenza quotidiana richiede una grande abilità e un grandissimo sforzo. L'arte è frutto della coerenza ed è perciò libera e vera.