venerdì 31 ottobre 2008

La storia travisata

“ Newton non fu il primo dell’età della ragione ma fu l’ultimo dei maghi”

John Maynard Keynes

sabato 11 ottobre 2008

Verona archeoastronomia: simbolismi nella pianta urbana di Verona romana


Gli studiosi di Verona da sempre hanno sostenuto l’ inattendibilità delle tesi di Umberto Grancelli.

Finalmente l'anno scorso in una conferenza il Prof. Adriano Gaspani ha definitivamente chiarito la questione .

Dagli studi esposti l'archeoastronomo dell'osservatorio astronomico di Brera, ha sottolineato che la città di Verona è allineata sul solstizio d'estate (tesi sempre sostenuta dal Grancelli) lo stesso cardo è allineato su questa direzione.

Il cardo della città è l'asse che passa dal centro di Piazza Erbe ed è la continuità di Via Pellicciai così che dopo Piazza erbe diviene via della Costa.
Mentre il decumano è l'attuale via Cappello e il suo ideale prolungamento dopo la Piazza delle Erbe e non viceversa.



Simbolismo ed archeoastronomia nella pianta urbana di Verona romana


Nella sua prefazione al libro del Grancelli, Alessandro Da Lisca sintetizza con efficace semplicità il riferimento di base dal quale sostanzialmente muove la ricerca del Grancelli, scrivendo che:

Si tratta di quel ciclo solare dall’aurora al tramonto che simboleggia la vita dell’uomo dalla culla alla tomba (…)

e aggiungendo che, sulla base di questo concetto: l’autore, interpretando con metodo nuovo e originale dati storici ed archeologici, e tenendo conto dei sistemi di orientamento, pure ispirati al ciclo solare, seguiti dai gromatici nel tracciare il piano dell’antica città, ci offre un quadro veramente inatteso di Verona romana. (Grancelli 1964: p. 5)

Grancelli, a sua volta, ci conferma, fin dalla prima pagina, che la sua è una ricerca diretta a controllare con ogni mezzo se si poteva riconoscere l’esistenza di un piano di fondazione della città romana basato sui motivi intuiti e, in modo particolare, sul moto apparente dell’astro del giorno che esprime, col suo ciclo luminoso, il concetto della ‘dynamis’ creatrice. (Grancelli 1964: p. 9)

Un progetto di ricerca che, com’egli scrive giustamente, siamo nel 1964, non poteva giovarsi di precedenti esperienze.

Ma, come risulta da molti segni, il decennio compreso fra la metà degli anni ’50 e la metà dei ’60, è un periodo che in realtà stava rivelandosi potenzialmente già maturo per simili studi.

Non dimentichiamo che giusto nove anni prima, nel 1955, si era svolto a Roma patrocinato dall’Is.M.E.O., e quindi da Giuseppe Tucci, un prestigioso convegno internazionale di storia delle religioni dedicato al simbolismo cosmico dei monumenti religiosi, al quale avevano partecipato studiosi quali Jean Daniélou, che espose il simbolismo del Tempio di Gerusalemme, Mircea Eliade che intervenne sui rapporti fra l’idea di ‘centro del mondo’ e la costruzione sia dei templi che delle case comuni, e ancora Lévi-Strauss, Carl Hentze, Marcel Griaule, lo stesso Giuseppe Tucci, per ricordare i più noti.

Siamo inoltre in quegli anni che vedono, ma più all’estero che in Italia, anche la gestazione d’una nuova e straordinaria scienza interdisciplinare, che sarà nota in seguito come Archeoastronomia, Etnoastronomia o, più correttamente, Astronomia culturale, la cui nascita ufficiale si fa convenzionalmente risalire al rivoluzionario studio fatto da Gerald Hawkins, astronomo dello Smithsonian Observatory, con l’ausilio del calcolatore, sugli allineamenti del complesso megalitico di Stonehenge, Stonehenge Decoded, studio pubblicato a Londra nel 1965.

In realtà, come ricorda il Prof. Romano, il vero precursore è un sudtirolese, l’ingegnere Georg Innerebner, il cui primissimo studio sul castelliere di Colle Joben a Monticalo, a sud di Bolzano, risale addirittura al 1937, mentre quello più importante, intitolato “La determinazione del tempo nella preistoria dell’Alto Adige”, è significativamente del 1959.

Grancelli precorre dunque anche lui, a suo modo, i tempi, e va anch’egli annoverato fra i pionieri di questa scienza.
Ma le sue genuine intuizioni e parziali scoperte non vengono adeguatamente apprezzate dai contemporanei.

In Italia l’Archeoastronomia propriamente detta arriverà del resto molto ma molto più tardi, all’inizio degli anni ‘80, con le ormai note ricerche paleoastronomiche del citato Prof. Giuliano Romano.
Pensate che il primo convegno internazionale di Archeoastronomia in Italia, al quale abbiamo avuto il piacere di partecipare, si è svolto solo nel 1989.

Ma, ed è certo la cosa più interessante da sottolineare, Grancelli è sorretto nelle sue giuste intuizioni da un metodo ben diverso da quello usato sia in archeologia che in tutte le altre scienze accademiche contemporanee, compresa la stessa Archeoastronomia.

Da un metodo antico quanto l’oggetto del suo studio, quel metodo tradizionale che solo pochi decenni prima è stato riesposto in Occidente da un autore quale René Guénon in primissimo luogo, e quindi dai diversi suoi collaboratori e continuatori, di diverso livello, come Arturo Reghini, Ananda Kentish Coomaraswamy, Giuseppe Tucci, Julius Evola, Mircea Eliade, etc. Ed è questo un punto importante, sul quale alla fine ritorneremo.

Oggi tutto ciò appare invece quasi scontato.
Ne è testimonianza, fra le decine di altre pubblicazioni che potremmo citare, l’uscita, giusto un anno fa’, d’una interessante monografia a cura di Francesco Vitale intitolata Astronomia ed esoterismo nell’antica Pompei e ricerche archeoastronomiche a Paestum, Cuma, Velia, Metaponto, Crotone, Locri e Vibo Valentia, edito a Padova dalla CleuP.

Altri dopo di noi riferiranno in dettaglio delle tante analisi ed interpretazioni che Grancelli sviluppa nel suo libro, riguardo ai diversi specifici punti significativi della pianta dell’urbe veronese.

Diciamo subito, sinceramente, che non tutte ci hanno convinto, e che in particolare ci lascia perplessi la sua onnipresente teoria di quello che egli chiama lo ‘schema capanniforme’, schema geometricamente riconducibile ad un triangolo equilatero sovrapposto ad un quadrato.

Secondo Grancelli, esso rivelerebbe le corrispondenze più nascoste di quella che egli chiama la ‘città segreta’.
È in realtà la ben nota figura geometrico-matematica della tétraktys pitagorica, la cui specifica applicazione alla pianta di Verona, così come di qualunque altra città romana, ci sembra piuttosto arbitraria e forzosa.

Vi è in effetti in Grancelli un’assimilazione palesemente incompleta di quel metodo tradizionale di cui alla fine ancora diremo, intorbidata da evidenti influenze occultistiche dalle quali il nostro non sembra essersi mai del tutto liberato.

Ma tutto questo potrà esser ripreso e puntualmente verificato con calma sulla base degli strumenti estremamente rigorosi e perfezionati, sia tecnici che teorici, di cui oggi finalmente dispone la ricerca archeoastronomica.

Diremo invece brevemente solo due cose di carattere più generale, riguardo al simbolismo naturale del territorio e al simbolismo artificiale, cioè voluto dall’uomo, della pianta urbana.

In realtà, c’è un aspetto che il Grancelli sembra stranamente trascurare quasi del tutto in questo suo studio, anche se dimostra di conoscerne comunque qualche elemento in un altro suo insolito e curioso libro, quello dedicato a Il simbolismo ermetico nella vita di Cristo, edito nel 1947, ov’egli esamina in particolare i luoghi della Terra Santa alla luce di simboli quali quelli della Montagna sacra e della Caverna al suo interno, del fiume sacro che scende da nord a sud, cioè dall’alto verso il basso come quel fiume celeste che è la Via Lattea, etc.

Qual è dunque quest’altro aspetto non trascurabile del problema?
Diciamo che, in modo generale, esso si connette a quella che, tradizionalmente, viene definita ‘geografia sacra’.
Infatti, prima ancora dell’arte di fondare, orientandola, una nuova città, deve intervenire una vera e propria scienza relativa alla scelta del luogo naturale in cui stabilire un nuovo insediamento, una nuova città.

Tali conoscenze, molto più antiche della stessa tradizione romana, etrusca o celtica, affondano addirittura nella preistoria dell’Eurasia.

Questa scienza si è conservata, nella forma probabilmente più vicina a quella dei primordi ed anche più completa, soprattutto in Cina.

Si tratta della famosa disciplina nota come feng-shui, letteralmente ‘vento ed acqua’, tuttora praticata, la quale cerca di individuare le correnti del ch’i, del soffio psichico naturale vivificante, soffio che è lo stesso sia nell’ambiente naturale, nel macrocosmo, così come all’interno dell’essere umano, nel microcosmo.

Tali correnti vengono riconosciute a semplice colpo d’occhio grazie agli affioramenti delle catene montuose, interpretate come vere e proprie spine dorsali di quei possenti ‘draghi ctoni’ che, sprofondando e riaffiorando dalla terra o dall’acqua, così formando anche le isole, rendono visibili quelle linee e campi d’energia della terra che ne corrugano la superficie.
Per certi versi è un po’ il precedente di quella ‘tettonica a zolle’ che contraddistingue la geologia contemporanea.

Ora l’energia, il ch’i, la spinta tellurica, è detta concentrarsi soprattutto nella ‘testa’ protesa in avanti del dragone, tant’è che in India e Tibet, ma anche in diverse antiche tradizioni occidentali, proprio questa testa del genius loci doveva venire trafitta e ritualmente fissata mediante un arma, un palo od una colonna per prevenirne tutti movimenti inconsulti, psichici o materiali, e quindi non solo i terremoti.

Questa ‘testa del drago’ è, nella configurazione ideale prevista dalla feng-shui, una montagna o comunque un’emergenza posta a nord, simbolo evidente di quella montagna cosmica, posta direttamente al di sotto della stella Polare, che funge da asse della terra secondo tutte le tradizioni eurasiatiche.

Il sito, sempre secondo la configurazione ideale, e a riprova della costante corrispondenza fra macro e microcosmo, fra corpo del paesaggio e corpo umano, dovrebbe quindi presentarsi nel suo complesso, e a sud di questo Venusberg, di questo vero e proprio ‘Monte di Venere’, come una sorta di vulva formata da un duplice anello di rilievi montuosi o collinari che, proprio come le grandi e le piccole labbra, circondano una piccola piana centrale, meglio se circoscritta anche a sud dalle acque.

Piana la quale costituisce a sua volta l’utero in cui può svilupparsi, protetto e nutrito da un concentrico afflusso di energie, il nucleo del nuovo villaggio, della nuova città.

Per completare, nelle sue linee essenziali, il dettato di base della feng-shui, ricorderemo che nel costruire le diverse parti della città, o comunque anche degli edifici isolati, l’uomo dovrebbe rispettare una precisa gerarchia spirituale altimetrica che prevede una collocazione sulla cima della montagna, sulla ‘testa del drago’, per il tempio, a mezza costa sul pendio dello stesso monte per l’eventuale tomba o tombe, e direttamente sulle sue pendici per il villaggio o la città, mentre la piana attraversata dal fiume è il luogo delle attività propriamente lavorative, sia di coltivazione agricola o di pesca che commerciali.

Si potrebbe ricordare l’ammonimento evangelico di costruire la propria casa sulla roccia, e del resto oggi si sa perfettamente che i terremoti più devastanti colpiscono gli abitati costruiti su terreni alluvionali.

È evidente una possibile applicazione di quanto detto, sia pure parziale e relativa, alla situazione del genius loci paesaggistico veronese, plasmato dalla duplice azione combinata, yin e yang per dirla alla cinese, delle sue acque e delle sue rocce.

Verona è infatti circoscritta a nordest da un breve terrazzo alluvionale sopraelevato, le ‘piccole labbra’, che è a sua volta circondato più a nord dall’arco delle propaggini ultime dei Lessini, le ‘grandi labbra’.

Al centro del terrazzo alluvionale emerge quindi, quale convincente ‘testa del drago’, l’aspro Colle di San Pietro, che è geologicamente ancora un’ultimissima propaggine dei Lessini, come appunto deve essere.

Anche il nome Pietro, del resto, diciamolo di sfuggita, non significa forse nella versione greca del suo nome (képhas), letteralmente, ‘testa’?

Ora quest’erto sprone roccioso, frenando con la sua energia tellurica la corrente impetuosa dell’Adige, determina a sua volta la profonda ansa che il fiume forma in direzione nordest.

E all’interno di questa sorta di perfetta ‘sacca uterina’, nutriente e protettiva al tempo stesso, e naturalmente circoscritta in un ridotto spazio pianeggiante di quasi mezzo chilometro quadrato, si sviluppò tranquillamente su di un reticolo ridotto a 33 insulae effettive, sia pur ricavate sulla griglia teorica delle 64 canoniche, si sviluppò dicevamo la città propriamente romana e poi, ulteriormente restringendosi, quella medievale. Come si vede, a grandi linee le antichissime regole di base eran state tutte rispettate.

E veniamo dunque allo schema di questa pianta urbana.
Come tutti dovremmo sapere, per averlo appreso per tempo nella scuola dell’obbligo, al solstizio d’estate il sole si leva al mattino verso nordest su un punto dell’orizzonte che, tra tutti quelli ch’esso raggiunge durante l’anno, è il più vicino in assoluto al punto cardinale nord.

Alla sera dello stesso giorno il sole tramonta invece in un punto dell’orizzonte che si trova a nordovest, un punto che è perfettamente simmetrico al precedente rispetto alla linea meridiana.

L’apprezzamento sia funzionale che simbolico di tale fenomeno naturale va certamente fatto risalire se non già agli Euganei, della cui cultura troppo poco sappiamo, almeno ai Reto-Etruschi e quindi ai Galli Cenomani, che abitarono in successione, prima della venuta dei Romani, soprattutto nel castelliere posto sulla cima dell’attuale Colle di San Pietro.

Ora, la vera grande scoperta di Grancelli è che l’orientamento della Verona romana, e quindi del suo cardo maximus, l’attuale via Pellicciai per intenderci, non era in direzione del nord geografico, com’è del resto a tutti da sempre evidente, bensì leggermente spostato obliquamente, in modo da poter invece perfettamente corrispondere a nordest proprio con il punto di ascesa sull’orizzonte del sole nel giorno del solstizio d’estate. Punto che, traguardando l’orizzonte verso nord, è immediatamente a destra di quel Colle ove oggi sorge la Chiesa di San Pietro in Castello, sulle fondamenta d’un tempio che fu probabilmente dedicato a Giano. E Giano, aggiungiamo noi era anche il dio dei solstizi.

Si tratta d’una scoperta, credo, ce lo confermeranno o meno gli altri relatori, tuttora misconosciuta, considerato che anche in pubblicazioni recenti su Verona romana ci è toccato leggere, cito testualmente, che:

“Per un adeguato sfruttamento dello spazio a Verona fu dunque necessario rinunciare all’orientamento astronomico del reticolo viario: l’area a disposizione fu tagliata da una strada che costituiva il proseguimento urbano della via Postumia e che fu valorizzata come decumano massimo; essa con direzione Sud-Ovest/Nord-Est è riconoscibile nel tratto corso Porta Borsari e corso Santa Anastasia, si attestava alla riva dell’Adige.”

È proprio il caso di dire che spesso il cosiddetto buon senso, unito ad una mentalità fondamentalmente materialistica, può condurre fuori strada, specie se l’oggetto del proprio studio è una civiltà antica, o comunque tradizionale.

E visto che accennavamo agli inizi al recente studio archeoastronomico dedicato a Pompei, ebbene è stato dimostrato che anche il cardo massimo di questa città vesuviana declina verso est, con un angolo di 41°,3 rispetto al nord geografico.
Come scrive Francesco Vitale.

Non mi è stato facile capire le ragioni della scelta fatta dagli antichi urbanisti, anche perché mi ero troppo fidato degli orientamenti (poi risultati poco precisi) delle piante di Pompei, che mi avevano portato fuori strada.

Per giustificare l’orientamento apparentemente irrazionale delle strade, pensai subito che questo potesse essere legato a fenomeni astronomici importanti, gli unici che potevano portare a scelte lontane da quelle dettate dai criteri urbanistici allora seguiti (pp. 22-23)

Ulteriori ricerche hanno condotto a scoprire che, in questo caso, l’allineamento non era tanto con il sole, bensì addirittura con una triade di stelle, Deneb, Capella e Vega, le quali tramontavano affiancate proprio in quel punto dell’orizzonte, intorno al 600 a.C.

Dicevamo in precedenza del metodo tradizionale.
Un autore come René Guénon, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario della morte, aveva sempre sostenuto nei suoi scritti che il mondo antico ed orientale aveva posseduto una sua scienza, completamente diversa da quella moderna, una scienza sacra, sacra perché essenzialmente simbolica, e cioè spirituale, ma non per questo meno rigorosamente esatta in tutte le sue applicazioni, financo in quelle più secondarie.

Per i nostri contemporanei, fino a pochissimo tempo fa, l’uomo antico era solo un ignorante superstizioso, che a malapena riusciva a sopravvivere, mentre la grande svolta ci fu solo nel XVII secolo quando finalmente, grazie alle osservazioni astronomiche di Copernico e Galileo, nacque la scienza moderna, scientia novissima.

Il successo odierno dell’archeostronomia non è quindi dovuto ad una riscoperta universitaria della Tradizione e della sua scienza sacra, cosa che resta intrinsecamente impossibile.

Essa è dovuta, tutto al contrario, alla sorpresa, allo stupore, direi allo scorno di aver dovuto constatare che anche l’uomo antico, anzi, persino quello preistorico, possedeva una scienza astronomica esatta, d’un rigore geometrico e matematico inimmaginabile fino a trentasei anni fa’, e cioè fino all’uso del calcolatore.

E che quest’uomo antico la applicava a tutti i diversi ambiti della propria esistenza, ricavandone un criterio d’ordine universale, e comunque delle misure precise utili in vari contesti, e verificabili anche mediante semplicissimi strumenti ed empirie, dallo gnomone alla cordicella, all’osservazione diretta, ottenendo un’assoluta esattezza di calcolo.

Da essa poi, millenni prima di Galileo, nacquero la matematica, la geometria, il mito, la religione, la letteratura, l’agronomia, l’architettura, l’urbanistica, la musica.
Bastava dunque riscoprire questa scienza antica per riscoprire tutto un universo.

Guénon lo fece tra gli anni dieci e quaranta del secolo scorso, Grancelli lo lesse e così scoprì o meglio riscoprì l’archeoastronomia come parte di un tutto, un po’ prima che anche il mondo universitario la riscoprisse, ma, ancor oggi, solo in minima parte, quella più materiale.



Fonte: srs Prof. Adriano Gaspani

domenica 14 settembre 2008

Il buon re Dagoberto

Una data fondamentale il 551, ovvero il colpo di stato dei Pipinidi (Chiamati altrimenti Carolingi).
Il papato di Roma appoggiò spudoratamente il cambiamento di potere alterando anche le fonti scritte e "inventandosi" in seguito il titolo antisonante di Sacro Romano Imperatore al rampollo della dinastia Pipinide, fedifrago e guerraffondaio quale era Carlo Magno. Il potere di intervenire sulla scrittura e così sulla storia narrata dai vincitori per interessi materiali e opportunità politiche. Questa è la tradizione cattolica Europea!

Le bon roi Dagobert
Le bon roi Dagobert
A mis sa culotte à l'envers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi!
Votre Majesté
Est mal culottée.
C'est vrai, lui dit le roi,
Je vais la remettre à l'endroit.

Comme il la remettait
Un peu il se découvrait ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Vous avez la peau
Plus noire qu'un corbeau.
Bah, bah, lui dit le roi,
La reine l'a bien plus noire que moi.

Le bon roi Dagobert
Fut mettre son bel habit vert ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre habit paré
Au coude est percé.
C'est vrai, lui dit le roi,
Le tien est bon, prête-le moi.

Du bon roi Dagobert
Les bas étaient rongés des vers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Vos deux bas cadets
Font voir vos mollets.
C'est vrai, lui dit le roi,
Les tiens sont neufs, donne-les moi.

Le bon roi Dagobert
Faisait peu sa barbe en hiver ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Il faut du savon
Pour votre menton.
C'est vrai, lui dit le roi,
As-tu deux sous ? Prête-les moi.

Du bon roi Dagobert
La perruque était de travers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Que le perruquier
Vous a mal coiffé !
C'est vrai, lui dit le roi,
Je prends ta tignasse pour moi.

Le bon roi Dagobert
Portait manteau court en hiver ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Est bien écourtée.
C'est vrai, lui dit le roi,
Fais-le rallonger de deux doigts.

Du bon roi Dagobert
Du chapeau coiffait comme un cerf ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
La corne au milieu
Vous siérait bien mieux.
C'est vrai, lui dit le roi,
J'avais pris modèle sur toi.

Le roi faisait des vers
Mais il les faisait de travers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Laissez aux oisons
Faire des chansons.
Eh bien, lui dit le roi,
C'est toi qui les feras pour moi.

Le bon roi Dagobert
Chassait dans la plaine d'Anvers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Est bien essouflée.
C'est vrai, lui dit le roi,
Un lapin courait après moi.

Le bon roi Dagobert
Allait à la chasse au pivert ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
La chasse aux coucous
Vaudrait mieux pour vous.
Eh bien, lui dit le roi,
Je vais tirer, prends garde à toi.

Le bon roi Dagobert
Avait un grand sabre de fer ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Pourrait se blesser.
C'est vrai, lui dit le roi,
Qu'on me donne un sabre de bois.

Les chiens de Dagobert
Étaient de gale tout couverts ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Pour les nettoyer
Faudrait les noyer.
Eh bien, lui dit le roi,
Va-t-en les noyer avec toi.

Le bon roi Dagobert
Se battait à tort, à travers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Se fera tuer.
C'est vrai, lui dit le roi,
Mets-toi bien vite devant moi.

Le bon roi Dagobert
Voulait conquérir l'univers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Voyager si loin
Donne du tintoin.
C'est vrai, lui dit le roi,
Il vaudrait mieux rester chez soi.

Le roi faisait la guerre
Mais il la faisait en hiver ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Se fera geler.
C'est vrai, lui dit le roi,
Je m'en vais retourner chez moi.

Le bon roi Dagobert
Voulait s'embarquer pour la mer ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Se fera noyer.
C'est vrai, lui dit le roi,
On pourra crier : « Le Roi boit ! ».

Le bon roi Dagobert
Avait un vieux fauteuil de fer ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre vieux fauteuil
M'a donné dans l'œil.
Eh bien, lui dit le roi,
Fais-le vite emporter chez toi.

La reine Dagobert
Choyait un galant assez vert ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Vous êtes cornu,
J'en suis convaincu.
C'est bon, lui dit le roi,
Mon père l'était avant moi.

Le bon roi Dagobert
Mangeait en glouton du dessert ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Vous êtes gourmand,
Ne mangez pas tant.
Bah, bah, lui dit le roi,
Je ne le suis pas tant que toi.

Le bon roi Dagobert
Ayant bu, allait de travers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Va tout de côté.
Eh bien, lui dit le roi,
Quand tu es gris, marches-tu droit ?

Quand Dagobert mourut,
Le diable aussitôt accourut;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Satan va passer,
Faut vous confesser.
Hélas, lui dit le roi,
Ne pourrais-tu mourir pour moi ?

Le bon roi Dagobert
A mis sa culotte à l'envers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi!
Votre Majesté
Est mal culottée.
C'est vrai, lui dit le roi,
Je vais la remettre à l'endroit.

Comme il la remettait
Un peu il se découvrait ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Vous avez la peau
Plus noire qu'un corbeau.
Bah, bah, lui dit le roi,
La reine l'a bien plus noire que moi.

Le bon roi Dagobert
Fut mettre son bel habit vert ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre habit paré
Au coude est percé.
C'est vrai, lui dit le roi,
Le tien est bon, prête-le moi.

Du bon roi Dagobert
Les bas étaient rongés des vers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Vos deux bas cadets
Font voir vos mollets.
C'est vrai, lui dit le roi,
Les tiens sont neufs, donne-les moi.

Le bon roi Dagobert
Faisait peu sa barbe en hiver ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Il faut du savon
Pour votre menton.
C'est vrai, lui dit le roi,
As-tu deux sous ? Prête-les moi.

Du bon roi Dagobert
La perruque était de travers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Que le perruquier
Vous a mal coiffé !
C'est vrai, lui dit le roi,
Je prends ta tignasse pour moi.

Le bon roi Dagobert
Portait manteau court en hiver ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Est bien écourtée.
C'est vrai, lui dit le roi,
Fais-le rallonger de deux doigts.

Du bon roi Dagobert
Du chapeau coiffait comme un cerf ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
La corne au milieu
Vous siérait bien mieux.
C'est vrai, lui dit le roi,
J'avais pris modèle sur toi.

Le roi faisait des vers
Mais il les faisait de travers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Laissez aux oisons
Faire des chansons.
Eh bien, lui dit le roi,
C'est toi qui les feras pour moi.

Le bon roi Dagobert
Chassait dans la plaine d'Anvers ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Est bien essouflée.
C'est vrai, lui dit le roi,
Un lapin courait après moi.

Le bon roi Dagobert
Allait à la chasse au pivert ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
La chasse aux coucous
Vaudrait mieux pour vous.
Eh bien, lui dit le roi,
Je vais tirer, prends garde à toi.

Le bon roi Dagobert
Avait un grand sabre de fer ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Votre Majesté
Pourrait se blesser.
C'est vrai, lui dit le roi,
Qu'on me donne un sabre de bois.

Les chiens de Dagobert
Étaient de gale tout couverts ;
Le grand saint Éloi
Lui dit : Ô mon roi !
Pour les nettoyer
Faudrait les noyer.
Eh bien, lui dit le roi,
Va-t-en les noyer avec toi.

Le bon roi Dagobert

sabato 2 agosto 2008

Bocklin e la luce: da Marguerite Yourcenar

Risultati immagini per da Marguerite Yourcenar pellegrina e straniera
Da Marguerite Yourcenar :Ricavato dalla sua raccolta di scritti PELLEGRINA
E STRANIERA capitolo "L'isola dei morti" di Bocklin(commento sulla
concezione della morte da una analisi del quadro di questo famoso pittore
Nordico ,in netto contrasto con la concezione mediterranea ).
Bocklin è sepolto a Fiesole .Forse la sensualità di Venere ,che è triste ,
o,almeno, lo è nell'opera di Maurice Barres, sarebbe stata più adatta .
Ma non ci si sceglie la tomba .Anche i candidati al cimitero tanto
previdenti da prenotarsi un posto ,non lo fanno con conoscenza di causa.
Come decidere di un letto ,prema di averci dormito?E i morti dovranno
attendere il Giudizio Universale per lamentarsi di aver dormito male
così a lungo.
Risultati immagini per Bocklin
Il giaciglio di Fiesole ,troppo morbido ,quasi si disfa sotto il piumino
di erbe . In questi piccoli recinti ,la morte ha l'aspetto di un
giardiniere. Il suo volto ha il verde pallore del periodo pasquale ,
l'ineffabile pallore della linfa a primavera ; possiamo immaginare
le mani colme di semenze di un'altra vita . Forse è qualcuno risorto .
Quia hortulanus esset . La morte fiesolana ,mistica e agreste ,non ha
una falce per emblema ,ma tutt'al più un rastrello . La morte è stata
una grande mietitrice sui poggi del Reno.
Del cristianesimo cattolico ogni popolo ha fatto un paganesimo differente.
Quello tedesco ruota intorno alla danza dei morti. I Francescani del
Trecento lasciano in eredità ai predicatori della Riforma uno scheletro ;
lo stesso scheletro ,immagino ,che serviva per le dimostrazioni anatomiche
nell'atelier di Holbein. Ecco qui la vera Imperatrice del Sacro Romano
Impero germanico . E' vezzosa frequentando gli artisti ,sa quali
atteggiamenti le donano di più, e, come per scrollarsi di dosso
il fastidio di una tale maestà, questa Cleopatra nuda fino alle ossa ,
si diverte con scherzi da scolaretta. E' capace di mettersi a suoanare
i campanelli delle porte . Da come fa la difficile ,si capisce subito
che non ha più fame :dopo essersi divertita a sufficienza ,potrà persini
rimandare incolume ,per un certo tempo ,il buffone che si è rivelato
abbastanza abile. La morte di Holbeim è giovanissima ;ama le scappatelle.
E' ereditiera e legataria universale. Non dico che sia del tutto priva
di filosofia . Chi conosce l'ultima risposta gettataci in faccia da uno
scoppio di risa? In questo modo, architettato come una tagliola, la Morte
gioca a nascondino con gli uomini. Trae vantaggio da tutto ciò che fanno;
a vederla mangiare tanto, sbalordisce che sia così magra. E' la fidanzata
di tutti, e tutti si fanno in quattro per portarle una dote; vogliono
tutti essere ricchi prima di morire.
Soltanto quando lei arriva fanno i capricci, delusi che la fidanzata sia
senza naso. E tuttavia è lei la sola cui siamo fedeli.
Insomma ,la Morte di Holbein è uno spaventapasseri buono per gli zotici.
E' una del loro ambiente;queswta persona priva di educazione si porta via
senza tante cerimonie imperatori e papi; non rispetta l'etichetta delle
corti. Ciò non di meno,è di buon lignaggio;la terra le appartiene per
diritto di primogenitura, essendo lei, dopo tutto, il primo parto di Eva.
Tutti si vantano di non permetterle di impossessarsi della loro anima,
anche quelli che l'anima proprio non ce l'hanno. Lei non si scompone:
chiamano anima quel refolo di vento che serve per gonfiare le parole.
Ma la Morte li priva di lingua. A che serve un'anima muta? E la morte,
principessa magnanima , lascia loro l'arcata dei denti perche possano
ridere di se stessi.
La Morte di Albrecht Durer non ride più. E' andata a scuola nelle
Università tedesche . E' imparentata con il Dottor Faust: Ha meditato ,
tra Melantone e Lutero. Seduta sotto il portale di un secolo che darà
al mondo il Rinascimento e la riforma ,questa vecchia alchimista sta
forse cercando il segreto delle trasmutazioni. Durer sa molte cose :
ha viaggiato; ha riportato dai viaggi ogni sorta di idee nuove, le
reminescenze del mondo antico riscoperto e i presentimenti
del nuovo mondo. La morte si istruisce ; ecco che ,diventando più
sapiente, è diventata più triste. Come il Dottor Faust , si presenta
a corte; ripulita del suo untume popolano, si aggrega in pompa magna
alle cavalcate imperiali. Sarà dama di corte, a Innsbruck, presso il
re bianco. E se le capita di precipitare il corteo nel baratro, questa
cugina del principe Amleto ne trae spunto per meditare sul nulla.
Ho detto che non rideva più. Sogghigna, ma le sue sono facezie da filosofo.
All'inizio del Cinquecento, l'uomo ha mangiato per la seconda volta i
frutti dell'albero della conoscenza. La Morte, che si interessava
soltanto alla carne, scopre la putrefazione delle anime. Il Cinquecento
è un carnaio di dottrine: vi marciscono come il cristo nel sepolcro
di Holbein. La Morte diviene laica. Non conduce più a Dio; sta ,anzi ,
uccidendo Dio. Divenuta naturale, non è altro che il risvolto di
quell'assurdità che chiamano vivere. La vita porta in sé la morte ,
come ognuno porta il suo scheletro. E' lo scopo delle nascite e la
loro ragione di essere: giro vizioso che va dal vagito al rantolo.
Il copricapo della senza naso è ornato dalle ali del gallo, avvisatore
inutile . Equando Albrecht Durer le compone lo stemma araldico ,mette
a reggerne il blasone la Fecondità e la Lussuria.
La morale del Medio Evo ,morale da gente semplice ,consigliava di vivere
bene . Quella del Rinascimento consiglia di vivere. Vivere
appassionatamente. Il cavaliere di Albrecht Durer attraversa una foresta
molto più cupa di quanto di quanto lo sia mai stata la selva dantesca ,
ma non vuole veder apparire al suo fianco una sorta di buffone che gli
mostra una clessidra. Emblema dal significato nuovo. All'acciaio che
subitaneo stronca ,la Morte ,che si è raffinata ,preferisce una immagine
di un'aridità che scorre: la vita. Se la clessidra è a sabbia ,ricorda la
polvere ;se è ad acqua .allora è colma di lacrime. Ma questi due strumenti
di tortura sono ancora imperfetti. Nella misura in cui l'uomo inventerà
orologi, e nuovi ingranaggi per questi orologi ,conoscerà più a fondo
l'agonia parziale delle ore. Ha un bel rifiutarsi il cavaliere ,di
guardare a destra sotto la sua armatura di ferro ,nel petto un orologio
di sangue ,ogni battito del quale ne abbrevia la durata ,lo avverte di
affrettarsi. Se i morti procedono veloci ,i vivi sono più veloci ancora.
La morte ,dove tutto finisce ,fu l'assillo di un'epoca così ricca di inizi.
A Basilea ,dove Bocklin sarebbe nato ,Erasmo da Roterdam si riposa da una
fuga dorata quarant'anni. La sua anima sarà andata a raggiungere l'anima
di colui che egli chiamava San Socrate? Ha un epitaffio a lettere d'oro:
è quello fatto incidere dai suoi ammiratori ,con l'accuratezza che si
conviene a un grand'uomo. Ma è toccato alla morte venire una notte a
completare l'iscrizione. Sulla tomba ,a mo' di cornice del fini
profilo di una fanciulla ,forse una Gorgone ,la Morte ha inciso la
sola parola che tutto conclude: TERMINUS.
Questa stessa parola ,pronunciata da qualche invisibile visitatrice ,
rende malinconico il grande arcangelo di Albrecht Durer. Se ne sta
seduto ,le ali immobili ,tra gli strumenti della scienza che servono
ad attivare la vita ,e a moltiplicare la morte, E' stanco. Ha appena
scoperto che la vita e la morte sono due ingranaggi della stessa macchina:
non possediamo la vita che per un istante:lei ,invece ,ci possiederà
per sempre. La morte è solo un momento di amnesia. Così ,im questo
universo dove tutto finisce senza che nulla si concluda ,soltanto
l'intelligenza è vinta. Ribaltamento totale delle vecchie credenze: la sola
cosa deperibile ,ora ,è l'anima dell'uomo. A meno che?... E,nell'oscurarsi
di un crepuscolo in cui il reale si diluisce in ipotesi ,il grande
arcangelo medita di fronte al mare ,nel tramonto di un giorno di tempesta
,sotto un cielo dove plana un pipistrello ,discendente delle Chimere.
Bocklin è erede di questa Germania.
La morte ,la vita. Non le metto in contrapposizione. E'normale che
la più prolifica delle razze sia quella che maggiormente si preoccupa
della putredine. Ecco la bella bestia germanica ,gaia ,di una gaiezza
alcolica ,feroce all'occasione,e tuttavia meditabonda. E' sensuale e
scialba quando non è stramba. I suoi nervi ,difficili da scuotere ,hanno
bisogno di ogni sorta di macabre stranezze e dei rozzi amplessi che
uniscono i corpi degli amanti nella selva primitiva. L'orrore dei
boschi ricopre la distesa tedesca. Vi albergano il terrore e la
bestialità ;sembra che in questa terra siano conficcate le radici della
notte. In simili grovigli crepuscolari ,si pensa al profilo meridionale
del mondo: asciutto ma alla maniera di Pallade ,nudo ,ma alla maniera
di Afrodite.A Basilea ,città romana ai piedi degli ultimi contrafforti
della Foresta Nera ,Bocklin cresce con l'ossessione incombente degli
alberi. Questo barbaro porterà con sé ,in marcia verso sud ,tutte le
foreste.
Come il cavaliere di Albrecht Durer ,la vergine nuda di Bocklin che
cavalca la belva dell'incubo ,si inoltra nella foresta germanica.
E così quest'arte. Non si può fare scorrere a lungo un fiume fuori
dal proprio letto. Il Reno scorrerà sempre in direzione del morire del
giorno.
Bocklin non ha le curiosità di Albrecht Durer. Questo barbaro è uno
spirito semplice ,come lo sono molte anime tormentate. Alle Stire ,alle
Sirene ,i grandi pittori mitologisti Inglesi ,suoi contemporanei ,
avrebbero fatto esprimere la loro sottigliezza platonica. Bocklin non
è psicologo più di quanto non sia umanista. I suoi dèi sono immortali
per la sola ragione che sono degli istinti.
Greve Olimpo wagneriano troppo prossimo al walhalla...In un giardino
,una dama dalla veletta nera ,che immaginiamo somigli a Mathilde
Wesendonck ,ascolta la canzone del giovane fauno. Quelle fanciulle
del mare ,che si dibattono nella azzurra brutalità di un'onda ,si
arenano a Basilea ,risalendo il corso del Reno. Fanno pensare agli
dèi in esilio di Heinrich Heine ,vaganti sulle rive di un Baltico
più inospitale del Ponto Eusino. Forse a Basilea ,in questa Augusta
Rauracorum dei Cesari ,una bella fanciulla di stirpe romana si è
abbandonata al fiume. E il fiume l'ha portata all'oceano. Lì morirà ,
sotto un cielo grigio. Il canto rauco del tritone germanico riversa su
questo cadavere tutta la tristezza dei mari del Nord.
Un giorno ,Bocklin ha voluto costruire alla Morte un palazzo degno di lei.
Ma quale caverna ,quale cattedrale offrire a colei che è in ogni dove?
Poiché la vita è un viaggio ,la morte può essere una traversata. Bocklin
ha cercato l'isola dove approdano i morti.
Si è parlato di Capri ,della veneziana San Michele ,o di Corfù al
crepuscolo. Ma quest'isola d'oriente è cupa sotto il cielo nordico.
Gli scogli emergono dal mare ,e i cipressi svettano sugli scogli.
L'acqua ,senza un'icrespatura ,plumbea per una minaccia di tempesta;
è fredda e profonda insieme. Nessuna imbarcazione oserebbe galleggiarvi ,
ma la barca dei morti è leggera ,non portando che ombre. Il Lete sarebbe
più dolce ,e l'Acqua di Memoria più limpida. Diretta a questa immobilità ,
che non è riposo ,un'altra figura bianca s'avanza su una navicella.
Bocklin non ha fatto rotta verso l'isola dei morti ,su una di quelle
barche simili alle gondole. L'Arno qui non è più navigabile di quanto
lo sia il Reno di Basilea. Sono fiumi scontrosi ;il fiume color terra
ricorda il torrente dal colore dellìerba. L'Italia di Bocklin ,una
Germania assolata ,è il sogno di un cervello nordico. Senza dubbio ,
dall'alto delle colline di Fiesole ,Bolchlin ama questo fiume selvaggio
che gli lenisce la nostalgia del Reno.
Città isteriche. Se qualcosa sta alla pari dei furori di Firenze ,
è proprio questa Basilea dalla forza bruta. Come Firenze ,ha accolto
i frati predicatori che ,per avere un migliore mercato d'anime
dipingevano la danza macabra alle porte dei cimiteri. Ha i suoi
chiostri ,dove il quadrato ,che è la morte ,si unisce alle linee
curve ,che simboleggiano la vita ;e queste analogie tra l'intelligenza
e sogno insegnerebbero a pensare. Un labirinto di pietra ,dove i lunghi
corridoi lastricati di tombe si smarriscono e si ritrovano ;i piccoli
archi privi di vetrata ritagliano la verde immagine del fiume ;e gli
umanisti riformatori ,esiliati dall'Italia ,dormono al continuo muggire
del Reno in questa terra un tempo romana. Come Firenze ,Basilea è scabra ,
diffidente ,piena d'asprezza scolastica e di grossolana giovanilità
popolare. E' come Firenze ,una fastosa città di ricchi mercanti. E quando
il carnevale dilaga per le strade, ha la stessa smodata allegria della
gente abitualmente triste.
Il Munster di Basilea è una cattedrale grigia e rosa, dove tanta fiamma
si è ridotta in cenere. L'Italia, inutilmente, si spinge sin qui, sino
alle porte della Germania più antica, nei rimpianti e nelle speranze
dell'esilio. L'Eden germanico di Bocklin può sforzarsi di essere un Olimpo;
la Morte, affermazione cristiana, viene a rammentare la nozione di
peccato a queste innocenze dell'istinto. Proprio come per l'imponente
donna nuda di Hans Baldung, che uno scheletro bacia in piena bocca.
Lasciamo che gli intenditori sorridano di queste Ninfe dalle grosse
giunture. Poco m'importa che i cibi del Nord abbiano appesantito le Muse;
ciò che in esse bisogna amare o detestare, è proprio la forza della razza.
La mitologia sarebbe una cosa piuttosto artificiale, se ogni popolo non
la modificasse. Bocklin, quasi presentisse le future calate germaniche,
lancia sulla varietà di colori della sua tela la Morte, la peste e la
guerra, cavalieri famelici, che schiacciano a colpi di mazza le torri
delle cattedrali. Carogne incoronate di alloro, vecchi avanzi di ràitro.
Basilea, libera città svizzera, all'ombra di una chiesa costruita da
Rodolfo di Asburgo, ricorda d'essere stata città imperiale.
Nietzsche ha descritto la nevrosi religiosa di Basilea. I suoi Pittori,
ingordi di vita, si deliziano del brulicare dei cadaveri. Durer da queste
parti. Holbein, che ci abita, dipinge la moglie livida, i suoi bambini che
sembrano malati; e mentre i Cristi morti di Spagna si offrono all'amore
della Maddalena, il suo Cristo, per ripugnanza è abbandonato su una
tavola anatomica, al bisturi dei medici. Bocklin, alcolista allucinato,
dipinge il suo futuro autoritratto sotto forma di un teschio. In questa
sede di concili, sembrerebbe di sentire giungere a ondate intermittenti
le grida dei cavalieri di Procopio, i cui evviva acclamavano la morte.
La peste vi tenne lesue assise. Bolcklin la prende come modella. Dipinge
nelle stradine che svoltano intorno al Munster, la Morte Nera che si è
presa Holbein, eterea falciatrice dai lunghi denti.
Orrori, ma orrori anacronistici. Oggi, si sa, la Morte indossa guanti di
cauciù, un camice da ospedale e lavora con il cloroformio. Quando decide
di togliere di mezzo milioni di persone, si fa chiamare influenza e non
più Morte Nera. Diventa sentimentale. Un giovane incisore tedesco, memore
di Holbein, la ha raffigurata nella torre di una cattedrale. Il vecchio
campanaro è immobile nella sua poltrona. La Morte è entrata; per non
spaventarlo, si è calata il cappuccio sulla testa senza voto, e,
afferrata la corda delle campane tra le falangi magre, curva, come
in preghiera, suona la morte del vecchio campanaro.
Cosa ci importerebbe di quest'arte, di quest'urlo colorato, senza
qualche grido di disperazione? Vanamente Bolcklin si sforza di vivere,
ma ogni suo presente è già passato. Questa greve forza ricade a terra,
sotto un pallido sole. La vita lo tradisce. E' solo l'altra ad essergli
fedele. Era convinto di amare l'Italia, e in lui spiccano soltanto le
sue origini germaniche. Ha voluto celebre la gioia, ma la sua opera
più riuscita è funeraria. La danza macabra di Basilea porta Bocklin con
sé nell'isola dei Morti.
QUESTO QUADRO DI BOCKLIN ERA APPESO NELLO STUDIO DI HITLER,
lo amava particolarmente,anticipò la sua rovina.

giovedì 31 luglio 2008

Preghiera e potere



Cella di Cosimo de' Medici, ospite spesso del Convento



La Preghiera

Sul mistero dei luoghi di meditazione di due famiglie ducali italiane:
i Gonzaga di Mantova e i Medici di Firenze.

a cura di Luigi Pellini



A Mantova come a Firenze sono presenti degli edifici particolari, studiati o ricavati nelle stesse strutture di conventi urbani usati come pensatoi o meglio camere di meditazione atte a isolare completamente dall'esterno chi vi si ritirava. Molti signori medioevali usavano queste pratiche. Si è scelto questi casi data la loro attendibile storicità. Presso il palazzo ducale di Mantova, chiamato castello di San Giorgio, dimora sontuosa con non pochi riferimenti alchemici, ricordo solo la sala del Cruzol (crogiolo) e la più famosa sala del labirinto detta anche del "forse che si forse che no" (motto che indica la difficoltà di scelta per arrivare al centro, forse a destra forse a sinistra) ammirata da D'Annunzio e usata come titolo di un suo famoso romanzo. Ebbene in questo meraviglioso palazzo esiste un appartamento al piano terra detto dei nani quasi sempre chiuso, perché poco conosciuto o meglio snobbato dagli ordinari percorsi pseudo culturali perché di poca importanza artistica. Queste strane stanze ,che io visitai in più occasioni sotto serrata insistenza perché chiuse, danno immediatamente uno stato d'animo indescrivibile. Il nome di "Appartamento dei nani o degli gnomi" ha una logica, ricordo che lo gnomone era uno strumento per misurare il cammino del sole e qui c'è un chiaro riferimento alla tradizione solare e al pitagorismo, anche perché nella storia dei Gonzaga di Mantova non c'è traccia di nani, e così queste stanze sono state costruite espressamente per altri scopi, come il ritiro allo scopo di praticare particolari esercizi. Un ombelico da cui si poteva accedere alla sapienza eterna, un ambiente che favoriva la spogliazione dell' io. Le varie camere erano costruite con i soffitti bassi con particolari colori che sfumavano dal basso in alto giochi di disegni che favorivano il viaggio della mente, il tutto immerso in un profondo silenzio. Altro fulgido esempio di stanze particolari, lo conobbi per caso visitando il convento di San Marco a Firenze, luogo pieno di storia sia per il ricordo del Beato Angelico, di cui ancora oggi sono esposti parte dei suoi dipinti, voglia anche perché in questo luogo dimorò il Savonarola da Ferrara noto per la sua immeritata fine ad opera di un papa mediceo, che lo abbrustolì in piazza. Visitando le celle dei frati poste nei piani superiori, situata in un punto ancor più alto di queste, c'era la cella dove i duchi si ritiravano a meditare, che presenta delle similitudini con la casa dei nani anche se concepita in maniera diversa. Che cosa venivano a praticare i Duchi medicei in queste stanze immerse nella quiete salmodiante conventuale? Il meccanismo è lo stesso, questi illuminati signori capirono che la gestione del potere la si acquisiva e la si manteneva attingendo dalla sapienza immemore . Per farmi capire meglio riporto una frase di S. Freud:<<>> attingere a questa fonte non è per tutti, anche se le pratiche rituarie e oranti sembrano semplici e uguali nella sostanza da sempre,ma bisogna avvicinarsi con purezza fuori da ogni egoismo. Facile a dirsi difficile a farsi specialmente adesso dove tutto è mirato all'affermazione personale. Ricordo che nel 1540 Cosimo de' Medici nel trasferirsi a Palazzo Vecchio e nell'adattare e nel decorare l'edificio preparò delle stanze particolari per sostituire quelle di San Marco che erano fuori dalla sua abitazione e dalle abitazioni dei suoi predecessori. Così finiva un ciclo carico di un certo benessere per il popolo ,ma finiva anche un periodo storico contrassegnato da governanti illuminati (Vedi "Arte segreta" di Giulio Lensi Orlandi).

Questa casata fin dal suo esordio ,come d'altronde i Gonzaga, fu interessata ai segreti dell'uomo e della natura. E' molto probabile che attraverso queste conoscenze fu attuata e consolidata la loro ascesa al potere, come per tante altre signorie, che conoscevano e praticavano sotto varie forme l'alchimia, ma anche il mantenimento di questo potere attraverso i secoli è da addebitarsi alla costante operatività dei discendenti. In molti altri casi come ad esempio Verona con gli Scaligeri, non si è potuto riscontrare luoghi simili fuori da occhi indiscreti, date le troppe e devastanti manipolazioni che negli anni subirono le dimore Ducali. E' certo che Mastino della Scala praticasse anche lui, con virtute e conoscenza, l'arte regia. Le signorie e i principati anticipano il Rinascimento, perché si spinsero ,con grande dispendio di mezzi e di energie ,alla ricerca del fiume carsico, del sapere occulto. Questi segreti li si è andati a scoprire sia sotto forma filosofica che recuperando la pratica di laboratorio (labor-itra lavorare dentro) dai pochissimi custodi esistenti. Un esempio per tutti Gemisto Pletone il pensatore cardine del neoplatonismo, colui che avvia la riscoperta dell'antica sapienza venerato da tutte le grandi signorie italiane, per volere di Sigismondo Malatesta il suo corpo fu amorevolmente deposto nell'arca del tempio Malatestiano di Rimini, costruzione sacra che si pone o meglio sintetizza il zoroastrismo, paganesimo, cristianesimo e tutte le religioni che verranno. Un" Sancta Sanctorum" fuori dal tempo.

(Anche i Savoia si costruirono un luogo dove poter praticare la meditazione e la preghiera fuori da sguardi indiscreti e nella pace, al Santuario della madonna nera di Oropa ,in provincia di Biella. Il santuario risale al dodicesimo secolo, ma i Savoia diventati re d'Italia sostituirono ed ampliarono tutto il complesso, lo Iuvarra disegna la grande scalinata, il santuario divenne così un luogo di accoglienza e di fede popolare. Con questo rifacimento e abbellimento i re d'Italia ricavarono anche degli appartamenti reali privati dove erano soliti ritirarsi).

Esiste una storia ordinaria appiattita e noiosa figlia dei tempi contingenti, e viceversa una storia eterna vera che eleva potenzialmente tutti gli uomini di buona volontà, cerchiamola.

Tutti i monaci pregano alla stessa ora seguendo la stella del mattino ecc....

La forza che scaturisce la preghiera, la preghiera non è un fine, ma un mezzo. Non è un meccanismo per chiedere ma per modificare la nostra mente, lentamente prepararla per mettersi in sintonia con il tutto, nella consapevolezza dei grandi poteri dell'uomo.

martedì 29 luglio 2008

domenica 27 luglio 2008

Luciano Bianciardi :sull'origini

Luciano Bianciardi

Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato le menti di saggi, sapienti e intellettuali: origini dell'uomo, delle specie, della società; origini del male e della disuguaglianza. Dalle origini di una città o di una religione si son calcolati gli anni, e dire "originale" significa riconoscer un merito. Insomma pare - e chissà poi per quale ragione - che alla gente importi più del passato, del remoto passato, incapace ormai di far male ad alcuno, che dell'avvenire, del prossimo avvenire, sempre, come ben sappiamo, minaccioso ed incombente.
Stando così le cose non c'è da stupirsi se anche nella nostra città, piccola città, ma civile e progredita, c'erano sapienti, dotti ed intellettuali che ne cercavano alacremente le origini.

". . . Ci sono almeno tre categor~e di paesaggi: uno del passato; uno del presente che sta ingiallendo; e uno del sogno. . .~, (da un'intervista rilasciata da Pier Paolo Pasolini ad Achille Millo nel 1967: « La Repubblica-Mercurio », II, 8 del 24.2.1990, p. 3 s.).