sabato 2 agosto 2008

Bocklin e la luce: da Marguerite Yourcenar

Risultati immagini per da Marguerite Yourcenar pellegrina e straniera
Da Marguerite Yourcenar :Ricavato dalla sua raccolta di scritti PELLEGRINA
E STRANIERA capitolo "L'isola dei morti" di Bocklin(commento sulla
concezione della morte da una analisi del quadro di questo famoso pittore
Nordico ,in netto contrasto con la concezione mediterranea ).
Bocklin è sepolto a Fiesole .Forse la sensualità di Venere ,che è triste ,
o,almeno, lo è nell'opera di Maurice Barres, sarebbe stata più adatta .
Ma non ci si sceglie la tomba .Anche i candidati al cimitero tanto
previdenti da prenotarsi un posto ,non lo fanno con conoscenza di causa.
Come decidere di un letto ,prema di averci dormito?E i morti dovranno
attendere il Giudizio Universale per lamentarsi di aver dormito male
così a lungo.
Risultati immagini per Bocklin
Il giaciglio di Fiesole ,troppo morbido ,quasi si disfa sotto il piumino
di erbe . In questi piccoli recinti ,la morte ha l'aspetto di un
giardiniere. Il suo volto ha il verde pallore del periodo pasquale ,
l'ineffabile pallore della linfa a primavera ; possiamo immaginare
le mani colme di semenze di un'altra vita . Forse è qualcuno risorto .
Quia hortulanus esset . La morte fiesolana ,mistica e agreste ,non ha
una falce per emblema ,ma tutt'al più un rastrello . La morte è stata
una grande mietitrice sui poggi del Reno.
Del cristianesimo cattolico ogni popolo ha fatto un paganesimo differente.
Quello tedesco ruota intorno alla danza dei morti. I Francescani del
Trecento lasciano in eredità ai predicatori della Riforma uno scheletro ;
lo stesso scheletro ,immagino ,che serviva per le dimostrazioni anatomiche
nell'atelier di Holbein. Ecco qui la vera Imperatrice del Sacro Romano
Impero germanico . E' vezzosa frequentando gli artisti ,sa quali
atteggiamenti le donano di più, e, come per scrollarsi di dosso
il fastidio di una tale maestà, questa Cleopatra nuda fino alle ossa ,
si diverte con scherzi da scolaretta. E' capace di mettersi a suoanare
i campanelli delle porte . Da come fa la difficile ,si capisce subito
che non ha più fame :dopo essersi divertita a sufficienza ,potrà persini
rimandare incolume ,per un certo tempo ,il buffone che si è rivelato
abbastanza abile. La morte di Holbeim è giovanissima ;ama le scappatelle.
E' ereditiera e legataria universale. Non dico che sia del tutto priva
di filosofia . Chi conosce l'ultima risposta gettataci in faccia da uno
scoppio di risa? In questo modo, architettato come una tagliola, la Morte
gioca a nascondino con gli uomini. Trae vantaggio da tutto ciò che fanno;
a vederla mangiare tanto, sbalordisce che sia così magra. E' la fidanzata
di tutti, e tutti si fanno in quattro per portarle una dote; vogliono
tutti essere ricchi prima di morire.
Soltanto quando lei arriva fanno i capricci, delusi che la fidanzata sia
senza naso. E tuttavia è lei la sola cui siamo fedeli.
Insomma ,la Morte di Holbein è uno spaventapasseri buono per gli zotici.
E' una del loro ambiente;queswta persona priva di educazione si porta via
senza tante cerimonie imperatori e papi; non rispetta l'etichetta delle
corti. Ciò non di meno,è di buon lignaggio;la terra le appartiene per
diritto di primogenitura, essendo lei, dopo tutto, il primo parto di Eva.
Tutti si vantano di non permetterle di impossessarsi della loro anima,
anche quelli che l'anima proprio non ce l'hanno. Lei non si scompone:
chiamano anima quel refolo di vento che serve per gonfiare le parole.
Ma la Morte li priva di lingua. A che serve un'anima muta? E la morte,
principessa magnanima , lascia loro l'arcata dei denti perche possano
ridere di se stessi.
La Morte di Albrecht Durer non ride più. E' andata a scuola nelle
Università tedesche . E' imparentata con il Dottor Faust: Ha meditato ,
tra Melantone e Lutero. Seduta sotto il portale di un secolo che darà
al mondo il Rinascimento e la riforma ,questa vecchia alchimista sta
forse cercando il segreto delle trasmutazioni. Durer sa molte cose :
ha viaggiato; ha riportato dai viaggi ogni sorta di idee nuove, le
reminescenze del mondo antico riscoperto e i presentimenti
del nuovo mondo. La morte si istruisce ; ecco che ,diventando più
sapiente, è diventata più triste. Come il Dottor Faust , si presenta
a corte; ripulita del suo untume popolano, si aggrega in pompa magna
alle cavalcate imperiali. Sarà dama di corte, a Innsbruck, presso il
re bianco. E se le capita di precipitare il corteo nel baratro, questa
cugina del principe Amleto ne trae spunto per meditare sul nulla.
Ho detto che non rideva più. Sogghigna, ma le sue sono facezie da filosofo.
All'inizio del Cinquecento, l'uomo ha mangiato per la seconda volta i
frutti dell'albero della conoscenza. La Morte, che si interessava
soltanto alla carne, scopre la putrefazione delle anime. Il Cinquecento
è un carnaio di dottrine: vi marciscono come il cristo nel sepolcro
di Holbein. La Morte diviene laica. Non conduce più a Dio; sta ,anzi ,
uccidendo Dio. Divenuta naturale, non è altro che il risvolto di
quell'assurdità che chiamano vivere. La vita porta in sé la morte ,
come ognuno porta il suo scheletro. E' lo scopo delle nascite e la
loro ragione di essere: giro vizioso che va dal vagito al rantolo.
Il copricapo della senza naso è ornato dalle ali del gallo, avvisatore
inutile . Equando Albrecht Durer le compone lo stemma araldico ,mette
a reggerne il blasone la Fecondità e la Lussuria.
La morale del Medio Evo ,morale da gente semplice ,consigliava di vivere
bene . Quella del Rinascimento consiglia di vivere. Vivere
appassionatamente. Il cavaliere di Albrecht Durer attraversa una foresta
molto più cupa di quanto di quanto lo sia mai stata la selva dantesca ,
ma non vuole veder apparire al suo fianco una sorta di buffone che gli
mostra una clessidra. Emblema dal significato nuovo. All'acciaio che
subitaneo stronca ,la Morte ,che si è raffinata ,preferisce una immagine
di un'aridità che scorre: la vita. Se la clessidra è a sabbia ,ricorda la
polvere ;se è ad acqua .allora è colma di lacrime. Ma questi due strumenti
di tortura sono ancora imperfetti. Nella misura in cui l'uomo inventerà
orologi, e nuovi ingranaggi per questi orologi ,conoscerà più a fondo
l'agonia parziale delle ore. Ha un bel rifiutarsi il cavaliere ,di
guardare a destra sotto la sua armatura di ferro ,nel petto un orologio
di sangue ,ogni battito del quale ne abbrevia la durata ,lo avverte di
affrettarsi. Se i morti procedono veloci ,i vivi sono più veloci ancora.
La morte ,dove tutto finisce ,fu l'assillo di un'epoca così ricca di inizi.
A Basilea ,dove Bocklin sarebbe nato ,Erasmo da Roterdam si riposa da una
fuga dorata quarant'anni. La sua anima sarà andata a raggiungere l'anima
di colui che egli chiamava San Socrate? Ha un epitaffio a lettere d'oro:
è quello fatto incidere dai suoi ammiratori ,con l'accuratezza che si
conviene a un grand'uomo. Ma è toccato alla morte venire una notte a
completare l'iscrizione. Sulla tomba ,a mo' di cornice del fini
profilo di una fanciulla ,forse una Gorgone ,la Morte ha inciso la
sola parola che tutto conclude: TERMINUS.
Questa stessa parola ,pronunciata da qualche invisibile visitatrice ,
rende malinconico il grande arcangelo di Albrecht Durer. Se ne sta
seduto ,le ali immobili ,tra gli strumenti della scienza che servono
ad attivare la vita ,e a moltiplicare la morte, E' stanco. Ha appena
scoperto che la vita e la morte sono due ingranaggi della stessa macchina:
non possediamo la vita che per un istante:lei ,invece ,ci possiederà
per sempre. La morte è solo un momento di amnesia. Così ,im questo
universo dove tutto finisce senza che nulla si concluda ,soltanto
l'intelligenza è vinta. Ribaltamento totale delle vecchie credenze: la sola
cosa deperibile ,ora ,è l'anima dell'uomo. A meno che?... E,nell'oscurarsi
di un crepuscolo in cui il reale si diluisce in ipotesi ,il grande
arcangelo medita di fronte al mare ,nel tramonto di un giorno di tempesta
,sotto un cielo dove plana un pipistrello ,discendente delle Chimere.
Bocklin è erede di questa Germania.
La morte ,la vita. Non le metto in contrapposizione. E'normale che
la più prolifica delle razze sia quella che maggiormente si preoccupa
della putredine. Ecco la bella bestia germanica ,gaia ,di una gaiezza
alcolica ,feroce all'occasione,e tuttavia meditabonda. E' sensuale e
scialba quando non è stramba. I suoi nervi ,difficili da scuotere ,hanno
bisogno di ogni sorta di macabre stranezze e dei rozzi amplessi che
uniscono i corpi degli amanti nella selva primitiva. L'orrore dei
boschi ricopre la distesa tedesca. Vi albergano il terrore e la
bestialità ;sembra che in questa terra siano conficcate le radici della
notte. In simili grovigli crepuscolari ,si pensa al profilo meridionale
del mondo: asciutto ma alla maniera di Pallade ,nudo ,ma alla maniera
di Afrodite.A Basilea ,città romana ai piedi degli ultimi contrafforti
della Foresta Nera ,Bocklin cresce con l'ossessione incombente degli
alberi. Questo barbaro porterà con sé ,in marcia verso sud ,tutte le
foreste.
Come il cavaliere di Albrecht Durer ,la vergine nuda di Bocklin che
cavalca la belva dell'incubo ,si inoltra nella foresta germanica.
E così quest'arte. Non si può fare scorrere a lungo un fiume fuori
dal proprio letto. Il Reno scorrerà sempre in direzione del morire del
giorno.
Bocklin non ha le curiosità di Albrecht Durer. Questo barbaro è uno
spirito semplice ,come lo sono molte anime tormentate. Alle Stire ,alle
Sirene ,i grandi pittori mitologisti Inglesi ,suoi contemporanei ,
avrebbero fatto esprimere la loro sottigliezza platonica. Bocklin non
è psicologo più di quanto non sia umanista. I suoi dèi sono immortali
per la sola ragione che sono degli istinti.
Greve Olimpo wagneriano troppo prossimo al walhalla...In un giardino
,una dama dalla veletta nera ,che immaginiamo somigli a Mathilde
Wesendonck ,ascolta la canzone del giovane fauno. Quelle fanciulle
del mare ,che si dibattono nella azzurra brutalità di un'onda ,si
arenano a Basilea ,risalendo il corso del Reno. Fanno pensare agli
dèi in esilio di Heinrich Heine ,vaganti sulle rive di un Baltico
più inospitale del Ponto Eusino. Forse a Basilea ,in questa Augusta
Rauracorum dei Cesari ,una bella fanciulla di stirpe romana si è
abbandonata al fiume. E il fiume l'ha portata all'oceano. Lì morirà ,
sotto un cielo grigio. Il canto rauco del tritone germanico riversa su
questo cadavere tutta la tristezza dei mari del Nord.
Un giorno ,Bocklin ha voluto costruire alla Morte un palazzo degno di lei.
Ma quale caverna ,quale cattedrale offrire a colei che è in ogni dove?
Poiché la vita è un viaggio ,la morte può essere una traversata. Bocklin
ha cercato l'isola dove approdano i morti.
Si è parlato di Capri ,della veneziana San Michele ,o di Corfù al
crepuscolo. Ma quest'isola d'oriente è cupa sotto il cielo nordico.
Gli scogli emergono dal mare ,e i cipressi svettano sugli scogli.
L'acqua ,senza un'icrespatura ,plumbea per una minaccia di tempesta;
è fredda e profonda insieme. Nessuna imbarcazione oserebbe galleggiarvi ,
ma la barca dei morti è leggera ,non portando che ombre. Il Lete sarebbe
più dolce ,e l'Acqua di Memoria più limpida. Diretta a questa immobilità ,
che non è riposo ,un'altra figura bianca s'avanza su una navicella.
Bocklin non ha fatto rotta verso l'isola dei morti ,su una di quelle
barche simili alle gondole. L'Arno qui non è più navigabile di quanto
lo sia il Reno di Basilea. Sono fiumi scontrosi ;il fiume color terra
ricorda il torrente dal colore dellìerba. L'Italia di Bocklin ,una
Germania assolata ,è il sogno di un cervello nordico. Senza dubbio ,
dall'alto delle colline di Fiesole ,Bolchlin ama questo fiume selvaggio
che gli lenisce la nostalgia del Reno.
Città isteriche. Se qualcosa sta alla pari dei furori di Firenze ,
è proprio questa Basilea dalla forza bruta. Come Firenze ,ha accolto
i frati predicatori che ,per avere un migliore mercato d'anime
dipingevano la danza macabra alle porte dei cimiteri. Ha i suoi
chiostri ,dove il quadrato ,che è la morte ,si unisce alle linee
curve ,che simboleggiano la vita ;e queste analogie tra l'intelligenza
e sogno insegnerebbero a pensare. Un labirinto di pietra ,dove i lunghi
corridoi lastricati di tombe si smarriscono e si ritrovano ;i piccoli
archi privi di vetrata ritagliano la verde immagine del fiume ;e gli
umanisti riformatori ,esiliati dall'Italia ,dormono al continuo muggire
del Reno in questa terra un tempo romana. Come Firenze ,Basilea è scabra ,
diffidente ,piena d'asprezza scolastica e di grossolana giovanilità
popolare. E' come Firenze ,una fastosa città di ricchi mercanti. E quando
il carnevale dilaga per le strade, ha la stessa smodata allegria della
gente abitualmente triste.
Il Munster di Basilea è una cattedrale grigia e rosa, dove tanta fiamma
si è ridotta in cenere. L'Italia, inutilmente, si spinge sin qui, sino
alle porte della Germania più antica, nei rimpianti e nelle speranze
dell'esilio. L'Eden germanico di Bocklin può sforzarsi di essere un Olimpo;
la Morte, affermazione cristiana, viene a rammentare la nozione di
peccato a queste innocenze dell'istinto. Proprio come per l'imponente
donna nuda di Hans Baldung, che uno scheletro bacia in piena bocca.
Lasciamo che gli intenditori sorridano di queste Ninfe dalle grosse
giunture. Poco m'importa che i cibi del Nord abbiano appesantito le Muse;
ciò che in esse bisogna amare o detestare, è proprio la forza della razza.
La mitologia sarebbe una cosa piuttosto artificiale, se ogni popolo non
la modificasse. Bocklin, quasi presentisse le future calate germaniche,
lancia sulla varietà di colori della sua tela la Morte, la peste e la
guerra, cavalieri famelici, che schiacciano a colpi di mazza le torri
delle cattedrali. Carogne incoronate di alloro, vecchi avanzi di ràitro.
Basilea, libera città svizzera, all'ombra di una chiesa costruita da
Rodolfo di Asburgo, ricorda d'essere stata città imperiale.
Nietzsche ha descritto la nevrosi religiosa di Basilea. I suoi Pittori,
ingordi di vita, si deliziano del brulicare dei cadaveri. Durer da queste
parti. Holbein, che ci abita, dipinge la moglie livida, i suoi bambini che
sembrano malati; e mentre i Cristi morti di Spagna si offrono all'amore
della Maddalena, il suo Cristo, per ripugnanza è abbandonato su una
tavola anatomica, al bisturi dei medici. Bocklin, alcolista allucinato,
dipinge il suo futuro autoritratto sotto forma di un teschio. In questa
sede di concili, sembrerebbe di sentire giungere a ondate intermittenti
le grida dei cavalieri di Procopio, i cui evviva acclamavano la morte.
La peste vi tenne lesue assise. Bolcklin la prende come modella. Dipinge
nelle stradine che svoltano intorno al Munster, la Morte Nera che si è
presa Holbein, eterea falciatrice dai lunghi denti.
Orrori, ma orrori anacronistici. Oggi, si sa, la Morte indossa guanti di
cauciù, un camice da ospedale e lavora con il cloroformio. Quando decide
di togliere di mezzo milioni di persone, si fa chiamare influenza e non
più Morte Nera. Diventa sentimentale. Un giovane incisore tedesco, memore
di Holbein, la ha raffigurata nella torre di una cattedrale. Il vecchio
campanaro è immobile nella sua poltrona. La Morte è entrata; per non
spaventarlo, si è calata il cappuccio sulla testa senza voto, e,
afferrata la corda delle campane tra le falangi magre, curva, come
in preghiera, suona la morte del vecchio campanaro.
Cosa ci importerebbe di quest'arte, di quest'urlo colorato, senza
qualche grido di disperazione? Vanamente Bolcklin si sforza di vivere,
ma ogni suo presente è già passato. Questa greve forza ricade a terra,
sotto un pallido sole. La vita lo tradisce. E' solo l'altra ad essergli
fedele. Era convinto di amare l'Italia, e in lui spiccano soltanto le
sue origini germaniche. Ha voluto celebre la gioia, ma la sua opera
più riuscita è funeraria. La danza macabra di Basilea porta Bocklin con
sé nell'isola dei Morti.
QUESTO QUADRO DI BOCKLIN ERA APPESO NELLO STUDIO DI HITLER,
lo amava particolarmente,anticipò la sua rovina.

giovedì 31 luglio 2008

Preghiera e potere



Cella di Cosimo de' Medici, ospite spesso del Convento



La Preghiera

Sul mistero dei luoghi di meditazione di due famiglie ducali italiane:
i Gonzaga di Mantova e i Medici di Firenze.

a cura di Luigi Pellini



A Mantova come a Firenze sono presenti degli edifici particolari, studiati o ricavati nelle stesse strutture di conventi urbani usati come pensatoi o meglio camere di meditazione atte a isolare completamente dall'esterno chi vi si ritirava. Molti signori medioevali usavano queste pratiche. Si è scelto questi casi data la loro attendibile storicità. Presso il palazzo ducale di Mantova, chiamato castello di San Giorgio, dimora sontuosa con non pochi riferimenti alchemici, ricordo solo la sala del Cruzol (crogiolo) e la più famosa sala del labirinto detta anche del "forse che si forse che no" (motto che indica la difficoltà di scelta per arrivare al centro, forse a destra forse a sinistra) ammirata da D'Annunzio e usata come titolo di un suo famoso romanzo. Ebbene in questo meraviglioso palazzo esiste un appartamento al piano terra detto dei nani quasi sempre chiuso, perché poco conosciuto o meglio snobbato dagli ordinari percorsi pseudo culturali perché di poca importanza artistica. Queste strane stanze ,che io visitai in più occasioni sotto serrata insistenza perché chiuse, danno immediatamente uno stato d'animo indescrivibile. Il nome di "Appartamento dei nani o degli gnomi" ha una logica, ricordo che lo gnomone era uno strumento per misurare il cammino del sole e qui c'è un chiaro riferimento alla tradizione solare e al pitagorismo, anche perché nella storia dei Gonzaga di Mantova non c'è traccia di nani, e così queste stanze sono state costruite espressamente per altri scopi, come il ritiro allo scopo di praticare particolari esercizi. Un ombelico da cui si poteva accedere alla sapienza eterna, un ambiente che favoriva la spogliazione dell' io. Le varie camere erano costruite con i soffitti bassi con particolari colori che sfumavano dal basso in alto giochi di disegni che favorivano il viaggio della mente, il tutto immerso in un profondo silenzio. Altro fulgido esempio di stanze particolari, lo conobbi per caso visitando il convento di San Marco a Firenze, luogo pieno di storia sia per il ricordo del Beato Angelico, di cui ancora oggi sono esposti parte dei suoi dipinti, voglia anche perché in questo luogo dimorò il Savonarola da Ferrara noto per la sua immeritata fine ad opera di un papa mediceo, che lo abbrustolì in piazza. Visitando le celle dei frati poste nei piani superiori, situata in un punto ancor più alto di queste, c'era la cella dove i duchi si ritiravano a meditare, che presenta delle similitudini con la casa dei nani anche se concepita in maniera diversa. Che cosa venivano a praticare i Duchi medicei in queste stanze immerse nella quiete salmodiante conventuale? Il meccanismo è lo stesso, questi illuminati signori capirono che la gestione del potere la si acquisiva e la si manteneva attingendo dalla sapienza immemore . Per farmi capire meglio riporto una frase di S. Freud:<<>> attingere a questa fonte non è per tutti, anche se le pratiche rituarie e oranti sembrano semplici e uguali nella sostanza da sempre,ma bisogna avvicinarsi con purezza fuori da ogni egoismo. Facile a dirsi difficile a farsi specialmente adesso dove tutto è mirato all'affermazione personale. Ricordo che nel 1540 Cosimo de' Medici nel trasferirsi a Palazzo Vecchio e nell'adattare e nel decorare l'edificio preparò delle stanze particolari per sostituire quelle di San Marco che erano fuori dalla sua abitazione e dalle abitazioni dei suoi predecessori. Così finiva un ciclo carico di un certo benessere per il popolo ,ma finiva anche un periodo storico contrassegnato da governanti illuminati (Vedi "Arte segreta" di Giulio Lensi Orlandi).

Questa casata fin dal suo esordio ,come d'altronde i Gonzaga, fu interessata ai segreti dell'uomo e della natura. E' molto probabile che attraverso queste conoscenze fu attuata e consolidata la loro ascesa al potere, come per tante altre signorie, che conoscevano e praticavano sotto varie forme l'alchimia, ma anche il mantenimento di questo potere attraverso i secoli è da addebitarsi alla costante operatività dei discendenti. In molti altri casi come ad esempio Verona con gli Scaligeri, non si è potuto riscontrare luoghi simili fuori da occhi indiscreti, date le troppe e devastanti manipolazioni che negli anni subirono le dimore Ducali. E' certo che Mastino della Scala praticasse anche lui, con virtute e conoscenza, l'arte regia. Le signorie e i principati anticipano il Rinascimento, perché si spinsero ,con grande dispendio di mezzi e di energie ,alla ricerca del fiume carsico, del sapere occulto. Questi segreti li si è andati a scoprire sia sotto forma filosofica che recuperando la pratica di laboratorio (labor-itra lavorare dentro) dai pochissimi custodi esistenti. Un esempio per tutti Gemisto Pletone il pensatore cardine del neoplatonismo, colui che avvia la riscoperta dell'antica sapienza venerato da tutte le grandi signorie italiane, per volere di Sigismondo Malatesta il suo corpo fu amorevolmente deposto nell'arca del tempio Malatestiano di Rimini, costruzione sacra che si pone o meglio sintetizza il zoroastrismo, paganesimo, cristianesimo e tutte le religioni che verranno. Un" Sancta Sanctorum" fuori dal tempo.

(Anche i Savoia si costruirono un luogo dove poter praticare la meditazione e la preghiera fuori da sguardi indiscreti e nella pace, al Santuario della madonna nera di Oropa ,in provincia di Biella. Il santuario risale al dodicesimo secolo, ma i Savoia diventati re d'Italia sostituirono ed ampliarono tutto il complesso, lo Iuvarra disegna la grande scalinata, il santuario divenne così un luogo di accoglienza e di fede popolare. Con questo rifacimento e abbellimento i re d'Italia ricavarono anche degli appartamenti reali privati dove erano soliti ritirarsi).

Esiste una storia ordinaria appiattita e noiosa figlia dei tempi contingenti, e viceversa una storia eterna vera che eleva potenzialmente tutti gli uomini di buona volontà, cerchiamola.

Tutti i monaci pregano alla stessa ora seguendo la stella del mattino ecc....

La forza che scaturisce la preghiera, la preghiera non è un fine, ma un mezzo. Non è un meccanismo per chiedere ma per modificare la nostra mente, lentamente prepararla per mettersi in sintonia con il tutto, nella consapevolezza dei grandi poteri dell'uomo.

martedì 29 luglio 2008

domenica 27 luglio 2008

Luciano Bianciardi :sull'origini

Luciano Bianciardi

Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato le menti di saggi, sapienti e intellettuali: origini dell'uomo, delle specie, della società; origini del male e della disuguaglianza. Dalle origini di una città o di una religione si son calcolati gli anni, e dire "originale" significa riconoscer un merito. Insomma pare - e chissà poi per quale ragione - che alla gente importi più del passato, del remoto passato, incapace ormai di far male ad alcuno, che dell'avvenire, del prossimo avvenire, sempre, come ben sappiamo, minaccioso ed incombente.
Stando così le cose non c'è da stupirsi se anche nella nostra città, piccola città, ma civile e progredita, c'erano sapienti, dotti ed intellettuali che ne cercavano alacremente le origini.

". . . Ci sono almeno tre categor~e di paesaggi: uno del passato; uno del presente che sta ingiallendo; e uno del sogno. . .~, (da un'intervista rilasciata da Pier Paolo Pasolini ad Achille Millo nel 1967: « La Repubblica-Mercurio », II, 8 del 24.2.1990, p. 3 s.).

sabato 26 luglio 2008

L'autobus che si ferma a Eleusi...

L'autobus che si ferma a Eleusi...

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Nessun avvenimento storico può meglio indicare la fine 'ufficiale' del paganesimo se non l'incendio del santuario di Eleusi, attuato nel 396 da Alarico, il re dei Goti; e d'altro lato, nessun altro esempio può meglio indicare i misteriosi processi di nascondimento e di continuità della religiosità pagana. Nel V secolo lo storico Eunapio, anch'egli iniziato ai Misteri Eleusini, riferisce la profezia dell'ultimo ierofante legittimo: in presenza di Eunapio, lo ierofante predice che il suo successore sarà illegittimo e sacrilego; non sarà neppure cittadino ateniese e, ancor peggio, sarà uno che, " consacrato ad altri dèi ", sarà legato al suo giuramento " di presiedere esclusivamente alle loro cerimonie ". A causa di tale profanazione il santuario verrà distrutto e il culto delle Due Dee scomparirà per sempre.

In effetti, continua Eunapio, divenne poi ierofante un alto iniziato ai Misteri di Mithra (dove rivestiva il ruolo di Pater); questi fu l'ultimo ierofante di Eleusi, perché poco tempo dopo giunsero, attraverso il passo delle Termopili, i Goti di Alarico, seguiti da " uomini in nero " (i monaci cristiani), e il più antico e importante centro religioso d'Europa fu definitivamente distrutto.

Tuttavia, se a Eleusi scomparve il rituale iniziatico, non per questo Demetra abbandonò il luogo della sua teofania più drammatica; è vero che, nel resto della Grecia, san Demetrio ne aveva preso il posto, divenendo il patrono dell'agricoltura, ma a Eleusi si parlava - e si parla ancora - di santa Demetra, santa sconosciuta altrove e mai canonizzata. Fino all'inizio del XIX secolo, i contadini del villaggio coprivano ritualmente di fiori una statua della dea, perché essa assicurava la fertilità dei campi, ma, nonostante la resistenza armata degli abitanti, la statua fu rimossa nel 1820 da E. D. Clarke e offerta all'Università di Cambridge. Sempre a Eleusi, nel 1860, un sacerdote raccontò all'archeologo F. Lenormand la storia di santa Demetra: era una vecchia di Atene, cui un 'Turco' aveva rapito la figlia, che fu tuttavia poi liberata da un prode pallikar; e nel 1928 Mylonas sentì raccontare questa stessa storia da una nonagenaria di Eleusi.

L'episodio più toccante della mitologia cristiana di Demetra avvenne all'inizio del febbraio 1940 e fu ampiamente riferito e discusso dalla stampa ateniese: a una fermata dell'autobus Atene-Corinto salì una vecchia, " magra e rinsecchita, ma con grandi occhi molto vivaci "; poiché non aveva denaro per pagare il biglietto, il controllore la fece scendere alla stazione seguente - quella di Eleusi, appunto. Ma il conducente non riuscì più a mettere in moto l'autobus e, alla fine, i viaggiatori decisero di fare una colletta per pagare il biglietto della vecchia. Questa risalì sull'autobus, che ora potè ripartire. Allora la vecchia disse: " Avreste dovuto farlo subito, ma siete degli egoisti; e già che sono qui, vi voglio dire ancora una cosa: sarete castigati per il modo in cui vivete; vi saranno tolte persino l'erba, e l'acqua! ". " Non aveva ancora finito la sua minaccia " continua l'autore dell'articolo pubblicato sull'" Hestia ", " ed era scomparsa ... Nessuno l'aveva vista scendere. E si andò a riguardare il blocchetto dei biglietti per convincersi che era veramente stato staccato un biglietto ".

Riportiamo, a mo' di conclusione, la cauta osservazione di Charles Picard: " Credo che, dinanzi a questo aneddoto, gli ellenisti non potranno fare a meno di ritornare con la memoria a certi passi del celebre Inno omerico, dove la madre di Kore, tramutatasi in vecchia nel palazzo del re eleusino Celeo, profetizzava anche in quell'occasione e - rimproverando agli uomini la loro empità - annunciava, in un impeto di collera, terribili catastrofi in tutta la regione " .

Mircea Eliade , Storia delle Credenze e delle idee religiose, Sansoni, 1990


La poesia di Giuliano Kremmerz

IO CREDO
Io credo nella virtù infinita, nel sole dei soli, che cangia l’arena in diamante, la terra in fiore, la crisalide in farfalla, l’oscura notte in aurora lucente.
Io credo nella matrice delle forme universe, luna delle lune, che genera le cose, le accresce, le distrugge, le rigenera.
Io credo nella forza combattiva che vince pugnando invitta.
Io credo nell’intelligenza arcana che dà all’essere la coscienza del vero.
Io credo nel bene contro ogni strazio del dolore nei mali umani.
Io credo nell’amore che fissa nell’attimo che vola la parola che crea.
Io credo nella morte principio di vita nova.
Così credo nell’Uno che tutto in sé contiene: Moto, Forma, Forza, Intelligenza, Bene, Amore e Morte.
Credo nell’ascenso dell’uomo all’UNO infinito, nella Legge Universa di ciò che fu, che è, che in eterno sarà.

mercoledì 23 luglio 2008

La porta della vita

Molti edifici pagani e cristiani portano questo simbolo, legato alle acque e al femminile per eccellenza. Lo sguardo si concentra sul pube: la porta della vita.

Questo pertugio segna :da dove veniamo e il trasposto riassorbimento che può essere identificato nella morte fisica. Al di là di questa fessura esiste l'ignoto quello che noi mortali non possiamo indagare con la ragione . Al di là c'è l'amore eterno , l'amore che vince la morte.